giovedì 20 agosto 2026

Oltre sé stessi.


            Loro quattro difficilmente escono di casa assieme, a meno che non si tratti di qualche cosa particolarmente speciale per cui si richiede la presenza al completo di tutta la famiglia. Franco peraltro non rimane mai a lungo nella loro abitazione, se non naturalmente per dormire la notte, e in ogni serata o tardo pomeriggio libero si reca subito dagli amici al solito caffè-biliardo pedalando sopra la sua bicicletta fino al centro del paese. In qualche caso va a piedi e porta con sé anche uno dei suoi bambini, e più raramente tutt’e due, anche se poi compra loro un gelato o qualche caramella e li posiziona a sedere davanti alla televisione del caffè mentre lui parla e scherza a lungo con gli amici e i conoscenti presenti. Quando invece porta solamente Marco, in certe occasioni si mette anche a giocare al biliardo, confidando sul fatto che lui è un bambino buono e tranquillo e resta per tutto il tempo seduto da una parte, nella saletta del locale dove si gioca a stecca e in cui non entrano quasi mai le donne, tantomeno le bambine. La madre Rachele esce dalle sue quattro mura soltanto per gli impegni di ordine familiare: accompagnare al mattino i suoi figli alla scuola pubblica ed andarli poi a riprendere, oppure fare degli acquisti, o più raramente lasciarsi andare ad una visita agli anziani genitori, ma in ogni caso preferendo restare a casa per tutto il tempo che le sia possibile.

            Per le passeggiate pomeridiane dei bambini normalmente invece si impegnano in sua vece la zia, per quanto riguarda Loriana, e la nonna paterna per quanto riguarda Marco, passando rispettivamente a prenderli direttamente a casa loro. Alla mamma piace molto non doversi almeno preoccupare di questo aspetto, lasciando i suoi figli in mani oltremodo fidate. Quando ancora non aveva partorito, nei primi anni di matrimonio, qualche volta si vedeva con una amica o due, ma in seguito, come spesso succede, le aveva perse di vista poco per volta, essendo ognuna di loro assorbita dalle rispettive situazioni familiari. Rachele prova spesso un gran senso nostalgico dei tempi in cui era soltanto fidanzata, quando poteva farsi accompagnare da Franco in un locale vicino ai margini del paese dove ogni sera si poteva anche ballare; riflettendoci, a volte le pareva che quello fosse stato il periodo più bello e spensierato della sua vita, anche se naturalmente aver avuto in seguito i suoi due figli resta la cosa più importante, almeno per lei. Fino ad oggi Rachele è sempre stata considerata da tutti una persona molto remissiva, in grado di mostrare sempre grande fiducia verso chiunque, e per suo specifico carattere lei ha sempre pensato che la cosa più importante per sé stessa è che nessuno tra i suoi conoscenti abbia mai avuto niente da ridire sul proprio comportamento generale.

            Qualcuno a volte l’ha giudicata eccessivamente riservata ed introversa, ma Rachele non ha mai cercato di essere minimamente differente da come appare. Qualche volta Franco la sprona ad essere maggiormente espansiva, a dichiarare con slancio le sue preferenze e le cose che le piacciono di più, ma i suoi tentativi si sono sempre dimostrati poco efficaci se non nulli. Certe volte suo marito riesce a farla ridere, tirando fuori qualche battuta spiritosa, ed allora lei ride di gusto, quasi senza riuscire a smettere, a tratti fino alle lacrime. La sua condotta morale è sempre stata impeccabile, e in ogni caso si è dimostrata ogni volta agli occhi di tutti una persona che accetta il suo ruolo e sa stare al suo posto, nella sostanza senza cambiare mai i propri modi di essere. Quando Marco si è ammalato lei ha fatto di tutto per stargli il più vicino possibile, magari sacrificandosi oltremodo nella sua maniera, decisa ma anche silenziosa, di mostrarsi sempre presente al suo capezzale, sia nei diversi ospedali dove è risultato ricoverato, sia nella lunga e travagliata degenza a casa propria.

            Qualche volta probabilmente lei ha pianto da sola sia per la fatica di sopportare lo sforzo psicologico dato dalla situazione, che per la propria incapacità nel risultare efficace a trattare con i medici e i primari che le davano notizie sulle cure per il bambino non sempre ottimistiche o come lei avrebbe tanto desiderato, ma in tutti i casi è sempre riuscita in un modo o nell’altro a ritrovare il coraggio che le serviva per andare avanti. Suo marito Franco in quei frangenti ha sempre saputo di avere al proprio fianco una moglie impagabile, ed anche se forse in vari casi non è stato capace di dimostrare a Rachele la propria riconoscenza e la indubbia solidarietà per tutti i sacrifici della moglie, sicuramente anche lui deve aver provato la forte sofferenza ed il dolore acuto di quei momenti, magari proprio mentre stava sciacquandosi la faccia da solo, davanti allo specchio del bagno di casa. I periodi anche più bui infine passano talvolta, come tutte le cose che si lasciano alle spalle, ed è il tempo stesso che rapidamente ne toglie proprio quella patina di drammaticità, anche se resta comunque la memoria di aver dovuto affrontare qualcosa persino al di sopra delle proprie forze.

 

Bruno Magnolfi

domenica 16 agosto 2026

Bambolotto.


Sto in piedi, fermo, ho soltanto quattro anni compiuti da poco tempo, eppure ho già imparato ad osservare tutto quanto ciò che mi circonda con un certo spirito critico, pensando che quasi nessuno tra coloro che conosco o che frequentano la casa dove abito sia davvero in grado di aiutarmi a crescere utilizzando i criteri giusti per un bambino proprio come sono fatto io. Mia sorella quest’anno ha iniziato a frequentare la scuola elementare, i miei genitori sono molto contenti di lei e dei suoi primi risultati scolastici, ed ogni sera, quando tutti e quattro assieme ci mettiamo a tavola per la cena, loro non fanno altro che magnificarne le gesta, in considerazione del fatto che ha già imparato a leggere e persino anche un po’ a scrivere, dilettandosi addirittura in bella calligrafia, e che la sua maestra si dimostra ogni giorno molto contenta dei suoi progressi. Forse per questo, forse anche per altri motivi che a me ora sfuggono, io non vorrei più andare all’asilo gestito dalle monache, dove mia madre insiste sempre per portarmi, nel giro mattiniero in cui accompagna mia sorella fino al suo grande edificio scolastico. L’anno scorso ci andavamo assieme io e Loriana, ma adesso questo restarmene da solo tra tutti quei ragazzetti urlanti mi è diventato del tutto insopportabile.

Stamani la mamma mi ha vestito come sempre, mi ha piazzato fermo in piedi sopra uno sgabello, e mi ha fatto infilare il mio grembiule nero con un finto fiocco al colletto, ma prima di abbottonarlo sulla schiena mi ha detto di aspettare, non so neanche perché, ed è subito andata nell’altra stanza, probabilmente per controllare qualcosa che aveva lasciato incompleto. Così io ho preso con calma il paio di forbici rimaste sul mobile accanto a me, e mi sono subito impegnato nel tagliare la stoffa di questo maledetto grembiule. La mamma è tornata prima che riuscissi a manovrare le lame in modo efficace, e lei mi ha trovato così, in preda ad una estrema e razionale voglia di distruzione, dimostrando anche senza usare le parole le mie vere intenzioni riguardo all’asilo. Certe volte lei usa degli stratagemmi, tipo rammentarmi alcune fiabe mentre mi fa indossare il grembiule, e qualche volta è riuscita nell’intento di confondermi e farmi trovare già pronto per andare dalle monache. Per questo l’abito di stoffa che sono costretto ad indossare è diventato il mio vero nemico, considerando che la mamma non mi porterebbe mai all’asilo senza questa divisa.

Così ho iniziato a piangere in considerazione dei nervi che mi dà non essere riuscito nell’intento, ma la mamma si è mossa comunque a compassione ed ha deciso che per oggi non mi avrebbe lasciato alla scuola materna, ed io sarei potuto rimanere insieme a lei per tutto il giorno. Non so, non mi piace molto stare con gli altri bambini della mia stessa età, o perlomeno non mi piace starci quando sono in molti, confusionari, urlanti, per me che sono sempre piuttosto silenzioso, mentre se avessi attorno un solo compagno o due al massimo, allora le cose per me andrebbero già bene. In ogni caso quello che preferirei è starmene per conto proprio, avere tra le mani un piccolo giochino che lasci risaltare la mia fantasia e con questo baloccarmi senza necessità di altro, come se per la mia mente quello fosse un vero traghetto verso scenari immaginari che certe volte neanche capisco da dove possono giungere fino a me. La mamma non comprende i miei atteggiamenti, probabilmente perché mia sorella è una ragazzina molto socievole, di compagnia, che sa stare con tutti quanti e non si lamenta mai, riuscendo spesso a tenere l’attenzione degli altri accesa su di sé.

Non desidero cercare di assomigliarle, e quando i miei genitori continuano a ripetere che devo prendere spunto dai suoi modi e cercare di replicare le sue maniere come fossero degli esempi positivi di cui sentirmi perfino orgoglioso, piego subito la bocca in una smorfia, e pur senza replicare proprio niente mi convinco sempre più di non provare alcun desiderio di similitudine nei confronti di Loriana, pur restando profondamente colpito da qualche sua compagna di scuola che certe volte viene in casa nostra a studiare e a giocare con lei. Naturalmente tutte queste ragazzine, una volta giunte da noi, iniziano subito a coccolarmi come fossi un bambolotto, ed io in genere le lascio fare, anche perché non ritengo di avere una personalità talmente forte da tenermi distante da loro e dalle loro maniere. Ma in qualcuna di queste bambine grandi riconosco delle doti che non so neanche spiegarmi, come fossero talmente diverse dai miei modi fare e da quelli di mia sorella da risultare affascinanti ai miei occhi; perciò, generalmente mi metto da una parte e ne studio i comportamenti e le espressioni, misurando ogni parola ed ogni gesto con tutta l’attenzione che ritengo necessaria.  

Mia mamma allora, durante questi pomeriggi, prepara per tutti una tazza di cioccolata, e a me per uno strano paragone sembra che gli anni prossimi abbiano facilmente la possibilità di rivelarsi dolci e densi come questa crema che raccolgo con il mio cucchiaino di plastica celeste, lasciando attorno a me i risolini di gusto di queste bambine, insieme naturalmente ai sorrisi della mamma.

 

Bruno Magnolfi

domenica 9 agosto 2026

Sfuggire alla logica.


            La mamma è una persona buona. A noi due che  siamo i suoi figli non ci fa mai dei veri regali, però ha la capacità di farci divertire incoraggiandoci a trascorrere il tempo con delle cose semplici che ci troviamo intorno: un cestino da riempire con dei fiorellini spontanei, apparecchiare in modo preciso la tavola da pranzo, aiutare lei a togliere le punte ai fagiolini, tenere il conto dei tortellini o dei ravioli quando, alla mattina di qualche domenica, le viene la voglia per la gioia di tutta la famiglia di prepararli e cucinarli. Non si affretta mai quando deve fare delle cose, ma adotta un ritmo che è sempre come definito, e se guarda l’orologio, che difficilmente apprezza come oggetto, è soltanto per rendersi conto che oramai è quasi l’ora del pranzo oppure della cena. Appare sempre molto precisa nelle attività di cui si occupa, ed è estremamente orgogliosa della sua manualità, tanto che i suoi lavori di cucito, che appronta quasi quotidianamente, risultano sempre perfetti, curati in ogni dettaglio. E poi difficilmente si lamenta, ed è sempre disposta con pazienza a sistemare e riordinare tutte quelle cose che qualcuno della sua famiglia ha messo in giro, senza curarsi in seguito di riporle. Io e mio fratello qualche volta la vorremmo più affettuosa nei nostri confronti, ma lei di carattere non è proprio il tipo che si lascia andare a smancerie o a slanci sentimentali verso chiunque sia.

            La ritengo bravissima nelle attività che compie, ma in quelle che invece non le interessano molto riesce a mostrarsi riottosa oltre misura, fino a far comprendere a chi le resta intorno che non ha alcun desiderio di occuparsi di ciò che non le piace fare, pur senza mai dichiararlo espressamente. Generalmente quasi nessuno la chiama per nome, escluso nostro padre, ma anche lui soltanto in determinate e rare occasioni, e lei sembra non tenerci affatto al proprio nome, tanto da apparire quasi imbarazzata quando deve andare in qualche ufficio a firmare qualcosa e a dichiarare le proprie generalità. La zia, rispetto alla mamma, praticamente ha un carattere e dei modi fare che risultano il suo contrario esatto, e forse per questo motivo non mostra mai con troppa segretezza di non stimarla molto, e spesso evidenzia di reputarla una persona un po’ troppo rustica e poi poco socievole. Ma io non credo che la mamma sia proprio così, e penso invece che ci siano delle rivalità tra loro due che probabilmente non comprendo, forse perché i loro modi di vedere e di riflettere hanno delle radici molto antiche, e quindi nascondono dei dissapori nati chissà quanti anni fa.    

            <<Rachele>>, le dice a volte la zia con un tono che si comprende benissimo voglia essere insieme sia ironico che polemico; <<posso comprare delle caramelle a Loriana se ne ha voglia?>>, ben sapendo che può comprarmi tutto ciò che più desidera o che a me dia piacere, visto che tra me e lei teniamo da molto tempo un segreto per cui niente di quello che facciamo quando andiamo in giro nel paese lo riferiamo ad altri per intero. Quando poi rientro a casa certe volte conservo in tasca un dolcetto o due per portarlo a mio fratello Marco, a cui piacciono molto le cose zuccherate, e che normalmente è risaputo non attragga dalla zia tutte quelle attenzioni che invece sono dirette a me. Poi sono nell’altra stanza della casa quando mia mamma, rispondendo ad una domanda diretta della zia che le chiede, forse solo tanto per parlare, come stiano andando in questo periodo i miei risultati scolastici, sento rispondere qualcosa che mi lascia sbigottita: <<Loriana a scuola è persino troppo brava>>, dice con il massimo della serietà, ed ovviamente questa frase mi lascia sobbalzare. Che significa essere troppo bravi? C’è forse un limite oltre il quale non ci dobbiamo spingere? Si fa un torto a qualcuno se ci piace essere diligenti, studiosi, precisi, se ci impegniamo a fondo in quello che siamo chiamati a svolgere? Resto interdetta, non avrei mai pensato che il mio applicarmi a fondo nello studio delle materie di quinta elementare diventasse quasi un peso per la mia famiglia.

            Improvvisamente mi reputo praticamente offesa da questo giudizio: con ogni probabilità la mamma nel suo essere sincera ha voluto soltanto far comprendere alla zia quanto io sia una bambina a modo, una ragazzina che non prende mai le cose senza quella serietà di cui avverte il bisogno, e che non prova alcun sacrificio nel cercare quei risultati scolastici da prima della classe. Però, se risulto persino troppo in ciò di cui sono chiamata ad occuparmi, significa che creo un disagio, forse una disuguaglianza con chi, come ad esempio mio fratello Marco, che però sta frequentando soltanto la seconda elementare, probabilmente sarà costretto nei prossimi anni a rincorrere in qualche modo quegli stessi risultati, oppure addirittura disprezzare del tutto una carriera scolastica da primo della classe che forse gli sarà richiesta, nel confronto con sua sorella troppo brava. Mi riprometto di parlarne con mia zia, o forse no, visto che neanche lei con ogni probabilità dovrebbe essere in grado di comprendere il mio attuale ed improvviso stato d’animo. Non posso essere diversa da come sono, rifletto, e poi non sono così talmente brava da riuscire a sfuggire alla logica in cui mi sono immersa.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 7 agosto 2026

Bicicletta d'occasione.


            Fuori dal caffè ci sono soltanto i soliti due o tre individui seduti sulle seggioline di plastica a fumare e a parlare del più e del meno, oltre a snocciolare qualche commento sulle poche persone che transitano a piedi per il corso del paese a quell’ora di sera. All’interno del locale invece qualcun altro segue distrattamente un programma televisivo mentre sorseggia una bibita seduto ai tavolini rotondi, e quando lui entra e chiede al cameriere di preparargli un caffè ancor prima che il barista gli rivolga la domanda classica inerente alla propria consumazione che ritiene ovviamente obbligatoria, alcuni lo salutano, ma senza entusiasmo. Nella saletta, quando si affaccia sul retro del locale, adesso ci sono solamente un paio di persone in piedi che parlano del biliardo e di qualche tiro da fuoriclasse a cui hanno assistito una volta o quell’altra, ma è sempre così nei giorni alla metà di ogni settimana. Franco saluta con parsimonia, poi, senza preoccuparsi di trovare un aggancio, spiega, mentre sorseggia il caffè, che la sua bicicletta stasera si è messa a cigolare ad ogni giro di ruota in maniera del tutto smodata, tanto da attirare l’attenzione di ogni persona per strada, mentre pedalava nel tratto da casa sua fino a lì. <<Un rumore strano>>, dice ancora; <<quasi il lamento di un animale rimasto incastrato tra il rocchetto della ruota posteriore e la catena. Un passante mi ha anche detto a voce alta che era il carter che si era piegato, così io mi sono fermato, ho controllato la catena ed ho deciso di percorrere le ultime decine di metri a piedi, lasciando la mia bicicletta ad un angolo>>.

I presenti annuiscono, senza trovare niente da eccepire, ed infine lui dice ancora che forse potrebbero riempire il tempo con una piccola partita a goriziana su di un tavolo tra quelli presenti nella saletta, ed uno dei due tizi accetta pur senza entusiasmo quella sfida, mettendo in palio però soltanto una semplice consumazione al banco. Franco non conosce troppo bene il suo avversario, ma con calma sceglie la stecca più adatta, mette il gesso sopra al puntale, sistema i birilli e procede subito con il proprio tiro verso la sponda opposta, per decidere chi deve iniziare tra i due. La biglia dell’altro si avvicina maggiormente per alcuni centimetri, e così quello inizia a giocare procedendo con il primo tiro effettivo. Lui però riprende a parlare: <<sembrava che la mia bicicletta avesse da lamentarsi di qualcosa, come se tra i pedali la sua anima gemesse per qualche torto che posso aver fatto nei suoi confronti. Invece, riflettendoci meglio, credo che qualcuno abbia sferrato una pedata al carter mentre era ferma davanti casa mia, tanto da piegare il lamierino. Ma non saprei a chi possa venir voglia di commettere un atto del genere, forse un ubriaco, oppure uno sfaccendato che non trova niente di meglio da fare che prendersela con le cose degli altri>>. L’avversario sorride mentre sceglie la traiettoria da far seguire alla sua biglia, e dopo il suo tiro, abbastanza ben calibrato, chiede: <<ma è una bicicletta di marca, costosa, un modello che possa almeno suscitare qualche invidia?>>.

Franco si concentra sul panno verde, prende una pausa, riflette a lungo ed infine dice soltanto: <<ma no: è una bicicletta da nulla, non mi ricordo neppure come l’abbia avuta, forse me l’ha regalata un amico perché non sapeva che farsene; però è proprio questo il punto principale: se è un oggetto di nessun valore, mi domando, per quale motivo prenderlo a bersaglio delle insoddisfazioni di cui puoi soffrire?>>. Poi procede con un rinquarto leggero, visto che l’altro gli ha lasciato la propria biglia e il pallino dal lato opposto del panno e dei birilli, così adesso lui deve tirare dall’altro settore cercando di fare dei punti e mettere in eguale difficoltà l’avversario. Il tiro non riesce neppure troppo bene, ed in questo modo lascia all’altro giocatore la possibilità di tirare di calcio un tiro deciso così da abbattere quasi tutti i nove birilli. Lui assume una smorfia sul viso, come per rammaricarsi della sua sbadataggine, e comunque prosegue a giocare la partita lasciando diverse volte delle buone possibilità al suo avversario. <<Senza la mia bicicletta non saprei come fare>>, riprende a dire Franco, mentre il gioco prosegue sulla stessa falsariga, lasciando in breve tempo che la partita termini con una propria modesta sconfitta. <<Per la rivincita>>, dice adesso con un moto di orgoglio, <<potremmo giocarci però un paio di bigliettoni, sperando che la fortuna passi un po’ anche dalla mia parte>>.

L’altro naturalmente acconsente subito, e lui, con la sua calma quasi ironica, inizia a sfoderare dei tiri che prima non aveva messo in mostra, tanto da guadagnarsi subito un punteggio più alto dell’altro, fino al momento in cui la partita giunge al termine e lui può raccogliere i soldi del premio. <<D’altra parte>>, dice adesso guardando l’altro negli occhi e come concludendo il suo ragionamento, <<se dovessi acquistare un’altra bicicletta perché quella che possiedo ormai è fuori uso, mi ci vorrebbero sicuramente diversi quattrini, persino se per combinazione ne trovassi una d’occasione. Perciò anche questi soldi mi occorrono proprio>>.

 

Bruno Magnolfi

martedì 4 agosto 2026

Dentro l'ascensore.


            Finalmente, con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura. Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani, che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo, si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.

            In casi diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi addosso.

            Per nessun motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa servirmi ogni volta.

            In qualche caso il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari, ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della cabina dell’ascensore.

 

            Bruno Magnolfi  

venerdì 31 luglio 2026

Bei tempi.


            Con la nonna andiamo a camminare lungo la strada principale del paese, tenendole la mano io da un lato e mio fratello Marco dall’altra. La mamma ci ha vestito a festa, è una domenica di primavera inoltrata e noi siamo contenti di farci vedere dai nostri concittadini che si fermano a salutare la nonna e a fare i complimenti a noi due. Mio fratello ha soltanto tre anni e mezzo, ed è un po’ buffo e cicciottello, sempre accigliato, con i capelli corti a spazzola sopra la sua testa, e porta un paio di calzoncini corti con le ginocchia in vista anche se la temperatura dell’aria non è neppure troppo alta. Però oggi c’è il sole, e a me hanno messo sulla testa un cappello a larghe tese, tanto che mi sembra di apparire come una signora del bel mondo così abbigliata, nonostante non sappia ancora che cosa questa espressione significhi con precisione. Poi ci sediamo sopra ad un basso muretto, e la nonna insiste per farci fotografare da un tizio con la cravatta che sta lì ad aspettare dei clienti sia per immortalarli con lo sfondo della vallata verde e collinare all’intorno, sia con le mura di antiche pietre gialle che circondano l’abitato in quella zona. Negli anni a seguire questa foto in bianco e nero sarà l’unica di quel periodo che ci ritrae insieme, a me e al mio fratellino.

            Con lui cerco sempre di essere protettiva, come continua a ripetermi la mamma, così cerco spesso di prenderlo per mano e di guidarlo verso un luogo oppure l’altro, anche se lui non sembra mai contento di avere la mia presenza intorno a dirgli cosa fare, dove andare, e come comportarsi. Infine, ci sistemiamo per bene, ed anche se la nonna vorrebbe che si stesse più vicini in un gesto di unità familiare tra di noi, in realtà ognuno sembra stare là seduto un po’ per conto proprio, senza alcun atteggiamento che potrebbe apparire appiccicoso e anche un po’ falso. Il fotografo sistema con calma il cavalletto a tre zampe sul selciato e poi ci osserva a lungo attraverso l’obiettivo del suo macchinario, fino a quando finalmente si decide a far scattare qualcosa di quel suo meccanismo e così noi finalmente siamo liberi di tornare a muoverci come più ci piace. La nonna è una persona buona e forse piuttosto sempliciotta, come dice la mamma: le piace molto portarci in giro per Volterra e fermarsi a chiacchierare con tutte le persone che conosce, anche se a noi vengono a noia le sue lungaggini piene di discorsi poco importanti e secondo me solo di circostanza. Quando torniamo a casa sua, apre sempre una scatola di latta dove tiene dei biscotti, e ce ne offre uno o due, come se costituissero la cosa più preziosa che possiede.

            A lei piacciono molto le fotografie; dice che servono per ricordarsi in seguito di qualche momento particolare o di certe situazioni più piacevoli. A me non piace per niente stare in posa ad aspettare che qualcuno faccia scattare il congegno per quei ritratti che la nonna quasi ci costringe a farci fare, e a mio fratello penso anche di meno, però non ci opponiamo mai perché immaginiamo che un motivo piuttosto importante per sottoporci a questa attività così noiosa ci deve pur essere, o almeno così crediamo. Poi la nostra passeggiata con la nonna prosegue fino a quando lei ci fa servire in un locale un piccolo cono gelato che presto inizia a sciogliersi e naturalmente ci imbratta tutte le mani di cioccolato e anche di crema. Così andiamo ad una fontanella e ci ripuliamo per bene, con l’aiuto di un provvidenziale fazzoletto e di tanta pazienza. Marco non si lamenta, a lui basta essere lasciato in pace, ed anche se si fa fare tutto ciò di cui ha necessità, si comprende benissimo la sua scarsa tolleranza per ogni attività che a lui è richiesta.

            La nonna a volte ci parla di un cane che possedeva quando era più giovane e noi non c’eravamo ancora, un piccolo cane bianco molto intelligente e sveglio, e a noi forse dispiace non averlo conosciuto, anche se siamo molto contenti quando ce ne parla. Però si vede che a lei dispiace tanto ricordare quando morì per uno stupido incidente. Perciò non insistiamo a farle delle domande o a chiederle ancora cosa lui facesse e come si comportava, perché a lei piacciono tanto gli animali, e si vede che ci soffre quando soffrono loro. Dietro casa sua ha un piccolo giardinetto dove tiene una gabbia enorme per allevare tutti gli uccellini che cadono dal nido ed ancora non riescono a volare. Tutti coloro che la conoscono portano a lei questi animaletti, perché sanno che ci sa fare, e con lei sono senz’altro in mani buone. Difatti li cura, li accudisce, e se si accorge che per qualche motivo stanno malvolentieri nella gabbia dove li tiene, allora li lascia liberi, e sembra ci sia stato qualcuno che addirittura è tornato indietro a farle visita, almeno così racconta lei. La nonna è molto affezionata a mio fratello Marco, forse solo perché quando era giovane ha avuto soltanto figli maschi, e quindi adesso probabilmente lui le ricorda i bei tempi passati.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 28 luglio 2026

Intemperanza.


            Certe volte si soffermava a guardare lontano. Non che avesse nella testa delle grandi idee da elaborare, però gli piaceva in quei casi perdersi in qualcosa che non riusciva mai del tutto a identificare e immaginare, come se una spessa foschia scendesse ad inebriare la sua mente e lo tenesse all’interno di una specie di ovattata intimità. In alcuni casi non era neppure troppo contento quando qualcuno, per un motivo o per l’altro, lo interrompeva in quella totale inattività, magari chiamandolo per nome o semplicemente toccandogli un braccio e riportandolo così all’improvviso alla cruda realtà. Gli altri a suo parere non avrebbero mai potuto comprendere che cosa c’era di così importante per lui nell’osservazione di quel punto lontano, addirittura oltre qualsiasi curiosità per tutte quelle persone che generalmente conosceva e frequentava. Probabilmente non avrebbe saputo spiegarlo a parole neppure a sé stesso, però era come se lui si sentisse sicuro che laggiù c’era il proprio rifugio personale, una tana segreta in cui riparare ogni volta che per qualche motivo ne avvertiva la necessità. Sorrideva, tornando di colpo nel mondo reale, come per togliere ogni importanza al suo sguardo perso nel niente, e forse per dimostrare a chiunque che il suo era soltanto un momento di debolezza, praticamente una semplice e sciocca riflessione mentale di nessuna importanza.

            Gli piaceva peraltro stare in compagnia delle persone che più conosceva, prendere in giro qualcuno usando delle espressioni composte generalmente da poche parole, e se era il caso diffondersi in spiegazioni sui propri ricordi di un passato recente o sulle cose che maggiormente conosceva, tutti elementi che però riuscivano spesso efficaci nel mettere in mostra per confronto i piccoli difetti o le semplici convinzioni di qualcuno tra quanti lo stavano ad ascoltare. Non rideva quasi mai, eppure gli piaceva quando qualcuno comprendeva appieno le sue battute di spirito e si lasciava andare a qualche risata sguaiata. Con sua moglie, quando erano soli, si faceva generalmente più serio, e quando qualche volta gli veniva da esprimere una battuta di spirito a lei particolarmente gradita, la lasciava ridere a lungo compiacendosi della propria dote di intrattenitore e di umorista pur senza mostrarsi mai troppo come tale. Anche sul lavoro oscillava regolarmente tra la leggerezza di qualche espressione simpatica e la serietà sempre richiesta per affrontare con impegno i propri compiti.

            Rispetto alle persone più estrose che conosceva e che frequentava, secondo lui alcuni erano criticabili sempre e comunque in un modo piuttosto palese, pur senza mai esagerare, tanto da usare addirittura delle parole un po’ ironiche per definire questo individuo di turno oppure quell’altro, ma per coloro che invece per qualche motivo si salvavano dal suo giudizio inflessibile e un po’ tagliente, si mostrava persino attratto e affascinato da certe loro maniere di essere e di comportarsi. La sua critica il più delle volte appariva fine e leggera, evidenziando anche l’uso costante di un certo sarcasmo, ma nel momento in cui era lui stesso ad essere attaccato dallo spiritoso giudizio di altri, allora si prestava malvolentieri a questo gioco, sottraendosi rapidamente ai discorsi che lo riguardavano con una scusa o con l’altra. Non gli piaceva mai stare troppo sulla difensiva, e in tutti quei casi era solito cambiare rapidamente discorso oppure allontanarsi decisamente dal gruppo di amici che lo stava prendendo di mira. Mostrava il suo solito sorrisetto disimpegnato, certe volte, come a togliere qualsiasi importanza agli argomenti forniti per ridere alle sue spalle, evitando in questa maniera di dare ulteriore spago a tutti coloro che provavano il desiderio di prenderlo in giro.

            Generalmente non gli piaceva camminare per strada da solo come a mostrarsi un po’ sfaccendato, e in ogni caso, nel momento in cui attraversava le strade e i marciapiedi della sua cittadina, si fermava volentieri a scambiare qualche parola con chiunque gli sorridesse o lo salutasse, come ci fossero sempre in ballo con qualcuno delle cose importanti di cui trattare, nonostante ogni incontro fosse naturalmente del tutto casuale. Certe volte parlava di politica con tre o quattro amici, pur in maniera superficiale, e i suoi argomenti erano spesso sviluppati con certe parole e con delle espressioni a suo parere del tutto oggettive, come se la propria opinione fosse già stata approvata preventivamente da un ente superiore a lui stesso, e che quindi non fossero permesse delle grandi disapprovazioni. Le sue frasi parevano a volte quasi inclassificabili, ed il proprio parere in questa maniera sembrava quasi sfuggire da ciò che diceva. I presenti lo interrompevano naturalmente con le proprie opinioni, ma lui subito dopo proseguiva con tono obiettivo, come per dimostrare che la semplice verità di cui si faceva portatore era addirittura al di sopra di qualsiasi altro argomento.

            Qualcuno, qualche volta, alzava le spalle, oppure faceva anche un gesto di intolleranza nei suoi confronti, ma in quei casi lui quasi mai interrompeva il proprio argomentare, insistendo ancora sui medesimi concetti, pur senza mai alzare la voce o dare segni di intemperanza, atteggiamenti che in qualche caso capitavano invece a chi discuteva con lui, mostrando a tutti la debolezza di perdere facilmente le staffe di fronte ai suoi modi.  

 

            Bruno Magnolfi