domenica 23 agosto 2026

In quel quartiere.


            Aveva preso praticamente ogni giorno a chiamarmi da oltre il muro che delimitava i nostri giardini, peraltro del tutto simili e composti perlopiù da qualche aiuola di terra e vialetti lastricati, ma certe volte era piuttosto scocciante anche per me doverle inventare una scusa oppure un’altra per non andare a giocare da lei come costantemente desiderava. <<Marco, Marco>>, insisteva fino a quando non le rispondevo. <<Devo aiutare la mamma>>, le dicevo in certi casi a bassa voce senza poterla vedere per via di quel muro troppo alto, durante tutte quelle volte che proprio non mi andava di andare da lei. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ormai sei compiuti, ed appariva ai miei occhi una bimbetta noiosa, ancora incapace di vedere le cose con quella astuzia che a me pareva oramai di avere assunto da quando frequentavo la scuola elementare, grazie al contatto quotidiano con alcuni dei miei compagni di classe piuttosto svegli e in grado di farmi crescere molto alla svelta. Elisabetta peraltro era carina, mi piaceva abbastanza averla come amica, anche se preferivo per molti di quei pomeriggi uscire sulla strada piuttosto tranquilla davanti casa mia ed incontrarmi con i ragazzetti della mia età o anche più grandicelli che abitavano in quella via, soprattutto perché certe volte alcuni di loro erano in grado di raccontare a me e a tutti quanti delle storie oltremodo vere e meravigliose. A lei naturalmente non era permesso uscire con noi, proprio perché troppo piccola, anche se a me pareva che sua madre fosse eccessivamente restrittiva in quelle le sue scelte.

            In ogni caso a me piaceva molto anche soltanto starmene per conto mio, seduto su di una pietra di quel nostro giardinetto, e magari accarezzare quella gatta che ogni tanto arrivava soffusamente a farci una visita. Le volte in cui invece cedevo per sfinimento ed andavo a casa di Elisabetta passando dai portoncini dei nostri appartamenti, trovavo lei, sua mamma e i suoi nonni che mi ricevevano, mi salutavano e poi tentavano subito di pormi delle domande un po' strane a cui normalmente evitavo di rispondere limitandomi a sorridere timidamente, fino a quando il nonno non accendeva la televisione dentro una stanza buia e con un forte odore poco piacevole, dove io ed Elisabetta ci sedevamo in un angolo. Lei qualche volta rideva dei programmi che venivano trasmessi a quell’ora, ma anche delle svariate pubblicità, e quasi sempre cercava nel buio di prendermi la mano per tenerla stretta alla sua, cosa che a me faceva quasi infuriare, anche se non davo a vederlo. In genere la lasciavo fare, anche perché pensavo che un prezzo dovessi pur pagarlo visto che noi in casa non avevamo la televisione, e quei programmi per bambini mi piacevano sopra ogni altra cosa. Ma dopo un po’ muovevo nervosamente la mano, o fingevo che fosse entrata nella stanza la mamma o la nonna, per scoprirci così come due amanti in atti amorosi. Lei allora si inventava delle cose diverse, mi diceva che voleva farmi vedere un gioco, o qualcosa del suo giardino, ed io, dopo avere sbuffato a lungo dentro di me, la seguivo senza trovare nessuna scusa per oppormi alla sua volontà.

            Il nonno regolarmente chiedeva alla sua anziana moglie di portargli un bicchiere di vino, e lei rispondeva altrettanto regolarmente e con un po' di apprensione, durante quei pomeriggi, che non poteva proprio farlo perché il vino non gli faceva altro che male. Nel vicinato tutti sapevano che il nonno era un vecchio ubriacone, ed ogni tanto qualcuno spiegava che più di una volta era stato addirittura trovato privo di sensi e riverso al bordo di qualche strada di campagna dei dintorni di Volterra. Con questo io mi spiegavo anche il cattivo odore che spesso avvertivo vicino a quest' uomo: odore di avvinazzato, dall'alito pesante, incapace oramai di stare lontano dal bere. A Elisabetta non importava un bel niente delle dinamiche familiari, e poi continuava a guardarmi come fossi stata l’unica persona presente tra quelle mura. In giardino poi mi raccontava delle cose piuttosto scontate, della gatta che passava di là, dei disegni che faceva da sola, delle merende che le preparava sua madre. Quando infine regolarmente giungevo fino al punto di non sopportare più quella situazione, io cercavo dentro di me la scusa migliore per poter andarmene via, incapace di affrontare più a lungo quei suoi discorsi e quell’insistenza con cui cercava ancora di intrattenermi.

            Mia mamma la sera mi chiedeva come fosse andato il pomeriggio dalla mia piccola vicina di casa, ed io generalmente minimizzavo, e le dicevo in due parole che ci eravamo semplicemente divertiti con qualche sciocchezza, perché non mi sentivo in grado di confessarle che non mi piaceva quella famiglia, non mi piaceva la casa dove abitavano, non mi piacevano quei loro modi, e forse attendevo soltanto che Elisabetta si facesse più grande per invitarla ad uscire insieme a me e a tutti quei ragazzi che abitavano all’interno di quel quartiere.

 

            Bruno Magnolfi

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