martedì 4 agosto 2026

Dentro l'ascensore.


            Finalmente, con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura. Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani, che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo, si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.

            In casi diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi addosso.

            Per nessun motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa servirmi ogni volta.

            In qualche caso il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari, ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della cabina dell’ascensore.

 

            Bruno Magnolfi  

Nessun commento:

Posta un commento