<<Durante
questo ultimo periodo i bambini in classe hanno cominciato a chiedersi tra
loro, e certe volte anche a sottoporre a me il medesimo quesito, se Marco in
fondo sia del tutto normale, cioè se abbia le capacità di tutti gli altri, se
riesca a comportarsi in una maniera simile a chiunque, se è davvero uno come
tutti, insomma>>, dice la maestra con tono imbarazzato alla mamma di
Marco. <<Certo è vero che lui risulta molto timido, riservato, tanto che
non scambia mai una parola con nessuno, e sono convinta che i periodi trascorsi
in ospedale, come naturalmente questa sua malattia e tutte le settimane costretto
a casa con questa febbre strisciante di cui lei mi ha parlato più volte, e che
senz’altro lo hanno reso così smunto e gracile, non hanno certo migliorato la
sua condizione. Lo dico a lei perché, anche se sono consapevole che Marco sia
un bambino del tutto normale, che semplicemente presenta qualche momentanea e
comprensibile difficoltà, di fronte alla cattiveria del tutto spontanea che a
volte mostrano i suoi compagni, come d’altronde tutta l’infanzia quando
attraversa quella loro età, non riesco in nessun modo ad arginare quello che
sta accadendo, ed il trattare da parte di tutti la sua timidezza quasi come una
vera diversità non lo aiuta certo a migliorare il proprio stato. Poi, anche
aver dovuto tenere in classe il suo banco vuoto per tutto questo tempo, lo ha
reso adesso quasi un estraneo al resto del gruppo, ed anche se al suo rientro
tutti hanno mostrato un certo rallegrarsi per essere riuscito almeno per il momento
a superare il suo male tramite le terapie, adesso viene spesso tenuto in
disparte, come se non avesse le capacità e l’intelligenza degli altri. Ho
cercato di parlarne sia singolarmente con i bambini più svegli e maggiormente estroversi,
sia con tutto il resto della classe, sottolineando quanto Marco senta la
necessità di essere integrato nel gruppo, ma non sono riuscita ad ottenere per
adesso alcun risultato positivo>>.
La
mamma in un primo tempo vorrebbe addirittura non essere stata messa al corrente
di queste informazioni che sta ascoltando senza sapere che dire, e così resta
in silenzio, con lo sguardo basso, mostrandosi sicuramente seria e
immalinconita per tutto ciò che sta succedendo, ma al contempo incapace di
riuscire a proporre una soluzione efficace sia per questa maestra, con quelle
comprensibili preoccupazioni che evidenzia, sia per il suo Marco. <<Ci
vorrà un po’ di tempo>>, riesce a dire soltanto e semplicemente, e quindi
fa il gesto di alzarsi dalla sedia per andarsene, come se, una volta superato quel
momento di imbarazzo di fronte ad argomenti di quel genere, il peggio per lei
fosse già passato. La maestra non la trattiene, e ribadisce soltanto di averla
voluta mettere al corrente di ciò che sta accadendo nella sua classe di
bambini, ma alla fine saluta la mamma stringendole la mano e lascia che esca
dall’aula raggiungendo suo figlio rimasto fermo in disparte lungo il corridoio.
Uscendo dalla
scuola, mentre tiene per mano il suo Marco silenzioso ed ubbidiente, la mamma
immagina di dover portare avanti suo figlio per chissà quanto tempo ancora, con
questo suo atteggiamento di incapacità nell' intrattenersi con gli altri e
questa sua innata personalità così schiva ed incapace nel costruire con i suoi
compagni delle amicizie. Lei lo comprende, capisce perfettamente il suo stato
d’animo e la propria maniera di porsi così in distanza dalla realtà.
<<Vive in un mondo tutto proprio>>, pensa difatti ogni tanto,
<<e anche se i suoi coetanei non lo seguono e non lo comprendono affatto nel
suo percorso, io credo comunque che per Marco tutto questo sia assolutamente
naturale, persino il proprio costante rimanersene da solo, in disparte, mentre
tutti gli altri si dimostrano in grado di fare gruppo>>. I due continuano
a camminare, e la mano del bambino appare estremamente leggera tra le dita
della mamma, quasi come il filo di un palloncino gonfiato in parte da semplice
aria, che quasi non mostra un proprio peso, muovendosi nella debole brezza
della giornata senza mostrare mai una posizione precisa e definita.
<<Per lui è
naturale essere così, non sente la necessità di comportarsi in altro
modo>>. dirà la mamma a suo marito giustificando l’isolamento di Marco e
i rilievi della maestra. Uno dei tanti medici che avevano conosciuto negli
ultimi tempi aveva detto: <<la malattia e il paziente, di qualsiasi età
esso sia, spesso assumono una identica fisionomia, e certe volte è lungo e
difficile il tempo che occorre per dividere le due realtà, tanto che quello che
si può vedere sembra apparire l’incarnazione stessa dell’ammalato>>.
Parlava in generale, non si riferiva a Marco, però sicuramente le sue parole
erano esatte. A sua madre però va bene anche così, pallido, in disparte, senza
mai alcuna voglia di ridere o di giocare con qualche suo compagno, ed anche se
lei si è sempre trattenuta dall’essere troppo materna nei suoi confronti, ha
sempre creduto che suo figlio fosse in quel modo per propria natura,
silenzioso, pensieroso, immobile, con i suoi occhioni lucidi per quella debole
febbre sempre presente.
Bruno Magnolfi