Finalmente,
con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova
casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata
al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo
persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo
utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura.
Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia
sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani,
che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei
veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa
dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza
più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro
palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui
scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo,
si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in
balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece
l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria
velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e
anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.
In casi
diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla
terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e
di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi
trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi
con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera
della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento
risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi
prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta
ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci
un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo
le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però
mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in
compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per
raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie
di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non
riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi
addosso.
Per nessun
motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia
madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare
l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente
ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere
sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere
dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio
dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti
volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella
calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo
sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo
i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle
che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di
essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per
scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è
diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice
penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa
servirmi ogni volta.
In qualche caso
il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari,
ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi
permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album
per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo
utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia
sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e
forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di
come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in
seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta
cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e
sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che
fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e
imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare
tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non
riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della
cabina dell’ascensore.
Bruno
Magnolfi
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