Mio papà non sorride molto, però
io e mio fratello sappiamo che nella sua mente circolano ogni giorno sempre
molte preoccupazioni, per cui quasi non ci facciamo più caso se certe volte
sembra quasi assente, preso come dev’essere dai tanti problemi da risolvere, quasi
tutti immagino provenienti dal suo lavoro. La vecchia casa sicuramente costava
di meno, e forse non avevamo molte comodità, però era bello abitare in quelle
tre piccole stanze, perché ci sentivamo vicini, al punto che tutto pareva
girare intorno al tavolo di cucina e a quel grande acquaio di granito presso
cui la mamma preparava le cose e noi dovevamo anche lavarci, aggiungendo in
inverno un po’ d’acqua calda proveniente da una grossa pentola in disuso
lasciata perennemente sul piano caldo della nostra stufa a legna. Il gabinetto
era sulle scale condominiali, ed io e il mio fratellino ci andavamo soltanto quando
appariva assolutamente indispensabile, anche perché ci faceva un po’ paura. Nella
casa attuale invece abbiamo tutta per noi una comoda vasca da bagno con l’acqua
calda, anche se forse un briciolo di nostalgia per quelle vecchie mura a me
perlomeno è rimasto addosso. Nel futuro non abiteremo a lungo neppure in questa
nuova casa, ed un improvviso e definitivo trasloco so per certo che dovrà
avvenire nei prossimi anni, proiettando tutta la nostra famiglia da un
appartamento al piano terra con un meraviglioso giardinetto sul retro praticamente
tutto per noi, fino al quarto piano di un palazzone anonimo dove l’elemento
innovativo fino ad allora sconosciuto e rivoluzionario ai nostri occhi, oltre alla
grande terrazza con vista panoramica, sarebbe stato l’ascensore, sopra al quale
però salivamo soltanto quando eravamo in compagnia di almeno uno dei nostri
genitori.
Mio fratello Marco adesso prosegue
a consumare i propri pasti cucinati apposta per lui con alimenti privi di molte
cose a mio parere estremamente buone, però non si lamenta mai, continuando ad
ingurgitare lentamente per conto proprio delle minestrine liquide senza alcun sapore,
come se oramai le sue abitudini non gli facessero desiderare niente d’altro. Al
contrario di lui io sono sicuramente molto ciarliera, come se avessi
continuamente necessità di spiegare alla mia famiglia ogni dettaglio possibile
su ciò che accade durante le mattinate dentro la mia scuola, descrivendo con
minuzia di particolari i miei compagni di classe ed i vestiti che indossa la nostra
maestra elementare, oltre a parlare a lungo delle lezioni e dei progressi didattici
che vengono fatti tra quei banchi e accanto alla cattedra un po’ austera. I
miei voti sono sempre ottimi, e per me sicuramente è un vanto essere
riconosciuta da tutti come una studentessa dai risultati spesso da prima della
classe. I miei genitori si dimostrano sempre molto contenti quando io mi
prodigo nelle spiegazioni su ciò che accade a scuola e sugli incoraggiamenti da
parte della mia maestra per fare sempre meglio, ma ogni giorno sembra aumentare
sempre di più il divario con mio fratello, giudicato da tutti a scuola sempre
troppo silenzioso, quasi isolato, con quella corporatura troppo magra, da
ammalato cronico, al punto che l’insegnante sembra non gli chieda mai un bel
niente, forse anche per non imbarazzarlo.
La mamma spesso cerca di
incoraggiarlo dicendo, a conclusione delle mie delucidazioni sulle vicende
scolastiche, che anche Marco molto presto porterà a casa nostra delle sicure soddisfazioni,
ma lui sembra sempre come indifferente a certe espressioni, quasi che il suo
mondo fosse un altro, probabilmente scolpito giorno per giorno in quei lunghi
periodi trascorsi nel suo letto rabbrividendo di freddo, persino nel periodo
estivo. Mio padre certe volte gli tocca ancora la fronte, e poi gli dice per
incoraggiamento che lui è il suo piccino, come a spiegare in una parola che lo
compatisce, o che prova per lui una pena che forse non riesce neppure ad
esprimere, oppure che non desidera del tutto prendere in esame. Però, a volte
ripenso che nel periodo in cui abitammo nella casa al piano terreno forse mio
fratello mostrò i suoi momenti migliori. Dopo il primo lungo periodo che si potrebbe
definire nel suo caso assolutamente necessario per farlo sentire a proprio agio
anche con gli altri bambini di quella strada, lui iniziò poco per volta ad
uscire insieme agli altri ragazzini senza porsi mai troppi problemi, e a
comportarsi in maniera sostanzialmente adeguata tra quei compagni del quartiere
che forse gli stavano insegnando qualcosa di importante giorno dopo giorno.
Lui adesso non dice mai niente
quando rientra in casa, ma si capisce immediatamente dai graffi e dai segni di
sporcizia che porta sui calzoni corti e sulle gambe che probabilmente ha fatto
la lotta con qualcuno, che ha corso come un matto magari giocando col pallone
insieme agli altri, che forse si è nascosto dietro a qualche cespuglio nella
parte più incolta alla fine della loro strada. Si potrebbe dire insomma che
alla fine sia proprio riuscito ad integrarsi e a ricominciare ad essere un
bambino del tutto normale, esattamente come tutti, anche se lui non spiega mai
niente di sé o di quel che ha fatto durante la sua giornata.
Bruno Magnolfi
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