giovedì 1 ottobre 2026

Prima persona.


            Durante qualche raro pomeriggio della domenica si poteva scorgere quella famiglia al completo che usciva con calma e quasi in silenzio dalla loro casa, come cercando di non far accorgere a nessuno di avere proprio l’intenzione di andarsene un po’ in giro, e presumibilmente affrontare una normale e lenta passeggiata lungo le strade principali di Volterra, per giungere magari fino al parco archeologico poco distante, dove sedersi sull’erba a godersi una semplice giornata di sole. I due bambini, ad esempio, non correvano quasi mai, come invece avrebbero potuto, e la mamma sopra al marciapiede non si preoccupava neppure di tenerli per la mano, tanto apparivano bravi ed ubbidienti. Nel quartiere tutti sapevano che il più piccolo aveva avuto una malattia importante e che era stato ricoverato a lungo in ospedale, e forse proprio per questo sembrava aver perso quello spirito giocherellone tipico della sua età. La femmina, più grande di lui, solo ad osservarla anche da lontano si immaginava subito di un carattere molto tranquillo, al punto da apparire quasi con qualche anno in più di quelli che aveva realmente, e qualcuno del vicinato diceva con una punta di invidia che la sua sola passione fossero i libri, tanto da trascorrere la maggior parte del proprio tempo libero, dopo la scuola, china su di un tavolo a leggere o a studiare. Anche in quelle domeniche probabilmente si faceva portare dalla mamma un testo o due da consultare una volta seduta su di una panchina in mezzo al verde pubblico, e forse un quaderno per appuntare le cose principali, come se il tempo fosse in qualsiasi caso una scatola vuota da riempire sempre e comunque di significati e di parole. 

            Il padre non sembrava mai molto interessato al resto della sua famiglia, e generalmente camminava qualche passo più avanti rispetto alla moglie e ai figli, come se trascinasse dietro a sé un rimorchio di cui a parlarci si sentiva peraltro molto orgoglioso, ma che probabilmente doveva essere guidato verso qualsiasi meta o itinerario avesse avuto in mente. Normalmente fumava sigarette a buon mercato prive di filtro, ed il suo comportamento in quei pomeriggi pareva affine a chi sta compiendo qualcosa senza interesse, quasi con indifferenza, tanto per svolgere un’attività che quasi non richieda un vero e proprio impegno pur piccolo che sia. La moglie stringeva alla spalla la sua borsa, osservava la strada avanti a sé e pareva perennemente immersa nei propri pensieri. Forse non era molto contenta di quelle uscite da casa, sembrava quasi che il suo fosse il comportamento di chi si adegua a delle decisioni prese da altri, e in ogni caso non sembrava mai in quelle occasioni troppo interessata agli scopi reali di quelle passeggiate, quasi che tutto ciò di alternativo rispetto all'abitare e vivere la propria casa insieme al resto della sua famiglia fosse qualcosa di poco rilevante.

            Difficile affiancarsi a tutti loro per condividere anche soltanto quell’ora di aria all’aperto, anche se lungo la strada molte persone salutavano volentieri questa famiglia soffermandosi con i bambini per allungare due parole sulla scuola, oppure con Rachele per parlare dei suoi lavori di cucito, anche se più frequentemente era lo scambio di qualche battuta di spirito con Franco, da parte dei maggiori frequentatori del caffè-biliardo, che avveniva generalmente. A volte altri bambini salutavano per strada Marco e Loriana, riconoscendo i loro compagni di scuola, contenti di incontrarli al di fuori dell’edificio austero in cui trascorrevano normalmente tutta la settimana, ma mentre il maschio spesso si scherniva, come fosse quasi incapace di sostenere un pur breve dialogo di pura socialità, sua sorella immancabilmente iniziava subito a parlare dei suoi risultati o dei più recenti apprendimenti scolastici, frenando così rapidamente il desiderio degli altri di scambiare dei pareri anche su altre cose. Infine, tutta la famiglia andava presto a sedersi sopra le sedie all’aperto del caffè Centrale, non per restare molto tempo là davanti, ma soltanto allo scopo di far apprezzare un piccolo gelato offerto dal loro babbo ai due bambini che sceglievano con calma dalla vetrina i propri gusti preferiti, scambiandosi fra loro qualche breve e semplice parere.       

            Sul prato, quando i quattro giungevano infine al parco, generalmente c’erano già altri ragazzini che correvano a perdifiato tenendo il filo di un aquilone stretto nel pugno di una mano oppure stando dietro ad una palla calciata senza troppa avvedutezza, ma in tutti i casi sia Marco che Loriana non andavano mai a mescolarsi con questi altri, restando accanto ai propri genitori pur nell’osservazione a debita distanza dei giochi messi in piedi da tutti i ragazzi vocianti presenti nelle circostanze. <<Non mi piacciono quei bambini che urlano continuamente>>, diceva Rachele sottovoce in questi casi, e i suoi due figli sembravano apprezzare nella sostanza il suo punto di vista. Invece Franco certe volte si metteva a calciare qualche pallone finito proprio dalle sue parti, e c’erano stati dei casi in cui si era messo a giocare direttamente, fidando della presenza di qualche altro genitore che proprio come lui, sembrava attirato da quel mettersi a competere in prima persona.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 29 settembre 2026

In sua assenza.


            L’edificio era come diviso in due, con due scalinate esterne e due ingressi identici, come se a metà della facciata principale ci fosse uno specchio a rendere doppio tutto quanto, anche se da un lato si aveva accesso alle classi della scuola elementare, e dall’altro a quelle delle medie. Naturalmente i soffitti e quindi i finestroni dei piani erano altissimi, e una volta varcato uno dei due pesanti portoni ci si trovava di fronte a dei corridoi molto ampi e solenni che venivano ugualmente ripetuti ai livelli superiori. Molti dei miei piccoli compagni di classe avevano già iniziato a piangere là davanti, forse anche per l’evidente austerità del caseggiato, e in ogni caso il primo giorno di scuola era un avvenimento che pareva davvero difficile per chiunque poter affrontare a cuor leggero, nonostante le smancerie e le raccomandazioni delle mamme che proseguivano a cercare la massima calma nei loro figli. Io ricacciai indietro le lacrime che probabilmente avrei versato come tutti se non avessi avuto alle mie spalle l’esperienza ancor più traumatizzante delle ospedalizzazioni subite due anni prima, e semplicemente, ad un certo punto, mi estraniai rispetto al corteo vociante di tutti i genitori, e seppi una volta di più che purtroppo sarei stato da solo a sedermi davanti al mio semplice banco, al cospetto di un’insegnante che forse, come si diceva, mi avrebbe aiutato a farmi grande.

            Entrai nell’aula assegnata non tra i primi, ma neppure tra gli ultimi compagni che in fondo neppure conoscevo, e dopo che avevo già salutato la mia mamma lungo il corridoio, staccando rapidamente la mia mano da lei ed affidandomi con impegno soltanto alla mia personalità, scelsi un posto qualsiasi dove appoggiare la cartella e anche le mie membra. La maestra pareva anziana, con un grembiule di colore azzurro spento, con dei modi di fare e delle parole non troppo inclini a consolare i più fragili che sarebbero tanto volentieri tornati a casa propria. Non ricordo che cosa ci disse, ma provai in quel primo giorno di scuola elementare la sensazione che fossi nelle mani di chi poteva facilmente plasmare il mio carattere, tanto da farmi pensare immediatamente che il mio vero compito fosse di dimostrarmi più forte delle sue capacità, e quindi resistere ai suoi modi fino al punto di imparare da lei quello che appariva indispensabile, e nient’altro. Quando infine fu l’ora di uscire dalla classe e di tornare a casa, forse sarei rimasto ancora dentro l’aula, non tanto per la voglia di comprendere ulteriormente delle cose nuove, quanto per dimostrare anche a me stesso che ritenevo difficile per chiunque piegare la mia volontà, specialmente da parte di una persona più vecchia di mia madre e probabilmente senza figli, con le maniere troppo dure e la faccia da befana.  

Restava il fatto per nulla marginale che nell’altra ala della scuola, quella delle medie, nella stessa mattina avevo visto entrare mia sorella, e questo particolare mi aveva fatto sentire in qualche modo superiore e protetto rispetto a tutti gli altri. Ero orgoglioso di avere una sorella grande, e di poter addirittura confidare sul suo sostegno morale in qualsiasi attimo del giorno, anche se questo a ben pensarci non era neppure troppo vero. Qualcuno mi aveva detto addirittura che se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto superare mia sorella sia nei risultati scolastici sia addirittura nell’età, che peraltro in quel preciso momento mi pareva un elemento fondamentale rispetto a tutti i bambini che ero costretto a frequentare, tanto che il rincorrere perennemente i suoi anni senza riuscire mai a raggiungerli mi era sembrata addirittura una cosa del tutto inverosimile. La grossa campanella di metallo, un po’ troppo chiassosa per i miei gusti, scandiva nei corridoi le varie fasi della mattinata e segnalava soprattutto l’ora esatta in cui potevamo uscire dalla scuola e ritrovare ognuno i propri genitori ad aspettarci. A seguito di quella prima mattinata pensai immediatamente che la maggior parte del tragitto fosse ormai stato percorso, e che il resto a seguire si sarebbe dimostrato soltanto come una serie di abitudini contrassegnate semplicemente dalla fila dov’era inserito il mio banco, dai compagni, dalla maestra, dalla lavagna, da quell’aria libera che vedevo al di fuori dei finestroni, dal tragitto a piedi con mia mamma e mia sorella da casa fino a scuola e viceversa.  

Una volta lasciato che il gruppo grosso dei bambini col loro grembiulino nero e il fiocco azzurro fossero sciamati fuori dal grande portone spalancato, forse per dimostrare anche a me stesso il mio talento per l’equilibrio con il quale mi ero già distinto al parco sopra ai pattini a rotelle e anche sul triciclo su cui riuscivo a compiere dei lunghi tratti inclinandomi su due ruote soltanto, decisi di prendere una gran rincorsa per andare poi a frenare con le suole delle scarpe di cuoio piazzate trasversalmente al mio moto d’inerzia, strisciando vistosamente sulle piastrelle, ma non fu una buona idea, tanto che il custode, pronto sulla porta a catalogare quei nuovi bambini che gli passavano poco per volta sotto al naso, mi prese per un braccio e mi accompagnò fino da mia madre, confessandole immediatamente la mia enorme marachella. Non feci più niente del genere in sua presenza, ma fui pronto a ripetere la stessa cosa con gran soddisfazione ogni volta che ne registrai la sua assenza.

 

Bruno Magnolfi

sabato 26 settembre 2026

Tutto benissimo.


            Certe volte mi pare di aver sbagliato tutto. Pedalo come sempre con una certa forza sulla mia bicicletta, e intanto penso che se fossi stato maggiormente stimolato negli anni in cui l’entusiasmo che non mi mancava mai per le cose che era possibile fare e quelle comunque da affrontare, probabilmente sarei stato capace di migliorare di gran lunga la situazione in cui mi sono venuto a trovare. Non avrei mai voluto vivere una vita da mediocre, ma il fatto è che avrei avuto bisogno di avere al mio fianco una persona capace di sostenere almeno alcune delle idee che avevo in testa, e ricevere così quella spinta che mi è sempre mancata, invece di avere nel cambio soltanto dei sorrisetti oppure dei silenzi tutte le volte che parlavo delle mie prospettive più o meno realizzabili, come se qualsiasi cosa avessi mai potuto tirar fuori dalla mia testa fosse solo destinata per sua natura ad essere giudicata assurda o irrealizzabile, e persino che il semplice pensare e riflettere sopra a delle cose di quel genere fosse solamente una spudorata perdita di tempo. Naturalmente non ho mai parlato con nessuno di questa mia convinzione, anche se poco per volta ho dovuto cercare in me stesso delle soluzioni che in qualche modo fossero almeno adeguate al mio modo di essere.

            Mia moglie è indubbiamente una brava donna, incapace di avere idee strampalate oppure inadatte per una famiglia come la nostra, però non è mai stata capace di darmi un minimo di sostegno tutte le volte che ho sentito la necessità di un qualsiasi parere su qualcosa che mi sembrava importante o almeno interessante. E mentre penso tutto questo, rallento la pedalata iniziale della mia bicicletta, e infine mi fermo del tutto, come per sistemare qualcosa dell’assetto generale sopra le due ruote. Forse è sempre stata un po’ anche colpa mia, rifletto, che probabilmente non sono stato in grado di spiegarle in maniera maggiormente adeguata quali fossero le mie idee e quali gli sviluppi per qualche decisione importante pur solo immaginata nella speranza di un appoggio morale da lei. Dando retta alla sua maniera di vedere le cose però probabilmente non avremmo neppure cambiato mai la nostra abitazione, lasciando che le abitudini prendessero il sopravvento sopra a quei piccoli miglioramenti e a quelle importanti variazioni, peraltro adeguate anche alla crescita dei nostri figli, a cui siamo stati capaci di andare incontro, senza parlare delle comodità per tutta la famiglia riscontrate a seguito dei vari traslochi. Non so perché, ma Rachele è una persona che si adatta molto lentamente alle cose che ha più vicino, e poi non desidera in nessun caso cambiare ciò che per lei è ormai assodato.

            Non mi lamento, soltanto mi rendo sempre più conto che le cose stanno esattamente in questo modo, e che non posso certo sperare di cambiarle da ora in avanti. Intanto riprendo a pedalare, proprio mentre sono sempre più convinto che forse potrei acquistare per me una bella motocicletta, come peraltro hanno fatto molti amici che frequento e che si trovano benissimo, visto che in fondo ho già messo dei soldi da parte proprio per questo. A me farebbe molto comodo e risparmierei senz’altro parecchio tempo per gli spostamenti, ma una spesa di questo genere, anche per un acquisto di seconda mano come già ho immaginato, non credo proprio sarebbe apprezzato da mia moglie, verso la quale mi sono quasi rassegnato a darle questa informazione a cose ormai avvenute, senza neanche cercare da lei quell’apprezzamento che forse in fondo potrei desiderare ed auspicare da parte sua. Peraltro, non sono neppure sicuro che lei possa mai sedersi insieme a me su quella sella per andare da qualsiasi parte: probabilmente assumerebbe l’atteggiamento solito di indifferenza per questo acquisto a due ruote, e semplicemente tollererebbe appena il fatto che io possa prendermene cura usandola allo stesso modo di come adesso proseguo ad usare questa usatissima bicicletta.

            Mi ci ha portato mia moglie in questa situazione, non posso fare altro, ed anche quando ho trovato a poco prezzo un triciclo per nostro figlio Marco, l’ho acquistato e via, senza sentire il parere di nessuno, e in questo modo mi sono immediatamente reso conto che era proprio la scelta giusta per il bambino, al punto che in poco tempo si è talmente attaccato a questo piccolo regalo che sembra non avere mai voglia di scendere da quel suo giocattolo. Ecco, lei a volte guarda suo figlio e forse pensa come me che era proprio quello che ci voleva per lui, ma non riesce assolutamente a dirlo, come se conservasse delle riserve su scelte di quel genere, dettagli che alla lunga logorano qualsiasi ulteriore desiderio, nonostante sempre più spesso mi sia ritrovato a non considerare i suoi sguardi perplessi e i suoi silenzi. Rachele, riconosco sia bravissima nell’occuparsi di tutte le cose quotidiane della nostra casa e di tutta la famiglia, fino al punto di sacrificarsi in prima persona quando qualcosa presenti necessità di impegno e di grande dedizione, e di questo devo assolutamente dargliene atto; e forse alla fine devo riconoscere che va bene anche così, perché le cose non potrebbero proprio andare meglio di come in questo periodo stanno realmente andando.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 23 settembre 2026

Prima di allora.


            Non era trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni. Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada, ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.

            Nei giorni successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile, certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal digerito per le sue evidenti scomodità.

            Così archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.

            Mi avrebbe procurato un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente, pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel momento.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 19 settembre 2026

Indubbio talento.


            Ormai avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.

Tornare a vedere le onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.

Allora entrammo nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.

Stavamo riflettendo se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala, mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse quella conclusione.

Invidiai quella persona, ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.

 

Bruno Magnolfi

martedì 15 settembre 2026

Tanti ingredienti.


Il trasloco da una casa all’altra fu quasi una festa, e al contrario di provocare un trauma per qualcuno della famiglia, come forse ci si sarebbe anche potuto aspettare, tutti alla fine apparvero piuttosto contenti e soddisfatti. Molte soluzioni sembravano trovare nel cambio di quartiere una vera giusta collocazione, e soprattutto i due bambini si mostrarono subito in grado di ricevere un profondo impulso per una crescita piena di stimoli all’interno di un ambiente assolutamente più adatto alla loro età, anche se non era stato questo il motivo principale della variazione domiciliare di tutta la famiglia. Rachele comunque sembrava anche lei piuttosto soddisfatta, pur essendo inizialmente rimasta vagamente preoccupata da tutti quei piccoli cambiamenti inevitabili, esattamente come da sempre le dettava il suo stesso carattere, soprattutto per quello che nei fatti comportava lo spostamento da un appartamento ad un altro che nella sostanza era molto differente, e quindi al mancato ritrovare i propri vissuti luoghi e le personali abitudini. Certo, l’affitto mensile per quella casa nuova risultava maggiore di ciò che avevano pagato fino ad allora, ma suo marito Franco le aveva detto che le cose stavano andando piuttosto bene per il suo lavoro, e che non c’era troppo da preoccuparsi almeno sotto quel profilo. Gli spazi in più erano comunque una manna per tante di quegli oggetti che la famiglia si trovava regolarmente a mettere da parte, ed il giardinetto con le aiuole era perfetto per prendersi qualche minuto di riposo durante la giornata. Marco aveva poco più di cinque anni, e Loriana circa otto, l’età giusta in ambedue per ritrovarsi all’interno di un ambiente stimolante e variegato.

            La vasta cantina a cui si accedeva da una scala esterna sul retro della casa, sembrava fatta apposta per alcuni giochi dei bambini e per stipare la legna che serviva ad alimentare la cucina economica nella stagione fredda, e sopra agli scaffali lungo le pareti trovavano posto anche gli oggetti meno usuali ma potenzialmente utili che dentro ad un qualsiasi appartamento avrebbero solamente ingombrato e nient’altro. Persisteva, in quelle poche stanze, una vaga sensazione di libertà quasi inspiegabile, forse fornita soprattutto dalla possibilità di utilizzare due ingressi per il piccolo appartamento al piano rialzato: uno principale posto a bordo strada sulla facciata della villetta ad un piano, abitata al livello superiore da un’altra famiglia; ed un altro molto più alla mano, e molto più utilizzato da tutti loro, situato sul retro, dal quale si accedeva direttamente nella cucina. Franco in breve tempo aveva apportato tutte le modifiche che servivano per abitare in modo adeguato la nuova casa, ed anche il fatto, almeno per i mesi invernali più freddi, di poter parcheggiare e coprire all’interno del piccolo cortile col pavimento in cemento la sua motocicletta acquistata di seconda mano, gli concedeva una certa rilassatezza. La mobilia restava sostanzialmente quella essenziale che la loro famiglia aveva già nella vecchia casa, ma un nuovo frigorifero era giunto presto nella cucina a dare prova della sua utilità poco dopo quei primi giorni di definitivo insediamento.  

            La zia disse che la casa le piaceva, e non era scontato per una come lei esprimersi in senso positivo a riguardo di certi argomenti, mentre il nuovo vicinato si mostrò subito abbastanza cortese e accogliente, al punto di invitare Rachele e suoi figli nelle proprie case per prendere un caffè o un succo di frutta. Nel giro di poche settimane, perciò, tutto quanto prese un andamento di grande normalità, e a nessuno della famiglia venne mai a mente di rimpiangere qualcosa della vecchia abitazione, se non la normale nostalgia per un luogo che aveva visto poco per volta la loro famiglia prendere vita. La scuola per Loriana rimaneva leggermente più distante rispetto al vecchio domicilio, anche se tutto sommato paragonabile a prima, ed invece adesso l’asilo che aveva frequentato Marco pur soltanto qualche volta e con una certa riottosità, era senz’altro piuttosto fuori mano nei confronti della nuova abitazione, tanto che questa fu per lui la scusa definitiva per non andarci più. Iniziò così a trascorrere le mattinate insieme alla mamma, recandosi con lei sia al mercato, nel giorno settimanale in cui si svolgeva, oppure nei negozi di generi alimentari più vicini alla loro casa, divertendosi sia ad ascoltare in silenzio gli scambi di espressioni tra i clienti e i venditori, sia ad osservare con attenzione i larghi gesti di tutti questi. Facilmente venivano incontrate facce note o abbastanza familiari sui marciapiedi o lungo le strade della cittadina, e l’unica cosa fastidiosa per Marco in quelle circostanze era la solita domanda diretta proprio a lui riguardante l’evidente assenza da scuola.

            Lui non rispondeva, e si stringeva sempre in questi casi alla mamma, così da lasciar rispondere lei al proprio posto, come se il proprio comportamento fosse solo dato dall’obbedienza a delle direttive precise della sua famiglia. Il momento più bello arrivava una volta tornati a casa, quando la mamma poneva sul tavolo le verdure, il pane, e tutti gli altri acquisti per la preparazione del pranzo. A Marco gli piaceva molto aiutarla, e così con una certa precisione si dava il giusto daffare nello sbucciare qualche ortaggio, o nel mescolare tra loro nella pentola i tanti ingredienti.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 12 settembre 2026

Senza soluzioni.


            <<Oggi è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa, dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso, il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia, e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso delle opinioni.

            <<Vedi>>, continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato. Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>. Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.

            L’altro adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>, dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.  

            Quando giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta, ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>, dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 5 settembre 2026

Differenti stanze.


            Finalmente tutto si era improvvisamente sistemato. Non che i medici avessero compreso esattamente da che cosa era derivata l’infezione profonda per cui il bambino aveva dovuto subire due ricoveri ospedalieri prolungati ed importanti in quattro cliniche diverse sia all’età dei quattro anni che nel momento in cui ne aveva ormai compiuti sette, e in mezzo ai quali purtroppo era cresciuto poco, in modo gracile, pallido, senza quello sviluppo che ci si sarebbe potuto attendere da lui, però quei sintomi che lo avevano allettato così a lungo per una debolezza estrema ed una forte incapacità nell’avvicinarsi ad un normale percorso infantile, adesso, dopo le ultime accurate analisi, sembravano proprio del tutto scomparsi. Il passo era stato salutato naturalmente da una grande gioia in famiglia, e le cose, molto rapidamente, avevano ripreso per tutti un andamento molto più ordinario, nell’eliminazione quasi completa sia dei molti farmaci che avevano intossicato quegli anni sofferenti, sia di quei percorsi dietetici imposti dai luminari della medicina, incredibilmente destabilizzanti. Marco perciò era tornato a scuola come un bambino qualsiasi, e in classe i suoi compagni, che non lo vedevano oramai da ben più di tre mesi, naturalmente incoraggiati dalla loro sensibile maestra, si erano sentiti in dovere addirittura di far partire un applauso caloroso per il suo rientro.  

            Ma solamente poche settimane più tardi suo padre, impegnato come sempre nel proprio lavoro manuale, aveva subìto una brutta caduta, accusando dei fortissimi dolori alle spalle che non gli avevano permesso di riprendere il lavoro per quasi un mese, nonostante le cure ben appropriate ai risultati di alcune analisi piuttosto approfondite. Per Marco andare ogni tanto a far compagnia a suo padre perennemente dolorante e sdraiato nel proprio letto con delle vistose fasciature al collo ed al torace, era stato come un rovesciamento di posizioni quasi insopportabile, tanto da preferire rimanersene in disparte per quasi tutto il tempo che si tratteneva all’interno della sua camera, incapace, al contrario di sua sorella, di sillabare anche una sola parola di conforto al suo indirizzo. In quei frangenti aveva iniziato a riflettere a fondo sul concetto stesso della malattia e sul potere che esercitava questo stato a proposito delle relazioni con tutti gli altri attorno, fino quasi a rendere quel degente, nei propri pensieri meditati a lungo durante la propria condizione di ammalato cronico, addirittura un privilegio per la propria condizione rispetto a chi godeva di ottima salute. Gli pareva che tutto il mondo improvvisamente girasse intorno a chi cadeva disgraziatamente nello stato di ammalato, ed adesso l’atteggiamento conseguente di tutti quanti accanto a suo padre fosse addirittura manipolato da quello stesso stato, fino a concedergli un privilegio esistenziale non indifferente.

            Marco avrebbe forse voluto descrivere in maniera minuziosa queste sensazioni che provava adesso con una certa maturità data dai suoi quasi otto anni e con la provata esperienza di degente alle proprie spalle, ma nessuno, né tra le mura della sua stessa scuola, e tantomeno a casa sua, gli aveva mai rivolto delle precise domande che gli permettessero di descrivere in qualche modo quella sua comprovata consapevolezza. Suo padre, d’improvviso dopo la caduta, aveva mutato addirittura atteggiamento verso chiunque, e se anche cercava di non lamentarsi troppo dei dolori che provava, di fatto mostrava come preponderante quella debolezza insita in una persona che improvvisamente ha bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti, sollecitando dalle persone vicine quella compassione di cui normalmente, e Marco ne era più che sicuro, avrebbe volentieri fatto a meno. In ogni caso, e forse proprio in virtù di tutto questo, nessuno tra i suoi amici e tra i suoi colleghi di lavoro, soprattutto per non dare corda a questa situazione di evidente estrema debolezza ed ai mutati rapporti interpersonali, era andato a fargli anche soltanto una semplice visita veloce per sincerarsi delle sue condizioni, e lui si era forse sentito abbandonato quasi da tutti, a parte i membri stretti della propria famiglia, nonostante fosse contento da un lato di non doversi mostrare ad altri così infermo e dolorante.

            Loriana al contrario sembrava dover spiegare per filo e per segno tutto quanto era accaduto a suo papà, e forse si mostrava in questa fase come il vero e necessario tramite notiziario di tutto quello che c’era da sapere riguardo all’infortunato, anche perché la moglie Rachele, in linea con i suoi abituali comportamenti, sembrava sempre voler sminuire agli occhi di chi le chiedeva qualche notizia la vera gravità dell’accaduto, usando poche parole di spiegazione e forse fidando, oppure anche  augurandosi, una ripresa rapida delle condizioni di Franco, con cui parlava soltanto a monosillabi, ad evitare ogni suo eventuale affaticamento. Di fatto i problemi per tutta la famiglia erano evidenti a tutti, ad iniziare da quelli economici, nonostante un’assicurazione provvidenziale elargisse una minima diaria in favore dell’infortunato, e in ogni caso il periodo nero in cui quella casa era caduta appariva adesso piuttosto pesante, tanto da lasciar ignorare abbastanza spesso da parte della moglie e dei suoi figli la stessa camera dove restava perennemente sdraiato Franco, proprio nella ricerca di quella normalità che sembrava resistere strenuamente solo nelle altre stanze dell’appartamento.   

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 3 settembre 2026

Per la strada.


            Franco sta seduto al tavolo della cucina. In questo tardo pomeriggio non è neppure uscito da casa come suo solito, ed invece si è messo a scrivere con una matita alcuni elenchi di nomi e di cifre su dei fogli di carta, molto probabilmente qualcosa riguardante le proprie attività di lavoro che ha necessità di mettere in riga, mentre sua moglie al momento si sta occupando dei suoi lavori di cucito, prima di dedicarsi alla preparazione della cena. I loro bambini stanno in un angolo mentre tengono tra le mani alcuni dei loro giocattoli, e sembrano occupati semplicemente ad osservarli, mentre restano in silenzio. Poi qualcuno suona alla porta, ed il padre di Marco sollevando lo sguardo dal tavolo chiede a suo figlio di andare ad aprire per vedere chi mai possa essere. Il bambino di malavoglia giunge all’uscio di casa, apre con qualche difficoltà la serratura e subito dice ad alta voce che c’è il solito mendicante che cerca del babbo. Franco si alza dalla sedia, arriva fino alla porta, si infila una mano nella tasca dei calzoni e alla fine ne tira fuori un paio di monete che allunga al mendicante che peraltro conosce da tempo. Infine, richiude la porta, torna verso il tavolo e sottovoce dice alla moglie che quelli che appena dato a quell’uomo erano gli ultimi soldi che aveva, e che in casa non c’è più neppure un centesimo. <<Per fortuna domani devo riscuotere il compenso di alcuni piccoli lavori che ho terminato ultimamente>>, aggiunge giusto per far tirare un respiro di sollievo a Rachele. Poi risprofonda in mezzo ai suoi conti, senza però aver ricevuto alcun commento in risposta alle sue affermazioni, e forse per questo dopo appena un paio di minuti torna a parlare con sua moglie: <<Così mi piace Marco>>, le dice come dopo una lunga riflessione. <<Quando fa ciò che gli si chiede di fare, e magari ci meraviglia per qualcosa in cui riesce anche per conto proprio>>.

            Rachele si ferma un attimo, si avvicina al marito e gli risponde sottovoce, toccandogli lievemente una spalla, che il loro bambino probabilmente non sarà mai come lo vorrebbe lui. <<Marco è sempre immerso nei propri pensieri, e poi è un osservatore, gli interessa soltanto guardare e scoprire le cose a fondo e fin nei minimi dettagli; non gli piace la competizione, generalmente non si impegna in cose che gli risultano troppo difficili o fuori dalla sua portata. La sua normalità però è data dalla ricerca costante di qualcosa che forse gli altri bambini non riescono neanche a notare>>. Franco annuisce a malincuore, come se gli fosse giunta una cattiva notizia che peraltro già sapeva ma della quale non desiderava in alcun modo rendersi conto. Poi riprende con i suoi conti. Loriana adesso ha preso a parlare con suo fratello, gli chiede come fosse vestito quell’uomo che si è presentato alla porta e cose del genere, ma Marco sembra evasivo, come se avesse dato una scarsa importanza a ciò che è appena accaduto. La mamma intanto ha messo sopra al fornello qualcosa per la cena familiare, e un certo odore di buono inizia a spargersi per tutta la stanza dove sono radunati. <<Bambini>>, dice lei rivolta ai suoi figli, <<ora è il momento di andare a lavarsi accuratamente le mani>>. Loriana si alza dalla seggiolina dove sta seduta e prende per mano il fratello, indirizzandolo verso il bagno, poi gli lava lei stessa le manine con tutta l’attenzione possibile.

            Franco allora si alza dal tavolo, ripone in una vecchia cartella tutti i suoi fogli e sgombra quel tavolo che tra pochi minuti sarà apparecchiato con tutte le stoviglie che servono. Rachele, mentre gli dà la schiena occupandosi del cibo, al momento si sente sollevata per quello che ha appena detto. Le pare di essere stata piuttosto chiara nell’esposizione delle caratteristiche di suo figlio, e poi non ha mai visto di buon occhio il desiderio di suo marito di far crescere il loro figlio maschio come un bambino capace di eccellere agli occhi di tutti. Le sembra che Franco si sia sentito un po’ amareggiato da quelle opinioni, ma lei si sente adesso assolutamente a proprio agio avendogli riferito con precisione quello che anche le insegnanti della scuola materna le hanno spesso riferito di Marco. Magari, quando avranno più soldi e potranno permettersi qualcosa in più, acquisteranno uno di quei giochi educativi e particolari pensati proprio per bambini come lui, immagina mentre sminuzza delle verdure; <<forse va soltanto incoraggiato nel tirare fuori la testa da quelle nuvole in cui sembra spesso immerso, ma io sono convinta che la sua personalità, già così evidente all’età di soli quattro anni, emergerà sicuramente in qualcosa che al momento non si riesce neppure a immaginare>>.

            Infine, si siedono tutti attorno alla tavola rapidamente imbandita, e Marco spiega con calma, senza riferirsi a nessuno in particolare, che gli è piaciuto molto quell’uomo che si è presentato alla porta; <<è stato gentile con me, mi ha sorriso più volte, e poi mi ha detto che era proprio molto contento di vedermi di nuovo, dopo avermi incontrato altre volte per la strada>>.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 30 agosto 2026

Più di ogni altra.


            Indubbiamente mi fa molto piacere, durante quelle poche volte in cui la zia decide di portare a spasso oltre me anche Marco, prendere subito il mio fratellino per mano, e così percorrere lentamente a piedi le strade principali della nostra città, mentre diverse persone incontrandoci si fermano per dire qualcosa e sorriderci, ma soprattutto per salutare la zia, che è una donna conosciuta da tutti grazie soprattutto al suo lavoro presso gli uffici comunali, e quindi farle dei gran complimenti per avere due bei nipotini come sembra proprio siamo noi due agli occhi di tutti. Lei si ferma a parlare con chiunque la saluta anche di tante altre cose, allungando spesso i discorsi secondo me a dismisura, ma mentre io mi annoio subito e vorrei tornare presto semplicemente a camminare, Marco in questi frangenti sembra imbambolato, lasciandosi ancora tenere da me la sua manina, quasi come se al posto mio ci fosse la mamma. Ha sempre i capelli tagliati cortissimi sopra la testa, proprio perché ispidi quasi come i peli di un riccio, e proprio per questo motivo tempo fa è stato acquistato per lui un cappello con la foggia da piccolo uomo, con le falde e una fascia sottile, e con i suoi calzoncini corti e una giacchina fatta su misura sembra proprio, così vestito, quasi un bambino finto, mentre si osserva intorno con la sua tipica espressione seria e immutabile.

            La zia certe volte lo ignora, ma io cerco sempre di suggerire a Marco come ci si deve comportare, cosa deve rispondere quando gli chiedono qualcosa, e insomma quale sia la maniera per essere gentile e anche ben educato nei confronti di chiunque si incontri. In fondo io ho ben tre anni esatti più di lui, e come ripete spesso anche il babbo devo cercare di insegnargli tutto quello che a mia volta ho imparato durante questo tempo, avendo adesso il doppio esatto della sua età. Naturalmente poi ci fermiamo presso il caffè centrale, meta usuale della zia, dove viene salutata con grande rispetto, e mentre lei si siede ad un tavolino e si fa servire qualcosa da un cameriere, ci lascia liberi di scegliere una pasta dolce dal lungo bancone vetrato, e di ordinare un succo di frutta ciascuno. Io sistemo subito sotto al collo di Marco un tovagliolo di carta, ad evitare che si sporchi con lo zucchero a velo o con l’eventuale marmellata, o peggio ancora con del cioccolato, e lui devo riconoscere che mi lascia fare tutto quello che desidero, come se niente di quanto succede lo turbasse minimamente. È un bambino estremamente buono, dicono sempre tutti di lui, ed anche secondo me è proprio così, almeno in questi momenti, anche se in certi casi, quando siamo da soli in casa, all’improvviso si rivolta contro di me, in genere non lasciandomi comprendere neppure il motivo di tale comportamento.

            La zia ha un debole per le bambine, è un fatto assodato, e nei confronti di Marco ha sempre un atteggiamento più distaccato, tanto che si riferisce sempre e comunque soltanto a me, anche quando vorrebbe chiedere qualcosa direttamente a lui. Lui parla pochissimo, e di fronte alle domande che ci viene da proporgli, risponde soltanto di no con la testa, oppure annuisce, ma senza usare la voce. Anche le mie compagne di scuola lo adorano, e quando vengono a casa a farmi una visita, perdono un sacco di tempo per fargli i complimenti e qualche volta per fargli il solletico sulla pancia, cosa per cui Marco dimostra una estrema sensibilità. Riconosco che lui è molto diverso da me, e se le attività in cui si perde maggiormente nel gioco sono la lunga e semplice osservazione dei balocchi che ha sottomano, per me al contrario resta fondamentale vestire e pettinare tutte le mie bambole. Una in particolare poi ha la mia considerazione maggiore, e forse proprio per questo Marco talvolta la prende e la getta per terra, senza spiegarmi il motivo di un gesto del genere.

            La mamma dice che è del tutto normale il suo comportamento, ed anche se a me dispiace dover spiegare a Marco ogni volta che non vanno affatto bene atteggiamenti del genere per un bambino piccolo come lui, mi sono ormai rassegnata a non dare troppa importanza ad alcuna bambola in sua presenza, e quindi a non portarne mai con me nessuna delle mie, neanche una tra quelle più piccole, e quando quelle poche volte usciamo insieme con la zia o con chiunque altro per fare delle passeggiate, è lui la mia bambola, senza alcun dubbio. Comunque, credo che nei prossimi anni, crescendo, Marco si dimostri con me un buon fratello, ed inizi sempre di più ad essere cosciente di quello che fa o che non fa, e soprattutto della necessità anche per lui di trovare una buona sintonia almeno con chi gli sta più vicino e che dimostra ogni giorno di volere soltanto il suo bene. La zia non dice niente di lui, però si capisce benissimo che non apprezza troppo la sua presenza, e forse è per questo che io cerco di essere il più possibile affezionata a Marco, per dimostrare anche a mia zia e a tutti gli altri che per me è una persona importante, forse più di ogni altra.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 agosto 2026

Motivazioni sfuggenti.


            <<Sono un po’ in apprensione>>, dice stranamente Franco che in genere sembra non interessarsi mai di cose del genere e di non stare troppo a preoccuparsi dei comportamenti dei propri figli. <<Il bambino dice spesso di avere male alla testa anche quando lo porto fuori con me, e poi mantiene sempre un’espressione seria, accigliata, come di chi vuol farci capire che prova quasi una piccola sofferenza dentro di sé, anche se non è evidente di quale natura essa sia>>. Sua moglie lo guarda per un attimo quasi meravigliata della sensibilità mostrata nel notare quei pochi indizi, e dopo qualche momento dice a riprova di tutto ciò che Marco aveva persino qualche linea di febbre appena qualche giorno addietro. <<Comunque l’ultima volta che non stette bene il nostro medico disse senza dare troppa importanza alle mie preoccupazioni che era normale alla sua età avere dei periodi del genere, e che in fondo si trattava del normale percorso di crescita a causargli ogni tanto qualche malessere>>, dice in fretta Rachele. Franco annuisce, poco convinto, mentre pensa che vorrebbe tanto avere un figlio maggiormente reattivo, che corre e si diverte insieme ai suoi coetanei, invece di ritrovarsi un bambino solitario, silenzioso, certe volte quasi incapace di stare con gli altri.

            <<Ognuno ha il proprio carattere>>, interviene Rachele mentre ripone qualcosa nell’armadio di cucina e quasi leggendo i pensieri del marito; <<e forse nostro figlio almeno per adesso ha solo l’attitudine a ridere difficilmente e a non parlare quasi mai con chi gli sta attorno>>. Torna naturale per lei mettersi subito sulla difensiva quando si tratta di dire qualcosa sui propri figli, ed anche se a Rachele dispiace, al pari del marito, accorgersi che Marco esprime un atteggiamento così poco socievole, si sente disposta anche nei confronti di Franco a sostenere come tutto sia normale e che non ci sia assolutamente niente di cui preoccuparsi, perché è evidente che i loro figli avranno tra non molto tutto il tempo che desiderano per manifestare le proprie preferenze e le loro diverse personalità, senza che i loro genitori, oppure gli insegnanti di scuola, o anche i propri parenti più prossimi, siano pronti ad evidenziarne certe caratteristiche apparentemente negative che è certo  svaniranno senz’altro con il tempo e con la loro progressiva crescita d’età. <<Forse ti hanno detto qualcosa anche le suore o le insegnanti della scuola materna?>>, chiede Franco con un certo sforzo, visto che anche lui come sua moglie desidererebbe tanto annullare con un semplice colpo di spugna quell’argomento che gli fa provare sicuramente un certo disagio.

            Rachele lo guarda un momento negli occhi, come a voler sincerarsi dall’espressione della faccia che la domanda posta fosse seria e ben ponderata, ma poi risponde soltanto che niente del genere è stato notato le poche volte che Marco è rimasto all’asilo. <<Però con sua sorella gioca volentieri nei pomeriggi, anche se gli piace soprattutto starsene seduto ad osservare i suoi piccoli giocattoli e qualche volta a smontarli per vedere come sono fatti all’interno, tanto che io in certi casi lo sgrido quando trovo sul tavolo tante parti indistinte di qualche modellino di plastica oppure un braccio o una gamba di qualche bambola che appartiene a Loriana. Lei allora si arrabbia per questo comportamento di suo fratello, ma lui non se ne preoccupa troppo e va avanti come se fosse tutto normale, ed è già capitato delle volte che le abbia tirato addosso come risposta la stessa bambola o anche qualche altra cosa, ma naturalmente senza la volontà di farle del male>>.   

            Franco continua a girare per casa quasi nervosamente, tra poco dovrà uscire e tornare al suo lavoro mentre i suoi figli sono ancora a scuola, però gli pare importante aver affrontato quell’argomento con la sua Rachele, e non vorrebbe aver dimenticato di dire qualcosa che probabilmente in seguito gli tornerebbe difficile chiedere o spiegare di nuovo, proprio per la propria riottosità e quella di sua moglie ad affrontare quei temi un po’ spinosi. Lei comprende il suo atteggiamento, ma prosegue ad occuparsi delle proprie cose senza favorire alcun altro discorso, non desiderando affatto dover spiegare altre faccende oltre quelle di cui ha già parlato. Così lui improvvisamente prende la giacca per uscire, ma mentre è quasi sulla porta le chiede di colpo: <<allora, cosa facciamo?>>, come se dal loro breve dialogo dovese scaturire una risoluzione o una presa d’atto per intervenire su qualcosa che ovviamente nel suo modo di vedere le cose non va del tutto nella giusta direzione. Rachele lo guarda un momento quasi sorpresa, lascia in aria una pausa di silenzio, poi dice: <<niente>>, come fosse la cosa più normale restare indifferenti.

            Franco esce da casa dopo un rapido saluto, e lei, rimasta sola, sente all’improvviso salirle dal profondo una forte apprensione, quasi una rabbia inspiegabile, tanto che se non sviasse rapidamente i propri pensieri avrebbe addirittura voglia di piangere, anche senza riuscire a comprendere bene il motivo per fare una cosa di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 26 agosto 2026

Qualcosa di diverso.


            Rachele guarda i fornelli spenti del gas sopra il piano della cucina, e mormora tra sé qualcosa che pare quasi una riflessione sulla propria condizione di madre e di moglie. In casa è da sola, i bambini sono a scuola, suo marito è lontano a mandare avanti il suo lavoro, e lei adesso si sente inutile, come se le sue giornate scorressero identiche e soprattutto in mancanza di un significato concreto che possa fornirle almeno l’entusiasmo di qualche traguardo personale. Certe volte naturalmente è abbastanza contenta di sé, dei risultati raggiunti con la sua famiglia, della propria capacità di stare al suo posto e di fungere da fulcro di tutta la casa, ma altre volte le pare invece di vivere in modo meccanico, senza alcuna creatività, quasi stesse al posto di qualcun altro, o come se chiunque al posto suo potesse far andare avanti le cose forse anche meglio di come fa lei. I suoi genitori adesso sono persone anziane, tra qualche anno si ammaleranno e poi inevitabilmente moriranno, riflette. <<Ed io poco per volta resterò da sola, senza più nessuno accanto a me, perché anche i miei figli andranno via da qui per seguire le loro strade, ed anche mio marito prima o poi morirà, e nonostante io sia sicura sin da adesso di raggiungere i cento anni di vita, per me da ora alla fine saranno tanti periodi simili composti soltanto da una lunga serie di momenti di solitudine>>.  

            Niente nella sua mente è in grado di farle superare questi momenti di depressione, anche se resta convinta di alcune proprie capacità fino ad oggi mai messe in luce. Uscire ed incontrarsi con qualcun altro non servirebbe assolutamente a niente, perché le resta quasi impossibile parlare apertamente dei propri problemi, che restano i suoi e basta, e la sua chiusura verso chiunque è un fatto assodato, definitivo, immutabile. I fornelli spenti del gas sul piano della cucina adesso sono immobili, inutili, inefficaci, eppure hanno una propria intrinseca potenza, delle capacità che si stenta spesso a riconoscere, ma delle quali riescono a dare prova in un solo attimo, alla semplice accensione tramite le loro semplici manopole. <<Potrebbe essere così anche per me>>, pensa Rachele quasi per scherzo: <<girare una piccola leva all’interno di me e mettermi a funzionare in modo diverso, del tutto nuovo, come se potesse avvenire di colpo un rovesciamento improvviso di personalità e di carattere>>. Poi carica la macchinetta per il caffè, la piazza sul gas e accende il fornello. <<Durante un temporale, a mia mamma da giovane giunse un fulmine mentre era in casa, sceso giù direttamente dalla cappa del camino; colpì qualcosa che in quel momento lei teneva tra le mani, e una luce accecante insieme all’immenso rumore di tuono la fece saltare all’indietro e lasciare l’oggetto di ferro che stava maneggiando. Non accadde nient’altro, nessuna conseguenza per lei, eppure qualcosa parve avvenire, senza che nessuno se ne fosse reso del tutto conto>>.

            Davanti ai fornelli di Rachele invece non succede un bel niente, a parte la polvere del caffè che lentamente si mescola all’acqua in maniera indissolubile, a formare la bevanda scura che in queste giornate resta per sua consapevolezza la propria cura migliore, quel piccolo sorso di caldo che sembra dare un senso alla propria malinconia. Ne versa quanto le è sufficiente in una tazzina, aggiunge una punta di zucchero e poi lentamente ne gira il contenuto, che poi sorseggia restando in piedi, con calma, osservando il niente davanti a sé. Tra poco andrà a riprendere a scuola i bambini, dovrà salutare qualche altro genitore che magari le chiederà qualcosa dei suoi figli, dei loro risultati, dei rapporti che tengono con qualche compagno più agitato degli altri; oppure le parleranno di qualche argomento che a lei non interessa neppure, ma fingerà però di seguire quei discorsi con una certa attenzione, annuendo alle loro parole, spiegando a sua volta di essere assolutamente d’accordo con quelle loro affermazioni, con i loro punti di vista, con quei loro modi di riflettere sui fatti e le cose. Poi terrà per mano i suoi figli, sorriderà a qualcuno allontanandosi dalla strada piena di voci e di esclamazioni, e alla fine chiederà a ciascuno dei due come fosse andata la loro giornata, senza aspettarsi delle esaustive risposte, ma accontentandosi di una semplice affermazione positiva logica ed usuale.

            Chissà che cosa aveva provato sua mamma trovandosi all’improvviso tra le mani uno schianto di luce e di energia come quello che le era capitato chissà quanti anni prima; forse niente, se non la consapevolezza della fortuna di non aver avuto da quell’incontro alcuna conseguenza. A Rachele adesso è sufficiente la calma, la pacatezza di qualche parola scambiata sottovoce con i propri bambini, la normalità di tornare a casa con loro come ogni giorno, e poi l’attesa di ogni piccolo evento che scandisce poco per volte tutte le ore della sua giornata. Forse non ha mai desiderato qualcosa di più o di diverso, e forse non ha mai fatto niente per andare incontro a qualcosa di differente.

 

            Bruno Magnolfi  

domenica 23 agosto 2026

In quel quartiere.


            Aveva preso praticamente ogni giorno a chiamarmi da oltre il muro che delimitava i nostri giardini, peraltro del tutto simili e composti perlopiù da qualche aiuola di terra e vialetti lastricati, ma certe volte era piuttosto scocciante anche per me doverle inventare una scusa oppure un’altra per non andare a giocare da lei come costantemente desiderava. <<Marco, Marco>>, insisteva fino a quando non le rispondevo. <<Devo aiutare la mamma>>, le dicevo in certi casi a bassa voce senza poterla vedere per via di quel muro troppo alto, durante tutte quelle volte che proprio non mi andava di andare da lei. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ormai sei compiuti, ed appariva ai miei occhi una bimbetta noiosa, ancora incapace di vedere le cose con quella astuzia che a me pareva oramai di avere assunto da quando frequentavo la scuola elementare, grazie al contatto quotidiano con alcuni dei miei compagni di classe piuttosto svegli e in grado di farmi crescere molto alla svelta. Elisabetta peraltro era carina, mi piaceva abbastanza averla come amica, anche se preferivo per molti di quei pomeriggi uscire sulla strada piuttosto tranquilla davanti casa mia ed incontrarmi con i ragazzetti della mia età o anche più grandicelli che abitavano in quella via, soprattutto perché certe volte alcuni di loro erano in grado di raccontare a me e a tutti quanti delle storie oltremodo vere e meravigliose. A lei naturalmente non era permesso uscire con noi, proprio perché troppo piccola, anche se a me pareva che sua madre fosse eccessivamente restrittiva in quelle le sue scelte.

            In ogni caso a me piaceva molto anche soltanto starmene per conto mio, seduto su di una pietra di quel nostro giardinetto, e magari accarezzare quella gatta che ogni tanto arrivava soffusamente a farci una visita. Le volte in cui invece cedevo per sfinimento ed andavo a casa di Elisabetta passando dai portoncini dei nostri appartamenti, trovavo lei, sua mamma e i suoi nonni che mi ricevevano, mi salutavano e poi tentavano subito di pormi delle domande un po' strane a cui normalmente evitavo di rispondere limitandomi a sorridere timidamente, fino a quando il nonno non accendeva la televisione dentro una stanza buia e con un forte odore poco piacevole, dove io ed Elisabetta ci sedevamo in un angolo. Lei qualche volta rideva dei programmi che venivano trasmessi a quell’ora, ma anche delle svariate pubblicità, e quasi sempre cercava nel buio di prendermi la mano per tenerla stretta alla sua, cosa che a me faceva quasi infuriare, anche se non davo a vederlo. In genere la lasciavo fare, anche perché pensavo che un prezzo dovessi pur pagarlo visto che noi in casa non avevamo la televisione, e quei programmi per bambini mi piacevano sopra ogni altra cosa. Ma dopo un po’ muovevo nervosamente la mano, o fingevo che fosse entrata nella stanza la mamma o la nonna, per scoprirci così come due amanti in atti amorosi. Lei allora si inventava delle cose diverse, mi diceva che voleva farmi vedere un gioco, o qualcosa del suo giardino, ed io, dopo avere sbuffato a lungo dentro di me, la seguivo senza trovare nessuna scusa per oppormi alla sua volontà.

            Il nonno regolarmente chiedeva alla sua anziana moglie di portargli un bicchiere di vino, e lei rispondeva altrettanto regolarmente e con un po' di apprensione, durante quei pomeriggi, che non poteva proprio farlo perché il vino non gli faceva altro che male. Nel vicinato tutti sapevano che il nonno era un vecchio ubriacone, ed ogni tanto qualcuno spiegava che più di una volta era stato addirittura trovato privo di sensi e riverso al bordo di qualche strada di campagna dei dintorni di Volterra. Con questo io mi spiegavo anche il cattivo odore che spesso avvertivo vicino a quest' uomo: odore di avvinazzato, dall'alito pesante, incapace oramai di stare lontano dal bere. A Elisabetta non importava un bel niente delle dinamiche familiari, e poi continuava a guardarmi come fossi stata l’unica persona presente tra quelle mura. In giardino poi mi raccontava delle cose piuttosto scontate, della gatta che passava di là, dei disegni che faceva da sola, delle merende che le preparava sua madre. Quando infine regolarmente giungevo fino al punto di non sopportare più quella situazione, io cercavo dentro di me la scusa migliore per poter andarmene via, incapace di affrontare più a lungo quei suoi discorsi e quell’insistenza con cui cercava ancora di intrattenermi.

            Mia mamma la sera mi chiedeva come fosse andato il pomeriggio dalla mia piccola vicina di casa, ed io generalmente minimizzavo, e le dicevo in due parole che ci eravamo semplicemente divertiti con qualche sciocchezza, perché non mi sentivo in grado di confessarle che non mi piaceva quella famiglia, non mi piaceva la casa dove abitavano, non mi piacevano quei loro modi, e forse attendevo soltanto che Elisabetta si facesse più grande per invitarla ad uscire insieme a me e a tutti quei ragazzi che abitavano all’interno di quel quartiere.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 20 agosto 2026

Oltre sé stessi.


            Loro quattro difficilmente escono di casa assieme, a meno che non si tratti di qualche cosa particolarmente speciale per cui si richiede la presenza al completo di tutta la famiglia. Franco peraltro non rimane mai a lungo nella loro abitazione, se non naturalmente per dormire la notte, e in ogni serata o tardo pomeriggio libero si reca subito dagli amici al solito caffè-biliardo pedalando sopra la sua bicicletta fino al centro del paese. In qualche caso va a piedi e porta con sé anche uno dei suoi bambini, e più raramente tutt’e due, anche se poi compra loro un gelato o qualche caramella e li posiziona a sedere davanti alla televisione del caffè mentre lui parla e scherza a lungo con gli amici e i conoscenti presenti. Quando invece porta solamente Marco, in certe occasioni si mette anche a giocare al biliardo, confidando sul fatto che lui è un bambino buono e tranquillo e resta per tutto il tempo seduto da una parte, nella saletta del locale dove si gioca a stecca e in cui non entrano quasi mai le donne, tantomeno le bambine. La madre Rachele esce dalle sue quattro mura soltanto per gli impegni di ordine familiare: accompagnare al mattino i suoi figli alla scuola pubblica ed andarli poi a riprendere, oppure fare degli acquisti, o più raramente lasciarsi andare ad una visita agli anziani genitori, ma in ogni caso preferendo restare a casa per tutto il tempo che le sia possibile.

            Per le passeggiate pomeridiane dei bambini normalmente invece si impegnano in sua vece la zia, per quanto riguarda Loriana, e la nonna paterna per quanto riguarda Marco, passando rispettivamente a prenderli direttamente a casa loro. Alla mamma piace molto non doversi almeno preoccupare di questo aspetto, lasciando i suoi figli in mani oltremodo fidate. Quando ancora non aveva partorito, nei primi anni di matrimonio, qualche volta si vedeva con una amica o due, ma in seguito, come spesso succede, le aveva perse di vista poco per volta, essendo ognuna di loro assorbita dalle rispettive situazioni familiari. Rachele prova spesso un gran senso nostalgico dei tempi in cui era soltanto fidanzata, quando poteva farsi accompagnare da Franco in un locale vicino ai margini del paese dove ogni sera si poteva anche ballare; riflettendoci, a volte le pareva che quello fosse stato il periodo più bello e spensierato della sua vita, anche se naturalmente aver avuto in seguito i suoi due figli resta la cosa più importante, almeno per lei. Fino ad oggi Rachele è sempre stata considerata da tutti una persona molto remissiva, in grado di mostrare sempre grande fiducia verso chiunque, e per suo specifico carattere lei ha sempre pensato che la cosa più importante per sé stessa è che nessuno tra i suoi conoscenti abbia mai avuto niente da ridire sul proprio comportamento generale.

            Qualcuno a volte l’ha giudicata eccessivamente riservata ed introversa, ma Rachele non ha mai cercato di essere minimamente differente da come appare. Qualche volta Franco la sprona ad essere maggiormente espansiva, a dichiarare con slancio le sue preferenze e le cose che le piacciono di più, ma i suoi tentativi si sono sempre dimostrati poco efficaci se non nulli. Certe volte suo marito riesce a farla ridere, tirando fuori qualche battuta spiritosa, ed allora lei ride di gusto, quasi senza riuscire a smettere, a tratti fino alle lacrime. La sua condotta morale è sempre stata impeccabile, e in ogni caso si è dimostrata ogni volta agli occhi di tutti una persona che accetta il suo ruolo e sa stare al suo posto, nella sostanza senza cambiare mai i propri modi di essere. Quando Marco si è ammalato lei ha fatto di tutto per stargli il più vicino possibile, magari sacrificandosi oltremodo nella sua maniera, decisa ma anche silenziosa, di mostrarsi sempre presente al suo capezzale, sia nei diversi ospedali dove è risultato ricoverato, sia nella lunga e travagliata degenza a casa propria.

            Qualche volta probabilmente lei ha pianto da sola sia per la fatica di sopportare lo sforzo psicologico dato dalla situazione, che per la propria incapacità nel risultare efficace a trattare con i medici e i primari che le davano notizie sulle cure per il bambino non sempre ottimistiche o come lei avrebbe tanto desiderato, ma in tutti i casi è sempre riuscita in un modo o nell’altro a ritrovare il coraggio che le serviva per andare avanti. Suo marito Franco in quei frangenti ha sempre saputo di avere al proprio fianco una moglie impagabile, ed anche se forse in vari casi non è stato capace di dimostrare a Rachele la propria riconoscenza e la indubbia solidarietà per tutti i sacrifici della moglie, sicuramente anche lui deve aver provato la forte sofferenza ed il dolore acuto di quei momenti, magari proprio mentre stava sciacquandosi la faccia da solo, davanti allo specchio del bagno di casa. I periodi anche più bui infine passano talvolta, come tutte le cose che si lasciano alle spalle, ed è il tempo stesso che rapidamente ne toglie proprio quella patina di drammaticità, anche se resta comunque la memoria di aver dovuto affrontare qualcosa persino al di sopra delle proprie forze.

 

Bruno Magnolfi