sabato 26 settembre 2026

Tutto benissimo.


            Certe volte mi pare di aver sbagliato tutto. Pedalo come sempre con una certa forza sulla mia bicicletta, e intanto penso che se fossi stato maggiormente stimolato negli anni in cui l’entusiasmo che non mi mancava mai per le cose che era possibile fare e quelle comunque da affrontare, probabilmente sarei stato capace di migliorare di gran lunga la situazione in cui mi sono venuto a trovare. Non avrei mai voluto vivere una vita da mediocre, ma il fatto è che avrei avuto bisogno di avere al mio fianco una persona capace di sostenere almeno alcune delle idee che avevo in testa, e ricevere così quella spinta che mi è sempre mancata, invece di avere nel cambio soltanto dei sorrisetti oppure dei silenzi tutte le volte che parlavo delle mie prospettive più o meno realizzabili, come se qualsiasi cosa avessi mai potuto tirar fuori dalla mia testa fosse solo destinata per sua natura ad essere giudicata assurda o irrealizzabile, e persino che il semplice pensare e riflettere sopra a delle cose di quel genere fosse solamente una spudorata perdita di tempo. Naturalmente non ho mai parlato con nessuno di questa mia convinzione, anche se poco per volta ho dovuto cercare in me stesso delle soluzioni che in qualche modo fossero almeno adeguate al mio modo di essere.

            Mia moglie è indubbiamente una brava donna, incapace di avere idee strampalate oppure inadatte per una famiglia come la nostra, però non è mai stata capace di darmi un minimo di sostegno tutte le volte che ho sentito la necessità di un qualsiasi parere su qualcosa che mi sembrava importante o almeno interessante. E mentre penso tutto questo, rallento la pedalata iniziale della mia bicicletta, e infine mi fermo del tutto, come per sistemare qualcosa dell’assetto generale sopra le due ruote. Forse è sempre stata un po’ anche colpa mia, rifletto, che probabilmente non sono stato in grado di spiegarle in maniera maggiormente adeguata quali fossero le mie idee e quali gli sviluppi per qualche decisione importante pur solo immaginata nella speranza di un appoggio morale da lei. Dando retta alla sua maniera di vedere le cose però probabilmente non avremmo neppure cambiato mai la nostra abitazione, lasciando che le abitudini prendessero il sopravvento sopra a quei piccoli miglioramenti e a quelle importanti variazioni, peraltro adeguate anche alla crescita dei nostri figli, a cui siamo stati capaci di andare incontro, senza parlare delle comodità per tutta la famiglia riscontrate a seguito dei vari traslochi. Non so perché, ma Rachele è una persona che si adatta molto lentamente alle cose che ha più vicino, e poi non desidera in nessun caso cambiare ciò che per lei è ormai assodato.

            Non mi lamento, soltanto mi rendo sempre più conto che le cose stanno esattamente in questo modo, e che non posso certo sperare di cambiarle da ora in avanti. Intanto riprendo a pedalare, proprio mentre sono sempre più convinto che forse potrei acquistare per me una bella motocicletta, come peraltro hanno fatto molti amici che frequento e che si trovano benissimo, visto che in fondo ho già messo dei soldi da parte proprio per questo. A me farebbe molto comodo e risparmierei senz’altro parecchio tempo per gli spostamenti, ma una spesa di questo genere, anche per un acquisto di seconda mano come già ho immaginato, non credo proprio sarebbe apprezzato da mia moglie, verso la quale mi sono quasi rassegnato a darle questa informazione a cose ormai avvenute, senza neanche cercare da lei quell’apprezzamento che forse in fondo potrei desiderare ed auspicare da parte sua. Peraltro, non sono neppure sicuro che lei possa mai sedersi insieme a me su quella sella per andare da qualsiasi parte: probabilmente assumerebbe l’atteggiamento solito di indifferenza per questo acquisto a due ruote, e semplicemente tollererebbe appena il fatto che io possa prendermene cura usandola allo stesso modo di come adesso proseguo ad usare questa usatissima bicicletta.

            Mi ci ha portato mia moglie in questa situazione, non posso fare altro, ed anche quando ho trovato a poco prezzo un triciclo per nostro figlio Marco, l’ho acquistato e via, senza sentire il parere di nessuno, e in questo modo mi sono immediatamente reso conto che era proprio la scelta giusta per il bambino, al punto che in poco tempo si è talmente attaccato a questo piccolo regalo che sembra non avere mai voglia di scendere da quel suo giocattolo. Ecco, lei a volte guarda suo figlio e forse pensa come me che era proprio quello che ci voleva per lui, ma non riesce assolutamente a dirlo, come se conservasse delle riserve su scelte di quel genere, dettagli che alla lunga logorano qualsiasi ulteriore desiderio, nonostante sempre più spesso mi sia ritrovato a non considerare i suoi sguardi perplessi e i suoi silenzi. Rachele, riconosco sia bravissima nell’occuparsi di tutte le cose quotidiane della nostra casa e di tutta la famiglia, fino al punto di sacrificarsi in prima persona quando qualcosa presenti necessità di impegno e di grande dedizione, e di questo devo assolutamente dargliene atto; e forse alla fine devo riconoscere che va bene anche così, perché le cose non potrebbero proprio andare meglio di come in questo periodo stanno realmente andando.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 23 settembre 2026

Prima di allora.


            Non era trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni. Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada, ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.

            Nei giorni successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile, certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal digerito per le sue evidenti scomodità.

            Così archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.

            Mi avrebbe procurato un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente, pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel momento.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 19 settembre 2026

Indubbio talento.


            Ormai avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.

Tornare a vedere le onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.

Allora entrammo nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.

Stavamo riflettendo se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala, mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse quella conclusione.

Invidiai quella persona, ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.

 

Bruno Magnolfi

martedì 15 settembre 2026

Tanti ingredienti.


Il trasloco da una casa all’altra fu quasi una festa, e al contrario di provocare un trauma per qualcuno della famiglia, come forse ci si sarebbe anche potuto aspettare, tutti alla fine apparvero piuttosto contenti e soddisfatti. Molte soluzioni sembravano trovare nel cambio di quartiere una vera giusta collocazione, e soprattutto i due bambini si mostrarono subito in grado di ricevere un profondo impulso per una crescita piena di stimoli all’interno di un ambiente assolutamente più adatto alla loro età, anche se non era stato questo il motivo principale della variazione domiciliare di tutta la famiglia. Rachele comunque sembrava anche lei piuttosto soddisfatta, pur essendo inizialmente rimasta vagamente preoccupata da tutti quei piccoli cambiamenti inevitabili, esattamente come da sempre le dettava il suo stesso carattere, soprattutto per quello che nei fatti comportava lo spostamento da un appartamento ad un altro che nella sostanza era molto differente, e quindi al mancato ritrovare i propri vissuti luoghi e le personali abitudini. Certo, l’affitto mensile per quella casa nuova risultava maggiore di ciò che avevano pagato fino ad allora, ma suo marito Franco le aveva detto che le cose stavano andando piuttosto bene per il suo lavoro, e che non c’era troppo da preoccuparsi almeno sotto quel profilo. Gli spazi in più erano comunque una manna per tante di quegli oggetti che la famiglia si trovava regolarmente a mettere da parte, ed il giardinetto con le aiuole era perfetto per prendersi qualche minuto di riposo durante la giornata. Marco aveva poco più di cinque anni, e Loriana circa otto, l’età giusta in ambedue per ritrovarsi all’interno di un ambiente stimolante e variegato.

            La vasta cantina a cui si accedeva da una scala esterna sul retro della casa, sembrava fatta apposta per alcuni giochi dei bambini e per stipare la legna che serviva ad alimentare la cucina economica nella stagione fredda, e sopra agli scaffali lungo le pareti trovavano posto anche gli oggetti meno usuali ma potenzialmente utili che dentro ad un qualsiasi appartamento avrebbero solamente ingombrato e nient’altro. Persisteva, in quelle poche stanze, una vaga sensazione di libertà quasi inspiegabile, forse fornita soprattutto dalla possibilità di utilizzare due ingressi per il piccolo appartamento al piano rialzato: uno principale posto a bordo strada sulla facciata della villetta ad un piano, abitata al livello superiore da un’altra famiglia; ed un altro molto più alla mano, e molto più utilizzato da tutti loro, situato sul retro, dal quale si accedeva direttamente nella cucina. Franco in breve tempo aveva apportato tutte le modifiche che servivano per abitare in modo adeguato la nuova casa, ed anche il fatto, almeno per i mesi invernali più freddi, di poter parcheggiare e coprire all’interno del piccolo cortile col pavimento in cemento la sua motocicletta acquistata di seconda mano, gli concedeva una certa rilassatezza. La mobilia restava sostanzialmente quella essenziale che la loro famiglia aveva già nella vecchia casa, ma un nuovo frigorifero era giunto presto nella cucina a dare prova della sua utilità poco dopo quei primi giorni di definitivo insediamento.  

            La zia disse che la casa le piaceva, e non era scontato per una come lei esprimersi in senso positivo a riguardo di certi argomenti, mentre il nuovo vicinato si mostrò subito abbastanza cortese e accogliente, al punto di invitare Rachele e suoi figli nelle proprie case per prendere un caffè o un succo di frutta. Nel giro di poche settimane, perciò, tutto quanto prese un andamento di grande normalità, e a nessuno della famiglia venne mai a mente di rimpiangere qualcosa della vecchia abitazione, se non la normale nostalgia per un luogo che aveva visto poco per volta la loro famiglia prendere vita. La scuola per Loriana rimaneva leggermente più distante rispetto al vecchio domicilio, anche se tutto sommato paragonabile a prima, ed invece adesso l’asilo che aveva frequentato Marco pur soltanto qualche volta e con una certa riottosità, era senz’altro piuttosto fuori mano nei confronti della nuova abitazione, tanto che questa fu per lui la scusa definitiva per non andarci più. Iniziò così a trascorrere le mattinate insieme alla mamma, recandosi con lei sia al mercato, nel giorno settimanale in cui si svolgeva, oppure nei negozi di generi alimentari più vicini alla loro casa, divertendosi sia ad ascoltare in silenzio gli scambi di espressioni tra i clienti e i venditori, sia ad osservare con attenzione i larghi gesti di tutti questi. Facilmente venivano incontrate facce note o abbastanza familiari sui marciapiedi o lungo le strade della cittadina, e l’unica cosa fastidiosa per Marco in quelle circostanze era la solita domanda diretta proprio a lui riguardante l’evidente assenza da scuola.

            Lui non rispondeva, e si stringeva sempre in questi casi alla mamma, così da lasciar rispondere lei al proprio posto, come se il proprio comportamento fosse solo dato dall’obbedienza a delle direttive precise della sua famiglia. Il momento più bello arrivava una volta tornati a casa, quando la mamma poneva sul tavolo le verdure, il pane, e tutti gli altri acquisti per la preparazione del pranzo. A Marco gli piaceva molto aiutarla, e così con una certa precisione si dava il giusto daffare nello sbucciare qualche ortaggio, o nel mescolare tra loro nella pentola i tanti ingredienti.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 12 settembre 2026

Senza soluzioni.


            <<Oggi è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa, dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso, il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia, e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso delle opinioni.

            <<Vedi>>, continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato. Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>. Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.

            L’altro adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>, dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.  

            Quando giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta, ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>, dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi