martedì 10 marzo 2026

Desiderio di normalità.


            La notte normalmente è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma, il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva, utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi accadrà nulla di male.

            Quando giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati, tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche, come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione. Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una parvenza di normalità.

            A me viene imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore, accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro quell’impressione insopportabile.  

            Quando infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia famiglia e a quella normalità che tanto desidero.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 25 febbraio 2026

Musica piacevole.


            Il vecchio appartamento in cui erano nati i due fratelli era ubicato al primo piano di una piccola costruzione molto modesta, che sulla facciata presentava un terrazzino talmente stretto che non era possibile neppure sistemarci una semplice sedia per comodità. Certe volte, nei pomeriggi più caldi e svogliati, i due bambini però si appoggiavano volentieri alla robusta ringhiera, e sbirciavano le poche persone che percorrevano i marciapiedi sottostanti, misurandone il passo, l’abbigliamento, l’espressione; oppure osservando sempre con un certo interesse le scarse vetture che transitavano sferragliando lungo la strada, scommettendo di indovinare della prossima il colore della carrozzeria. Ogni sera passava da lì un largo carro fatto di legno e trainato da un cavallo, con il pianale libero, senza alcuna sponda, e con il conducente seduto là sopra senza un posto esatto dove posizionarsi, ma con le redini fermamente strette tra le mani. Il carro non produceva quasi rumore avendo le quattro ruote tutte gommate, forse asportate in precedenza da un mezzo motorizzato, ma il cavallo, enorme e muscoloso, con le robuste zampe pelose e gli zoccoli larghi come dei vassoi, produceva un fortissimo rumore ritmico sopra il selciato, tirando a sé quel carro a cui era legato, ma senza mostrare alcuno sforzo. Ormai a quell’ora del pomeriggio, sopra a quel grande barroccio, non c’era già più niente, se non quell’uomo seduto con le gambe che penzolavano dal pianale e forse qualche tavola di legno lasciata là sopra, però la mamma un giorno aveva detto a loro due che quello era il carro che trasportava le enormi bobine di carta dalla fabbrica dove venivano prodotte fino alla stazione ferroviaria, dove poi venivano caricate con dei sollevatori fin dentro i vagoni per le merci.     

            I due bambini osservavano sempre con grande attenzione quel passaggio dalla loro strada, ed immaginavano facilmente quel cavallo possente nel suo impegno di ogni mattina nel tirare il pesante carico di carta pronto per essere spedito su un treno che poi filava chissà dove, forse in una città lontana, in un posto dove ogni giorno venivano stampati dalle macchine quei giornali che venivano distribuiti dappertutto. Quel cavallo color zenzero rivestiva con la sua muscolatura un ruolo sicuramente fondamentale in tutta quella operazione, e quando loro due pensavano al loro padre che la domenica acquistava nell’edicola uno di quei semplici quotidiani dalle pagine enormi e la scrittura fitta, pareva quasi impossibile che la sua leggerezza di normale carta potesse paragonarsi al peso che si moltiplicava nelle bobine sopra a quel pianale. Invidiavano quell’uomo sicuro di sé che con grande facilità indicava la velocità e la direzione giusta al suo cavallo, e per trasferimento dell’idea, sembrava anche lui stesso un uomo forte, deciso, grande, quasi un gigante capace di incredibili prodezze, epperò così sensibile da vivere quasi in simbiosi con il suo animale.

            I due bambini osservavano tutto questo restando sempre in religioso silenzio, quasi per non disturbare quel passaggio appena sotto di loro, e quando quel mezzo di trasporto svoltava alla curva in fondo alla strada e spariva alla vista, loro due immaginavano di seguito il suo percorso ancora da compiere, fino a quando riusciva ad arrivare a quella cartiera di fianco al fiumiciattolo d’acqua dove la produzione sembrava non arrestarsi mai, tanto da far svolgere il lavoro agli operai in molti turni diversi, proprio per riuscire a soddisfare tutte le esigenze di carta delle tipografie e delle stamperie di chissà dove. Terminato quel passaggio rumoroso di zoccoli e di fatica la strada ripiombava di nuovo nel suo silenzio naturale, anche se c’erano a volte delle serate, quando ormai il cielo era già scuro, in cui si vedevano e soprattutto si sentivano passare due o tre uomini ubriachi a piedi che si sostenevano l’un l’altro, cantando con voci stonate e in coro qualche ritornello alla moda, mentre con il loro passo malfermo e ondivago si dirigevano probabilmente verso qualche altra bettola dove proseguire a bere, prima di rientrare chissà quando e in quali condizioni nelle loro case.

            Infine, giungeva il babbo, a quell’epoca in sella ad una bicicletta grigia, stanco di una giornata di lavoro e di chissà quante persone incontrate durante tutte quelle ore, e ai due bambini pareva la conclusione e il coronamento di qualcosa di importante, mentre la mamma aveva messo già sopra al fornello qualcosa per la cena, ed il profumo di verdure bollite si spandeva inevitabilmente dappertutto. Allora il finestrone che dava sopra al terrazzino veniva subito richiuso, e tutto nelle stanze della casa assumeva un assetto differente, fatto adesso di intimità, di calma, di piccole domande poste a completare gli aggiornamenti rimasti ancora in aria, di saluti soprattutto, e qualche volta anche di sorrisi. Non ci voleva molto: loro padre si lavava le mani, si cambiava la camicia, le scarpe, gettava qualche sguardo esauriente attorno a sé, e poi alla fine si sedeva al tavolo della cucina, mentre la radio gracchiante in sottofondo spiegava qualcosa di quanto stava accadendo da qualche altra parte, oppure intratteneva tutti semplicemente con della musica piacevole.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 19 febbraio 2026

Recente e affidabile.


            In un primo momento non rimasi affatto contenta quando mio marito mi annunciò la decisione di acquisire la patente di guida e a seguito acquistare quella piccola utilitaria già un po’ vecchiotta, anche se la spesa fu coperta quasi interamente da un certo lavoro straordinario a cui aveva dato corso negli ultimi mesi. Mi pareva qualcosa di superfluo di cui non avevamo alcuna necessità in famiglia, e poi mi sembrava quella una fonte certa di preoccupazioni, considerate le riparazioni, le tasse, l’assicurazione, ed infine la benzina per farla marciare, anche se lui sosteneva che avrebbe potuto aumentare il suo pur piccolo giro di lavoro grazie a quella vettura di seconda mano evidentemente già molto usata in precedenza da chissà chi. Lui aveva sempre sostenuto che io avessi un’avversione innata per qualsiasi novità, e quindi evidentemente non si meravigliò più di tanto quando gli dissi che in quella scatoletta di ferro probabilmente non ci sarei mai neppure salita, anche se dopo poco tempo avrei dovuto ricredermi riconoscendo la comodità di usufruire di una vettura per muoversi. La prima domenica che decidemmo di fare un giro con i bambini naturalmente loro ne furono entusiasti, così salimmo là sopra e ci spingemmo rapidamente fuori dal centro abitato, fino a raggiungere un’osteria di campagna dove ci fermammo per una merenda veloce e anche per bere qualcosa.

            Per tutto il viaggio io mi ero immobilizzata al mio posto, spingendo il tappetino di gomma davanti a me con la punta dei piedi per la paura di una frenata improvvisa, e poi senza mai staccare gli occhi dalla carreggiata di fronte al parabrezza avevo mormorato continuamente a mio marito ora di rallentare, ora di scansare le buche della carreggiata, ora di stare attento a qualcuno davanti che forse doveva svoltare, e tante altre cose del genere, fino al punto che lui, scocciato di quelle osservazioni continue, mi aveva intimato con voce perentoria di starmene zitta una buona volta. Cercai di controllarmi maggiormente e di rimanere in silenzio, ma quell’attenzione verso cui mi sentivo assoggettata e di cui non potevo fare a meno era qualcosa più forte di me, al punto che mi pareva addirittura che se non mi fossi comportata in quella precisa maniera ci sarebbe accaduto sicuramente qualcosa di brutto, probabilmente per una semplice distrazione di mio marito di cui non gli avevo dato opportuna segnalazione, o qualcosa del genere. Così, tutto il viaggio, compreso anche il ritorno a casa, non fu per nulla rilassante, anche se i bambini, posizionati sul sedile posteriore, avevano continuato per tutto il tempo a ridere e a divertirsi, forse anche per il mio comportamento.

            In tutti questi casi, comunque, riconosco che il mio modo di fare di base era sempre stato quello di rassegnazione rispetto alle scelte compiute da mio marito, e quando lui certe volte cercava di spiegarmi i motivi salienti che lo avevano portato a prendere una certa decisione, io mi limitavo ad annuire in silenzio, senza mai mostrare neppure un briciolo di entusiasmo oppure di condivisione. Però, quasi ogni mattino, quando uscivo con i bambini per accompagnarli fino alla scuola che frequentavano, mi accorgevo in quei giorni che le automobili in transito lungo la nostra strada aumentavano abbastanza, e se soltanto l’anno precedente si poteva dire che a parte qualche persona in bicicletta, a piedi, oppure in tre o quattro sopra le rispettive selle delle proprie piccole motociclette, nessun altro mezzo meccanico percorresse la via, adesso mi trovavo ad accorgermi che le cose stavano velocemente cambiando, e che camminare in strada o sul marciapiede iniziava ad essere differente. Anche i nostri più prossimi vicini di casa avevano iniziato ad acquistare qualche macchina, e così verso sera si poteva vederne diverse di queste parcheggiate di fronte alle loro abitazioni. Qualcuna sfoggiava una linea più filante, altre dei colori sgargianti come appena uscite dalla fabbrica dove erano state costruite, e durante la domenica gli uomini spesso si ritrovavano a lucidare i parabrezza e i parafanghi dei propri mezzi citando le meraviglie di quelle proprie vetture.  

            A mio marito non interessava molto far parte di quella combriccola, e dopo che una mattina il motore gracchiando a lungo e sbuffando non riuscì proprio a partire, forse provò un certo disappunto nel riscontrare che aveva probabilmente la macchina più vecchia tra tutte quelle che ultimamente erano state acquistate dalle famiglie del vicinato. Così cercò di preservarla in modo a suo parere adeguato, acquistando una copertina grigia con la quale ogni sera la sua utilitaria veniva coperta, spesso con l’aiuto persino dei bambini, immaginando che restando più calda e protetta potesse dargli la soddisfazione di partire il giorno successivo al primo colpo, anche se la lotta per tenere quel mezzo attivo e marciante era purtroppo soltanto agli inizi, ed il percorso, nei lunghi mesi successivi, risultò cesellato dagli interventi di qualche meccanico con il naso perennemente infilato sotto al cofano del motore, fino a quando non si giunse alla decisione finale per cui dovevamo assolutamente cambiarla, e prendere un modello almeno un po’ più recente e affidabile.  

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 febbraio 2026

Cose importanti.


            La casa della zia è piuttosto piccola, perciò a me fa dormire nel suo salotto, sopra ad un letto improvvisato su quello stesso divano dove si trascorrono molte serate nel seguire qualche programma televisivo che piace a lei, e che insieme alla cucina e alla sua camera mostra un appartamento del tutto essenziale, con un tavolo per la cena talmente ristretto che ci possiamo stare sedute praticamente soltanto noi due. La zia è contenta di occuparsi di sua nipote, abituata com’è a stare sempre da sola, però in molti casi dimostra di avere accumulato una serie di consuetudini che a me sembra impossibile scalfire, tanto che normalmente è subito pronta a rimproverarmi per qualcosa fuori posto, oppure per un semplice gesto compiuto da me in una maniera un po’ differente da come lei lo ha immaginato. In quei momenti quasi sempre io resto ferma e in silenzio, e lei appare un po’ rigida, quasi severa, ma subito dopo poi riconosce facilmente che forse quella semplice cosa che l’ha fatta innervosire non è poi tanto importante, anche se rimane testardamente della stessa opinione. Così, se cerco di aiutarla in qualcosa, devo stare molto attenta a ricordare ognuno dei modi che segue nel dare corso a certe procedure, e poi rispettare quelle piccole regole che sono quasi una legge nel suo appartamento. A me sembra che la zia certe volte si lasci prendere anche troppo la mano, e quando compio qualcosa di diverso da come lo farebbe lei, pare addirittura che in qualche maniera io stia mancandole quasi di rispetto. Ha uno sguardo accigliato, l’espressione seria e anche grave, e poi resta in silenzio, forse per evitare di sgridarmi o di dire cose di cui in seguito potrebbe addirittura pentirsi.

            Però la zia in molte cose è spesso generosa, e sugli aspetti a cui non è particolarmente interessata lascia che io compia le mie scelte, salvo criticarmele, almeno certe volte, ma in maniera tutto sommato abbastanza bonaria. La sua cena è composta di pochi piatti generalmente cucinati con scarso interesse, quasi sempre gli stessi, e per sua abitudine esiste un numero impressionante di cibi che si rifiuta assolutamente di mangiare, tanto che io immagino in vita sua non li abbia mai neppure assaggiati. Allo stesso modo credo di non averla mai né vista né sentita ridere forte, ad esempio, ed anche se qualcosa la diverte parecchio, lei si limita a sorridere stringendo gli occhi e le labbra, mentre le appaiono delle rughe sopra la faccia che normalmente non ha. Non alza la voce, appare sempre piuttosto calma e pacata, anche se è la sua semplice espressione severa che indica in qualche caso qualcosa per cui non prova piacere. Secondo me sicuramente è una persona un po’ strana, ma non le direi mai una cosa del genere in modo diretto, perché sono sicura che ne resterebbe piuttosto offesa, fino a non rivolgermi neppure una parola per chissà quanto tempo. Mia mamma, che ne è la sorella minore, mi ha detto che da giovane la zia aveva avuto un fidanzato, però in seguito, quando quella relazione è terminata, non ha più desiderato tentare dei rapporti sentimentali.

            Io sono convinta che tante manie accumulate da lei derivano proprio dal suo starsene perennemente da sola, frequentare pochissime persone, ed infine non concedere mai delle confidenze ad estranei, restando seria ed in silenzio anche quando il salumiere del negozio accanto a casa le dice qualcosa giusto per scherzo, oppure quando qualche vicino di casa la saluta in un modo a suo parere poco formale. In un paio di pomeriggi mi ha portato con sé fin dentro agli uffici dove svolge il suo lavoro durante la mattina, forse per consegnare qualche documento urgente, non saprei, ed io mi sono immediatamente resa conto che anche in quel luogo nessuno tra i suoi colleghi si permette di dirle qualcosa che non sia dettata dalle strette informazioni professionali. Insomma, è una persona riservata che non concede familiarità, ed io capisco sempre di più la mia mamma quando afferma che la presenza di una ragazzina come me all’interno della sua giornata serve di più a lei che a me stessa. Personalmente non mi dispiace affatto frequentare casa sua, ma non soltanto perché la zia trova sempre delle scuse per farmi qualche piccolo regalo: mi piacciono certe volte i suoi modi di fare e di comportarsi, e soprattutto la sua maniera di non porre mai nei miei confronti delle domande dirette, che a me generalmente mettono sempre un po’ troppo a disagio.

            Con lei scopro ogni volta il valore del silenzio e della solitudine, e poi la potente capacità di caricare anche soltanto un piccolo gesto, oppure un’unica sola espressione, di talmente tanto valore che al confronto forse non sarebbe neppure sufficiente parlare o descrivere qualcosa per un’ora intera. Forse, per esempio, lei mi osserva con grande attenzione mentre sono concentrata sui miei compiti scolastici che svolgo, però ogni volta è come se mi lasciasse, almeno in casa sua, piena libertà di fare e di pensare ciò che maggiormente desidero, e questo per me è già molto importante.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 3 febbraio 2026

Cura efficace.


            Marco ormai è grandicello e frequenta già la classe terza elementare, ed anche se è rimasto piuttosto gracile e pallido di aspetto, però si è inserito piuttosto bene sia tra i compagni di scuola che nel gruppo di quei ragazzetti che si ritrovano nei pomeriggi lungo la strada dove abitano. Certe volte tutti insieme si spingono anche fino ad uno spiazzo incolto poco lontano, e spesso giocano col pallone improvvisando piccole squadre di calcio. Lui crescendo è rimasto abbastanza schivo di carattere, e nei giochi che affrontano non figura mai tra coloro che si pongono in prima fila, e poi non brilla certo per delle doti o un talento particolare, anche se in ogni caso riesce a mostrarsi già più socievole dei periodi trascorsi. Spesso però prosegue come sempre ha fatto a starsene da solo nel giardinetto dietro casa, magari per osservare a lungo le formiche o per svolgere qualche semplice attività per conto proprio. In famiglia tutto procede piuttosto bene, e quelle volte in cui sua sorella porta a casa qualche amica o qualche compagna di scuola, a Marco fa sempre piacere quando quelle ragazze un po’ più grandi di lui si mostrano disposte a coprirlo di complimenti e di parole affettuose, quasi come fosse un piccolo bambolotto da strapazzare, tanto che si lascia incoraggiare spesso nello stare insieme a loro magari a disegnare, mentre semplicemente tutte studiano o ripassano le lezioni scolastiche.

            Poi giungono le festività natalizie, e fuori fa ormai troppo freddo per uscire a giocare in strada con gli amici, per cui lui preferisce starsene in casa, magari vicino alla stufa, e riguardare semplicemente le illustrazioni di qualche vecchio libro di fiabe per bambini. Due o tre giorni prima della fine dell’anno però la mamma un pomeriggio prende per mano Marco e sua sorella per accompagnarli in un cinema poco lontano da casa, dove proiettano una pellicola adatta anche ai bambini. A lui piace molto immergersi nelle storie che vede scorrere davanti agli occhi, e difatti apprezza molto anche quella vicenda ambientata in altra epoca, ma è quando tutt’e tre tornano verso casa che qualcosa inizia a non andare più del tutto bene: tira vento per strada, fa freddo, e Marco prova dei brividi in tutto il piccolo corpo, tanto che una volta arrivati nel loro appartamento sua mamma si accorge che lui ha già un po’ di febbre, e subito lo mette a letto. Il medico viene per visitarlo il giorno seguente, a lui la temperatura intanto non è scesa per niente, anche se non è altissima, ma il dottore è implacabile nella sua diagnosi, e dice che non si tratta di una semplice influenza, ma di una ripresa della vecchia malattia di cui è stato sofferente tre anni prima.

Naturalmente in casa c’è subito aria di sgomento, soprattutto per il consiglio del medico accompagnato da un foglio che ne attesta le motivazioni nel prescrivere un ricovero ospedaliero quasi immediato, al fine di diagnosticare, tramite una serie di analisi cliniche specifiche, il livello della malattia a cui si sono attestate le condizioni di Marco, e poi procedere all’attivazione di una cura il più possibile efficace, anche alla luce dei trascorsi di quel bambino, attività a cui da casa sarebbe impossibile dare corso. Sua sorella Loriana piange, forse avvertendo anche la tensione e il dolore che prova sua madre, e lui appare ancora più piccolo di quello che è, preso in mezzo ad un guaio di cui non riesce neppure a rendersi conto. Quando poi suo padre torna dal lavoro, le cose si fanno ancora più concrete, e quella sensazione di dramma che si respira sembra entrare in quell’appartamento insieme agli ultimi giorni dell’anno, quando tutti si preparano a festeggiare l’inizio di quello nuovo. Lui ha ancora freddo, si stringe nelle coperte del suo lettino, cerca una posizione quasi di riparo mentre sente incombere su di sé qualcosa da cui non può in nessun modo difendersi, e poi ha male alla testa, un dolore forte e persistente che sembra volerlo proprio tormentare.

È esattamente il primo giorno dell’anno nuovo quando suo padre e sua madre lo portano in ospedale, e lui già sapendo cosa trovare tra quelle corsie, tenta di fare una strenua resistenza, come se la sua volontà avesse un peso nella sua condizione. Eppoi piange, ed anche i suoi genitori piangono un po’, anche se a turno trovano parole di incoraggiamento per lui, dando per certo che sarà soltanto per un breve periodo, <<solamente qualche giorno, e poi vedrai, tornerai a casa in piena salute, a giocare con i tuoi compagni, e a riprendere ad andare a scuola come tutti>>.   Marco alla fine ci crede, non può fare altrimenti, e quindi si lascia convincere che tutto questo è soltanto per il suo bene, e che a questo punto non potrà fare nient’altro che accettare quel periodo così odioso, che da lì a poco si rivelerà lungo oltre misura, e disseminato di vari periodi da trascorrere in diversi ospedali della regione, alla ricerca per lui di una cura che si dimostri davvero efficace.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 29 gennaio 2026

Aiuto da tutti.


            Devo confessare che sono ancora troppo piccolo per poter valutare in modo abbastanza preciso le attività di questo genere; però mi è parso proprio che il trasloco di tutti gli oggetti dalla vecchia casa dove io e mia sorella siamo nati, fino a quella nuova dove il giardinetto sul retro mi avrebbe tanto riempito in seguito le giornate, sia avvenuta nell’arco di appena tre o quattro serate. Mio padre si è fatto prestare da un suo conoscente un buffo carretto di legno con le ruote gommate, e considerata la distanza non eccessiva tra un’abitazione e quell’altra, ha iniziato a caricare sopra quel piano la poca mobilia e gli oggetti di cui noi e la mia famiglia siamo in possesso. Naturalmente io gli ho dato un aiuto sistemando là sopra qualche piccola scatola con dentro i pochi giocattoli avuti in regalo durante la mia lunga malattia, e naturalmente anche qualcuna delle bambole con gli occhi chiari di mia sorella, e subito dopo io e mio padre ci siamo lentamente avviati per andare a scaricare tutto le nostre cose tra quelle stanze completamente vuote e immacolate, dipinte di un bianco brillante nei giorni precedenti, stando ben attenti a non far cadere nulla negli spostamenti e a non urtare contro qualcosa lungo tutta la strada. I lampioni hanno illuminato la nostra breve camminata, e quando lui mi ha lasciato a guardia del carretto davanti al cancello, io ho guardato attorno a me per rendermi conto al meglio possibile del luogo in cui ero destinato ad ambientarmi nei giorni a seguire.

            È stato allora che si è affacciata dalla finestra di un palazzetto, proprio dalla parte opposta di quella strada, una vecchia donna con la faccia rugosa come una strega, che con una voce forte e sgradevole ha gridato verso la mia direzione che cosa mai facesse un bambino come me a quell’ora di notte lungo la via. Ho avuto subito una grande paura, così in silenzio mi sono immediatamente nascosto nell’ombra dietro ad una colonnina della recinzione, senza che quella donna peraltro smettesse almeno per un attimo di terrorizzarmi, ed ho atteso trepidante che mio padre tornasse, liberandomi da quella situazione, o almeno proteggendomi in qualche maniera dalle parole di quella vecchia. Quando lui è uscito da casa ha iniziato subito a ridere, spiegandomi che quella donna si comportava in quella maniera soltanto per scherzo, divertendosi spesso a prendere in giro qualcuno che transitava davanti alla sua casa. Sono rimasto in silenzio annuendo, però per diverso tempo in seguito ho provato un vero terrore nei confronti di quella donna, come se le sue parole riuscissero a scalfire ogni mia certezza possibile, mettendo in un attimo a nudo tutta la mia debolezza infantile.

            Poi, la mattina della domenica seguente, i miei genitori hanno sistemato sopra al carretto anche i letti, e quello è stato l’ultimo atto del trasferimento di tutta la mia famiglia, iniziando da quel giorno a vivere, mangiare, giocare, e anche dormire, nella nostra nuova bellissima abitazione. Nei giorni successivi la vecchia strega si è affacciata altre volte alla propria finestra, ma io ho subito imparato a non darle alcuna importanza, e a non guardarla neppure, esattamente come se non esistesse, nonostante lei tentasse ancora di urlare qualcosa verso di me, e pur lasciandomi provare ancora quella paura ancestrale che molto più tardi, naturalmente tenendo mia mamma per mano, avrei imparato di più a controllare, immaginando lei come una persona qualsiasi mentre la incontravamo per strada, accorgendomi di come parlava normalmente con tutti coloro del vicinato a cui dava confidenza, e scambiando con quei conoscenti qualche ordinario saluto o qualche opinione sul tempo e sulla stagione corrente. Mia sorella in quei giorni del trasloco è rimasta sempre dalla zia, forse per non intralciare il lavoro con le sue continue domande e tutte quelle opinioni a sproposito tipiche del suo comportamento. Però, quando infine ci ha raggiunto, è rimasta molto contenta della nuova sistemazione, anche se si è come appropriata immediatamente di quasi tutti gli spazi della cameretta destinata a noi due, appoggiando in ogni angolo i suoi libri, le sue bambole, tutte le sue inutili cose.

            A me personalmente la stanza che più di tutte le altre in quella casa mi ha subito attirato è stata la spaziosa e ingombra cantina da cui si accede facilmente da una scala adiacente al finestrone che dalla cucina porta in giardino, e che è diventata in pochissimo tempo il mio vero luogo di ritiro, dove in mezzo agli scaffali carichi di oggetti, poter scoprire sempre qualcosa di nuovo ogni giorno. Infine, in giardino è arrivata la gatta, una micia dal mantello grigio e molto socievole, sempre disposta ad accettare le carezze e a mangiare qualcosa, abituata da sempre a trascorrere i giorni e le notti all’aperto, in grado di badare perfettamente a sé stessa e a non riconoscere tra tutti i vicini proprio nessuno come diretta persona di riferimento, e comportandosi così da animale completamente indipendente da tutti, in grado di badare perfettamente a sé stessa, pur con l’aiuto di ognuno.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 27 gennaio 2026

Durante la giornata.


Mio papà non sorride molto, però io e mio fratello sappiamo che nella sua mente circolano ogni giorno sempre molte preoccupazioni, per cui quasi non ci facciamo più caso se certe volte sembra quasi assente, preso come dev’essere dai tanti problemi da risolvere, quasi tutti immagino provenienti dal suo lavoro. La vecchia casa sicuramente costava di meno, e forse non avevamo molte comodità, però era bello abitare in quelle tre piccole stanze, perché ci sentivamo vicini, al punto che tutto pareva girare intorno al tavolo di cucina e a quel grande acquaio di granito presso cui la mamma preparava le cose e noi dovevamo anche lavarci, aggiungendo in inverno un po’ d’acqua calda proveniente da una grossa pentola in disuso lasciata perennemente sul piano caldo della nostra stufa a legna. Il gabinetto era sulle scale condominiali, ed io e il mio fratellino ci andavamo soltanto quando appariva assolutamente indispensabile, anche perché ci faceva un po’ paura. Nella casa attuale invece abbiamo tutta per noi una comoda vasca da bagno con l’acqua calda, anche se forse un briciolo di nostalgia per quelle vecchie mura a me perlomeno è rimasto addosso. Nel futuro non abiteremo a lungo neppure in questa nuova casa, ed un improvviso e definitivo trasloco so per certo che dovrà avvenire nei prossimi anni, proiettando tutta la nostra famiglia da un appartamento al piano terra con un meraviglioso giardinetto sul retro praticamente tutto per noi, fino al quarto piano di un palazzone anonimo dove l’elemento innovativo fino ad allora sconosciuto e rivoluzionario ai nostri occhi, oltre alla grande terrazza con vista panoramica, sarebbe stato l’ascensore, sopra al quale però salivamo soltanto quando eravamo in compagnia di almeno uno dei nostri genitori.   

Mio fratello Marco adesso prosegue a consumare i propri pasti cucinati apposta per lui con alimenti privi di molte cose a mio parere estremamente buone, però non si lamenta mai, continuando ad ingurgitare lentamente per conto proprio delle minestrine liquide senza alcun sapore, come se oramai le sue abitudini non gli facessero desiderare niente d’altro. Al contrario di lui io sono sicuramente molto ciarliera, come se avessi continuamente necessità di spiegare alla mia famiglia ogni dettaglio possibile su ciò che accade durante le mattinate dentro la mia scuola, descrivendo con minuzia di particolari i miei compagni di classe ed i vestiti che indossa la nostra maestra elementare, oltre a parlare a lungo delle lezioni e dei progressi didattici che vengono fatti tra quei banchi e accanto alla cattedra un po’ austera. I miei voti sono sempre ottimi, e per me sicuramente è un vanto essere riconosciuta da tutti come una studentessa dai risultati spesso da prima della classe. I miei genitori si dimostrano sempre molto contenti quando io mi prodigo nelle spiegazioni su ciò che accade a scuola e sugli incoraggiamenti da parte della mia maestra per fare sempre meglio, ma ogni giorno sembra aumentare sempre di più il divario con mio fratello, giudicato da tutti a scuola sempre troppo silenzioso, quasi isolato, con quella corporatura troppo magra, da ammalato cronico, al punto che l’insegnante sembra non gli chieda mai un bel niente, forse anche per non imbarazzarlo.

La mamma spesso cerca di incoraggiarlo dicendo, a conclusione delle mie delucidazioni sulle vicende scolastiche, che anche Marco molto presto porterà a casa nostra delle sicure soddisfazioni, ma lui sembra sempre come indifferente a certe espressioni, quasi che il suo mondo fosse un altro, probabilmente scolpito giorno per giorno in quei lunghi periodi trascorsi nel suo letto rabbrividendo di freddo, persino nel periodo estivo. Mio padre certe volte gli tocca ancora la fronte, e poi gli dice per incoraggiamento che lui è il suo piccino, come a spiegare in una parola che lo compatisce, o che prova per lui una pena che forse non riesce neppure ad esprimere, oppure che non desidera del tutto prendere in esame. Però, a volte ripenso che nel periodo in cui abitammo nella casa al piano terreno forse mio fratello mostrò i suoi momenti migliori. Dopo il primo lungo periodo che si potrebbe definire nel suo caso assolutamente necessario per farlo sentire a proprio agio anche con gli altri bambini di quella strada, lui iniziò poco per volta ad uscire insieme agli altri ragazzini senza porsi mai troppi problemi, e a comportarsi in maniera sostanzialmente adeguata tra quei compagni del quartiere che forse gli stavano insegnando qualcosa di importante giorno dopo giorno.

Lui adesso non dice mai niente quando rientra in casa, ma si capisce immediatamente dai graffi e dai segni di sporcizia che porta sui calzoni corti e sulle gambe che probabilmente ha fatto la lotta con qualcuno, che ha corso come un matto magari giocando col pallone insieme agli altri, che forse si è nascosto dietro a qualche cespuglio nella parte più incolta alla fine della loro strada. Si potrebbe dire insomma che alla fine sia proprio riuscito ad integrarsi e a ricominciare ad essere un bambino del tutto normale, esattamente come tutti, anche se lui non spiega mai niente di sé o di quel che ha fatto durante la sua giornata.

 

Bruno Magnolfi