È
ancora presto quando si accendono tutte le luci del padiglione pediatrico e gli
infermieri iniziano nei corridoi a parlare a voce alta scambiandosi
informazioni e battute spiritose. È proprio il momento, ma certamente solo per
chi ci riesce e quindi se lo può permettere, di tirarsi le coperte del letto
fin sopra gli occhi e proseguire a dormire, o almeno a tentare di farlo,
ignorando per qualche minuto la grande macchina ospedaliera che di colpo si
riavvia, producendo le cose di ogni giorno, con una ripetitività quasi
estenuante. Da me stamani vengono invece due barellieri con una lettiga di
acciaio sulle ruote, e attendono pazienti che un’infermiera mi accompagni nel
bagno a lavarmi e a sistemarmi, per poi probabilmente portarmi in qualche
stanza a fare chissà quale esame, così almeno io immagino, visto che nessuno
parla e che quindi non so niente di ciò che mi attende. Una suora vestita di
bianco si avvicina cauta e mi sorride, ma non so interpretare in nessun modo
questo suo gesto, così non chiedo niente a nessuno neppure adesso, e lascio che
il mio corpo venga adagiato sulla lettiga senza opporre alcuna resistenza,
sperando di tornare in fretta dentro il mio letto. Si percorrono diversi
corridoi, si sale dentro al vasto ascensore, ci si muove all’interno
dell’edificio come se ci fosse da cercare una difficile soluzione ad una serie
di problemi complessi, ed io chiudo gli occhi cercando di godermi questi
momenti di semplice trasferimento verso chissà dove.
Ala
fine del tragitto si entra in un ambulatorio piuttosto piccolo e per un posto
solo, pieno di strumenti elettronici e con diverse porte vetrate, ed io vengo
sistemato sopra un letto leggermente inclinato con un forte odore di prodotti disinfettanti.
Se ne vanno i barellieri, ed arrivano tre o quattro medici dal camice bianco
che iniziano, con l’aiuto anche di un infermiere, a cercarmi le vene dei bracci
per inserire i loro aghi allacciati ai tubi trasparenti. Naturalmente urlo e mi
divincolo, non sopportando affatto di dover accettare quanto mi viene inflitto,
così mi immobilizzano immediatamente e mi fanno subire le loro torture senza
nessuna possibilità di ribellione. Poi uno dei medici mi spiega che ci vuole
pazienza, e che tutto al momento viene portato avanti solamente per il mio
bene, ma a me sembrano parole insignificanti e così mi ritrovo la faccia
bagnata di lacrime per quel ritrovarmi in balia di flebo, di aghi e di strumenti
elettronici. Le cose vanno avanti, anche se mi dicono con fare imperioso che
non devo muovermi per nessuna ragione, e che se mi venisse la voglia di urinare
posso farlo tranquillamente visto che mi hanno applicato uno strumento, per me
dolorosissimo, che però mi permette di riempire delle provette già pronte per
qualsiasi tipo di analisi.
Il
tempo trascorre molto lentamente, tanto che non riesco a capire che cosa mai
debba ancora accadere, e quando uno dei medici si avvicina a me per controllare
qualcosa, mi viene subito da digli con le lacrime agli occhi che fra poco
dovrebbe arrivare la mamma, e che probabilmente si potrebbe preoccupare non
trovandomi nel solito letto. <<Oggi tua madre non viene>>, dichiara
il medico con voce inespressiva e senza guardarmi, come se ci fosse un piano
già concordato per scatenare in me tutto il dolore che posso riuscire a provare
in una volta soltanto. Rifletto, subito dopo, e immagino che dovrò stare a
lungo attaccato a queste macchine che ronzano e che pulsano, e tra un prelievo
di sangue ed un altro che mi viene praticato ogni ora, una vera tortura ogni
volta, potrei addirittura chiudere gli occhi e cercare di dormire, immaginando
di essere il più possibile lontano da questa stanza, fuori dalla portata di
quegli sguardi indagatori dei medici che vanno e che vengono intorno alla mia
postazione. Uno di questi tocca uno strumento che mi infligge un dolore
violentissimo, tanto che sento subito uscire del sangue dal mio naso; così
raccolgo nella bocca il muco e il poco sangue che cola, e quando si avvicina a
me il solito medico per tamponare tutto con una garza, gli sputo sul suo bel
camice bianco sia il mio disprezzo che il mio odio rosso per ciò che mi tocca
subire.
Arriva
subito l’infermiere, mentre il medico si esprime con qualche parola volgare
mentre va a cambiare il suo camice, ma da lui, che è poco più di un ragazzo, mi
lascio pulire e sistemare come gli sembra meglio. Ormai sono trascorse
sicuramente diverse ore, ed anche se qui non c’è alcuna finestra, immagino che
fuori sia già pomeriggio inoltrato. Non ho mangiato proprio nulla, rifletto, ma
l’infermiere mi dice che per questo tipo di esame non è previsto che io possa
né mangiare né bere, e che verrò riportato in reparto soltanto a sera
inoltrata. Sono rassegnato, forse addirittura in questo momento mi dispiace per
aver sporcato di sangue quel medico, visto peraltro che mi ritrovo ancora nelle
sue mani, ma in ogni caso credo che nessuno dovrebbe subire delle torture del
genere che sto subendo. Alla fine della giornata mi riportano finalmente a
ritroso fino al mio letto, nella stanza con tutti gli altri bambini, ma io mi
rannicchio subito tra le coperte, esausto, incapace anche di muovermi, e non ho
certo voglia di dire a nessuno che cosa mi sia successo in tutte le ore che
sono mancato.
Bruno
Magnolfi
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