Il mio
compagno di banco è un tipo che normalmente parla molto, tanto che spesso non
lo ascolto nemmeno, soprattutto perché mi annoia abbastanza sentire uscire continuamente
dalla sua bocca delle storielle talmente forzate da apparire alle mie orecchie del
tutto inverosimili. Per la maggior parte delle volte però lo ascolto in
silenzio, ed anche se non dico niente e non faccio neppure delle espressioni
particolari con la faccia, lui mi guarda e sembra contento, come se gli fosse
sufficiente dimostrare la propria capacità di inventare qualcosa su due piedi;
qualcosa che possa apparire, se non del tutto vero, però almeno credibile. Così
oggi, per non fare sempre la figura dell’introverso, gli ho accennato di uno
zio che da molti anni lavora come secondino nel carcere della città.
<<Lui ne sente ogni giorno di tutti i colori>>, gli ho spiegato,
<<perché i carcerati hanno sempre bisogno prima o dopo di liberarsi dei
segreti che ognuno porta con sé, e mio zio ha la capacità di dimostrarsi uno
che sa ascoltare tutto senza giudicare, solo per il gusto di venire a
conoscenza di cose che non potrebbe mai sapere in altra maniera. Certe volte
poi viene a casa nostra quando è libero dal lavoro, e spesso si trattiene per
la cena, così si mette seduto al tavolo tra mio padre e mia madre, ed inizia
con calma a raccontare delle cose che ha sentito tra le celle e tra i corridoi
della galera dove trascorre tutto quel tempo di ogni giorno>>. Il mio
compagno resta di sasso, con gli occhi e con la bocca aperta, perché non
immaginava che io avessi una fonte attendibile di vicende criminose così a
portata di mano, ed allora mi chiede di raccontagli subito qualcosa che ho
sentito dire da mio zio.
Naturalmente
io non ho neanche uno zio, e la mia famiglia non ha mai avuto niente a che fare
con il carcere, però l’improvvisa attenzione del mio compagno mi ha subito spinto
ad inventare qualcosa che si dimostrasse all’altezza del preambolo, anche se ho
detto subito che quelli di cui ero a conoscenza erano segreti quasi
irrivelabili, e che quindi non potevo adesso dire proprio tutto, ma soltanto
una parte di quello che sapevo. Lui naturalmente ha aperto subito le orecchie: <<Ci
sta un ergastolano, per esempio, che ha strangolato un uomo a mani nude>>,
gli ho spiegato; <<lo ha fatto per pura gelosia, solo perché immaginava
che l’altro insidiasse la sua donna. Ha cercato poi di far sparire quel
cadavere gettandolo in un fosso, ma la donna si è insospettita quasi subito, e
dopo qualche giorno ha dato l’allarme. Quando le divise sono andate ad
interrogarlo lui ha cominciato a contraddirsi di fronte alle domande che tutti gli
ponevano, e in poco tempo ovviamente ha confessato, indicando anche il luogo
dove trovare l’ucciso>>. Poi mi sono fermato, anche se il mio compagno
insisteva per conoscere altri particolari, ed allora ho alzato le spalle come
ad indicare che non dipendeva da me la possibilità di raccontare tutto, e che
avevo promesso il silenzio sia su quella che su altre vicende.
Tutto ciò
ha acceso incredibilmente la fantasia e la voglia di conoscere altre storie
scabrose da parte del mio compagno di banco, ma soprattutto, mentre la nostra
maestra riprendeva con le sue lezioni una volta terminato l’intervallo, a lui gli
deve essere sembrato che le sue storielle, al confronto con quelle di cui io
ero in grado di venire a conoscenza, fossero soltanto delle sciocchezze quasi prive
di qualsiasi importanza, tanto che non ha cercato per tutta la mattinata di
raccontarmi niente di sé e di ciò di cui a volte si è dimostrato tanto ferrato.
Durante un’altra pausa della mattinata gli ho detto sottovoce che non doveva
dire niente a nessuno di quello che gli avevo rivelavo, altrimenti avrei
immediatamente smesso di raccontargli altre storie simili di mio zio, e lui mi ha
subito spergiurato di non farne parola a nessuna anima viva. Mi veniva quasi da
ridere mentre lo osservavo fare quelle espressioni del viso così serie, e poi anche
riconoscere nei suoi occhi una tale convinzione nel riuscire veramente a
mantenere con altri quei segreti di cui potevo metterlo al corrente che ad un
tratto mi sono sentito estremamente superiore a lui per arguzia, e questo mi ha
dato un certo conforto riguardo a tutte le baggianate con cui si è fatto bello
lui favoleggiandole come cose vere.
<<In
galera poi ne succedono di tutti i colori>>, gli ho spiegato durante
un’altra pausa, <<e ci sono addirittura delle persone che non smettono
mai di cercare la fuga in un modo oppure nell’altro, ma soltanto chi tiene
tutto per sé riesce a mettere in piedi un piano davvero efficace. Mio zio
conosce bene i modi e gli atteggiamenti dei carcerati, e spesso riesce a
comprendere anche da pochi elementi quando quelli stiano per inventarsi qualche
stratagemma per tagliare la corda, e per questo è stimato, ed è grazie a queste
sue capacità che qualcuno va da lui spontaneamente per confessare addirittura delle
malefatte che neppure un giudice è riuscito a strappare dalla loro voce>>.
Bruno
Magnolfi
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