Il vecchio
appartamento in cui erano nati i due fratelli era ubicato al primo piano di una
piccola costruzione molto modesta, che sulla facciata presentava un terrazzino
talmente stretto che non era possibile neppure sistemarci una semplice sedia
per comodità. Certe volte, nei pomeriggi più caldi e svogliati, i due bambini però
si appoggiavano volentieri alla robusta ringhiera, e sbirciavano le poche
persone che percorrevano i marciapiedi sottostanti, misurandone il passo, l’abbigliamento,
l’espressione; oppure osservando sempre con un certo interesse le scarse
vetture che transitavano sferragliando lungo la strada, scommettendo di
indovinare della prossima il colore della carrozzeria. Ogni sera passava da lì un
largo carro fatto di legno e trainato da un cavallo, con il pianale libero,
senza alcuna sponda, e con il conducente seduto là sopra senza un posto esatto
dove posizionarsi, ma con le redini fermamente strette tra le mani. Il carro
non produceva quasi rumore avendo le quattro ruote tutte gommate, forse asportate
in precedenza da un mezzo motorizzato, ma il cavallo, enorme e muscoloso, con
le robuste zampe pelose e gli zoccoli larghi come dei vassoi, produceva un
fortissimo rumore ritmico sopra il selciato, tirando a sé quel carro a cui era
legato, ma senza mostrare alcuno sforzo. Ormai a quell’ora del pomeriggio, sopra
a quel grande barroccio, non c’era già più niente, se non quell’uomo seduto con
le gambe che penzolavano dal pianale e forse qualche tavola di legno lasciata
là sopra, però la mamma un giorno aveva detto a loro due che quello era il
carro che trasportava le enormi bobine di carta dalla fabbrica dove venivano
prodotte fino alla stazione ferroviaria, dove poi venivano caricate con dei
sollevatori fin dentro i vagoni per le merci.
I due
bambini osservavano sempre con grande attenzione quel passaggio dalla loro
strada, ed immaginavano facilmente quel cavallo possente nel suo impegno di ogni
mattina nel tirare il pesante carico di carta pronto per essere spedito su un
treno che poi filava chissà dove, forse in una città lontana, in un posto dove ogni
giorno venivano stampati dalle macchine quei giornali che venivano distribuiti
dappertutto. Quel cavallo color zenzero rivestiva con la sua muscolatura un
ruolo sicuramente fondamentale in tutta quella operazione, e quando loro due
pensavano al loro padre che la domenica acquistava nell’edicola uno di quei semplici
quotidiani dalle pagine enormi e la scrittura fitta, pareva quasi impossibile che
la sua leggerezza di normale carta potesse paragonarsi al peso che si
moltiplicava nelle bobine sopra a quel pianale. Invidiavano quell’uomo sicuro
di sé che con grande facilità indicava la velocità e la direzione giusta al suo
cavallo, e per trasferimento dell’idea, sembrava anche lui stesso un uomo
forte, deciso, grande, quasi un gigante capace di incredibili prodezze, epperò
così sensibile da vivere quasi in simbiosi con il suo animale.
I due
bambini osservavano tutto questo restando sempre in religioso silenzio, quasi
per non disturbare quel passaggio appena sotto di loro, e quando quel mezzo di
trasporto svoltava alla curva in fondo alla strada e spariva alla vista, loro
due immaginavano di seguito il suo percorso ancora da compiere, fino a quando riusciva
ad arrivare a quella cartiera di fianco al fiumiciattolo d’acqua dove la
produzione sembrava non arrestarsi mai, tanto da far svolgere il lavoro agli
operai in molti turni diversi, proprio per riuscire a soddisfare tutte le
esigenze di carta delle tipografie e delle stamperie di chissà dove. Terminato
quel passaggio rumoroso di zoccoli e di fatica la strada ripiombava di nuovo nel
suo silenzio naturale, anche se c’erano a volte delle serate, quando ormai il
cielo era già scuro, in cui si vedevano e soprattutto si sentivano passare due
o tre uomini ubriachi a piedi che si sostenevano l’un l’altro, cantando con voci
stonate e in coro qualche ritornello alla moda, mentre con il loro passo
malfermo e ondivago si dirigevano probabilmente verso qualche altra bettola
dove proseguire a bere, prima di rientrare chissà quando e in quali condizioni nelle
loro case.
Infine,
giungeva il babbo, a quell’epoca in sella ad una bicicletta grigia, stanco di
una giornata di lavoro e di chissà quante persone incontrate durante tutte
quelle ore, e ai due bambini pareva la conclusione e il coronamento di qualcosa
di importante, mentre la mamma aveva messo già sopra al fornello qualcosa per
la cena, ed il profumo di verdure bollite si spandeva inevitabilmente
dappertutto. Allora il finestrone che dava sopra al terrazzino veniva subito richiuso,
e tutto nelle stanze della casa assumeva un assetto differente, fatto adesso di
intimità, di calma, di piccole domande poste a completare gli aggiornamenti
rimasti ancora in aria, di saluti soprattutto, e qualche volta anche di
sorrisi. Non ci voleva molto: loro padre si lavava le mani, si cambiava la
camicia, le scarpe, gettava qualche sguardo esauriente attorno a sé, e poi alla
fine si sedeva al tavolo della cucina, mentre la radio gracchiante in
sottofondo spiegava qualcosa di quanto stava accadendo da qualche altra parte, oppure
intratteneva tutti semplicemente con della musica piacevole.
Bruno
Magnolfi