In un primo
momento non rimasi affatto contenta quando mio marito mi annunciò la decisione
di acquisire la patente di guida e a seguito acquistare quella piccola
utilitaria già un po’ vecchiotta, anche se la spesa fu coperta quasi
interamente da un certo lavoro straordinario a cui aveva dato corso negli
ultimi mesi. Mi pareva qualcosa di superfluo di cui non avevamo alcuna
necessità in famiglia, e poi mi sembrava quella una fonte certa di
preoccupazioni, considerate le riparazioni, le tasse, l’assicurazione, ed
infine la benzina per farla marciare, anche se lui sosteneva che avrebbe potuto
aumentare il suo pur piccolo giro di lavoro grazie a quella vettura di seconda
mano evidentemente già molto usata in precedenza da chissà chi. Lui aveva
sempre sostenuto che io avessi un’avversione innata per qualsiasi novità, e
quindi evidentemente non si meravigliò più di tanto quando gli dissi che in
quella scatoletta di ferro probabilmente non ci sarei mai neppure salita, anche
se dopo poco tempo avrei dovuto ricredermi riconoscendo la comodità di
usufruire di una vettura per muoversi. La prima domenica che decidemmo di fare
un giro con i bambini naturalmente loro ne furono entusiasti, così salimmo là
sopra e ci spingemmo rapidamente fuori dal centro abitato, fino a raggiungere un’osteria
di campagna dove ci fermammo per una merenda veloce e anche per bere qualcosa.
Per tutto
il viaggio io mi ero immobilizzata al mio posto, spingendo il tappetino di
gomma davanti a me con la punta dei piedi per la paura di una frenata
improvvisa, e poi senza mai staccare gli occhi dalla carreggiata di fronte al
parabrezza avevo mormorato continuamente a mio marito ora di rallentare, ora di
scansare le buche della carreggiata, ora di stare attento a qualcuno davanti
che forse doveva svoltare, e tante altre cose del genere, fino al punto che
lui, scocciato di quelle osservazioni continue, mi aveva intimato con voce
perentoria di starmene zitta una buona volta. Cercai di controllarmi maggiormente
e di rimanere in silenzio, ma quell’attenzione verso cui mi sentivo assoggettata
e di cui non potevo fare a meno era qualcosa più forte di me, al punto che mi
pareva addirittura che se non mi fossi comportata in quella precisa maniera ci
sarebbe accaduto sicuramente qualcosa di brutto, probabilmente per una semplice
distrazione di mio marito di cui non gli avevo dato opportuna segnalazione, o qualcosa
del genere. Così, tutto il viaggio, compreso anche il ritorno a casa, non fu
per nulla rilassante, anche se i bambini, posizionati sul sedile posteriore,
avevano continuato per tutto il tempo a ridere e a divertirsi, forse anche per
il mio comportamento.
In tutti questi
casi, comunque, riconosco che il mio modo di fare di base era sempre stato
quello di rassegnazione rispetto alle scelte compiute da mio marito, e quando
lui certe volte cercava di spiegarmi i motivi salienti che lo avevano portato a
prendere una certa decisione, io mi limitavo ad annuire in silenzio, senza mai
mostrare neppure un briciolo di entusiasmo oppure di condivisione. Però, quasi
ogni mattino, quando uscivo con i bambini per accompagnarli fino alla scuola
che frequentavano, mi accorgevo in quei giorni che le automobili in transito
lungo la nostra strada aumentavano abbastanza, e se soltanto l’anno precedente
si poteva dire che a parte qualche persona in bicicletta, a piedi, oppure in
tre o quattro sopra le rispettive selle delle proprie piccole motociclette,
nessun altro mezzo meccanico percorresse la via, adesso mi trovavo ad
accorgermi che le cose stavano velocemente cambiando, e che camminare in strada
o sul marciapiede iniziava ad essere differente. Anche i nostri più prossimi
vicini di casa avevano iniziato ad acquistare qualche macchina, e così verso
sera si poteva vederne diverse di queste parcheggiate di fronte alle loro
abitazioni. Qualcuna sfoggiava una linea più filante, altre dei colori
sgargianti come appena uscite dalla fabbrica dove erano state costruite, e
durante la domenica gli uomini spesso si ritrovavano a lucidare i parabrezza e
i parafanghi dei propri mezzi citando le meraviglie di quelle proprie vetture.
A mio
marito non interessava molto far parte di quella combriccola, e dopo che una
mattina il motore gracchiando a lungo e sbuffando non riuscì proprio a partire,
forse provò un certo disappunto nel riscontrare che aveva probabilmente la
macchina più vecchia tra tutte quelle che ultimamente erano state acquistate
dalle famiglie del vicinato. Così cercò di preservarla in modo a suo parere
adeguato, acquistando una copertina grigia con la quale ogni sera la sua
utilitaria veniva coperta, spesso con l’aiuto persino dei bambini, immaginando
che restando più calda e protetta potesse dargli la soddisfazione di partire il
giorno successivo al primo colpo, anche se la lotta per tenere quel mezzo
attivo e marciante era purtroppo soltanto agli inizi, ed il percorso, nei
lunghi mesi successivi, risultò cesellato dagli interventi di qualche meccanico
con il naso perennemente infilato sotto al cofano del motore, fino a quando non
si giunse alla decisione finale per cui dovevamo assolutamente cambiarla, e
prendere un modello almeno un po’ più recente e affidabile.
Bruno
Magnolfi
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