Rachele
guarda i fornelli spenti del gas sopra il piano della cucina, e mormora tra sé
qualcosa che pare quasi una riflessione sulla propria condizione di madre e di
moglie. In casa è da sola, i bambini sono a scuola, suo marito è lontano a
mandare avanti il suo lavoro, e lei adesso si sente inutile, come se le sue
giornate scorressero identiche e soprattutto in mancanza di un significato concreto
che possa fornirle almeno l’entusiasmo di qualche traguardo personale. Certe
volte naturalmente è abbastanza contenta di sé, dei risultati raggiunti con la
sua famiglia, della propria capacità di stare al suo posto e di fungere da
fulcro di tutta la casa, ma altre volte le pare invece di vivere in modo meccanico,
senza alcuna creatività, quasi stesse al posto di qualcun altro, o come se
chiunque al posto suo potesse far andare avanti le cose forse anche meglio di
come fa lei. I suoi genitori adesso sono persone anziane, tra qualche anno si
ammaleranno e poi inevitabilmente moriranno, riflette. <<Ed io poco per
volta resterò da sola, senza più nessuno accanto a me, perché anche i miei
figli andranno via da qui per seguire le loro strade, ed anche mio marito prima
o poi morirà, e nonostante io sia sicura sin da adesso di raggiungere i cento
anni di vita, per me da ora alla fine saranno tanti periodi simili composti soltanto
da una lunga serie di momenti di solitudine>>.
Niente nella
sua mente è in grado di farle superare questi momenti di depressione, anche se
resta convinta di alcune proprie capacità fino ad oggi mai messe in luce. Uscire
ed incontrarsi con qualcun altro non servirebbe assolutamente a niente, perché
le resta quasi impossibile parlare apertamente dei propri problemi, che restano
i suoi e basta, e la sua chiusura verso chiunque è un fatto assodato,
definitivo, immutabile. I fornelli spenti del gas sul piano della cucina adesso
sono immobili, inutili, inefficaci, eppure hanno una propria intrinseca potenza,
delle capacità che si stenta spesso a riconoscere, ma delle quali riescono a
dare prova in un solo attimo, alla semplice accensione tramite le loro semplici
manopole. <<Potrebbe essere così anche per me>>, pensa Rachele quasi
per scherzo: <<girare una piccola leva all’interno di me e mettermi a
funzionare in modo diverso, del tutto nuovo, come se potesse avvenire di colpo
un rovesciamento improvviso di personalità e di carattere>>. Poi carica
la macchinetta per il caffè, la piazza sul gas e accende il fornello. <<Durante
un temporale, a mia mamma da giovane giunse un fulmine mentre era in casa, sceso
giù direttamente dalla cappa del camino; colpì qualcosa che in quel momento lei
teneva tra le mani, e una luce accecante insieme all’immenso rumore di tuono la
fece saltare all’indietro e lasciare l’oggetto di ferro che stava maneggiando.
Non accadde nient’altro, nessuna conseguenza per lei, eppure qualcosa parve
avvenire, senza che nessuno se ne fosse reso del tutto conto>>.
Davanti ai
fornelli di Rachele invece non succede un bel niente, a parte la polvere del
caffè che lentamente si mescola all’acqua in maniera indissolubile, a formare
la bevanda scura che in queste giornate resta per sua consapevolezza la propria
cura migliore, quel piccolo sorso di caldo che sembra dare un senso alla propria
malinconia. Ne versa quanto le è sufficiente in una tazzina, aggiunge una punta
di zucchero e poi lentamente ne gira il contenuto, che poi sorseggia restando
in piedi, con calma, osservando il niente davanti a sé. Tra poco andrà a
riprendere a scuola i bambini, dovrà salutare qualche altro genitore che magari
le chiederà qualcosa dei suoi figli, dei loro risultati, dei rapporti che tengono
con qualche compagno più agitato degli altri; oppure le parleranno di qualche
argomento che a lei non interessa neppure, ma fingerà però di seguire quei
discorsi con una certa attenzione, annuendo alle loro parole, spiegando a sua
volta di essere assolutamente d’accordo con quelle loro affermazioni, con i
loro punti di vista, con quei loro modi di riflettere sui fatti e le cose. Poi
terrà per mano i suoi figli, sorriderà a qualcuno allontanandosi dalla strada
piena di voci e di esclamazioni, e alla fine chiederà a ciascuno dei due come fosse
andata la loro giornata, senza aspettarsi delle esaustive risposte, ma
accontentandosi di una semplice affermazione positiva logica ed usuale.
Chissà che
cosa aveva provato sua mamma trovandosi all’improvviso tra le mani uno schianto
di luce e di energia come quello che le era capitato chissà quanti anni prima; forse
niente, se non la consapevolezza della fortuna di non aver avuto da
quell’incontro alcuna conseguenza. A Rachele adesso è sufficiente la calma, la
pacatezza di qualche parola scambiata sottovoce con i propri bambini, la
normalità di tornare a casa con loro come ogni giorno, e poi l’attesa di ogni
piccolo evento che scandisce poco per volte tutte le ore della sua giornata.
Forse non ha mai desiderato qualcosa di più o di diverso, e forse non ha mai
fatto niente per andare incontro a qualcosa di differente.
Bruno
Magnolfi
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