mercoledì 15 aprile 2026

Tra loro due.


            Le due donne, durante le rare volte in cui si incontrano in assenza d’altri, sembra quasi che parlino dei linguaggi differenti, probabilmente nel tentativo per ognuna di restare sempre un po’ distante dall’altra. Lei non pone mai delle domande dirette, ma se lo fa è soltanto per affrontare degli argomenti piuttosto scontati, sui quali non attende mai dall’altra una vera risposta chiarificatrice, ma soltanto una conferma dell’opinione che già trattiene in sé, e che conosce da tempo. Di fatto non si assomigliano per niente anche se sono due sorelle, forse perché sono soltanto delle sorellastre, partorite dalla medesima madre ma da due padri diversi, e probabilmente, per tutto il tempo da quando sono nate fino adesso, hanno cercato in loro stesse quella differenza sostanziale che è sempre apparsa non soltanto nelle proprie diverse fisionomie, e che loro intendono continuamente evidenziare. <<Come va il lavoro?>>, chiede lei in maniera poco interessata, giusto per fare della conversazione, mentre versa il caffè nelle tazze dando le spalle all’altra che sta seduta al tavolino senza neanche guardarla. <<Piuttosto bene>>, risponde infine la sorella dopo una pausa, <<anche se in questo periodo pare che ogni giornata in ufficio porti con sé qualche grossa novità. Sembra adesso che il segretario comunale sia implicato in qualcosa di poco chiaro, e che per questo motivo sia già pronto a dare le proprie dimissioni. Sarebbe un bel guaio dopo tutti questi anni in cui abbiamo lavorato assieme, soprattutto per il metodo di lavoro che ovviamente dovrà essere totalmente rivisto>>.

            Lei si siede, dopo aver appoggiato un piccolo vassoio con le tazze sopra al tavolo, poi sorseggia il proprio caffè senza neppure tentare di commentare o porre altre domande. <<Marco è sempre così pallido, così debole>>, dice invece all’improvviso, come se quello fosse l’argomento che mette in second’ordine ogni altro discorso. <<Sono convinta che prima o dopo avrà una ricaduta della sua malattia, ed anche se abbiamo cercato di attenerci a tutte le prescrizioni che i medici ci hanno imposto, non mi pare proprio che stia crescendo in una maniera priva di problemi. <<Loriana resta sempre volentieri da me>>, dice invece l’altra, forse per tranquillizzare la mamma e lasciarla ancora totalmente libera nel dedicarsi anche mentalmente quasi del tutto al proprio figlio maschio, nonostante sappia benissimo che è ancora in atto una certa gelosia nei suoi confronti per quella situazione che si è creata, quando lei ha dovuto seguire totalmente il proprio bambino nei suoi trascorsi ospedalieri. <<È brava, studiosa, obbediente, ed ha compreso perfettamente che questo è stato un periodo un po’ difficile per tutta la famiglia, per cui non chiede altro che starsene tranquilla a fare le sue cose. Un paio di volte, in questi mesi passati, l’ho portata in ufficio con me, durante il pomeriggio, quando dovevo sistemare qualcosa, e lei non si è lamentata neppure una volta, sorridendo sempre al sindaco e a tutti gli altri impiegati. E poi si è abituata facilmente a me e ai miei modi>>.

            A lei bruciano discorsi del genere, e sa perfettamente che sono buttati lì quasi a farla sentire inadatta nello svolgere il suo ruolo di madre nei confronti di Loriana, ma lascia che quelle parole cadano nel nulla, senza dare affatto un seguito a ciò che possono significare. Sa benissimo che se ci fosse da riportare in ospedale il suo Marco, sua figlia rimarrebbe di nuovo totalmente nelle mani della zia, e questo è l’elemento forse più doloroso di tutti gli altri, proprio perché unito al fatto che quel tipo di rapporto che si è instaurato tra la bambina e la sua zia sarebbe di nuovo assolutamente necessario, considerato che al momento pare impossibile fare a meno del suo aiuto. <<Anche Marco è bravo e paziente>>, dice alla fine mentre sistema le tazze ormai vuote sopra a quel vassoio, per andarle ad appoggiare sopra al lavello. <<Considerato quello che gli è toccato di sopportare fino adesso, credo che non gli si poteva chiedere di più>>. L’altra resta in silenzio, quasi come se i due figli di sua sorella non fossero uguali nipoti ai suoi occhi. A lei dispiace anche questa disparità di sentimenti, ma pure di tale argomento preferisce non parlare.

            Quando infine si alza dal tavolo, anche l’altra si mette subito in piedi, ed è proprio in quel preciso momento che i due fratelli, invitati quel pomeriggio a giocare da una bambina del vicinato, rientrano in casa. Per Loriana ci sono subito dei baci e delle carezze da parte della zia, per Marco soltanto un piccolo gesto di carineria che come sempre non passa inosservato da parte della mamma. <<Adesso andate a lavarvi le mani>>, dice subito loro come per ristabilire le regole auree della famiglia, e la zia dice subito con disinvoltura che avrebbe pensato di portare la bambina in un certo negozio, dove ha notato un vestitino che dovrebbe andarle a pennello. Loriana dice in fretta con entusiasmo che lei è subito pronta, e a sua madre non resta altro che assentire a quanto praticamente già deciso, anche se spiega come sia il caso di tornare un po’ prima del rientro di suo padre, in modo da dare un aiuto a lei nel preparare la cena e apparecchiare anche la tavola. Poi le due sorellastre si salutano di fretta, come sempre hanno fatto, senza scambiarsi alcun complimento particolare, proprio ad avvalorare, una volta di più, quella distanza che rimane forse irremovibile tra loro due.    

 

            Bruno Magnolfi 

giovedì 9 aprile 2026

Cosa mi è capitato.


            È ancora presto quando si accendono tutte le luci del padiglione pediatrico e gli infermieri iniziano nei corridoi a parlare a voce alta scambiandosi informazioni e battute spiritose. È proprio il momento, ma certamente solo per chi ci riesce e quindi se lo può permettere, di tirarsi le coperte del letto fin sopra gli occhi e proseguire a dormire, o almeno a tentare di farlo, ignorando per qualche minuto la grande macchina ospedaliera che di colpo si riavvia, producendo le cose di ogni giorno, con una ripetitività quasi estenuante. Da me stamani vengono invece due barellieri con una lettiga di acciaio sulle ruote, e attendono pazienti che un’infermiera mi accompagni nel bagno a lavarmi e a sistemarmi, per poi probabilmente portarmi in qualche stanza a fare chissà quale esame, così almeno io immagino, visto che nessuno parla e che quindi non so niente di ciò che mi attende. Una suora vestita di bianco si avvicina cauta e mi sorride, ma non so interpretare in nessun modo questo suo gesto, così non chiedo niente a nessuno neppure adesso, e lascio che il mio corpo venga adagiato sulla lettiga senza opporre alcuna resistenza, sperando di tornare in fretta dentro il mio letto. Si percorrono diversi corridoi, si sale dentro al vasto ascensore, ci si muove all’interno dell’edificio come se ci fosse da cercare una difficile soluzione ad una serie di problemi complessi, ed io chiudo gli occhi cercando di godermi questi momenti di semplice trasferimento verso chissà dove.

            Ala fine del tragitto si entra in un ambulatorio piuttosto piccolo e per un posto solo, pieno di strumenti elettronici e con diverse porte vetrate, ed io vengo sistemato sopra un letto leggermente inclinato con un forte odore di prodotti disinfettanti. Se ne vanno i barellieri, ed arrivano tre o quattro medici dal camice bianco che iniziano, con l’aiuto anche di un infermiere, a cercarmi le vene dei bracci per inserire i loro aghi allacciati ai tubi trasparenti. Naturalmente urlo e mi divincolo, non sopportando affatto di dover accettare quanto mi viene inflitto, così mi immobilizzano immediatamente e mi fanno subire le loro torture senza nessuna possibilità di ribellione. Poi uno dei medici mi spiega che ci vuole pazienza, e che tutto al momento viene portato avanti solamente per il mio bene, ma a me sembrano parole insignificanti e così mi ritrovo la faccia bagnata di lacrime per quel ritrovarmi in balia di flebo, di aghi e di strumenti elettronici. Le cose vanno avanti, anche se mi dicono con fare imperioso che non devo muovermi per nessuna ragione, e che se mi venisse la voglia di urinare posso farlo tranquillamente visto che mi hanno applicato uno strumento, per me dolorosissimo, che però mi permette di riempire delle provette già pronte per qualsiasi tipo di analisi. 

            Il tempo trascorre molto lentamente, tanto che non riesco a capire che cosa mai debba ancora accadere, e quando uno dei medici si avvicina a me per controllare qualcosa, mi viene subito da digli con le lacrime agli occhi che fra poco dovrebbe arrivare la mamma, e che probabilmente si potrebbe preoccupare non trovandomi nel solito letto. <<Oggi tua madre non viene>>, dichiara il medico con voce inespressiva e senza guardarmi, come se ci fosse un piano già concordato per scatenare in me tutto il dolore che posso riuscire a provare in una volta soltanto. Rifletto, subito dopo, e immagino che dovrò stare a lungo attaccato a queste macchine che ronzano e che pulsano, e tra un prelievo di sangue ed un altro che mi viene praticato ogni ora, una vera tortura ogni volta, potrei addirittura chiudere gli occhi e cercare di dormire, immaginando di essere il più possibile lontano da questa stanza, fuori dalla portata di quegli sguardi indagatori dei medici che vanno e che vengono intorno alla mia postazione. Uno di questi tocca uno strumento che mi infligge un dolore violentissimo, tanto che sento subito uscire del sangue dal mio naso; così raccolgo nella bocca il muco e il poco sangue che cola, e quando si avvicina a me il solito medico per tamponare tutto con una garza, gli sputo sul suo bel camice bianco sia il mio disprezzo che il mio odio rosso per ciò che mi tocca subire.

            Arriva subito l’infermiere, mentre il medico si esprime con qualche parola volgare mentre va a cambiare il suo camice, ma da lui, che è poco più di un ragazzo, mi lascio pulire e sistemare come gli sembra meglio. Ormai sono trascorse sicuramente diverse ore, ed anche se qui non c’è alcuna finestra, immagino che fuori sia già pomeriggio inoltrato. Non ho mangiato proprio nulla, rifletto, ma l’infermiere mi dice che per questo tipo di esame non è previsto che io possa né mangiare né bere, e che verrò riportato in reparto soltanto a sera inoltrata. Sono rassegnato, forse addirittura in questo momento mi dispiace per aver sporcato di sangue quel medico, visto peraltro che mi ritrovo ancora nelle sue mani, ma in ogni caso credo che nessuno dovrebbe subire delle torture del genere che sto subendo. Alla fine della giornata mi riportano finalmente a ritroso fino al mio letto, nella stanza con tutti gli altri bambini, ma io mi rannicchio subito tra le coperte, esausto, incapace anche di muovermi, e non ho certo voglia di dire a nessuno che cosa mi sia successo in tutte le ore che sono mancato.

 

            Bruno Magnolfi 

mercoledì 1 aprile 2026

Al fianco del suo bambino.


            Il marito si trattiene nella stanza da bagno piuttosto a lungo, dapprima osservandosi nello specchio illuminato, e poi radendosi la barba con calma e una certa attenzione, tanto che quando alla fine esce, una volta ripulito e messo a posto tutto ciò che ha adoperato, a seguito anche di un’abbondante sciacquatura della pelle del viso, ed avvicinatosi alla soglia della camera da letto, si accorge che sua moglie si è già coricata, restando supina e con la testa rialzata da due cuscini, impegnata com’è nel leggere qualcosa di una rivista femminile. Senza ancora entrare, allora lui si accende una sigaretta, poi va in cucina per bere qualcosa ed osservare alcuni dati tra i suoi appunti di lavoro che normalmente tiene appoggiati nel cassetto di un mobile. Si siede al tavolo e scorre con calma le cose che gli interessano, e quando alla fine spenge la cicca in un posacenere, torna in camera, con ancora indosso i calzoni a righe del pigiama ed una maglietta con le maniche corte per la notte. Lei non si muove, e la debole luce che le illumina le pagine che tiene tra le mani mostra il profilo del viso ed un’espressione piuttosto seria, di chi è concentrata su qualcosa che sembra assorbirne completamente l’attenzione. Lui scansa un po’ le coperte, si sdraia, poi resta fermo.

            <<Oggi sono riuscita a parlare con il primario>>, dice la moglie muovendo appena le labbra. <<Erano diversi giorni che cercavo di incontrarlo nel corridoio, ed anche stamani ho dovuto attenderlo a lungo fuori dalla sua stanza>>. Il marito non dice niente, attende di sapere le novità che ci possono essere, voltando appena lo sguardo verso di lei, <<Sembra che oltre alle analisi stiano procedendo con le terapie per tenere sotto controllo questa specie di infezione diffusa di Marco, senza ancora riuscire però a debellarla. Non si danno per vinti, sembra che possa essere soltanto una questione di tempo, ma i risultati a suo parere si dovranno vedere oramai tra non molto>>. L’uomo emette un lieve sospiro, si sposta leggermente andando ad appoggiarsi su un fianco per osservare meglio il profilo della donna; quindi, osserva sua moglie che chiude definitivamente la rivista e la ripone sul comodino di fianco al letto. <<Mi sento molto stanca e provata>>, dice lei con il medesimo tono basso di voce; <<questa invariabilità delle giornate che si susseguono, questo cercare di mostrarmi nei confronti di Marco sempre allegra e fiduciosa, e tutto l’andare a venire ogni giorno da qui fino a quell’ospedale pediatrico mi lascia spossata, priva di qualsiasi altra risorsa>>.

            <<Certo>>, fa lui, <<ti capisco perfettamente>>. La moglie allora gli getta uno sguardo, apprezza la sua faccia liscia, la sua espressione comprensiva, ma subito riprende: <<Marco non sembra risentire molto di questo lungo periodo senza la scuola, e poi per lo stare lontano da casa, in assenza dei suoi piccoli amici e dei suoi familiari. Però mi accorgo bene quanto ogni volta non aspetti altro che me in quel preciso momento in cui riesco ad entrare in corsia all’orario del passo, ed è come se trascorresse il suo tempo in una attesa perenne, anche se riesce a fingere bene nel mostrarsi tranquillo e paziente dentro a quel letto. Resta debole, naturalmente anche per via dei farmaci piuttosto forti, ma sembra comunque riesca a sopportare la sua situazione, senza mai mostrare nervosismo o insofferenza per tutto ciò che gli sta succedendo. I libri, i giocattoli, i quaderni dove può disegnare, e anche quelli per i compiti della maestra, sembra per adesso siano un buon diversivo, capace di tenerlo occupato almeno per una buona parte della giornata, ma io sono sicura che lui stia vivendo in una specie di apnea, isolandosi da tutto pur di riuscire a resistere>>.

            Il marito non si sposta adesso neanche di un millimetro, e forse respira appena pur di non intralciare in nessuna maniera le parole della moglie, che ora si lamenta del treno che spesso accumula del ritardo tenendola sulle spine per non farla giungere in ospedale all’orario giusto. <<Lo sai che io non potrei venire con te oltre le domeniche, come già faccio; purtroppo, sai che il lavoro mi assorbe per tutta la settimana, però vorrei che ti sentissi davvero sostenuta, da me, naturalmente, ma anche da Loriana, dalla zia, da tutti coloro che ci conoscono, perché questa fase è assolutamente delicata, e non bisogna lasciarsi andare neppure per un attimo allo sconforto. Tu stai dando il massimo, me ne rendo conto, e tutti quanti siamo affrontando una prova difficile, però sono sicuro che basterà tenere duro ancora per poco, e alla fine tutto quanto tornerà come prima>>. La moglie piange in silenzio adesso, forse anche per la preoccupazione inconfessabile di sentirsi inadeguata, incapace di fare di più, non in grado di sconfiggere la malattia a mani nude, senza quasi necessità d’altro se non la propria volontà incrollabile. Lui le accarezza il viso, la stringe per un attimo a sé, cerca di confortarla pur senza dire neppure una sola parola. Lei poi si riprende: <<dormiamo adesso>>, gli dice, sottintendendo che domani sarà un’altra giornata difficile, alla stessa maniera di quella appena trascorsa, e che lei deve recuperare le forze e tutta quella fiducia in sé stessa per stare ancora al fianco del suo bambino.

 

            Bruno Magnolfi           

domenica 29 marzo 2026

Persona come tante.


            Praticamente ogni serata, escluse quelle rarissime volte in cui si sente troppo stanco, oppure quando addirittura ha un po’ di febbre, l’uomo di famiglia la trascorre all’interno del caffè-biliardo, dove in genere scambia delle chiacchiere poco impegnative con i conoscenti di sempre, oppure si lascia trascinare in qualche piccola sfida con le biglie e la stecca giocando all’italiana su uno dei due biliardi della sala sul retro. Quando giunge nel locale normalmente si lascia servire il solito caffè che sorseggia con calma e in piedi davanti al bancone, magari scherzando con qualcuno, seduto sulle poltroncine di plastica, che prosegue senza interesse a seguire qualche programma leggero alla televisione posizionata in un angolo, e subito dopo poi si affaccia nell’altra grande stanza, per vedere se ci fosse chi stesse già giocando sul panno verde. Non disprezza affatto starsene seduto là dentro a seguire qualche partita, e trascorre la serata commentando con qualche espressione colorita i comportamenti dei giocatori impegnati, ancora prima di apprezzare le loro qualità nell’impostare un preciso tiro di sponda o di rinquarto, ma certe volte viene invitato con insistenza, a seguito forse della sua sottile ironia, a svolgere lui stesso una piccola gara con tanto di piccola scommessa in soldi.

            Ma stasera nel locale sembra non ci sia proprio nessuno, e d’altronde non c’è neppure da aspettarsi qualcosa di diverso in certe giornate uggiose d’inverno durante la prima metà settimana, quando anche tutto quel gruppo maschile, che si ritrova là dentro soprattutto di venerdì e di sabato, preferisce rimanersene a casa propria. Sul retro però c’è un uomo che lui sinceramente non ha mai visto prima, e che sembra si diverta ad impostare da solo le traiettorie delle biglie sul tavolo verde, provando e riprovando le risposte a certi tiri impostati. Quello, dopo un minuto, alza lo sguardo su di lui, lo osserva senza interesse, però sorride e chiede subito se gli possa andar bene di fargli compagnia in una partita senza troppo impegno, giusto per far trascorrere al meglio quella serata. L’uomo di famiglia si fa avanti uscendo da quella penombra che regna vicino alle pareti della sala, e poi annuisce, come a raccogliere con indolenza quella piccola sfida. Nella rastrelliera sceglie la stecca che più gli si addice, ne pulisce il manico con un pezzo di carta, ne tratta con il gesso la punta, poi, senza più dare alcuna importanza allo sfidante, rialza sistemandoli in posizione i cinque piccoli birilli al centro del tavolo. Si stabilisce il tiro di inizio, e lui lascia che l’altro faccia così la prima mossa.

            L’uomo di famiglia si sente allenato, capace di mettere in difficoltà l’altro, ma non ambisce a mettere in luce troppo in fretta le proprie capacità, così lascia che lo sfidante si senta quasi padrone della partita, in grado di dominarla senza neppure troppi tentennamenti. Intanto arrivano due o tre conoscenti che si siedono nell’area di margine e poco illuminata del tavolo da gioco, quasi senza neppure salutare i presenti per non interrompere la concentrazione dei due giocatori. Lui adesso si sente spalleggiato da quel pubblico, quasi sostenuto nell’imbastire quella partita; perciò, mette a segno almeno un paio di tiri piuttosto ricercati, iniziando a mettere in difficoltà l’avversario. L’altro inizia a sudare, si vede che la sua capacità decisionale traballa, che non prova più quella forte convinzione iniziale sulle proprie qualità di giocatore, e in questo frangente commette qualche piccolo errore di cui lui però evita di approfittare, lasciandosi andare a qualche tiro di alleggerimento, senza mettere assieme dei punti preziosi.        

            Così la partita termina con un vantaggio minimo da parte dello sfidante, che adesso si sente quasi un gran giocatore, e ride forte salutando la propria vittoria come una dimostrazione di vera e indiscutibile bravura. La rivincita va avanti più o meno sulla stessa falsa riga, ma adesso è l’uomo di famiglia che si aggiudica la partita grazie ad un semplice tiro fortunato verso il finale, dopo che i due giocatori si sono fronteggiati con un punteggio simile e quasi monotono. L’uomo di famiglia adesso dice che dovrebbe proprio andare via, ma l’altro si indigna, e allora viene lanciata da questi una posta più alta, un bel pacchetto di soldi che mostrino con il loro valore la qualità alta di quella sfida. Così si ricomincia a giocare, mentre altre persone intervengono per seguire quella partita così importante, in grado di segnare nel bene o nel male una serata senza troppe caratteristiche. Inutile dire che l’uomo di famiglia adesso spadroneggia sul tavolo verde: non infierisce sul malcapitato, però lo tiene sotto, lo provoca, si lascia andare persino a qualche espressione ironica, pur senza mai esagerare. Vince, ma tenendo costantemente la partita sul filo delle possibilità, e commentando qualcuno dei propri tiri maggiormente riusciti come un semplice frutto della fortuna che stasera sembra affiancarlo.   

            L’altro alla fine paga quanto era stato pattuito, e soltanto adesso forse si rende conto di aver giocato con qualcuno con delle capacità nettamente superiori alle proprie, bravo anche nell’essersi destreggiato con maestria utilizzando con oculatezza la propria modestia, sicuramente un giocatore navigato insomma, pur nei panni semplici di una persona qualsiasi.   

 

            Bruno Magnolfi


sabato 21 marzo 2026

Pomeriggio da disperati.


            La mamma quel giorno li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, ma niente di troppo impegnativo: <<Una mezz’ora, un’ora al massimo>>, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta, specialmente con Loriana, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi.

Marchino invece, appena rimasto da solo con la sorella, forse per un senso di libertà, si era subito messo a correre avanti e indietro lungo il vialetto del loro giardino e anche intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta sul retro e facendo il diavolo. Loriana lo aveva ripreso più volte: <<Ti viene la tosse>>, gli aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo.

Quando Marchino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe bassa, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte forse un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori esattamente in quel punto, aveva avuto l’idea di pungerlo proprio su una delle sue guance morbide.

La sorella aveva subito portato in casa il fratello per non far sentire gli urli ai vicini, e poi aveva cercato di curarlo bagnandogli la faccia con l’acqua, ma quando si era resa conto che il viso di Marco era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le era venuto da piangere anche a lei, sentendosi persa, incapace, impossibilitata a sistemare le cose.

Rientrò la mamma più tardi e li trovò così, disperati, semplicemente coscienti di non essere riusciti a cavarsela.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 18 marzo 2026

Spiazzo fiorito.


            Lei si prepara del caffè ogni giorno, soprattutto a metà del pomeriggio. Poi, stando in piedi, mentre porta la tazza alle labbra, osserva fuori dalla finestra qualcosa, forse una chiazza di colore indefinibile, ma senza neppure un’idea precisa su che cosa guardare, o che cosa magari le interessi vedere. Resta così piuttosto a lungo, da sola, nella cucina essenziale, sorseggiando la sua bevanda calda e tenendo gli occhi rivolti verso un punto lontano, qualcosa che tra i suoi pensieri probabilmente non ha alcuna importanza, ma che serve soltanto ad allargare la propria mente in un nulla indistinto, vaporoso, offuscato, un vuoto che le permetta di staccare la sua volontà dagli impegni, e dimenticare per qualche minuto i propri doveri di moglie e di madre. È una pausa completa che lei dedica a sé stessa, sicuramente, come un ritrovare il piacere di annullare ciò da cui è circondata, quasi un sentirsi al di fuori dalla vita ordinaria che la stringe per tutto il giorno tra le sue spire.

            Certe volte la figlia maggiore, uscendo fuori dalla stanza dove lei e suo fratello giocano o si occupano dei propri compiti scolastici, la interrompe facendosi sulla soglia: <<Mamma, che cos’hai?>>, le chiede, come se sapesse perfettamente che in quell’istante sua madre non è davanti a sé, ma sta fluttuando in una diversa dimensione, un luogo distante da tutto quanto, che per quel momento ne rende persino l’espressione degli occhi qualcosa di poco riconoscibile. Sua madre lascia lentamente rientrare il suo sguardo dentro la cucina, si sposta quanto basta per appoggiare la tazza ormai vuota sul piano dei fornelli, ed infine, sempre con una lentezza inusuale, si volta verso sua figlia: <<Niente, cara; è tutto a posto>>, le dice, senza la preoccupazione di mostrarsi neppure troppo convincente. I suoi figli non sono dei confusionari, riescono a giocare persino senza produrre rumori, e per diverse manciate di minuti addirittura senza neanche parlare tra loro, generalmente rendendosi autosufficienti, come se non avessero bisogno d’altro che di un piccolo oggetto, di una bambolina di pezza o di un guscio di noce tra le proprie mani minute per fantasticare attorno a qualcosa che appare visibile soltanto a loro due. <<Torna a giocare>>, dice la mamma in un soffio, ed anche se la sua espressione adesso resta seria, la bambina obbedisce, al punto da sapere perfettamente come non ci sia niente di cui preoccuparsi davvero, tanto da tornare immediatamente nell’altra stanza senza ribattere niente, e quindi riprendere le sue occupazioni infantili.

            Altre volte la mamma accende la radio, per tenendola ad un basso volume, e mentre si occupa di affettare qualcosa per preparare la cena, oppure di sminuzzare gli ortaggi prima di metterli dentro la pentola, lascia che suo figlio minore a suo modo la aiuti, mettendo in ordine le foglie degli spinaci, o pulire dei fagiolini, o amalgamare accuratamente un soffritto di cipolla e di carote ancora prima di metterlo al fuoco. La radio trasmette la musica, ma altre volte mette in onda un racconto o una semplice commedia, ed allora ci vuole un attimo per farsi trascinare in un ambiente diverso, dove gli attori che recitano, senza possibilità di farsi vedere, riescono semplicemente con la propria voce a ricreare una situazione del tutto realistica, tanto da attrarre tutta la possibile attenzione di chi sta seguendo il programma. C’è sempre come un’aria malata in questi casi, come se Marco tendesse ad occuparsi di cose da grandi quasi come per spingersi fuori da sé, e addirittura anticipare i tempi della sua esistenza, proiettandosi verso quel mondo che la sua lunga degenza in ospedale certe volte gli ha come cercato di negare, o quasi che lui non trovasse ormai più niente di divertente nei normali giocattoli per i bambini della sua stessa età.  

            Poi la mamma si muove nelle stanze del piccolo appartamento, a volte indagando con lo sguardo su ciò da cui è circondata, ed è allora che i suoi due figli, pur mostrando quasi una velata indifferenza verso di lei, capiscono perfettamente come la loro madre stia rapidamente formandosi un giudizio preciso su quelle loro attività, fino al punto di interromperli ed invitarli ad uscire nel giardinetto di casa, a godersi la giornata tiepida, a prendere l’aria che fa sempre bene, piuttosto che restarsene ancora in quella stanza con le solite cianfrusaglie di ogni giorno tra le mani. Ai due bambini non piace troppo quella sua spinta ad occuparsi d’altro, però generalmente non commentano i suoi consigli, e prendono quelle poche parole come un pensiero espresso soltanto per il loro benessere, ed anche per la propria gratificazione, nonostante il sospetto maggiore che resta dentro di loro sia quello che lei in quel preciso momento desideri restare semplicemente da sola dentro la casa. Fuori, tra le aiuole ed il vialetto lastricato, ci sono comunque molte cose di cui occuparsi, e non è affatto un problema anche soltanto sedersi sopra al gradino di fronte e poi starsene lì, tranquilli, a riflettere a fondo sul tempo che lentamente trascorre intorno ai loro profili e che proietta l’ombra tagliente del sole su tutto quello spiazzo fiorito.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 marzo 2026

Desiderio di normalità.


            La notte normalmente è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma, il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva, utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi accadrà nulla di male.

            Quando giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati, tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche, come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione. Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una parvenza di normalità.

            A me viene imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore, accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro quell’impressione insopportabile.  

            Quando infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia famiglia e a quella normalità che tanto desidero.  

 

            Bruno Magnolfi