giovedì 9 aprile 2026

Cosa mi è capitato.


            È ancora presto quando si accendono tutte le luci del padiglione pediatrico e gli infermieri iniziano nei corridoi a parlare a voce alta scambiandosi informazioni e battute spiritose. È proprio il momento, ma certamente solo per chi ci riesce e quindi se lo può permettere, di tirarsi le coperte del letto fin sopra gli occhi e proseguire a dormire, o almeno a tentare di farlo, ignorando per qualche minuto la grande macchina ospedaliera che di colpo si riavvia, producendo le cose di ogni giorno, con una ripetitività quasi estenuante. Da me stamani vengono invece due barellieri con una lettiga di acciaio sulle ruote, e attendono pazienti che un’infermiera mi accompagni nel bagno a lavarmi e a sistemarmi, per poi probabilmente portarmi in qualche stanza a fare chissà quale esame, così almeno io immagino, visto che nessuno parla e che quindi non so niente di ciò che mi attende. Una suora vestita di bianco si avvicina cauta e mi sorride, ma non so interpretare in nessun modo questo suo gesto, così non chiedo niente a nessuno neppure adesso, e lascio che il mio corpo venga adagiato sulla lettiga senza opporre alcuna resistenza, sperando di tornare in fretta dentro il mio letto. Si percorrono diversi corridoi, si sale dentro al vasto ascensore, ci si muove all’interno dell’edificio come se ci fosse da cercare una difficile soluzione ad una serie di problemi complessi, ed io chiudo gli occhi cercando di godermi questi momenti di semplice trasferimento verso chissà dove.

            Ala fine del tragitto si entra in un ambulatorio piuttosto piccolo e per un posto solo, pieno di strumenti elettronici e con diverse porte vetrate, ed io vengo sistemato sopra un letto leggermente inclinato con un forte odore di prodotti disinfettanti. Se ne vanno i barellieri, ed arrivano tre o quattro medici dal camice bianco che iniziano, con l’aiuto anche di un infermiere, a cercarmi le vene dei bracci per inserire i loro aghi allacciati ai tubi trasparenti. Naturalmente urlo e mi divincolo, non sopportando affatto di dover accettare quanto mi viene inflitto, così mi immobilizzano immediatamente e mi fanno subire le loro torture senza nessuna possibilità di ribellione. Poi uno dei medici mi spiega che ci vuole pazienza, e che tutto al momento viene portato avanti solamente per il mio bene, ma a me sembrano parole insignificanti e così mi ritrovo la faccia bagnata di lacrime per quel ritrovarmi in balia di flebo, di aghi e di strumenti elettronici. Le cose vanno avanti, anche se mi dicono con fare imperioso che non devo muovermi per nessuna ragione, e che se mi venisse la voglia di urinare posso farlo tranquillamente visto che mi hanno applicato uno strumento, per me dolorosissimo, che però mi permette di riempire delle provette già pronte per qualsiasi tipo di analisi. 

            Il tempo trascorre molto lentamente, tanto che non riesco a capire che cosa mai debba ancora accadere, e quando uno dei medici si avvicina a me per controllare qualcosa, mi viene subito da digli con le lacrime agli occhi che fra poco dovrebbe arrivare la mamma, e che probabilmente si potrebbe preoccupare non trovandomi nel solito letto. <<Oggi tua madre non viene>>, dichiara il medico con voce inespressiva e senza guardarmi, come se ci fosse un piano già concordato per scatenare in me tutto il dolore che posso riuscire a provare in una volta soltanto. Rifletto, subito dopo, e immagino che dovrò stare a lungo attaccato a queste macchine che ronzano e che pulsano, e tra un prelievo di sangue ed un altro che mi viene praticato ogni ora, una vera tortura ogni volta, potrei addirittura chiudere gli occhi e cercare di dormire, immaginando di essere il più possibile lontano da questa stanza, fuori dalla portata di quegli sguardi indagatori dei medici che vanno e che vengono intorno alla mia postazione. Uno di questi tocca uno strumento che mi infligge un dolore violentissimo, tanto che sento subito uscire del sangue dal mio naso; così raccolgo nella bocca il muco e il poco sangue che cola, e quando si avvicina a me il solito medico per tamponare tutto con una garza, gli sputo sul suo bel camice bianco sia il mio disprezzo che il mio odio rosso per ciò che mi tocca subire.

            Arriva subito l’infermiere, mentre il medico si esprime con qualche parola volgare mentre va a cambiare il suo camice, ma da lui, che è poco più di un ragazzo, mi lascio pulire e sistemare come gli sembra meglio. Ormai sono trascorse sicuramente diverse ore, ed anche se qui non c’è alcuna finestra, immagino che fuori sia già pomeriggio inoltrato. Non ho mangiato proprio nulla, rifletto, ma l’infermiere mi dice che per questo tipo di esame non è previsto che io possa né mangiare né bere, e che verrò riportato in reparto soltanto a sera inoltrata. Sono rassegnato, forse addirittura in questo momento mi dispiace per aver sporcato di sangue quel medico, visto peraltro che mi ritrovo ancora nelle sue mani, ma in ogni caso credo che nessuno dovrebbe subire delle torture del genere che sto subendo. Alla fine della giornata mi riportano finalmente a ritroso fino al mio letto, nella stanza con tutti gli altri bambini, ma io mi rannicchio subito tra le coperte, esausto, incapace anche di muovermi, e non ho certo voglia di dire a nessuno che cosa mi sia successo in tutte le ore che sono mancato.

 

            Bruno Magnolfi 

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