La mamma è
una persona buona. A noi due che siamo i
suoi figli non ci fa mai dei veri regali, però ha la capacità di farci
divertire incoraggiandoci a trascorrere il tempo con delle cose semplici che ci
troviamo intorno: un cestino da riempire con dei fiorellini spontanei,
apparecchiare in modo preciso la tavola da pranzo, aiutare lei a togliere le
punte ai fagiolini, tenere il conto dei tortellini o dei ravioli quando, alla
mattina di qualche domenica, le viene la voglia per la gioia di tutta la
famiglia di prepararli e cucinarli. Non si affretta mai quando deve fare delle
cose, ma adotta un ritmo che è sempre come definito, e se guarda l’orologio,
che difficilmente apprezza come oggetto, è soltanto per rendersi conto che oramai
è quasi l’ora del pranzo oppure della cena. Appare sempre molto precisa nelle attività
di cui si occupa, ed è estremamente orgogliosa della sua manualità, tanto che i
suoi lavori di cucito, che appronta quasi quotidianamente, risultano sempre
perfetti, curati in ogni dettaglio. E poi difficilmente si lamenta, ed è sempre
disposta con pazienza a sistemare e riordinare tutte quelle cose che qualcuno
della sua famiglia ha messo in giro, senza curarsi in seguito di riporle. Io e
mio fratello qualche volta la vorremmo più affettuosa nei nostri confronti, ma
lei di carattere non è proprio il tipo che si lascia andare a smancerie o a
slanci sentimentali verso chiunque sia.
La ritengo
bravissima nelle attività che compie, ma in quelle che invece non le
interessano molto riesce a mostrarsi riottosa oltre misura, fino a far
comprendere a chi le resta intorno che non ha alcun desiderio di occuparsi di
ciò che non le piace fare, pur senza mai dichiararlo espressamente. Generalmente
quasi nessuno la chiama per nome, escluso nostro padre, ma anche lui soltanto
in determinate e rare occasioni, e lei sembra non tenerci affatto al proprio
nome, tanto da apparire quasi imbarazzata quando deve andare in qualche ufficio
a firmare qualcosa e a dichiarare le proprie generalità. La zia, rispetto alla
mamma, praticamente ha un carattere e dei modi fare che risultano il suo contrario
esatto, e forse per questo motivo non mostra mai con troppa segretezza di non
stimarla molto, e spesso evidenzia di reputarla una persona un po’ troppo rustica
e poi poco socievole. Ma io non credo che la mamma sia proprio così, e penso invece
che ci siano delle rivalità tra loro due che probabilmente non comprendo, forse
perché i loro modi di vedere e di riflettere hanno delle radici molto antiche, e
quindi nascondono dei dissapori nati chissà quanti anni fa.
<<Rachele>>,
le dice a volte la zia con un tono che si comprende benissimo voglia essere insieme
sia ironico che polemico; <<posso comprare delle caramelle a Loriana se
ne ha voglia?>>, ben sapendo che può comprarmi tutto ciò che più desidera
o che a me dia piacere, visto che tra me e lei teniamo da molto tempo un
segreto per cui niente di quello che facciamo quando andiamo in giro nel paese
lo riferiamo ad altri per intero. Quando poi rientro a casa certe volte
conservo in tasca un dolcetto o due per portarlo a mio fratello Marco, a cui
piacciono molto le cose zuccherate, e che normalmente è risaputo non attragga
dalla zia tutte quelle attenzioni che invece sono dirette a me. Poi sono
nell’altra stanza della casa quando mia mamma, rispondendo ad una domanda
diretta della zia che le chiede, forse solo tanto per parlare, come stiano andando
in questo periodo i miei risultati scolastici, sento rispondere qualcosa che mi
lascia sbigottita: <<Loriana a scuola è persino troppo brava>>,
dice con il massimo della serietà, ed ovviamente questa frase mi lascia
sobbalzare. Che significa essere troppo bravi? C’è forse un limite oltre
il quale non ci dobbiamo spingere? Si fa un torto a qualcuno se ci piace essere
diligenti, studiosi, precisi, se ci impegniamo a fondo in quello che siamo
chiamati a svolgere? Resto interdetta, non avrei mai pensato che il mio
applicarmi a fondo nello studio delle materie di quinta elementare diventasse
quasi un peso per la mia famiglia.
Improvvisamente
mi reputo praticamente offesa da questo giudizio: con ogni probabilità la mamma
nel suo essere sincera ha voluto soltanto far comprendere alla zia quanto io
sia una bambina a modo, una ragazzina che non prende mai le cose senza quella
serietà di cui avverte il bisogno, e che non prova alcun sacrificio nel cercare
quei risultati scolastici da prima della classe. Però, se risulto persino troppo
in ciò di cui sono chiamata ad occuparmi, significa che creo un disagio, forse
una disuguaglianza con chi, come ad esempio mio fratello Marco, che però sta frequentando
soltanto la seconda elementare, probabilmente sarà costretto nei prossimi anni
a rincorrere in qualche modo quegli stessi risultati, oppure addirittura disprezzare
del tutto una carriera scolastica da primo della classe che forse gli sarà
richiesta, nel confronto con sua sorella troppo brava. Mi riprometto di
parlarne con mia zia, o forse no, visto che neanche lei con ogni probabilità
dovrebbe essere in grado di comprendere il mio attuale ed improvviso stato
d’animo. Non posso essere diversa da come sono, rifletto, e poi non sono così
talmente brava da riuscire a sfuggire alla logica in cui mi sono immersa.
Bruno
Magnolfi