domenica 16 agosto 2026

Bambolotto.


Sto in piedi, fermo, ho soltanto quattro anni compiuti da poco tempo, eppure ho già imparato ad osservare tutto quanto ciò che mi circonda con un certo spirito critico, pensando che quasi nessuno tra coloro che conosco o che frequentano la casa dove abito sia davvero in grado di aiutarmi a crescere utilizzando i criteri giusti per un bambino proprio come sono fatto io. Mia sorella quest’anno ha iniziato a frequentare la scuola elementare, i miei genitori sono molto contenti di lei e dei suoi primi risultati scolastici, ed ogni sera, quando tutti e quattro assieme ci mettiamo a tavola per la cena, loro non fanno altro che magnificarne le gesta, in considerazione del fatto che ha già imparato a leggere e persino anche un po’ a scrivere, dilettandosi addirittura in bella calligrafia, e che la sua maestra si dimostra ogni giorno molto contenta dei suoi progressi. Forse per questo, forse anche per altri motivi che a me ora sfuggono, io non vorrei più andare all’asilo gestito dalle monache, dove mia madre insiste sempre per portarmi, nel giro mattiniero in cui accompagna mia sorella fino al suo grande edificio scolastico. L’anno scorso ci andavamo assieme io e Loriana, ma adesso questo restarmene da solo tra tutti quei ragazzetti urlanti mi è diventato del tutto insopportabile.

Stamani la mamma mi ha vestito come sempre, mi ha piazzato fermo in piedi sopra uno sgabello, e mi ha fatto infilare il mio grembiule nero con un finto fiocco al colletto, ma prima di abbottonarlo sulla schiena mi ha detto di aspettare, non so neanche perché, ed è subito andata nell’altra stanza, probabilmente per controllare qualcosa che aveva lasciato incompleto. Così io ho preso con calma il paio di forbici rimaste sul mobile accanto a me, e mi sono subito impegnato nel tagliare la stoffa di questo maledetto grembiule. La mamma è tornata prima che riuscissi a manovrare le lame in modo efficace, e lei mi ha trovato così, in preda ad una estrema e razionale voglia di distruzione, dimostrando anche senza usare le parole le mie vere intenzioni riguardo all’asilo. Certe volte lei usa degli stratagemmi, tipo rammentarmi alcune fiabe mentre mi fa indossare il grembiule, e qualche volta è riuscita nell’intento di confondermi e farmi trovare già pronto per andare dalle monache. Per questo l’abito di stoffa che sono costretto ad indossare è diventato il mio vero nemico, considerando che la mamma non mi porterebbe mai all’asilo senza questa divisa.

Così ho iniziato a piangere in considerazione dei nervi che mi dà non essere riuscito nell’intento, ma la mamma si è mossa comunque a compassione ed ha deciso che per oggi non mi avrebbe lasciato alla scuola materna, ed io sarei potuto rimanere insieme a lei per tutto il giorno. Non so, non mi piace molto stare con gli altri bambini della mia stessa età, o perlomeno non mi piace starci quando sono in molti, confusionari, urlanti, per me che sono sempre piuttosto silenzioso, mentre se avessi attorno un solo compagno o due al massimo, allora le cose per me andrebbero già bene. In ogni caso quello che preferirei è starmene per conto proprio, avere tra le mani un piccolo giochino che lasci risaltare la mia fantasia e con questo baloccarmi senza necessità di altro, come se per la mia mente quello fosse un vero traghetto verso scenari immaginari che certe volte neanche capisco da dove possono giungere fino a me. La mamma non comprende i miei atteggiamenti, probabilmente perché mia sorella è una ragazzina molto socievole, di compagnia, che sa stare con tutti quanti e non si lamenta mai, riuscendo spesso a tenere l’attenzione degli altri accesa su di sé.

Non desidero cercare di assomigliarle, e quando i miei genitori continuano a ripetere che devo prendere spunto dai suoi modi e cercare di replicare le sue maniere come fossero degli esempi positivi di cui sentirmi perfino orgoglioso, piego subito la bocca in una smorfia, e pur senza replicare proprio niente mi convinco sempre più di non provare alcun desiderio di similitudine nei confronti di Loriana, pur restando profondamente colpito da qualche sua compagna di scuola che certe volte viene in casa nostra a studiare e a giocare con lei. Naturalmente tutte queste ragazzine, una volta giunte da noi, iniziano subito a coccolarmi come fossi un bambolotto, ed io in genere le lascio fare, anche perché non ritengo di avere una personalità talmente forte da tenermi distante da loro e dalle loro maniere. Ma in qualcuna di queste bambine grandi riconosco delle doti che non so neanche spiegarmi, come fossero talmente diverse dai miei modi fare e da quelli di mia sorella da risultare affascinanti ai miei occhi; perciò, generalmente mi metto da una parte e ne studio i comportamenti e le espressioni, misurando ogni parola ed ogni gesto con tutta l’attenzione che ritengo necessaria.  

Mia mamma allora, durante questi pomeriggi, prepara per tutti una tazza di cioccolata, e a me per uno strano paragone sembra che gli anni prossimi abbiano facilmente la possibilità di rivelarsi dolci e densi come questa crema che raccolgo con il mio cucchiaino di plastica celeste, lasciando attorno a me i risolini di gusto di queste bambine, insieme naturalmente ai sorrisi della mamma.

 

Bruno Magnolfi

domenica 9 agosto 2026

Sfuggire alla logica.


            La mamma è una persona buona. A noi due che  siamo i suoi figli non ci fa mai dei veri regali, però ha la capacità di farci divertire incoraggiandoci a trascorrere il tempo con delle cose semplici che ci troviamo intorno: un cestino da riempire con dei fiorellini spontanei, apparecchiare in modo preciso la tavola da pranzo, aiutare lei a togliere le punte ai fagiolini, tenere il conto dei tortellini o dei ravioli quando, alla mattina di qualche domenica, le viene la voglia per la gioia di tutta la famiglia di prepararli e cucinarli. Non si affretta mai quando deve fare delle cose, ma adotta un ritmo che è sempre come definito, e se guarda l’orologio, che difficilmente apprezza come oggetto, è soltanto per rendersi conto che oramai è quasi l’ora del pranzo oppure della cena. Appare sempre molto precisa nelle attività di cui si occupa, ed è estremamente orgogliosa della sua manualità, tanto che i suoi lavori di cucito, che appronta quasi quotidianamente, risultano sempre perfetti, curati in ogni dettaglio. E poi difficilmente si lamenta, ed è sempre disposta con pazienza a sistemare e riordinare tutte quelle cose che qualcuno della sua famiglia ha messo in giro, senza curarsi in seguito di riporle. Io e mio fratello qualche volta la vorremmo più affettuosa nei nostri confronti, ma lei di carattere non è proprio il tipo che si lascia andare a smancerie o a slanci sentimentali verso chiunque sia.

            La ritengo bravissima nelle attività che compie, ma in quelle che invece non le interessano molto riesce a mostrarsi riottosa oltre misura, fino a far comprendere a chi le resta intorno che non ha alcun desiderio di occuparsi di ciò che non le piace fare, pur senza mai dichiararlo espressamente. Generalmente quasi nessuno la chiama per nome, escluso nostro padre, ma anche lui soltanto in determinate e rare occasioni, e lei sembra non tenerci affatto al proprio nome, tanto da apparire quasi imbarazzata quando deve andare in qualche ufficio a firmare qualcosa e a dichiarare le proprie generalità. La zia, rispetto alla mamma, praticamente ha un carattere e dei modi fare che risultano il suo contrario esatto, e forse per questo motivo non mostra mai con troppa segretezza di non stimarla molto, e spesso evidenzia di reputarla una persona un po’ troppo rustica e poi poco socievole. Ma io non credo che la mamma sia proprio così, e penso invece che ci siano delle rivalità tra loro due che probabilmente non comprendo, forse perché i loro modi di vedere e di riflettere hanno delle radici molto antiche, e quindi nascondono dei dissapori nati chissà quanti anni fa.    

            <<Rachele>>, le dice a volte la zia con un tono che si comprende benissimo voglia essere insieme sia ironico che polemico; <<posso comprare delle caramelle a Loriana se ne ha voglia?>>, ben sapendo che può comprarmi tutto ciò che più desidera o che a me dia piacere, visto che tra me e lei teniamo da molto tempo un segreto per cui niente di quello che facciamo quando andiamo in giro nel paese lo riferiamo ad altri per intero. Quando poi rientro a casa certe volte conservo in tasca un dolcetto o due per portarlo a mio fratello Marco, a cui piacciono molto le cose zuccherate, e che normalmente è risaputo non attragga dalla zia tutte quelle attenzioni che invece sono dirette a me. Poi sono nell’altra stanza della casa quando mia mamma, rispondendo ad una domanda diretta della zia che le chiede, forse solo tanto per parlare, come stiano andando in questo periodo i miei risultati scolastici, sento rispondere qualcosa che mi lascia sbigottita: <<Loriana a scuola è persino troppo brava>>, dice con il massimo della serietà, ed ovviamente questa frase mi lascia sobbalzare. Che significa essere troppo bravi? C’è forse un limite oltre il quale non ci dobbiamo spingere? Si fa un torto a qualcuno se ci piace essere diligenti, studiosi, precisi, se ci impegniamo a fondo in quello che siamo chiamati a svolgere? Resto interdetta, non avrei mai pensato che il mio applicarmi a fondo nello studio delle materie di quinta elementare diventasse quasi un peso per la mia famiglia.

            Improvvisamente mi reputo praticamente offesa da questo giudizio: con ogni probabilità la mamma nel suo essere sincera ha voluto soltanto far comprendere alla zia quanto io sia una bambina a modo, una ragazzina che non prende mai le cose senza quella serietà di cui avverte il bisogno, e che non prova alcun sacrificio nel cercare quei risultati scolastici da prima della classe. Però, se risulto persino troppo in ciò di cui sono chiamata ad occuparmi, significa che creo un disagio, forse una disuguaglianza con chi, come ad esempio mio fratello Marco, che però sta frequentando soltanto la seconda elementare, probabilmente sarà costretto nei prossimi anni a rincorrere in qualche modo quegli stessi risultati, oppure addirittura disprezzare del tutto una carriera scolastica da primo della classe che forse gli sarà richiesta, nel confronto con sua sorella troppo brava. Mi riprometto di parlarne con mia zia, o forse no, visto che neanche lei con ogni probabilità dovrebbe essere in grado di comprendere il mio attuale ed improvviso stato d’animo. Non posso essere diversa da come sono, rifletto, e poi non sono così talmente brava da riuscire a sfuggire alla logica in cui mi sono immersa.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 7 agosto 2026

Bicicletta d'occasione.


            Fuori dal caffè ci sono soltanto i soliti due o tre individui seduti sulle seggioline di plastica a fumare e a parlare del più e del meno, oltre a snocciolare qualche commento sulle poche persone che transitano a piedi per il corso del paese a quell’ora di sera. All’interno del locale invece qualcun altro segue distrattamente un programma televisivo mentre sorseggia una bibita seduto ai tavolini rotondi, e quando lui entra e chiede al cameriere di preparargli un caffè ancor prima che il barista gli rivolga la domanda classica inerente alla propria consumazione che ritiene ovviamente obbligatoria, alcuni lo salutano, ma senza entusiasmo. Nella saletta, quando si affaccia sul retro del locale, adesso ci sono solamente un paio di persone in piedi che parlano del biliardo e di qualche tiro da fuoriclasse a cui hanno assistito una volta o quell’altra, ma è sempre così nei giorni alla metà di ogni settimana. Franco saluta con parsimonia, poi, senza preoccuparsi di trovare un aggancio, spiega, mentre sorseggia il caffè, che la sua bicicletta stasera si è messa a cigolare ad ogni giro di ruota in maniera del tutto smodata, tanto da attirare l’attenzione di ogni persona per strada, mentre pedalava nel tratto da casa sua fino a lì. <<Un rumore strano>>, dice ancora; <<quasi il lamento di un animale rimasto incastrato tra il rocchetto della ruota posteriore e la catena. Un passante mi ha anche detto a voce alta che era il carter che si era piegato, così io mi sono fermato, ho controllato la catena ed ho deciso di percorrere le ultime decine di metri a piedi, lasciando la mia bicicletta ad un angolo>>.

I presenti annuiscono, senza trovare niente da eccepire, ed infine lui dice ancora che forse potrebbero riempire il tempo con una piccola partita a goriziana su di un tavolo tra quelli presenti nella saletta, ed uno dei due tizi accetta pur senza entusiasmo quella sfida, mettendo in palio però soltanto una semplice consumazione al banco. Franco non conosce troppo bene il suo avversario, ma con calma sceglie la stecca più adatta, mette il gesso sopra al puntale, sistema i birilli e procede subito con il proprio tiro verso la sponda opposta, per decidere chi deve iniziare tra i due. La biglia dell’altro si avvicina maggiormente per alcuni centimetri, e così quello inizia a giocare procedendo con il primo tiro effettivo. Lui però riprende a parlare: <<sembrava che la mia bicicletta avesse da lamentarsi di qualcosa, come se tra i pedali la sua anima gemesse per qualche torto che posso aver fatto nei suoi confronti. Invece, riflettendoci meglio, credo che qualcuno abbia sferrato una pedata al carter mentre era ferma davanti casa mia, tanto da piegare il lamierino. Ma non saprei a chi possa venir voglia di commettere un atto del genere, forse un ubriaco, oppure uno sfaccendato che non trova niente di meglio da fare che prendersela con le cose degli altri>>. L’avversario sorride mentre sceglie la traiettoria da far seguire alla sua biglia, e dopo il suo tiro, abbastanza ben calibrato, chiede: <<ma è una bicicletta di marca, costosa, un modello che possa almeno suscitare qualche invidia?>>.

Franco si concentra sul panno verde, prende una pausa, riflette a lungo ed infine dice soltanto: <<ma no: è una bicicletta da nulla, non mi ricordo neppure come l’abbia avuta, forse me l’ha regalata un amico perché non sapeva che farsene; però è proprio questo il punto principale: se è un oggetto di nessun valore, mi domando, per quale motivo prenderlo a bersaglio delle insoddisfazioni di cui puoi soffrire?>>. Poi procede con un rinquarto leggero, visto che l’altro gli ha lasciato la propria biglia e il pallino dal lato opposto del panno e dei birilli, così adesso lui deve tirare dall’altro settore cercando di fare dei punti e mettere in eguale difficoltà l’avversario. Il tiro non riesce neppure troppo bene, ed in questo modo lascia all’altro giocatore la possibilità di tirare di calcio un tiro deciso così da abbattere quasi tutti i nove birilli. Lui assume una smorfia sul viso, come per rammaricarsi della sua sbadataggine, e comunque prosegue a giocare la partita lasciando diverse volte delle buone possibilità al suo avversario. <<Senza la mia bicicletta non saprei come fare>>, riprende a dire Franco, mentre il gioco prosegue sulla stessa falsariga, lasciando in breve tempo che la partita termini con una propria modesta sconfitta. <<Per la rivincita>>, dice adesso con un moto di orgoglio, <<potremmo giocarci però un paio di bigliettoni, sperando che la fortuna passi un po’ anche dalla mia parte>>.

L’altro naturalmente acconsente subito, e lui, con la sua calma quasi ironica, inizia a sfoderare dei tiri che prima non aveva messo in mostra, tanto da guadagnarsi subito un punteggio più alto dell’altro, fino al momento in cui la partita giunge al termine e lui può raccogliere i soldi del premio. <<D’altra parte>>, dice adesso guardando l’altro negli occhi e come concludendo il suo ragionamento, <<se dovessi acquistare un’altra bicicletta perché quella che possiedo ormai è fuori uso, mi ci vorrebbero sicuramente diversi quattrini, persino se per combinazione ne trovassi una d’occasione. Perciò anche questi soldi mi occorrono proprio>>.

 

Bruno Magnolfi

martedì 4 agosto 2026

Dentro l'ascensore.


            Finalmente, con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura. Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani, che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo, si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.

            In casi diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi addosso.

            Per nessun motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa servirmi ogni volta.

            In qualche caso il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari, ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della cabina dell’ascensore.

 

            Bruno Magnolfi  

venerdì 31 luglio 2026

Bei tempi.


            Con la nonna andiamo a camminare lungo la strada principale del paese, tenendole la mano io da un lato e mio fratello Marco dall’altra. La mamma ci ha vestito a festa, è una domenica di primavera inoltrata e noi siamo contenti di farci vedere dai nostri concittadini che si fermano a salutare la nonna e a fare i complimenti a noi due. Mio fratello ha soltanto tre anni e mezzo, ed è un po’ buffo e cicciottello, sempre accigliato, con i capelli corti a spazzola sopra la sua testa, e porta un paio di calzoncini corti con le ginocchia in vista anche se la temperatura dell’aria non è neppure troppo alta. Però oggi c’è il sole, e a me hanno messo sulla testa un cappello a larghe tese, tanto che mi sembra di apparire come una signora del bel mondo così abbigliata, nonostante non sappia ancora che cosa questa espressione significhi con precisione. Poi ci sediamo sopra ad un basso muretto, e la nonna insiste per farci fotografare da un tizio con la cravatta che sta lì ad aspettare dei clienti sia per immortalarli con lo sfondo della vallata verde e collinare all’intorno, sia con le mura di antiche pietre gialle che circondano l’abitato in quella zona. Negli anni a seguire questa foto in bianco e nero sarà l’unica di quel periodo che ci ritrae insieme, a me e al mio fratellino.

            Con lui cerco sempre di essere protettiva, come continua a ripetermi la mamma, così cerco spesso di prenderlo per mano e di guidarlo verso un luogo oppure l’altro, anche se lui non sembra mai contento di avere la mia presenza intorno a dirgli cosa fare, dove andare, e come comportarsi. Infine, ci sistemiamo per bene, ed anche se la nonna vorrebbe che si stesse più vicini in un gesto di unità familiare tra di noi, in realtà ognuno sembra stare là seduto un po’ per conto proprio, senza alcun atteggiamento che potrebbe apparire appiccicoso e anche un po’ falso. Il fotografo sistema con calma il cavalletto a tre zampe sul selciato e poi ci osserva a lungo attraverso l’obiettivo del suo macchinario, fino a quando finalmente si decide a far scattare qualcosa di quel suo meccanismo e così noi finalmente siamo liberi di tornare a muoverci come più ci piace. La nonna è una persona buona e forse piuttosto sempliciotta, come dice la mamma: le piace molto portarci in giro per Volterra e fermarsi a chiacchierare con tutte le persone che conosce, anche se a noi vengono a noia le sue lungaggini piene di discorsi poco importanti e secondo me solo di circostanza. Quando torniamo a casa sua, apre sempre una scatola di latta dove tiene dei biscotti, e ce ne offre uno o due, come se costituissero la cosa più preziosa che possiede.

            A lei piacciono molto le fotografie; dice che servono per ricordarsi in seguito di qualche momento particolare o di certe situazioni più piacevoli. A me non piace per niente stare in posa ad aspettare che qualcuno faccia scattare il congegno per quei ritratti che la nonna quasi ci costringe a farci fare, e a mio fratello penso anche di meno, però non ci opponiamo mai perché immaginiamo che un motivo piuttosto importante per sottoporci a questa attività così noiosa ci deve pur essere, o almeno così crediamo. Poi la nostra passeggiata con la nonna prosegue fino a quando lei ci fa servire in un locale un piccolo cono gelato che presto inizia a sciogliersi e naturalmente ci imbratta tutte le mani di cioccolato e anche di crema. Così andiamo ad una fontanella e ci ripuliamo per bene, con l’aiuto di un provvidenziale fazzoletto e di tanta pazienza. Marco non si lamenta, a lui basta essere lasciato in pace, ed anche se si fa fare tutto ciò di cui ha necessità, si comprende benissimo la sua scarsa tolleranza per ogni attività che a lui è richiesta.

            La nonna a volte ci parla di un cane che possedeva quando era più giovane e noi non c’eravamo ancora, un piccolo cane bianco molto intelligente e sveglio, e a noi forse dispiace non averlo conosciuto, anche se siamo molto contenti quando ce ne parla. Però si vede che a lei dispiace tanto ricordare quando morì per uno stupido incidente. Perciò non insistiamo a farle delle domande o a chiederle ancora cosa lui facesse e come si comportava, perché a lei piacciono tanto gli animali, e si vede che ci soffre quando soffrono loro. Dietro casa sua ha un piccolo giardinetto dove tiene una gabbia enorme per allevare tutti gli uccellini che cadono dal nido ed ancora non riescono a volare. Tutti coloro che la conoscono portano a lei questi animaletti, perché sanno che ci sa fare, e con lei sono senz’altro in mani buone. Difatti li cura, li accudisce, e se si accorge che per qualche motivo stanno malvolentieri nella gabbia dove li tiene, allora li lascia liberi, e sembra ci sia stato qualcuno che addirittura è tornato indietro a farle visita, almeno così racconta lei. La nonna è molto affezionata a mio fratello Marco, forse solo perché quando era giovane ha avuto soltanto figli maschi, e quindi adesso probabilmente lui le ricorda i bei tempi passati.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 28 luglio 2026

Intemperanza.


            Certe volte si soffermava a guardare lontano. Non che avesse nella testa delle grandi idee da elaborare, però gli piaceva in quei casi perdersi in qualcosa che non riusciva mai del tutto a identificare e immaginare, come se una spessa foschia scendesse ad inebriare la sua mente e lo tenesse all’interno di una specie di ovattata intimità. In alcuni casi non era neppure troppo contento quando qualcuno, per un motivo o per l’altro, lo interrompeva in quella totale inattività, magari chiamandolo per nome o semplicemente toccandogli un braccio e riportandolo così all’improvviso alla cruda realtà. Gli altri a suo parere non avrebbero mai potuto comprendere che cosa c’era di così importante per lui nell’osservazione di quel punto lontano, addirittura oltre qualsiasi curiosità per tutte quelle persone che generalmente conosceva e frequentava. Probabilmente non avrebbe saputo spiegarlo a parole neppure a sé stesso, però era come se lui si sentisse sicuro che laggiù c’era il proprio rifugio personale, una tana segreta in cui riparare ogni volta che per qualche motivo ne avvertiva la necessità. Sorrideva, tornando di colpo nel mondo reale, come per togliere ogni importanza al suo sguardo perso nel niente, e forse per dimostrare a chiunque che il suo era soltanto un momento di debolezza, praticamente una semplice e sciocca riflessione mentale di nessuna importanza.

            Gli piaceva peraltro stare in compagnia delle persone che più conosceva, prendere in giro qualcuno usando delle espressioni composte generalmente da poche parole, e se era il caso diffondersi in spiegazioni sui propri ricordi di un passato recente o sulle cose che maggiormente conosceva, tutti elementi che però riuscivano spesso efficaci nel mettere in mostra per confronto i piccoli difetti o le semplici convinzioni di qualcuno tra quanti lo stavano ad ascoltare. Non rideva quasi mai, eppure gli piaceva quando qualcuno comprendeva appieno le sue battute di spirito e si lasciava andare a qualche risata sguaiata. Con sua moglie, quando erano soli, si faceva generalmente più serio, e quando qualche volta gli veniva da esprimere una battuta di spirito a lei particolarmente gradita, la lasciava ridere a lungo compiacendosi della propria dote di intrattenitore e di umorista pur senza mostrarsi mai troppo come tale. Anche sul lavoro oscillava regolarmente tra la leggerezza di qualche espressione simpatica e la serietà sempre richiesta per affrontare con impegno i propri compiti.

            Rispetto alle persone più estrose che conosceva e che frequentava, secondo lui alcuni erano criticabili sempre e comunque in un modo piuttosto palese, pur senza mai esagerare, tanto da usare addirittura delle parole un po’ ironiche per definire questo individuo di turno oppure quell’altro, ma per coloro che invece per qualche motivo si salvavano dal suo giudizio inflessibile e un po’ tagliente, si mostrava persino attratto e affascinato da certe loro maniere di essere e di comportarsi. La sua critica il più delle volte appariva fine e leggera, evidenziando anche l’uso costante di un certo sarcasmo, ma nel momento in cui era lui stesso ad essere attaccato dallo spiritoso giudizio di altri, allora si prestava malvolentieri a questo gioco, sottraendosi rapidamente ai discorsi che lo riguardavano con una scusa o con l’altra. Non gli piaceva mai stare troppo sulla difensiva, e in tutti quei casi era solito cambiare rapidamente discorso oppure allontanarsi decisamente dal gruppo di amici che lo stava prendendo di mira. Mostrava il suo solito sorrisetto disimpegnato, certe volte, come a togliere qualsiasi importanza agli argomenti forniti per ridere alle sue spalle, evitando in questa maniera di dare ulteriore spago a tutti coloro che provavano il desiderio di prenderlo in giro.

            Generalmente non gli piaceva camminare per strada da solo come a mostrarsi un po’ sfaccendato, e in ogni caso, nel momento in cui attraversava le strade e i marciapiedi della sua cittadina, si fermava volentieri a scambiare qualche parola con chiunque gli sorridesse o lo salutasse, come ci fossero sempre in ballo con qualcuno delle cose importanti di cui trattare, nonostante ogni incontro fosse naturalmente del tutto casuale. Certe volte parlava di politica con tre o quattro amici, pur in maniera superficiale, e i suoi argomenti erano spesso sviluppati con certe parole e con delle espressioni a suo parere del tutto oggettive, come se la propria opinione fosse già stata approvata preventivamente da un ente superiore a lui stesso, e che quindi non fossero permesse delle grandi disapprovazioni. Le sue frasi parevano a volte quasi inclassificabili, ed il proprio parere in questa maniera sembrava quasi sfuggire da ciò che diceva. I presenti lo interrompevano naturalmente con le proprie opinioni, ma lui subito dopo proseguiva con tono obiettivo, come per dimostrare che la semplice verità di cui si faceva portatore era addirittura al di sopra di qualsiasi altro argomento.

            Qualcuno, qualche volta, alzava le spalle, oppure faceva anche un gesto di intolleranza nei suoi confronti, ma in quei casi lui quasi mai interrompeva il proprio argomentare, insistendo ancora sui medesimi concetti, pur senza mai alzare la voce o dare segni di intemperanza, atteggiamenti che in qualche caso capitavano invece a chi discuteva con lui, mostrando a tutti la debolezza di perdere facilmente le staffe di fronte ai suoi modi.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 23 luglio 2026

Buona memoria.


            Nei primi giorni che seguirono la data del nostro matrimonio, e dopo il breve viaggio di nozze che si fu in grado di permetterci, mio marito era sembrato adattarsi piuttosto bene alla sua nuova vita, al nostro nuovo appartamento semi ammobiliato che avevamo preso in affitto, ed anche alla compagnia di una moglie giovane come me che attendeva spesso il suo ritorno dal lavoro, affacciata alla finestra del primo piano della palazzina dove abitavamo, come immaginavo fosse del tutto naturale. Ma dopo poco lui disse che aveva da parlare di lavoro con qualcuno, e che per questo motivo sarebbe uscito quella sera per incontrarsi con una certa persona in un caffè del centro. <<Torno presto>>, aveva aggiunto, e così, una volta consumata la cena, si cambiò ed uscì da casa, premendo con calma sui pedali della sua bicicletta lungo la strada quasi deserta. Effettivamente non tornò neppure troppo tardi, ma dopo pochi giorni mi fece capire che per lui uscire da casa e frequentare quel caffè dove si incontrava con gli amici per chiacchierare, prendere accordi di lavoro, giocare a carte o a biliardo, era del tutto normale, lo aveva sempre fatto, al punto che la domenica successiva, prima di fare una breve passeggiata tra le vie della nostra cittadina, portò anche me in quel locale a bere qualcosa, soprattutto credo per presentare a quei suoi conoscenti la propria moglie.

Nel giro di poche settimane, come avevo subito sospettato, Franco iniziò ad uscire con regolarità ogni sera, senza più neppure accampare delle scuse o dire qualcosa a riguardo, semplicemente prendendo la sua giacca e lasciandomi con un bacio frettoloso. Io non dissi niente, in fondo a me non dispiaceva neanche troppo rimanere da sola per qualche ora: generalmente nelle serate portavo avanti qualche piccolo lavoro di cucito che mi procurava tanta soddisfazione, mentre distrattamente ascoltavo a basso volume qualche trasmissione della radio, senza preoccuparmi d’altro. Credo non fosse qualcosa di male quello starsene ciascuno per proprio conto, anzi, a mio modo di vedere, la libertà di occuparsi ognuno delle cose da cui eravamo maggiormente attratti mi sembrava come una manifestazione di fiducia l’uno verso l’altra che forse poteva addirittura rafforzare il nostro matrimonio. Così non trovai niente in contrario nei confronti di quel comportamento, ed anche se di seguito iniziai qualche volta ad uscire nel pomeriggio con le mie amiche di vecchia data, evitavo di dirlo a mio marito, visto che tanto Franco era impegnato in quelle ore con il suo lavoro, immaginando comunque che a lui non desse alcun fastidio il mio reciproco bisogno di parlare e di confrontarmi con delle altre persone, anche se quando poi rientrava a casa evitavo l’argomento e gli lasciavo credere che fossi stata tra quelle quattro mura per tutto il giorno.

Ma quando casualmente mi incontrò per strada insieme a due ragazze insieme alle quali in quel momento stavo ridendo per delle sciocchezze che loro raccontavano, vidi subito la sua espressione rabbuiarsi mentre si avvicinava, ed anche se non mi disse niente soffermandosi con la sua bicicletta soltanto un momento per un semplice e generico saluto, io compresi perfettamente la sua contrarietà. Più tardi a casa sembrava addirittura evitare di parlarmi, ed io naturalmente cercai di tenere un comportamento il più possibile normale nei suoi confronti, proseguendo ad occuparmi delle mie cose come sempre facevo. La faccenda proseguì addirittura per alcuni giorni, fino a quando mio marito disse ad un tratto che non era contento che io andassi a giro con le amiche come se non fossi una donna ormai sposata, ed io con semplicità abbassai lo sguardo e non replicai in nessuna maniera. La soluzione a mio parere stava già nei fatti: se lui proseguiva ad uscire la sera per incontrarsi con gli amici, allo stesso modo, quando ne avevo voglia, io mi sentivo nel diritto di frequentare le mie conoscenze, senza che ci fosse da affrontare alcuna discussione in merito. Però nel periodo seguente cercai di essere piuttosto attenta, evitando un nuovo incontro come già era avvenuto, e le cose devo dire filarono via lisce, tantopiù che certe volte uscivo anche con mio fratello, e poi naturalmente andavo spesso a far visita ai miei anziani genitori.

In ogni caso penso che non aver dato a mio marito in quel caso alcuna risposta, e non essermi ripromessa qualcosa di cui in seguito mi sarei probabilmente pentita, fu motivo per far comprendere a Franco l’assurdità delle sue riflessioni, tanto più che niente mi si poteva rimproverare sia nel mio comportamento di moglie che di futura madre. Lui non tornò più sull’argomento, e secondo me dovette digerire poco per volta ciò che si era manifestato evidente ai suoi occhi, anche in considerazione del fatto che io non avevo mai detto una sola parola di contrarietà circa i comportamenti da lui tenuti. In seguito, accaddero altre cose importanti, ma fu solo dopo che rimasi incinta, peraltro senza che avessimo volutamente cercato un evento di quel genere, che iniziai a comprendere quanto quel paio d’anni in cui avevo proseguito a vedermi con tutte le persone che conoscevo erano stati comunque un bel periodo, qualcosa di cui conservare una buona memoria.

 

Bruno Magnolfi

venerdì 17 luglio 2026

Piccolezze.


            Ho sentito dire da mia zia che mio padre, pur non mostrandolo, si sente piuttosto orgoglioso dei miei risultati scolastici, ed è quindi contento di me, soprattutto perché a lui piacciono molto le persone vincenti, quelle che riescono a costruire e ad avere una personalità propria e a farsi valere dagli altri. Non so che cosa voglia dire tutto questo, e forse nelle parole di mia zia in ciò che mi ha confessato c’era persino una leggera punta di critica nei confronti del babbo, ma in ogni caso a me tutto quello che proseguo a fare riesce così naturale che non potrei essere una bambina diversa da come sono ed appaio agli occhi di tutti. Lui certe volte dice anche che probabilmente sono un po’ fortunata, ed io gli sorrido, perché credo comunque che questo sia un bel complimento, e che al contrario di mio fratello io sia capace di trovare con facilità il tratto positivo delle cose, come mi ha anche spiegato la mia maestra, e a superare in questo modo ogni compito o difficoltà che mi trovo ad affrontare. A mio padre probabilmente piacerebbe che si manifestasse in questo senso una maggiore somiglianza tra me e mio fratello, e che magari io mi prendessi l’impegno di essere, oltre ad una sorella maggiore, anche una guida nei confronti di Marco, sia nelle normali cose da fare, ma soprattutto nei nostri studi, anche se a me purtroppo torna estremamente difficile spiegargli ciò che è necessario sapere, o come ci si comporta sui banchi scolastici, perché lui è sfuggente, sempre chiuso in sé stesso, come se non desse nessuna importanza a ciò da cui è circondato.

            Lui appare perennemente il bambino malato, quello debole, colui che non riesce a tirarsi fuori dal ruolo che ha assunto dopo aver trascorso tanto tempo in mezzo agli ospedali, al punto che è come se adesso portasse costantemente con sé la sua malattia, persino nei suoi modi fare, o nell’osservazione della realtà, e nel suo confrontarsi con gli altri, talvolta anche nei miei riguardi e persino verso quelli di nostro padre, che ovviamente lo vorrebbe più reattivo, forse più forte, e soprattutto un po’ più combattente. Quando sto con mia zia lei non mi chiede quasi niente di lui, come se quasi non fosse interessata alla sua crescita, al suo sviluppo, al suo risollevarsi dai periodi difficili che si è trovato a trascorrere. Non ho mai pensato fino ad oggi a come sarà il suo futuro, però quando lo guardo, pur nel dispiacere che provo spesso per la sua incapacità nel divertirsi e nel giocare con me o anche con gli altri bambini proprio come sempre si dovrebbe alla sua età, ritengo che conservi in sé stesso come una parte di colpa, incapace come si è dimostrato di cambiare il proprio atteggiamento passivo, e di risollevarsi dalla veste che ha assunto poco per volta. Mio padre una volta mi ha persino spiegato che Marco è come se fosse adirato con tutti, quasi che ritenesse colpevole ciascuno di noi delle sofferenze che ha dovuto sopportare in prima persona, ma io non ci credo, e poi mi dispiace davvero non essere in grado di aiutarlo come sicuramente meriterebbe.

            Poi mio padre dice che tutte queste sono soltanto semplici piccolezze, e che non ci vorrebbe neppure molto per superare d’un balzo ogni ostacolo. Lui dice che per riuscire ad essere bravi oggigiorno ci vuole tutto l’impegno possibile, ma soprattutto sapere dentro noi stessi che cosa realmente si desidera. Alla fine, solleva le spalle, aggiunge che forse non lo sa neppure lui, e che la realtà è davvero complessa, e che risulta composta da una serie innumerevole di enormi sciocchezze. Io naturalmente lo ascolto, anche se non sono d’accordo, e mi pare che sia talmente difficile comprendere che cosa possono essere le cose davvero importanti al punto che non valga neppure la pena di porsi questo tipo di problemi, e che sia fondamentale soltanto impegnarsi in ciò che ci piace di più e che per natura ci riesce di affrontare con maggiore facilità. La mia mamma non interviene quasi mai su questi argomenti, perchè per lei probabilmente le cose sono del tutto invariabili, e dobbiamo accettare tutto quanto senza porsi neppure il problema di cambiare le nostre azioni e i nostri pensieri. Quando certe volte parlo con Marco, spiegandogli magari che cosa sia successo in quel certo giorno nella mia classe, o che cosa è stato detto dalla maestra o da qualcuno dei miei compagni, mi sembra che le sue riflessioni, mentre continua ad ascoltarmi in perfetto silenzio, siano estremamente lontane dalla realtà, quasi che esistesse un mondo immaginario e parallelo nella sua mente, qualcosa che lui prosegue giorno per giorno a costruirsi per conto proprio.      

            A mio padre non ho mai detto qualcosa del genere, anche perché lui non mi chiede mai un parere su mio fratello. Anche mia zia d’altronde non affronta mai argomenti del genere, e se anche io non dico niente a nessuno di quello che qualche volta mi pare di intuire o comprendere su Marco, alla fine devo riconoscere che il suo atteggiamento nei confronti di tutti è estremamente particolare, totalmente diverso da quello di tutti gli altri bambini che frequento o che conosco.

 

            Bruno Magnolfi 

domenica 5 luglio 2026

Tralasciata.


            Durante i periodi estivi dei due anni a cavallo tra il momento in cui mi sposai e quando rimasi in stato interessante della mia prima figlia, certe sere andavo a ballare con mio marito in un locale all’aperto, alla buona, dove venivano fatti suonare dei dischi dell’epoca e si poteva bere qualche birra. Ci ritrovavamo tra vicini di casa, conoscenti, qualche negoziante della zona, e poi qualche ragazza scatenata che con il fidanzato faceva divertire quasi tutti. Era l’epoca dei balli all’americana, un po’ sportivi, dove ogni passo pareva quasi una sfida, anche se io andavo sulla pista, con mio marito o con mio fratello, solo quando il giradischi suonava qualcosa di lento e di romantico. Però mi piaceva osservare gli altri, le loro espressioni, i gesti con cui venivano trovate facilmente delle affinità, e quando tutti sembravano felici di poter sentirsi così liberi e di non essere più oppressi dopo i tempi della guerra terminata soltanto da pochi anni. Gli uomini fumavano incessantemente, parlando e restando in piedi nei loro calzoni larghi, e le donne spesso tenevano i capelli accuratamente raccolti in un fermaglio o in una acconciatura ben studiata, a differenza di qualcuna forse più moderna che lasciava la propria chioma libera sopra le spalle. Qualche sera veniva anche la mia amica, e a me piaceva stare con lei anche senza ballare, mentre mi raccontava le cose più strampalate con i suoi modi piacevoli e simpatici. <<Siamo sposate, Rachele>>, mi ripeteva a volte ridendo, <<e adesso la nostra vita è cambiata, e possiamo sentirci libere con i nostri mariti, via dai nostri genitori antichi>>.

            Non so se riuscivo a provare davvero il suo stesso entusiasmo, anche se piaceva anche a me lasciarmi un po’ andare in quelle serate piene di gente e con la musica forte nelle orecchie, però ogni tanto mi ritrovavo in qualche angolo da sola nel ripercorrere per qualche attimo i miei tanti pensieri, e riattivare rapidamente la mia intimità, la mia personalità un po’ introversa. Mi pareva difficile, almeno per come sono fatta io, essere davvero in grado di sfuggire per un’intera serata a quella nota di tristezza che certe volte sembrava non lasciarmi mai, e difatti mi bastava gettare un’occhiata verso qualche anziano più in disparte, ed osservare per un solo momento coloro che si mettevano su una sedia ai margini di tutto, per sentirmi immediatamente come loro, con l’espressione seria, mentre tutti parevano solo ridere e divertirsi. Poi da me tornava mio marito, oppure mio fratello, e tutto quanto pareva già alle spalle, e si poteva riprendere a ballare, e a misurare i passi di quei lenti che tentavano di sciogliere quelle piccole preoccupazioni che non volevano andarsene mai dalla mia mente.  

            Ad un certo punto poi, si decideva di tronarcene a casa, io, mio marito, e anche i miei familiari, così si salutavano gli altri che ancora desideravano trattenersi in quella piccola balera, come a voler ancora assaporare la necessità di stare in mezzo a tutti, senza alcuna preoccupazione apparente, e noi così si ritrovava rapidamente il silenzio della strada fioca, rischiarata dai pochi lampioni, coi nostri passi che risuonavano ritmicamente sul marciapiede, nell’improvviso silenzio della tarda serata. Mio marito tirava fuori dalla tasca la chiave del portone e in un attimo eravamo pronti per distenderci nel letto, per ritrovare il fresco delle lenzuola e della calma del nostro piccolo appartamento d’affitto. Nasceranno là dentro i miei due figli, a distanza di tre anni esatti l’uno dall’altra, e niente in seguito mi permetterà più di frequentare ancora quel locale. La mia amica invece dopo quel periodo non fece neanche un figlio insieme a suo marito, e qualche volta forse ho invidiato la sua lunga giovinezza, e forse anche quella libertà di cui sempre parlava e che pareva del tutto necessaria per una persona come lei. Avrei voluto a volte parlarle dei miei affanni, della fatica che a volte provavo nelle lunghe giornate quasi vuote, nell’attesa del ritorno dal lavoro di mio marito Franco, sempre preso dai suoi problemi, forse incapace di accorgersi di quella luce di tristezza che a volte mi passava sopra gli occhi. Fu in quel periodo che imparai a trattenere dentro di me tutto ciò che poteva apparire poco appropriato per una donna sposata da poco tempo, con una vita familiare davanti persino troppo  complicata e tutta da interpretare, se solo fossi riuscita ad avere una personalità più definita.

            I miei genitori e mio fratello ogni tanto venivano da me per farmi una breve visita, abitando peraltro poco lontano, ma io mi sentivo così quasi a disagio di fronte a loro, provando una maggiore contentezza quando ero io ad andare a fargli visita, ritrovando la vecchia abitazione degli anni belli, gli oggetti d’uso, i mobili, tutte le cose che avevano visto la mia giovinezza e ascoltato le loro parole serie e a volte anche severe. Poi mi passava la tristezza, e quando rientrava Franco sapevo già che cosa avrebbe detto e come si sarebbe comportato, tirando fuori con me i suoi modi di sempre, quella sua apparente indifferenza che speravo un giorno o l’altro di riconoscere almeno in parte tralasciata.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 29 giugno 2026

Dalla loro voce.


            Il mio compagno di banco è un tipo che normalmente parla molto, tanto che spesso non lo ascolto nemmeno, soprattutto perché mi annoia abbastanza sentire uscire continuamente dalla sua bocca delle storielle talmente forzate da apparire alle mie orecchie del tutto inverosimili. Per la maggior parte delle volte però lo ascolto in silenzio, ed anche se non dico niente e non faccio neppure delle espressioni particolari con la faccia, lui mi guarda e sembra contento, come se gli fosse sufficiente dimostrare la propria capacità di inventare qualcosa su due piedi; qualcosa che possa apparire, se non del tutto vero, però almeno credibile. Così oggi, per non fare sempre la figura dell’introverso, gli ho accennato di uno zio che da molti anni lavora come secondino nel carcere della città. <<Lui ne sente ogni giorno di tutti i colori>>, gli ho spiegato, <<perché i carcerati hanno sempre bisogno prima o dopo di liberarsi dei segreti che ognuno porta con sé, e mio zio ha la capacità di dimostrarsi uno che sa ascoltare tutto senza giudicare, solo per il gusto di venire a conoscenza di cose che non potrebbe mai sapere in altra maniera. Certe volte poi viene a casa nostra quando è libero dal lavoro, e spesso si trattiene per la cena, così si mette seduto al tavolo tra mio padre e mia madre, ed inizia con calma a raccontare delle cose che ha sentito tra le celle e tra i corridoi della galera dove trascorre tutto quel tempo di ogni giorno>>. Il mio compagno resta di sasso, con gli occhi e con la bocca aperta, perché non immaginava che io avessi una fonte attendibile di vicende criminose così a portata di mano, ed allora mi chiede di raccontagli subito qualcosa che ho sentito dire da mio zio.  

            Naturalmente io non ho neanche uno zio, e la mia famiglia non ha mai avuto niente a che fare con il carcere, però l’improvvisa attenzione del mio compagno mi ha subito spinto ad inventare qualcosa che si dimostrasse all’altezza del preambolo, anche se ho detto subito che quelli di cui ero a conoscenza erano segreti quasi irrivelabili, e che quindi non potevo adesso dire proprio tutto, ma soltanto una parte di quello che sapevo. Lui naturalmente ha aperto subito le orecchie: <<Ci sta un ergastolano, per esempio, che ha strangolato un uomo a mani nude>>, gli ho spiegato; <<lo ha fatto per pura gelosia, solo perché immaginava che l’altro insidiasse la sua donna. Ha cercato poi di far sparire quel cadavere gettandolo in un fosso, ma la donna si è insospettita quasi subito, e dopo qualche giorno ha dato l’allarme. Quando le divise sono andate ad interrogarlo lui ha cominciato a contraddirsi di fronte alle domande che tutti gli ponevano, e in poco tempo ovviamente ha confessato, indicando anche il luogo dove trovare l’ucciso>>. Poi mi sono fermato, anche se il mio compagno insisteva per conoscere altri particolari, ed allora ho alzato le spalle come ad indicare che non dipendeva da me la possibilità di raccontare tutto, e che avevo promesso il silenzio sia su quella che su altre vicende.

            Tutto ciò ha acceso incredibilmente la fantasia e la voglia di conoscere altre storie scabrose da parte del mio compagno di banco, ma soprattutto, mentre la nostra maestra riprendeva con le sue lezioni una volta terminato l’intervallo, a lui gli deve essere sembrato che le sue storielle, al confronto con quelle di cui io ero in grado di venire a conoscenza, fossero soltanto delle sciocchezze quasi prive di qualsiasi importanza, tanto che non ha cercato per tutta la mattinata di raccontarmi niente di sé e di ciò di cui a volte si è dimostrato tanto ferrato. Durante un’altra pausa della mattinata gli ho detto sottovoce che non doveva dire niente a nessuno di quello che gli avevo rivelavo, altrimenti avrei immediatamente smesso di raccontargli altre storie simili di mio zio, e lui mi ha subito spergiurato di non farne parola a nessuna anima viva. Mi veniva quasi da ridere mentre lo osservavo fare quelle espressioni del viso così serie, e poi anche riconoscere nei suoi occhi una tale convinzione nel riuscire veramente a mantenere con altri quei segreti di cui potevo metterlo al corrente che ad un tratto mi sono sentito estremamente superiore a lui per arguzia, e questo mi ha dato un certo conforto riguardo a tutte le baggianate con cui si è fatto bello lui favoleggiandole come cose vere.   

            <<In galera poi ne succedono di tutti i colori>>, gli ho spiegato durante un’altra pausa, <<e ci sono addirittura delle persone che non smettono mai di cercare la fuga in un modo oppure nell’altro, ma soltanto chi tiene tutto per sé riesce a mettere in piedi un piano davvero efficace. Mio zio conosce bene i modi e gli atteggiamenti dei carcerati, e spesso riesce a comprendere anche da pochi elementi quando quelli stiano per inventarsi qualche stratagemma per tagliare la corda, e per questo è stimato, ed è grazie a queste sue capacità che qualcuno va da lui spontaneamente per confessare addirittura delle malefatte che neppure un giudice è riuscito a strappare dalla loro voce>>. 

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 11 giugno 2026

Rientro a casa.


            Quando Marco ebbe l’età di sei anni circa, appena trascorsi in casa quei particolari giorni di euforia nel periodo in cui suo padre si era lanciato nell’acquisire la patente di guida ed acquistare a rate quella piccola utilitaria di seconda mano che pareva quasi la propria svolta essenziale e a cui sembrava tenere in maniera quasi maniacale, lo stesso genitore decise per quella domenica ventura della fine di giugno di concedere alla sua famiglia una gita fuori dal paese di Volterra dove loro abitavano, e di raggiungere speditamente con la moglie e i due figli una spiaggia lungo il litorale marino delle vicinanze. Sua madre aveva detto subito, come se quella fosse quasi stata una scusa accettabile per non uscire neanche da casa, che non possedeva neppure un costume da bagno, ma sua sorella Loriana si era mostrata invece così entusiasta per quella idea di trascorrere una giornata sulla spiaggia da mettersi addirittura a saltellare per la felicità. Suo padre aveva riso a lungo dell’atteggiamento di sua figlia, anche se Marco al contrario era rimasto al solito impassibile, quasi indifferente, come fosse impossibilitato ad esprimere una propria opinione nei riguardi di quella proposta. In breve, la famiglia aveva comunque preso in fretta tutto ciò che poteva servire per quella giornata, e in poco tempo la macchina fu messa in moto ed il breve viaggio ebbe il suo inizio.   

            <<Mi sembra tu stia andando un po’ troppo spedito>>, aveva detto sottovoce quasi subito Rachele al marito mentre praticamente sembrava di fatto dare voce al proprio desiderio intimo di far abbassare l’entusiasmo con cui lui stava guidando, che peraltro sembrava impiegare nei propri gesti tutta l’attenzione di un neopatentato che si trova ad affrontare una strada statale per quel giorno così trafficata e colma di imprevisti. A questo proposito lei, rigorosamente seduta al fianco del guidatore, si mostrava tutta tesa nel suo ruolo di rilevatrice di ostacoli o di improvvisi inconvenienti, e per questo motivo appariva costantemente concentrata con sguardo incrollabile nell’osservazione della striscia di strada asfaltata davanti all’auto, pronta naturalmente nel segnalare a suo marito qualsiasi elemento degno di un’attenzione sufficiente ad evitare frenate brusche o pericolose manovre improvvise. Loriana, seduta con suo fratello sul sedile posteriore, proseguiva come sempre a raccontare qualcosa che le era venuto in mente a proposito delle famiglie delle sue compagne di scuola, che improvvisamente nelle sue parole sembrava si recassero regolarmente nei luoghi vacanzieri della costa, sfoggiando automobili lucide, impeccabili, e anche di grossa cilindrata, mentre nei racconti sottolineava come talvolta quelle famiglie proseguissero a ridere e a godere della propria fortuna, come se stessero usufruendo di un privilegio unico in quel potersi permettere attività di quel tipo.  

            Il mare, comunque, quel giorno era bellissimo, e quando furono davanti alla costa fermarono la macchina e raggiunsero quella spiaggia non eccessivamente affollata di ombrelloni e di sedie a sdraio. Si sistemarono con degli asciugamani intorno ai propri vestiti sistemati con buona cura, e siccome lì vicino c’era un bagno attrezzato, il padre Franco, dopo essersi bagnato i piedi tra le piccole onde del bagnasciuga, si era spinto a curiosare fin lì per informarsi sui mosconi a remi e sulle barche a noleggio che un cartello invitava a provare. Quando infine era tornato indietro aveva proposto subito a Loriana di fare un giro di mezz’ora o un’ora intera insieme a lui su una piccola lancia a remi, tanto che i due tornarono svelti a quel bagno e in breve presero il mare con una barchetta dopo la naturale rassicurazione fatta a Rachele di non allontanarsi troppo dalla riva. Marco naturalmente a quella proposta si era limitato a scuotere la testa senza alzare neppure lo sguardo dalla sabbia accanto a sé, restando perciò seduto nei suoi calzoncini azzurri, del tutto contrario alla richiesta di sua madre di togliere almeno la maglietta e prendere così sopra le spalle un po’ di sole.  

            Il padre e la sorella di Marco avevano perciò preso a solcare con quella barca le piccole onde azzurre e schiumose di fronte al resto della famiglia, sospinti dai remi che Franco non sembrava neppure utilizzare troppo bene pur impegnandosi al massimo, però restando fedeli alle promesse di non allontanarsi troppo dalla riva e quindi di trattenersi sempre ad una distanza di tutta sicurezza. Marco e sua mamma, seduti sulla sabbia, erano rimasti in silenzio per quasi tutto il tempo, senza minimamente commentare i gesti e l’avventura degli altri due, anche se forse in mezzo ai loro pensieri era iniziata ad evidenziarsi quella piccola crepa familiare, quella sottile differenza, sicuramente una cosa di assoluto poco conto, ma che mostrava come i caratteri dei componenti fossero divisi a due a due nella propria definizione di svago. Franco e Loriana infine tornarono, e come c’era da aspettarsi  mostrarono tutto il loro entusiasmo per quel divertimento, mentre Marco e sua madre conservavano ancora sulla faccia l’espressione seria di chi giudica quegli atteggiamenti soltanto una sciocchezza. Più tardi poi, rientrarono tutti a casa.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 20 maggio 2026

Senso vero.


            <<Quella è proprio una bella famiglia>>, dice il negoziante di generi alimentari ad una cliente di lunga data, sola persona presente oltre lui intorno al suo banco, indicando con lo sguardo la donna che è appena uscita dall’esercizio e che abita poco più avanti lungo la strada. <<Peccato che il figlio più piccolo lamenti dei gravi problemi di salute, e che abbia visitato già diversi ospedali della regione senza risultato. Il fatto è che i medici non riescono a comprendere da che cosa sia causato il principio del suo male, per cui continuano ad analizzarlo e a somministrargli dei palliativi senza riuscire a risolvere il problema. Il bambino è smunto, pallido, emaciato, e i suoi genitori ovviamente si disperano per questa situazione>>. La cliente annuisce, conosce di vista quella famiglia, e solo vagamente è a conoscenza di quello che sta capitando a quelle persone, anche se al momento esprime una frase generica che non dà il senso di una reale solidarietà. <<Forse c’è qualcosa di genetico che quella famiglia si sta portando dietro>>, dice con un tono che sembra voler sottolineare un qualche senso di colpa di quei genitori. Il negoziante lascia cadere l’argomento, proseguendo comunque a servire la cliente, ingollando quello che in cuor proprio avrebbe desiderio di esprimere, ma trattenendosi dal farlo. Poi, quando la donna esce, lui vorrebbe non aver mai detto nulla di ciò che si è lasciato sfuggire, anche se i suoi sentimenti restano naturalmente inalterati.

            Spesso in ognuno nasce improvvisa e inspiegabile la necessità di trovare un colpevole per ogni cosa, anche se è materialmente impossibile. Lei sa che deve parlare dei propri problemi familiari il meno possibile, anche se certe volte sente forte la necessità di essere compatita, e di ricevere qualche parola di sostegno per la situazione che da tempo si trova a dover affrontare. Suo marito, probabilmente, riesce con più facilità a distrarsi sul suo posto di lavoro, ma è lei che si trova a portare il fardello maggiore, oltretutto dovendo spesso timidamente interloquire con i medici, per poi riportare con delle parole abbastanza appropriate, magari alleggerite del crudo responso della scienza, quello che secondo lei sta a metà strada tra la speranza agognata della guarigione definitiva e in tempi brevi, e la dura verità ascoltata nella interpretazione asciutta fornita dalle analisi. Non si sente adatta per affrontare quel compito, quel dover in qualche modo incoraggiare tutti in famiglia, per primo naturalmente suo figlio Marco, e poi convincere con semplicità che il quadro clinico sta migliorando, e che ci vuole solamente ancora un po’ di pazienza. Questo dice a suo marito, proprio lei che di pazienza non ne ha quasi più, e in certe sere si sente piegata dalla situazione a cui continua a far fronte. Qualcuno nel vicinato le chiede qualcosa incontrandola per strada mentre torna dalla stazione ferroviaria ogni sera, e lei cerca di sorridere con la sua faccia stanca, lo sguardo ancora perso tra le corsie d’ospedale in mezzo a quei camici bianchi che hanno imparato ormai a conoscerla. Ma le sue brevi risposte non sono mai esaustive, e sembrano semplicemente accarezzare il problema, come per evitare che qualcosa di segreto si imbizzarrisca e faccia peggiorare lo stato delle cose.

            L’acquisto frettoloso di ciò che serve per la cena in quel negozio dei generi alimentari poi, assume almeno per qualche momento quel briciolo di semplice ritorno ad una normalità tanto desiderata ma che sembra però sfuggirle di mano da un attimo all’altro, e lo sguardo di quel gestore, che oramai non le chiede più nulla avendo compreso perfettamente che non c’è al momento ancora nessuna novità di cui parlare, è quello di una persona che vorrebbe accorarsi di fronte alla donna, ma cerca invece di farle coraggio, sorride mentre la serve, aggiunge anche qualcosa di divertente, e forse applica un piccolo sconto sul prezzo degli acquisti, non perché questa donna abbia mai chiesto una cosa di quel genere, ma soltanto perché lui si sente subito migliore nel comportarsi così. Forse il momento più difficile è proprio il suo rientrare in casa, preparare alla svelta qualcosa per la cena, fingere il ritorno ad una vita già normale, dove l’aria non sia ammantata dall’odore dell’etere. La bambina grande ha preso un ottimo voto a scuola quest’oggi, come spesso le capita è giusto dire, e naturalmente tutti ne sono orgogliosi mentre fa vedere il foglio ai propri genitori con il giudizio della maestra a fondo pagina. La mamma tenta in questo modo di rallegrarsi, vorrebbe forse stringerla a sé, farle sentire così il proprio calore, ma non ci riesce, e poi ha paura di commuoversi troppo, di lasciarsi andare a quella stanchezza profonda di cui si sente ancora più preda innocente.

            Suo marito la osserva per un attimo, ed anche lui tenta di sorridere, ma si vede che è sfuggente, ed anche se vorrebbe dare forza alla sua famiglia, e stringere i denti per superare presto il momento difficile che sta attraversando ormai da troppo tempo, alla fine resta in silenzio, perché dentro di sé non trova le parole per esprimere qualcosa che assuma un senso vero a ciò che sta capitando.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 15 maggio 2026

Comportamenti normali.


            Suo padre ha sempre pensato che l’esistenza fosse composta quasi esclusivamente da una serie pressoché infinita di piccole amarezze, e se è certo che questo non può essere vero per tutti quanti, a proprio parere in lui gli elementi negativi hanno sempre avuto il sopravvento su qualsiasi altra eventualità. almeno fino a quando riesce a ricordare. Nelle sue faccende ha sempre avuto bisogno di un grande impegno per sconfiggere il fato avverso, e spesso si è reso conto che questo non sempre è stato sufficiente, tanto che in genere non si meraviglia neanche più quando qualcosa nelle sue giornate sembra mettersi immancabilmente di traverso. Sua figlia Loriana invece pare la positività fatta persona, con i suoi modi sempre tranquilli e distesi, ed anche se è ancora piccola di età, le attività scolastiche a cui si dedica con dedizione sembrano sempre coronate da continue combinazioni di fortuna, fino ad essere riconosciuta nella sua scuola come una delle ragazze più avvantaggiate in assoluto dal caso, in grado di avere sempre dalla propria parte quel pizzico di sorte favorevole che in altri sicuramente difetta. Forse è anche per questo che a lui piacciono le sue maniere così spontanee e naturali, così pronte nella loro semplicità ad avvalersi spesso di quella lieve spinta ulteriore, tanto da ritrovarsi additata, da molti compagni di scuola ed anche da qualche insegnante, come la bambina più celebrata ed efficiente sia nei propri profitti che nella semplice modestia, pur riconoscendo di non registrare un suo impegno particolare o superiore agli altri nello studio delle materie scolastiche.    

            Se c’è da scegliere un gruppo di alunni maggiormente rappresentativi della scuola lei è sempre la prima ad essere chiamata; se c’è da leggere a voce alta nella classe qualche poesia o qualche racconto, ecco che si pensa subito a lei; se viene fatto un piccolo concorso tra i più capaci della scuola ecco che lei primeggia, e così via, anche se alla fine i suoi profitti scolastici non sono mai i più impeccabili. È il tipo di ragazzina che quasi tutti vorrebbero avere come figlia, e che senza grandi sforzi riesce sempre ad arrivare dove altri magari falliscono, naturalmente anche grazie ad un piccolo impegno mai eluso in ciò che si sente in dovere di compiere. A suo padre piace portarla con sé durante le domeniche di bella stagione: in certi casi si sente addirittura protetto da quella sua aura di fortuna che sembra ordire intorno a sé già mentre parla, mentre cammina, quando spiega con voce pacata le proprie opinioni, tanto da apprezzare tantissimo i suoi racconti di piccole vicende scolastiche e quelle storie che spesso le vengono narrate sugli accadimenti dei propri compagni di classe o anche degli insegnanti. Loriana è giudicata da tutti una piacevole chiacchierona, ma ciò di cui parla non è mai qualcosa di noioso o di risaputo: senza averne troppa coscienza svela con le sue semplici parole dei retroscena spesso curiosi, aspetti ascoltati a sua volta da altri e interpretati da lei come fatti e vicende anche piuttosto intriganti di persone comuni inquadrate dalle parole nelle proprie semplici attività.

            Anche a sua madre piace sentirla raccontare le minute vicende scolastiche, certe volte spiegate con dovizia di particolari, mentre Loriana in presenza di suo fratello diventa improvvisamente più taciturna, meno ciarliera, come se si adeguasse al comportamento silenzioso di lui, che anche quando si trova in casa tende a starsene in disparte senza quasi aprire bocca. Il loro padre durante la cena spesso si lamenta di qualche piccolo screzio con qualcuno avuto durante la giornata sul proprio posto di lavoro, ma ben volentieri lascia spazio alla bambina per farle spiegare, con i suoi modi quasi affettuosi verso chiunque venga citato nei propri discorsi, quelle piccole cose accadute nel piccolo mondo in cui sembra perfettamente inserita. Anche Marco forse ascolta con interesse sua sorella, magari con un pizzico di invidia per quella capacità di cogliere sempre i dati divertenti e positivi di tutto ciò che le accade attorno. Ai due genitori piacerebbe molto che i due figli si assomigliassero di più sotto quel profilo così apprezzabile, ma per quanto cerchino di tenerli assieme il più possibile, Marco e Loriana evidenziano ogni giorno di più delle differenze profonde, dei modi quasi opposti di comportarsi, sicuramente derivazione di due caratteri quasi inconciliabili. Tra loro due comunque non nasce mai un vero diverbio, anche se spesso non sono troppo d’accordo, soprattutto perché lui preferisce evitare di prendere posizioni definite, lasciando che le parole di sua sorella vadano, per la maggior parte delle volte, ad infrangersi nel suo semplice ed ostinato silenzio, come se neppure fosse necessario stabilire il proprio punto di vista differente, e tutto venisse lasciato nelle mani di chi riesce a primeggiare con maggiore facilità in tutto ciò che si trova ad affrontare.

            Ai due genitori non giunge quasi mai il sapore o l’evidenza di quel conflitto sotterraneo tra i due figli, ed anche se notano a volte tra loro un’evidente mancanza di comunicazione sia nei gesti che verbale, non danno mai a questo aspetto una particolare importanza oppure un peso eccessivo, trovando quasi normale tra i due figli un comportamento di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi   

martedì 12 maggio 2026

Debole febbre.


            <<Durante questo ultimo periodo i bambini in classe hanno cominciato a chiedersi tra loro, e certe volte anche a sottoporre a me il medesimo quesito, se Marco in fondo sia del tutto normale, cioè se abbia le capacità di tutti gli altri, se riesca a comportarsi in una maniera simile a chiunque, se è davvero uno come tutti, insomma>>, dice la maestra con tono imbarazzato alla mamma di Marco. <<Certo è vero che lui risulta molto timido, riservato, tanto che non scambia mai una parola con nessuno, e sono convinta che i periodi trascorsi in ospedale, come naturalmente questa sua malattia e tutte le settimane costretto a casa con questa febbre strisciante di cui lei mi ha parlato più volte, e che senz’altro lo hanno reso così smunto e gracile, non hanno certo migliorato la sua condizione. Lo dico a lei perché, anche se sono consapevole che Marco sia un bambino del tutto normale, che semplicemente presenta qualche momentanea e comprensibile difficoltà, di fronte alla cattiveria del tutto spontanea che a volte mostrano i suoi compagni, come d’altronde tutta l’infanzia quando attraversa quella loro età, non riesco in nessun modo ad arginare quello che sta accadendo, ed il trattare da parte di tutti la sua timidezza quasi come una vera diversità non lo aiuta certo a migliorare il proprio stato. Poi, anche aver dovuto tenere in classe il suo banco vuoto per tutto questo tempo, lo ha reso adesso quasi un estraneo al resto del gruppo, ed anche se al suo rientro tutti hanno mostrato un certo rallegrarsi per essere riuscito almeno per il momento a superare il suo male tramite le terapie, adesso viene spesso tenuto in disparte, come se non avesse le capacità e l’intelligenza degli altri. Ho cercato di parlarne sia singolarmente con i bambini più svegli e maggiormente estroversi, sia con tutto il resto della classe, sottolineando quanto Marco senta la necessità di essere integrato nel gruppo, ma non sono riuscita ad ottenere per adesso alcun risultato positivo>>.

            La mamma in un primo tempo vorrebbe addirittura non essere stata messa al corrente di queste informazioni che sta ascoltando senza sapere che dire, e così resta in silenzio, con lo sguardo basso, mostrandosi sicuramente seria e immalinconita per tutto ciò che sta succedendo, ma al contempo incapace di riuscire a proporre una soluzione efficace sia per questa maestra, con quelle comprensibili preoccupazioni che evidenzia, sia per il suo Marco. <<Ci vorrà un po’ di tempo>>, riesce a dire soltanto e semplicemente, e quindi fa il gesto di alzarsi dalla sedia per andarsene, come se, una volta superato quel momento di imbarazzo di fronte ad argomenti di quel genere, il peggio per lei fosse già passato. La maestra non la trattiene, e ribadisce soltanto di averla voluta mettere al corrente di ciò che sta accadendo nella sua classe di bambini, ma alla fine saluta la mamma stringendole la mano e lascia che esca dall’aula raggiungendo suo figlio rimasto fermo in disparte lungo il corridoio.

Uscendo dalla scuola, mentre tiene per mano il suo Marco silenzioso ed ubbidiente, la mamma immagina di dover portare avanti suo figlio per chissà quanto tempo ancora, con questo suo atteggiamento di incapacità nell' intrattenersi con gli altri e questa sua innata personalità così schiva ed incapace nel costruire con i suoi compagni delle amicizie. Lei lo comprende, capisce perfettamente il suo stato d’animo e la propria maniera di porsi così in distanza dalla realtà. <<Vive in un mondo tutto proprio>>, pensa difatti ogni tanto, <<e anche se i suoi coetanei non lo seguono e non lo comprendono affatto nel suo percorso, io credo comunque che per Marco tutto questo sia assolutamente naturale, persino il proprio costante rimanersene da solo, in disparte, mentre tutti gli altri si dimostrano in grado di fare gruppo>>. I due continuano a camminare, e la mano del bambino appare estremamente leggera tra le dita della mamma, quasi come il filo di un palloncino gonfiato in parte da semplice aria, che quasi non mostra un proprio peso, muovendosi nella debole brezza della giornata senza mostrare mai una posizione precisa e definita.

<<Per lui è naturale essere così, non sente la necessità di comportarsi in altro modo>>. dirà la mamma a suo marito giustificando l’isolamento di Marco e i rilievi della maestra. Uno dei tanti medici che avevano conosciuto negli ultimi tempi aveva detto: <<la malattia e il paziente, di qualsiasi età esso sia, spesso assumono una identica fisionomia, e certe volte è lungo e difficile il tempo che occorre per dividere le due realtà, tanto che quello che si può vedere sembra apparire l’incarnazione stessa dell’ammalato>>. Parlava in generale, non si riferiva a Marco, però sicuramente le sue parole erano esatte. A sua madre però va bene anche così, pallido, in disparte, senza mai alcuna voglia di ridere o di giocare con qualche suo compagno, ed anche se lei si è sempre trattenuta dall’essere troppo materna nei suoi confronti, ha sempre creduto che suo figlio fosse in quel modo per propria natura, silenzioso, pensieroso, immobile, con i suoi occhioni lucidi per quella debole febbre sempre presente.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 15 aprile 2026

Tra loro due.


            Le due donne, durante le rare volte in cui si incontrano in assenza d’altri, sembra quasi che parlino dei linguaggi differenti, probabilmente nel tentativo per ognuna di restare sempre un po’ distante dall’altra. Lei non pone mai delle domande dirette, ma se lo fa è soltanto per affrontare degli argomenti piuttosto scontati, sui quali non attende mai dall’altra una vera risposta chiarificatrice, ma soltanto una conferma dell’opinione che già trattiene in sé, e che conosce da tempo. Di fatto non si assomigliano per niente anche se sono due sorelle, forse perché sono soltanto delle sorellastre, partorite dalla medesima madre ma da due padri diversi, e probabilmente, per tutto il tempo da quando sono nate fino adesso, hanno cercato in loro stesse quella differenza sostanziale che è sempre apparsa non soltanto nelle proprie diverse fisionomie, e che loro intendono continuamente evidenziare. <<Come va il lavoro?>>, chiede lei in maniera poco interessata, giusto per fare della conversazione, mentre versa il caffè nelle tazze dando le spalle all’altra che sta seduta al tavolino senza neanche guardarla. <<Piuttosto bene>>, risponde infine la sorella dopo una pausa, <<anche se in questo periodo pare che ogni giornata in ufficio porti con sé qualche grossa novità. Sembra adesso che il segretario comunale sia implicato in qualcosa di poco chiaro, e che per questo motivo sia già pronto a dare le proprie dimissioni. Sarebbe un bel guaio dopo tutti questi anni in cui abbiamo lavorato assieme, soprattutto per il metodo di lavoro che ovviamente dovrà essere totalmente rivisto>>.

            Lei si siede, dopo aver appoggiato un piccolo vassoio con le tazze sopra al tavolo, poi sorseggia il proprio caffè senza neppure tentare di commentare o porre altre domande. <<Marco è sempre così pallido, così debole>>, dice invece all’improvviso, come se quello fosse l’argomento che mette in second’ordine ogni altro discorso. <<Sono convinta che prima o dopo avrà una ricaduta della sua malattia, ed anche se abbiamo cercato di attenerci a tutte le prescrizioni che i medici ci hanno imposto, non mi pare proprio che stia crescendo in una maniera priva di problemi. <<Loriana resta sempre volentieri da me>>, dice invece l’altra, forse per tranquillizzare la mamma e lasciarla ancora totalmente libera nel dedicarsi anche mentalmente quasi del tutto al proprio figlio maschio, nonostante sappia benissimo che è ancora in atto una certa gelosia nei suoi confronti per quella situazione che si è creata, quando lei ha dovuto seguire totalmente il proprio bambino nei suoi trascorsi ospedalieri. <<È brava, studiosa, obbediente, ed ha compreso perfettamente che questo è stato un periodo un po’ difficile per tutta la famiglia, per cui non chiede altro che starsene tranquilla a fare le sue cose. Un paio di volte, in questi mesi passati, l’ho portata in ufficio con me, durante il pomeriggio, quando dovevo sistemare qualcosa, e lei non si è lamentata neppure una volta, sorridendo sempre al sindaco e a tutti gli altri impiegati. E poi si è abituata facilmente a me e ai miei modi>>.

            A lei bruciano discorsi del genere, e sa perfettamente che sono buttati lì quasi a farla sentire inadatta nello svolgere il suo ruolo di madre nei confronti di Loriana, ma lascia che quelle parole cadano nel nulla, senza dare affatto un seguito a ciò che possono significare. Sa benissimo che se ci fosse da riportare in ospedale il suo Marco, sua figlia rimarrebbe di nuovo totalmente nelle mani della zia, e questo è l’elemento forse più doloroso di tutti gli altri, proprio perché unito al fatto che quel tipo di rapporto che si è instaurato tra la bambina e la sua zia sarebbe di nuovo assolutamente necessario, considerato che al momento pare impossibile fare a meno del suo aiuto. <<Anche Marco è bravo e paziente>>, dice alla fine mentre sistema le tazze ormai vuote sopra a quel vassoio, per andarle ad appoggiare sopra al lavello. <<Considerato quello che gli è toccato di sopportare fino adesso, credo che non gli si poteva chiedere di più>>. L’altra resta in silenzio, quasi come se i due figli di sua sorella non fossero uguali nipoti ai suoi occhi. A lei dispiace anche questa disparità di sentimenti, ma pure di tale argomento preferisce non parlare.

            Quando infine si alza dal tavolo, anche l’altra si mette subito in piedi, ed è proprio in quel preciso momento che i due fratelli, invitati quel pomeriggio a giocare da una bambina del vicinato, rientrano in casa. Per Loriana ci sono subito dei baci e delle carezze da parte della zia, per Marco soltanto un piccolo gesto di carineria che come sempre non passa inosservato da parte della mamma. <<Adesso andate a lavarvi le mani>>, dice subito loro come per ristabilire le regole auree della famiglia, e la zia dice subito con disinvoltura che avrebbe pensato di portare la bambina in un certo negozio, dove ha notato un vestitino che dovrebbe andarle a pennello. Loriana dice in fretta con entusiasmo che lei è subito pronta, e a sua madre non resta altro che assentire a quanto praticamente già deciso, anche se spiega come sia il caso di tornare un po’ prima del rientro di suo padre, in modo da dare un aiuto a lei nel preparare la cena e apparecchiare anche la tavola. Poi le due sorellastre si salutano di fretta, come sempre hanno fatto, senza scambiarsi alcun complimento particolare, proprio ad avvalorare, una volta di più, quella distanza che rimane forse irremovibile tra loro due.    

 

            Bruno Magnolfi 

giovedì 9 aprile 2026

Cosa mi è capitato.


            È ancora presto quando si accendono tutte le luci del padiglione pediatrico e gli infermieri iniziano nei corridoi a parlare a voce alta scambiandosi informazioni e battute spiritose. È proprio il momento, ma certamente solo per chi ci riesce e quindi se lo può permettere, di tirarsi le coperte del letto fin sopra gli occhi e proseguire a dormire, o almeno a tentare di farlo, ignorando per qualche minuto la grande macchina ospedaliera che di colpo si riavvia, producendo le cose di ogni giorno, con una ripetitività quasi estenuante. Da me stamani vengono invece due barellieri con una lettiga di acciaio sulle ruote, e attendono pazienti che un’infermiera mi accompagni nel bagno a lavarmi e a sistemarmi, per poi probabilmente portarmi in qualche stanza a fare chissà quale esame, così almeno io immagino, visto che nessuno parla e che quindi non so niente di ciò che mi attende. Una suora vestita di bianco si avvicina cauta e mi sorride, ma non so interpretare in nessun modo questo suo gesto, così non chiedo niente a nessuno neppure adesso, e lascio che il mio corpo venga adagiato sulla lettiga senza opporre alcuna resistenza, sperando di tornare in fretta dentro il mio letto. Si percorrono diversi corridoi, si sale dentro al vasto ascensore, ci si muove all’interno dell’edificio come se ci fosse da cercare una difficile soluzione ad una serie di problemi complessi, ed io chiudo gli occhi cercando di godermi questi momenti di semplice trasferimento verso chissà dove.

            Ala fine del tragitto si entra in un ambulatorio piuttosto piccolo e per un posto solo, pieno di strumenti elettronici e con diverse porte vetrate, ed io vengo sistemato sopra un letto leggermente inclinato con un forte odore di prodotti disinfettanti. Se ne vanno i barellieri, ed arrivano tre o quattro medici dal camice bianco che iniziano, con l’aiuto anche di un infermiere, a cercarmi le vene dei bracci per inserire i loro aghi allacciati ai tubi trasparenti. Naturalmente urlo e mi divincolo, non sopportando affatto di dover accettare quanto mi viene inflitto, così mi immobilizzano immediatamente e mi fanno subire le loro torture senza nessuna possibilità di ribellione. Poi uno dei medici mi spiega che ci vuole pazienza, e che tutto al momento viene portato avanti solamente per il mio bene, ma a me sembrano parole insignificanti e così mi ritrovo la faccia bagnata di lacrime per quel ritrovarmi in balia di flebo, di aghi e di strumenti elettronici. Le cose vanno avanti, anche se mi dicono con fare imperioso che non devo muovermi per nessuna ragione, e che se mi venisse la voglia di urinare posso farlo tranquillamente visto che mi hanno applicato uno strumento, per me dolorosissimo, che però mi permette di riempire delle provette già pronte per qualsiasi tipo di analisi. 

            Il tempo trascorre molto lentamente, tanto che non riesco a capire che cosa mai debba ancora accadere, e quando uno dei medici si avvicina a me per controllare qualcosa, mi viene subito da digli con le lacrime agli occhi che fra poco dovrebbe arrivare la mamma, e che probabilmente si potrebbe preoccupare non trovandomi nel solito letto. <<Oggi tua madre non viene>>, dichiara il medico con voce inespressiva e senza guardarmi, come se ci fosse un piano già concordato per scatenare in me tutto il dolore che posso riuscire a provare in una volta soltanto. Rifletto, subito dopo, e immagino che dovrò stare a lungo attaccato a queste macchine che ronzano e che pulsano, e tra un prelievo di sangue ed un altro che mi viene praticato ogni ora, una vera tortura ogni volta, potrei addirittura chiudere gli occhi e cercare di dormire, immaginando di essere il più possibile lontano da questa stanza, fuori dalla portata di quegli sguardi indagatori dei medici che vanno e che vengono intorno alla mia postazione. Uno di questi tocca uno strumento che mi infligge un dolore violentissimo, tanto che sento subito uscire del sangue dal mio naso; così raccolgo nella bocca il muco e il poco sangue che cola, e quando si avvicina a me il solito medico per tamponare tutto con una garza, gli sputo sul suo bel camice bianco sia il mio disprezzo che il mio odio rosso per ciò che mi tocca subire.

            Arriva subito l’infermiere, mentre il medico si esprime con qualche parola volgare mentre va a cambiare il suo camice, ma da lui, che è poco più di un ragazzo, mi lascio pulire e sistemare come gli sembra meglio. Ormai sono trascorse sicuramente diverse ore, ed anche se qui non c’è alcuna finestra, immagino che fuori sia già pomeriggio inoltrato. Non ho mangiato proprio nulla, rifletto, ma l’infermiere mi dice che per questo tipo di esame non è previsto che io possa né mangiare né bere, e che verrò riportato in reparto soltanto a sera inoltrata. Sono rassegnato, forse addirittura in questo momento mi dispiace per aver sporcato di sangue quel medico, visto peraltro che mi ritrovo ancora nelle sue mani, ma in ogni caso credo che nessuno dovrebbe subire delle torture del genere che sto subendo. Alla fine della giornata mi riportano finalmente a ritroso fino al mio letto, nella stanza con tutti gli altri bambini, ma io mi rannicchio subito tra le coperte, esausto, incapace anche di muovermi, e non ho certo voglia di dire a nessuno che cosa mi sia successo in tutte le ore che sono mancato.

 

            Bruno Magnolfi