giovedì 11 giugno 2026

Rientro a casa.


            Quando Marco ebbe l’età di sei anni circa, appena trascorsi in casa quei particolari giorni di euforia nel periodo in cui suo padre si era lanciato nell’acquisire la patente di guida ed acquistare a rate quella piccola utilitaria di seconda mano che pareva quasi la propria svolta essenziale e a cui sembrava tenere in maniera quasi maniacale, lo stesso genitore decise per quella domenica ventura della fine di giugno di concedere alla sua famiglia una gita fuori dal paese di Volterra dove loro abitavano, e di raggiungere speditamente con la moglie e i due figli una spiaggia lungo il litorale marino delle vicinanze. Sua madre aveva detto subito, come se quella fosse quasi stata una scusa accettabile per non uscire neanche da casa, che non possedeva neppure un costume da bagno, ma sua sorella Loriana si era mostrata invece così entusiasta per quella idea di trascorrere una giornata sulla spiaggia da mettersi addirittura a saltellare per la felicità. Suo padre aveva riso a lungo dell’atteggiamento di sua figlia, anche se Marco al contrario era rimasto al solito impassibile, quasi indifferente, come fosse impossibilitato ad esprimere una propria opinione nei riguardi di quella proposta. In breve, la famiglia aveva comunque preso in fretta tutto ciò che poteva servire per quella giornata, e in poco tempo la macchina fu messa in moto ed il breve viaggio ebbe il suo inizio.   

            <<Mi sembra tu stia andando un po’ troppo spedito>>, aveva detto sottovoce quasi subito Rachele al marito mentre praticamente sembrava di fatto dare voce al proprio desiderio intimo di far abbassare l’entusiasmo con cui lui stava guidando, che peraltro sembrava impiegare nei propri gesti tutta l’attenzione di un neopatentato che si trova ad affrontare una strada statale per quel giorno così trafficata e colma di imprevisti. A questo proposito lei, rigorosamente seduta al fianco del guidatore, si mostrava tutta tesa nel suo ruolo di rilevatrice di ostacoli o di improvvisi inconvenienti, e per questo motivo appariva costantemente concentrata con sguardo incrollabile nell’osservazione della striscia di strada asfaltata davanti all’auto, pronta naturalmente nel segnalare a suo marito qualsiasi elemento degno di un’attenzione sufficiente ad evitare frenate brusche o pericolose manovre improvvise. Loriana, seduta con suo fratello sul sedile posteriore, proseguiva come sempre a raccontare qualcosa che le era venuto in mente a proposito delle famiglie delle sue compagne di scuola, che improvvisamente nelle sue parole sembrava si recassero regolarmente nei luoghi vacanzieri della costa, sfoggiando automobili lucide, impeccabili, e anche di grossa cilindrata, mentre nei racconti sottolineava come talvolta quelle famiglie proseguissero a ridere e a godere della propria fortuna, come se stessero usufruendo di un privilegio unico in quel potersi permettere attività di quel tipo.  

            Il mare, comunque, quel giorno era bellissimo, e quando furono davanti alla costa fermarono la macchina e raggiunsero quella spiaggia non eccessivamente affollata di ombrelloni e di sedie a sdraio. Si sistemarono con degli asciugamani intorno ai propri vestiti sistemati con buona cura, e siccome lì vicino c’era un bagno attrezzato, il padre Franco, dopo essersi bagnato i piedi tra le piccole onde del bagnasciuga, si era spinto a curiosare fin lì per informarsi sui mosconi a remi e sulle barche a noleggio che un cartello invitava a provare. Quando infine era tornato indietro aveva proposto subito a Loriana di fare un giro di mezz’ora o un’ora intera insieme a lui su una piccola lancia a remi, tanto che i due tornarono svelti a quel bagno e in breve presero il mare con una barchetta dopo la naturale rassicurazione fatta a Rachele di non allontanarsi troppo dalla riva. Marco naturalmente a quella proposta si era limitato a scuotere la testa senza alzare neppure lo sguardo dalla sabbia accanto a sé, restando perciò seduto nei suoi calzoncini azzurri, del tutto contrario alla richiesta di sua madre di togliere almeno la maglietta e prendere così sopra le spalle un po’ di sole.  

            Il padre e la sorella di Marco avevano perciò preso a solcare con quella barca le piccole onde azzurre e schiumose di fronte al resto della famiglia, sospinti dai remi che Franco non sembrava neppure utilizzare troppo bene pur impegnandosi al massimo, però restando fedeli alle promesse di non allontanarsi troppo dalla riva e quindi di trattenersi sempre ad una distanza di tutta sicurezza. Marco e sua mamma, seduti sulla sabbia, erano rimasti in silenzio per quasi tutto il tempo, senza minimamente commentare i gesti e l’avventura degli altri due, anche se forse in mezzo ai loro pensieri era iniziata ad evidenziarsi quella piccola crepa familiare, quella sottile differenza, sicuramente una cosa di assoluto poco conto, ma che mostrava come i caratteri dei componenti fossero divisi a due a due nella propria definizione di svago. Franco e Loriana infine tornarono, e come c’era da aspettarsi  mostrarono tutto il loro entusiasmo per quel divertimento, mentre Marco e sua madre conservavano ancora sulla faccia l’espressione seria di chi giudica quegli atteggiamenti soltanto una sciocchezza. Più tardi poi, rientrarono tutti a casa.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 20 maggio 2026

Senso vero.


            <<Quella è proprio una bella famiglia>>, dice il negoziante di generi alimentari ad una cliente di lunga data, sola persona presente oltre lui intorno al suo banco, indicando con lo sguardo la donna che è appena uscita dall’esercizio e che abita poco più avanti lungo la strada. <<Peccato che il figlio più piccolo lamenti dei gravi problemi di salute, e che abbia visitato già diversi ospedali della regione senza risultato. Il fatto è che i medici non riescono a comprendere da che cosa sia causato il principio del suo male, per cui continuano ad analizzarlo e a somministrargli dei palliativi senza riuscire a risolvere il problema. Il bambino è smunto, pallido, emaciato, e i suoi genitori ovviamente si disperano per questa situazione>>. La cliente annuisce, conosce di vista quella famiglia, e solo vagamente è a conoscenza di quello che sta capitando a quelle persone, anche se al momento esprime una frase generica che non dà il senso di una reale solidarietà. <<Forse c’è qualcosa di genetico che quella famiglia si sta portando dietro>>, dice con un tono che sembra voler sottolineare un qualche senso di colpa di quei genitori. Il negoziante lascia cadere l’argomento, proseguendo comunque a servire la cliente, ingollando quello che in cuor proprio avrebbe desiderio di esprimere, ma trattenendosi dal farlo. Poi, quando la donna esce, lui vorrebbe non aver mai detto nulla di ciò che si è lasciato sfuggire, anche se i suoi sentimenti restano naturalmente inalterati.

            Spesso in ognuno nasce improvvisa e inspiegabile la necessità di trovare un colpevole per ogni cosa, anche se è materialmente impossibile. Lei sa che deve parlare dei propri problemi familiari il meno possibile, anche se certe volte sente forte la necessità di essere compatita, e di ricevere qualche parola di sostegno per la situazione che da tempo si trova a dover affrontare. Suo marito, probabilmente, riesce con più facilità a distrarsi sul suo posto di lavoro, ma è lei che si trova a portare il fardello maggiore, oltretutto dovendo spesso timidamente interloquire con i medici, per poi riportare con delle parole abbastanza appropriate, magari alleggerite del crudo responso della scienza, quello che secondo lei sta a metà strada tra la speranza agognata della guarigione definitiva e in tempi brevi, e la dura verità ascoltata nella interpretazione asciutta fornita dalle analisi. Non si sente adatta per affrontare quel compito, quel dover in qualche modo incoraggiare tutti in famiglia, per primo naturalmente suo figlio Marco, e poi convincere con semplicità che il quadro clinico sta migliorando, e che ci vuole solamente ancora un po’ di pazienza. Questo dice a suo marito, proprio lei che di pazienza non ne ha quasi più, e in certe sere si sente piegata dalla situazione a cui continua a far fronte. Qualcuno nel vicinato le chiede qualcosa incontrandola per strada mentre torna dalla stazione ferroviaria ogni sera, e lei cerca di sorridere con la sua faccia stanca, lo sguardo ancora perso tra le corsie d’ospedale in mezzo a quei camici bianchi che hanno imparato ormai a conoscerla. Ma le sue brevi risposte non sono mai esaustive, e sembrano semplicemente accarezzare il problema, come per evitare che qualcosa di segreto si imbizzarrisca e faccia peggiorare lo stato delle cose.

            L’acquisto frettoloso di ciò che serve per la cena in quel negozio dei generi alimentari poi, assume almeno per qualche momento quel briciolo di semplice ritorno ad una normalità tanto desiderata ma che sembra però sfuggirle di mano da un attimo all’altro, e lo sguardo di quel gestore, che oramai non le chiede più nulla avendo compreso perfettamente che non c’è al momento ancora nessuna novità di cui parlare, è quello di una persona che vorrebbe accorarsi di fronte alla donna, ma cerca invece di farle coraggio, sorride mentre la serve, aggiunge anche qualcosa di divertente, e forse applica un piccolo sconto sul prezzo degli acquisti, non perché questa donna abbia mai chiesto una cosa di quel genere, ma soltanto perché lui si sente subito migliore nel comportarsi così. Forse il momento più difficile è proprio il suo rientrare in casa, preparare alla svelta qualcosa per la cena, fingere il ritorno ad una vita già normale, dove l’aria non sia ammantata dall’odore dell’etere. La bambina grande ha preso un ottimo voto a scuola quest’oggi, come spesso le capita è giusto dire, e naturalmente tutti ne sono orgogliosi mentre fa vedere il foglio ai propri genitori con il giudizio della maestra a fondo pagina. La mamma tenta in questo modo di rallegrarsi, vorrebbe forse stringerla a sé, farle sentire così il proprio calore, ma non ci riesce, e poi ha paura di commuoversi troppo, di lasciarsi andare a quella stanchezza profonda di cui si sente ancora più preda innocente.

            Suo marito la osserva per un attimo, ed anche lui tenta di sorridere, ma si vede che è sfuggente, ed anche se vorrebbe dare forza alla sua famiglia, e stringere i denti per superare presto il momento difficile che sta attraversando ormai da troppo tempo, alla fine resta in silenzio, perché dentro di sé non trova le parole per esprimere qualcosa che assuma un senso vero a ciò che sta capitando.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 15 maggio 2026

Comportamenti normali.


            Suo padre ha sempre pensato che l’esistenza fosse composta quasi esclusivamente da una serie pressoché infinita di piccole amarezze, e se è certo che questo non può essere vero per tutti quanti, a proprio parere in lui gli elementi negativi hanno sempre avuto il sopravvento su qualsiasi altra eventualità. almeno fino a quando riesce a ricordare. Nelle sue faccende ha sempre avuto bisogno di un grande impegno per sconfiggere il fato avverso, e spesso si è reso conto che questo non sempre è stato sufficiente, tanto che in genere non si meraviglia neanche più quando qualcosa nelle sue giornate sembra mettersi immancabilmente di traverso. Sua figlia Loriana invece pare la positività fatta persona, con i suoi modi sempre tranquilli e distesi, ed anche se è ancora piccola di età, le attività scolastiche a cui si dedica con dedizione sembrano sempre coronate da continue combinazioni di fortuna, fino ad essere riconosciuta nella sua scuola come una delle ragazze più avvantaggiate in assoluto dal caso, in grado di avere sempre dalla propria parte quel pizzico di sorte favorevole che in altri sicuramente difetta. Forse è anche per questo che a lui piacciono le sue maniere così spontanee e naturali, così pronte nella loro semplicità ad avvalersi spesso di quella lieve spinta ulteriore, tanto da ritrovarsi additata, da molti compagni di scuola ed anche da qualche insegnante, come la bambina più celebrata ed efficiente sia nei propri profitti che nella semplice modestia, pur riconoscendo di non registrare un suo impegno particolare o superiore agli altri nello studio delle materie scolastiche.    

            Se c’è da scegliere un gruppo di alunni maggiormente rappresentativi della scuola lei è sempre la prima ad essere chiamata; se c’è da leggere a voce alta nella classe qualche poesia o qualche racconto, ecco che si pensa subito a lei; se viene fatto un piccolo concorso tra i più capaci della scuola ecco che lei primeggia, e così via, anche se alla fine i suoi profitti scolastici non sono mai i più impeccabili. È il tipo di ragazzina che quasi tutti vorrebbero avere come figlia, e che senza grandi sforzi riesce sempre ad arrivare dove altri magari falliscono, naturalmente anche grazie ad un piccolo impegno mai eluso in ciò che si sente in dovere di compiere. A suo padre piace portarla con sé durante le domeniche di bella stagione: in certi casi si sente addirittura protetto da quella sua aura di fortuna che sembra ordire intorno a sé già mentre parla, mentre cammina, quando spiega con voce pacata le proprie opinioni, tanto da apprezzare tantissimo i suoi racconti di piccole vicende scolastiche e quelle storie che spesso le vengono narrate sugli accadimenti dei propri compagni di classe o anche degli insegnanti. Loriana è giudicata da tutti una piacevole chiacchierona, ma ciò di cui parla non è mai qualcosa di noioso o di risaputo: senza averne troppa coscienza svela con le sue semplici parole dei retroscena spesso curiosi, aspetti ascoltati a sua volta da altri e interpretati da lei come fatti e vicende anche piuttosto intriganti di persone comuni inquadrate dalle parole nelle proprie semplici attività.

            Anche a sua madre piace sentirla raccontare le minute vicende scolastiche, certe volte spiegate con dovizia di particolari, mentre Loriana in presenza di suo fratello diventa improvvisamente più taciturna, meno ciarliera, come se si adeguasse al comportamento silenzioso di lui, che anche quando si trova in casa tende a starsene in disparte senza quasi aprire bocca. Il loro padre durante la cena spesso si lamenta di qualche piccolo screzio con qualcuno avuto durante la giornata sul proprio posto di lavoro, ma ben volentieri lascia spazio alla bambina per farle spiegare, con i suoi modi quasi affettuosi verso chiunque venga citato nei propri discorsi, quelle piccole cose accadute nel piccolo mondo in cui sembra perfettamente inserita. Anche Marco forse ascolta con interesse sua sorella, magari con un pizzico di invidia per quella capacità di cogliere sempre i dati divertenti e positivi di tutto ciò che le accade attorno. Ai due genitori piacerebbe molto che i due figli si assomigliassero di più sotto quel profilo così apprezzabile, ma per quanto cerchino di tenerli assieme il più possibile, Marco e Loriana evidenziano ogni giorno di più delle differenze profonde, dei modi quasi opposti di comportarsi, sicuramente derivazione di due caratteri quasi inconciliabili. Tra loro due comunque non nasce mai un vero diverbio, anche se spesso non sono troppo d’accordo, soprattutto perché lui preferisce evitare di prendere posizioni definite, lasciando che le parole di sua sorella vadano, per la maggior parte delle volte, ad infrangersi nel suo semplice ed ostinato silenzio, come se neppure fosse necessario stabilire il proprio punto di vista differente, e tutto venisse lasciato nelle mani di chi riesce a primeggiare con maggiore facilità in tutto ciò che si trova ad affrontare.

            Ai due genitori non giunge quasi mai il sapore o l’evidenza di quel conflitto sotterraneo tra i due figli, ed anche se notano a volte tra loro un’evidente mancanza di comunicazione sia nei gesti che verbale, non danno mai a questo aspetto una particolare importanza oppure un peso eccessivo, trovando quasi normale tra i due figli un comportamento di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi   

martedì 12 maggio 2026

Debole febbre.


            <<Durante questo ultimo periodo i bambini in classe hanno cominciato a chiedersi tra loro, e certe volte anche a sottoporre a me il medesimo quesito, se Marco in fondo sia del tutto normale, cioè se abbia le capacità di tutti gli altri, se riesca a comportarsi in una maniera simile a chiunque, se è davvero uno come tutti, insomma>>, dice la maestra con tono imbarazzato alla mamma di Marco. <<Certo è vero che lui risulta molto timido, riservato, tanto che non scambia mai una parola con nessuno, e sono convinta che i periodi trascorsi in ospedale, come naturalmente questa sua malattia e tutte le settimane costretto a casa con questa febbre strisciante di cui lei mi ha parlato più volte, e che senz’altro lo hanno reso così smunto e gracile, non hanno certo migliorato la sua condizione. Lo dico a lei perché, anche se sono consapevole che Marco sia un bambino del tutto normale, che semplicemente presenta qualche momentanea e comprensibile difficoltà, di fronte alla cattiveria del tutto spontanea che a volte mostrano i suoi compagni, come d’altronde tutta l’infanzia quando attraversa quella loro età, non riesco in nessun modo ad arginare quello che sta accadendo, ed il trattare da parte di tutti la sua timidezza quasi come una vera diversità non lo aiuta certo a migliorare il proprio stato. Poi, anche aver dovuto tenere in classe il suo banco vuoto per tutto questo tempo, lo ha reso adesso quasi un estraneo al resto del gruppo, ed anche se al suo rientro tutti hanno mostrato un certo rallegrarsi per essere riuscito almeno per il momento a superare il suo male tramite le terapie, adesso viene spesso tenuto in disparte, come se non avesse le capacità e l’intelligenza degli altri. Ho cercato di parlarne sia singolarmente con i bambini più svegli e maggiormente estroversi, sia con tutto il resto della classe, sottolineando quanto Marco senta la necessità di essere integrato nel gruppo, ma non sono riuscita ad ottenere per adesso alcun risultato positivo>>.

            La mamma in un primo tempo vorrebbe addirittura non essere stata messa al corrente di queste informazioni che sta ascoltando senza sapere che dire, e così resta in silenzio, con lo sguardo basso, mostrandosi sicuramente seria e immalinconita per tutto ciò che sta succedendo, ma al contempo incapace di riuscire a proporre una soluzione efficace sia per questa maestra, con quelle comprensibili preoccupazioni che evidenzia, sia per il suo Marco. <<Ci vorrà un po’ di tempo>>, riesce a dire soltanto e semplicemente, e quindi fa il gesto di alzarsi dalla sedia per andarsene, come se, una volta superato quel momento di imbarazzo di fronte ad argomenti di quel genere, il peggio per lei fosse già passato. La maestra non la trattiene, e ribadisce soltanto di averla voluta mettere al corrente di ciò che sta accadendo nella sua classe di bambini, ma alla fine saluta la mamma stringendole la mano e lascia che esca dall’aula raggiungendo suo figlio rimasto fermo in disparte lungo il corridoio.

Uscendo dalla scuola, mentre tiene per mano il suo Marco silenzioso ed ubbidiente, la mamma immagina di dover portare avanti suo figlio per chissà quanto tempo ancora, con questo suo atteggiamento di incapacità nell' intrattenersi con gli altri e questa sua innata personalità così schiva ed incapace nel costruire con i suoi compagni delle amicizie. Lei lo comprende, capisce perfettamente il suo stato d’animo e la propria maniera di porsi così in distanza dalla realtà. <<Vive in un mondo tutto proprio>>, pensa difatti ogni tanto, <<e anche se i suoi coetanei non lo seguono e non lo comprendono affatto nel suo percorso, io credo comunque che per Marco tutto questo sia assolutamente naturale, persino il proprio costante rimanersene da solo, in disparte, mentre tutti gli altri si dimostrano in grado di fare gruppo>>. I due continuano a camminare, e la mano del bambino appare estremamente leggera tra le dita della mamma, quasi come il filo di un palloncino gonfiato in parte da semplice aria, che quasi non mostra un proprio peso, muovendosi nella debole brezza della giornata senza mostrare mai una posizione precisa e definita.

<<Per lui è naturale essere così, non sente la necessità di comportarsi in altro modo>>. dirà la mamma a suo marito giustificando l’isolamento di Marco e i rilievi della maestra. Uno dei tanti medici che avevano conosciuto negli ultimi tempi aveva detto: <<la malattia e il paziente, di qualsiasi età esso sia, spesso assumono una identica fisionomia, e certe volte è lungo e difficile il tempo che occorre per dividere le due realtà, tanto che quello che si può vedere sembra apparire l’incarnazione stessa dell’ammalato>>. Parlava in generale, non si riferiva a Marco, però sicuramente le sue parole erano esatte. A sua madre però va bene anche così, pallido, in disparte, senza mai alcuna voglia di ridere o di giocare con qualche suo compagno, ed anche se lei si è sempre trattenuta dall’essere troppo materna nei suoi confronti, ha sempre creduto che suo figlio fosse in quel modo per propria natura, silenzioso, pensieroso, immobile, con i suoi occhioni lucidi per quella debole febbre sempre presente.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 15 aprile 2026

Tra loro due.


            Le due donne, durante le rare volte in cui si incontrano in assenza d’altri, sembra quasi che parlino dei linguaggi differenti, probabilmente nel tentativo per ognuna di restare sempre un po’ distante dall’altra. Lei non pone mai delle domande dirette, ma se lo fa è soltanto per affrontare degli argomenti piuttosto scontati, sui quali non attende mai dall’altra una vera risposta chiarificatrice, ma soltanto una conferma dell’opinione che già trattiene in sé, e che conosce da tempo. Di fatto non si assomigliano per niente anche se sono due sorelle, forse perché sono soltanto delle sorellastre, partorite dalla medesima madre ma da due padri diversi, e probabilmente, per tutto il tempo da quando sono nate fino adesso, hanno cercato in loro stesse quella differenza sostanziale che è sempre apparsa non soltanto nelle proprie diverse fisionomie, e che loro intendono continuamente evidenziare. <<Come va il lavoro?>>, chiede lei in maniera poco interessata, giusto per fare della conversazione, mentre versa il caffè nelle tazze dando le spalle all’altra che sta seduta al tavolino senza neanche guardarla. <<Piuttosto bene>>, risponde infine la sorella dopo una pausa, <<anche se in questo periodo pare che ogni giornata in ufficio porti con sé qualche grossa novità. Sembra adesso che il segretario comunale sia implicato in qualcosa di poco chiaro, e che per questo motivo sia già pronto a dare le proprie dimissioni. Sarebbe un bel guaio dopo tutti questi anni in cui abbiamo lavorato assieme, soprattutto per il metodo di lavoro che ovviamente dovrà essere totalmente rivisto>>.

            Lei si siede, dopo aver appoggiato un piccolo vassoio con le tazze sopra al tavolo, poi sorseggia il proprio caffè senza neppure tentare di commentare o porre altre domande. <<Marco è sempre così pallido, così debole>>, dice invece all’improvviso, come se quello fosse l’argomento che mette in second’ordine ogni altro discorso. <<Sono convinta che prima o dopo avrà una ricaduta della sua malattia, ed anche se abbiamo cercato di attenerci a tutte le prescrizioni che i medici ci hanno imposto, non mi pare proprio che stia crescendo in una maniera priva di problemi. <<Loriana resta sempre volentieri da me>>, dice invece l’altra, forse per tranquillizzare la mamma e lasciarla ancora totalmente libera nel dedicarsi anche mentalmente quasi del tutto al proprio figlio maschio, nonostante sappia benissimo che è ancora in atto una certa gelosia nei suoi confronti per quella situazione che si è creata, quando lei ha dovuto seguire totalmente il proprio bambino nei suoi trascorsi ospedalieri. <<È brava, studiosa, obbediente, ed ha compreso perfettamente che questo è stato un periodo un po’ difficile per tutta la famiglia, per cui non chiede altro che starsene tranquilla a fare le sue cose. Un paio di volte, in questi mesi passati, l’ho portata in ufficio con me, durante il pomeriggio, quando dovevo sistemare qualcosa, e lei non si è lamentata neppure una volta, sorridendo sempre al sindaco e a tutti gli altri impiegati. E poi si è abituata facilmente a me e ai miei modi>>.

            A lei bruciano discorsi del genere, e sa perfettamente che sono buttati lì quasi a farla sentire inadatta nello svolgere il suo ruolo di madre nei confronti di Loriana, ma lascia che quelle parole cadano nel nulla, senza dare affatto un seguito a ciò che possono significare. Sa benissimo che se ci fosse da riportare in ospedale il suo Marco, sua figlia rimarrebbe di nuovo totalmente nelle mani della zia, e questo è l’elemento forse più doloroso di tutti gli altri, proprio perché unito al fatto che quel tipo di rapporto che si è instaurato tra la bambina e la sua zia sarebbe di nuovo assolutamente necessario, considerato che al momento pare impossibile fare a meno del suo aiuto. <<Anche Marco è bravo e paziente>>, dice alla fine mentre sistema le tazze ormai vuote sopra a quel vassoio, per andarle ad appoggiare sopra al lavello. <<Considerato quello che gli è toccato di sopportare fino adesso, credo che non gli si poteva chiedere di più>>. L’altra resta in silenzio, quasi come se i due figli di sua sorella non fossero uguali nipoti ai suoi occhi. A lei dispiace anche questa disparità di sentimenti, ma pure di tale argomento preferisce non parlare.

            Quando infine si alza dal tavolo, anche l’altra si mette subito in piedi, ed è proprio in quel preciso momento che i due fratelli, invitati quel pomeriggio a giocare da una bambina del vicinato, rientrano in casa. Per Loriana ci sono subito dei baci e delle carezze da parte della zia, per Marco soltanto un piccolo gesto di carineria che come sempre non passa inosservato da parte della mamma. <<Adesso andate a lavarvi le mani>>, dice subito loro come per ristabilire le regole auree della famiglia, e la zia dice subito con disinvoltura che avrebbe pensato di portare la bambina in un certo negozio, dove ha notato un vestitino che dovrebbe andarle a pennello. Loriana dice in fretta con entusiasmo che lei è subito pronta, e a sua madre non resta altro che assentire a quanto praticamente già deciso, anche se spiega come sia il caso di tornare un po’ prima del rientro di suo padre, in modo da dare un aiuto a lei nel preparare la cena e apparecchiare anche la tavola. Poi le due sorellastre si salutano di fretta, come sempre hanno fatto, senza scambiarsi alcun complimento particolare, proprio ad avvalorare, una volta di più, quella distanza che rimane forse irremovibile tra loro due.    

 

            Bruno Magnolfi 

giovedì 9 aprile 2026

Cosa mi è capitato.


            È ancora presto quando si accendono tutte le luci del padiglione pediatrico e gli infermieri iniziano nei corridoi a parlare a voce alta scambiandosi informazioni e battute spiritose. È proprio il momento, ma certamente solo per chi ci riesce e quindi se lo può permettere, di tirarsi le coperte del letto fin sopra gli occhi e proseguire a dormire, o almeno a tentare di farlo, ignorando per qualche minuto la grande macchina ospedaliera che di colpo si riavvia, producendo le cose di ogni giorno, con una ripetitività quasi estenuante. Da me stamani vengono invece due barellieri con una lettiga di acciaio sulle ruote, e attendono pazienti che un’infermiera mi accompagni nel bagno a lavarmi e a sistemarmi, per poi probabilmente portarmi in qualche stanza a fare chissà quale esame, così almeno io immagino, visto che nessuno parla e che quindi non so niente di ciò che mi attende. Una suora vestita di bianco si avvicina cauta e mi sorride, ma non so interpretare in nessun modo questo suo gesto, così non chiedo niente a nessuno neppure adesso, e lascio che il mio corpo venga adagiato sulla lettiga senza opporre alcuna resistenza, sperando di tornare in fretta dentro il mio letto. Si percorrono diversi corridoi, si sale dentro al vasto ascensore, ci si muove all’interno dell’edificio come se ci fosse da cercare una difficile soluzione ad una serie di problemi complessi, ed io chiudo gli occhi cercando di godermi questi momenti di semplice trasferimento verso chissà dove.

            Ala fine del tragitto si entra in un ambulatorio piuttosto piccolo e per un posto solo, pieno di strumenti elettronici e con diverse porte vetrate, ed io vengo sistemato sopra un letto leggermente inclinato con un forte odore di prodotti disinfettanti. Se ne vanno i barellieri, ed arrivano tre o quattro medici dal camice bianco che iniziano, con l’aiuto anche di un infermiere, a cercarmi le vene dei bracci per inserire i loro aghi allacciati ai tubi trasparenti. Naturalmente urlo e mi divincolo, non sopportando affatto di dover accettare quanto mi viene inflitto, così mi immobilizzano immediatamente e mi fanno subire le loro torture senza nessuna possibilità di ribellione. Poi uno dei medici mi spiega che ci vuole pazienza, e che tutto al momento viene portato avanti solamente per il mio bene, ma a me sembrano parole insignificanti e così mi ritrovo la faccia bagnata di lacrime per quel ritrovarmi in balia di flebo, di aghi e di strumenti elettronici. Le cose vanno avanti, anche se mi dicono con fare imperioso che non devo muovermi per nessuna ragione, e che se mi venisse la voglia di urinare posso farlo tranquillamente visto che mi hanno applicato uno strumento, per me dolorosissimo, che però mi permette di riempire delle provette già pronte per qualsiasi tipo di analisi. 

            Il tempo trascorre molto lentamente, tanto che non riesco a capire che cosa mai debba ancora accadere, e quando uno dei medici si avvicina a me per controllare qualcosa, mi viene subito da digli con le lacrime agli occhi che fra poco dovrebbe arrivare la mamma, e che probabilmente si potrebbe preoccupare non trovandomi nel solito letto. <<Oggi tua madre non viene>>, dichiara il medico con voce inespressiva e senza guardarmi, come se ci fosse un piano già concordato per scatenare in me tutto il dolore che posso riuscire a provare in una volta soltanto. Rifletto, subito dopo, e immagino che dovrò stare a lungo attaccato a queste macchine che ronzano e che pulsano, e tra un prelievo di sangue ed un altro che mi viene praticato ogni ora, una vera tortura ogni volta, potrei addirittura chiudere gli occhi e cercare di dormire, immaginando di essere il più possibile lontano da questa stanza, fuori dalla portata di quegli sguardi indagatori dei medici che vanno e che vengono intorno alla mia postazione. Uno di questi tocca uno strumento che mi infligge un dolore violentissimo, tanto che sento subito uscire del sangue dal mio naso; così raccolgo nella bocca il muco e il poco sangue che cola, e quando si avvicina a me il solito medico per tamponare tutto con una garza, gli sputo sul suo bel camice bianco sia il mio disprezzo che il mio odio rosso per ciò che mi tocca subire.

            Arriva subito l’infermiere, mentre il medico si esprime con qualche parola volgare mentre va a cambiare il suo camice, ma da lui, che è poco più di un ragazzo, mi lascio pulire e sistemare come gli sembra meglio. Ormai sono trascorse sicuramente diverse ore, ed anche se qui non c’è alcuna finestra, immagino che fuori sia già pomeriggio inoltrato. Non ho mangiato proprio nulla, rifletto, ma l’infermiere mi dice che per questo tipo di esame non è previsto che io possa né mangiare né bere, e che verrò riportato in reparto soltanto a sera inoltrata. Sono rassegnato, forse addirittura in questo momento mi dispiace per aver sporcato di sangue quel medico, visto peraltro che mi ritrovo ancora nelle sue mani, ma in ogni caso credo che nessuno dovrebbe subire delle torture del genere che sto subendo. Alla fine della giornata mi riportano finalmente a ritroso fino al mio letto, nella stanza con tutti gli altri bambini, ma io mi rannicchio subito tra le coperte, esausto, incapace anche di muovermi, e non ho certo voglia di dire a nessuno che cosa mi sia successo in tutte le ore che sono mancato.

 

            Bruno Magnolfi 

mercoledì 1 aprile 2026

Al fianco del suo bambino.


            Il marito si trattiene nella stanza da bagno piuttosto a lungo, dapprima osservandosi nello specchio illuminato, e poi radendosi la barba con calma e una certa attenzione, tanto che quando alla fine esce, una volta ripulito e messo a posto tutto ciò che ha adoperato, a seguito anche di un’abbondante sciacquatura della pelle del viso, ed avvicinatosi alla soglia della camera da letto, si accorge che sua moglie si è già coricata, restando supina e con la testa rialzata da due cuscini, impegnata com’è nel leggere qualcosa di una rivista femminile. Senza ancora entrare, allora lui si accende una sigaretta, poi va in cucina per bere qualcosa ed osservare alcuni dati tra i suoi appunti di lavoro che normalmente tiene appoggiati nel cassetto di un mobile. Si siede al tavolo e scorre con calma le cose che gli interessano, e quando alla fine spenge la cicca in un posacenere, torna in camera, con ancora indosso i calzoni a righe del pigiama ed una maglietta con le maniche corte per la notte. Lei non si muove, e la debole luce che le illumina le pagine che tiene tra le mani mostra il profilo del viso ed un’espressione piuttosto seria, di chi è concentrata su qualcosa che sembra assorbirne completamente l’attenzione. Lui scansa un po’ le coperte, si sdraia, poi resta fermo.

            <<Oggi sono riuscita a parlare con il primario>>, dice la moglie muovendo appena le labbra. <<Erano diversi giorni che cercavo di incontrarlo nel corridoio, ed anche stamani ho dovuto attenderlo a lungo fuori dalla sua stanza>>. Il marito non dice niente, attende di sapere le novità che ci possono essere, voltando appena lo sguardo verso di lei, <<Sembra che oltre alle analisi stiano procedendo con le terapie per tenere sotto controllo questa specie di infezione diffusa di Marco, senza ancora riuscire però a debellarla. Non si danno per vinti, sembra che possa essere soltanto una questione di tempo, ma i risultati a suo parere si dovranno vedere oramai tra non molto>>. L’uomo emette un lieve sospiro, si sposta leggermente andando ad appoggiarsi su un fianco per osservare meglio il profilo della donna; quindi, osserva sua moglie che chiude definitivamente la rivista e la ripone sul comodino di fianco al letto. <<Mi sento molto stanca e provata>>, dice lei con il medesimo tono basso di voce; <<questa invariabilità delle giornate che si susseguono, questo cercare di mostrarmi nei confronti di Marco sempre allegra e fiduciosa, e tutto l’andare a venire ogni giorno da qui fino a quell’ospedale pediatrico mi lascia spossata, priva di qualsiasi altra risorsa>>.

            <<Certo>>, fa lui, <<ti capisco perfettamente>>. La moglie allora gli getta uno sguardo, apprezza la sua faccia liscia, la sua espressione comprensiva, ma subito riprende: <<Marco non sembra risentire molto di questo lungo periodo senza la scuola, e poi per lo stare lontano da casa, in assenza dei suoi piccoli amici e dei suoi familiari. Però mi accorgo bene quanto ogni volta non aspetti altro che me in quel preciso momento in cui riesco ad entrare in corsia all’orario del passo, ed è come se trascorresse il suo tempo in una attesa perenne, anche se riesce a fingere bene nel mostrarsi tranquillo e paziente dentro a quel letto. Resta debole, naturalmente anche per via dei farmaci piuttosto forti, ma sembra comunque riesca a sopportare la sua situazione, senza mai mostrare nervosismo o insofferenza per tutto ciò che gli sta succedendo. I libri, i giocattoli, i quaderni dove può disegnare, e anche quelli per i compiti della maestra, sembra per adesso siano un buon diversivo, capace di tenerlo occupato almeno per una buona parte della giornata, ma io sono sicura che lui stia vivendo in una specie di apnea, isolandosi da tutto pur di riuscire a resistere>>.

            Il marito non si sposta adesso neanche di un millimetro, e forse respira appena pur di non intralciare in nessuna maniera le parole della moglie, che ora si lamenta del treno che spesso accumula del ritardo tenendola sulle spine per non farla giungere in ospedale all’orario giusto. <<Lo sai che io non potrei venire con te oltre le domeniche, come già faccio; purtroppo, sai che il lavoro mi assorbe per tutta la settimana, però vorrei che ti sentissi davvero sostenuta, da me, naturalmente, ma anche da Loriana, dalla zia, da tutti coloro che ci conoscono, perché questa fase è assolutamente delicata, e non bisogna lasciarsi andare neppure per un attimo allo sconforto. Tu stai dando il massimo, me ne rendo conto, e tutti quanti siamo affrontando una prova difficile, però sono sicuro che basterà tenere duro ancora per poco, e alla fine tutto quanto tornerà come prima>>. La moglie piange in silenzio adesso, forse anche per la preoccupazione inconfessabile di sentirsi inadeguata, incapace di fare di più, non in grado di sconfiggere la malattia a mani nude, senza quasi necessità d’altro se non la propria volontà incrollabile. Lui le accarezza il viso, la stringe per un attimo a sé, cerca di confortarla pur senza dire neppure una sola parola. Lei poi si riprende: <<dormiamo adesso>>, gli dice, sottintendendo che domani sarà un’altra giornata difficile, alla stessa maniera di quella appena trascorsa, e che lei deve recuperare le forze e tutta quella fiducia in sé stessa per stare ancora al fianco del suo bambino.

 

            Bruno Magnolfi