mercoledì 25 febbraio 2026

Musica piacevole.


            Il vecchio appartamento in cui erano nati i due fratelli era ubicato al primo piano di una piccola costruzione molto modesta, che sulla facciata presentava un terrazzino talmente stretto che non era possibile neppure sistemarci una semplice sedia per comodità. Certe volte, nei pomeriggi più caldi e svogliati, i due bambini però si appoggiavano volentieri alla robusta ringhiera, e sbirciavano le poche persone che percorrevano i marciapiedi sottostanti, misurandone il passo, l’abbigliamento, l’espressione; oppure osservando sempre con un certo interesse le scarse vetture che transitavano sferragliando lungo la strada, scommettendo di indovinare della prossima il colore della carrozzeria. Ogni sera passava da lì un largo carro fatto di legno e trainato da un cavallo, con il pianale libero, senza alcuna sponda, e con il conducente seduto là sopra senza un posto esatto dove posizionarsi, ma con le redini fermamente strette tra le mani. Il carro non produceva quasi rumore avendo le quattro ruote tutte gommate, forse asportate in precedenza da un mezzo motorizzato, ma il cavallo, enorme e muscoloso, con le robuste zampe pelose e gli zoccoli larghi come dei vassoi, produceva un fortissimo rumore ritmico sopra il selciato, tirando a sé quel carro a cui era legato, ma senza mostrare alcuno sforzo. Ormai a quell’ora del pomeriggio, sopra a quel grande barroccio, non c’era già più niente, se non quell’uomo seduto con le gambe che penzolavano dal pianale e forse qualche tavola di legno lasciata là sopra, però la mamma un giorno aveva detto a loro due che quello era il carro che trasportava le enormi bobine di carta dalla fabbrica dove venivano prodotte fino alla stazione ferroviaria, dove poi venivano caricate con dei sollevatori fin dentro i vagoni per le merci.     

            I due bambini osservavano sempre con grande attenzione quel passaggio dalla loro strada, ed immaginavano facilmente quel cavallo possente nel suo impegno di ogni mattina nel tirare il pesante carico di carta pronto per essere spedito su un treno che poi filava chissà dove, forse in una città lontana, in un posto dove ogni giorno venivano stampati dalle macchine quei giornali che venivano distribuiti dappertutto. Quel cavallo color zenzero rivestiva con la sua muscolatura un ruolo sicuramente fondamentale in tutta quella operazione, e quando loro due pensavano al loro padre che la domenica acquistava nell’edicola uno di quei semplici quotidiani dalle pagine enormi e la scrittura fitta, pareva quasi impossibile che la sua leggerezza di normale carta potesse paragonarsi al peso che si moltiplicava nelle bobine sopra a quel pianale. Invidiavano quell’uomo sicuro di sé che con grande facilità indicava la velocità e la direzione giusta al suo cavallo, e per trasferimento dell’idea, sembrava anche lui stesso un uomo forte, deciso, grande, quasi un gigante capace di incredibili prodezze, epperò così sensibile da vivere quasi in simbiosi con il suo animale.

            I due bambini osservavano tutto questo restando sempre in religioso silenzio, quasi per non disturbare quel passaggio appena sotto di loro, e quando quel mezzo di trasporto svoltava alla curva in fondo alla strada e spariva alla vista, loro due immaginavano di seguito il suo percorso ancora da compiere, fino a quando riusciva ad arrivare a quella cartiera di fianco al fiumiciattolo d’acqua dove la produzione sembrava non arrestarsi mai, tanto da far svolgere il lavoro agli operai in molti turni diversi, proprio per riuscire a soddisfare tutte le esigenze di carta delle tipografie e delle stamperie di chissà dove. Terminato quel passaggio rumoroso di zoccoli e di fatica la strada ripiombava di nuovo nel suo silenzio naturale, anche se c’erano a volte delle serate, quando ormai il cielo era già scuro, in cui si vedevano e soprattutto si sentivano passare due o tre uomini ubriachi a piedi che si sostenevano l’un l’altro, cantando con voci stonate e in coro qualche ritornello alla moda, mentre con il loro passo malfermo e ondivago si dirigevano probabilmente verso qualche altra bettola dove proseguire a bere, prima di rientrare chissà quando e in quali condizioni nelle loro case.

            Infine, giungeva il babbo, a quell’epoca in sella ad una bicicletta grigia, stanco di una giornata di lavoro e di chissà quante persone incontrate durante tutte quelle ore, e ai due bambini pareva la conclusione e il coronamento di qualcosa di importante, mentre la mamma aveva messo già sopra al fornello qualcosa per la cena, ed il profumo di verdure bollite si spandeva inevitabilmente dappertutto. Allora il finestrone che dava sopra al terrazzino veniva subito richiuso, e tutto nelle stanze della casa assumeva un assetto differente, fatto adesso di intimità, di calma, di piccole domande poste a completare gli aggiornamenti rimasti ancora in aria, di saluti soprattutto, e qualche volta anche di sorrisi. Non ci voleva molto: loro padre si lavava le mani, si cambiava la camicia, le scarpe, gettava qualche sguardo esauriente attorno a sé, e poi alla fine si sedeva al tavolo della cucina, mentre la radio gracchiante in sottofondo spiegava qualcosa di quanto stava accadendo da qualche altra parte, oppure intratteneva tutti semplicemente con della musica piacevole.  

 

            Bruno Magnolfi

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