domenica 5 luglio 2026

Tralasciata.


            Durante i periodi estivi dei due anni a cavallo tra il momento in cui mi sposai e quando rimasi in stato interessante della mia prima figlia, certe sere andavo a ballare con mio marito in un locale all’aperto, alla buona, dove venivano fatti suonare dei dischi dell’epoca e si poteva bere qualche birra. Ci ritrovavamo tra vicini di casa, conoscenti, qualche negoziante della zona, e poi qualche ragazza scatenata che con il fidanzato faceva divertire quasi tutti. Era l’epoca dei balli all’americana, un po’ sportivi, dove ogni passo pareva quasi una sfida, anche se io andavo sulla pista, con mio marito o con mio fratello, solo quando il giradischi suonava qualcosa di lento e di romantico. Però mi piaceva osservare gli altri, le loro espressioni, i gesti con cui venivano trovate facilmente delle affinità, e quando tutti sembravano felici di poter sentirsi così liberi e di non essere più oppressi dopo i tempi della guerra terminata soltanto da pochi anni. Gli uomini fumavano incessantemente, parlando e restando in piedi nei loro calzoni larghi, e le donne spesso tenevano i capelli accuratamente raccolti in un fermaglio o in una acconciatura ben studiata, a differenza di qualcuna forse più moderna che lasciava la propria chioma libera sopra le spalle. Qualche sera veniva anche la mia amica, e a me piaceva stare con lei anche senza ballare, mentre mi raccontava le cose più strampalate con i suoi modi piacevoli e simpatici. <<Siamo sposate, Rachele>>, mi ripeteva a volte ridendo, <<e adesso la nostra vita è cambiata, e possiamo sentirci libere con i nostri mariti, via dai nostri genitori antichi>>.

            Non so se riuscivo a provare davvero il suo stesso entusiasmo, anche se piaceva anche a me lasciarmi un po’ andare in quelle serate piene di gente e con la musica forte nelle orecchie, però ogni tanto mi ritrovavo in qualche angolo da sola nel ripercorrere per qualche attimo i miei tanti pensieri, e riattivare rapidamente la mia intimità, la mia personalità un po’ introversa. Mi pareva difficile, almeno per come sono fatta io, essere davvero in grado di sfuggire per un’intera serata a quella nota di tristezza che certe volte sembrava non lasciarmi mai, e difatti mi bastava gettare un’occhiata verso qualche anziano più in disparte, ed osservare per un solo momento coloro che si mettevano su una sedia ai margini di tutto, per sentirmi immediatamente come loro, con l’espressione seria, mentre tutti parevano solo ridere e divertirsi. Poi da me tornava mio marito, oppure mio fratello, e tutto quanto pareva già alle spalle, e si poteva riprendere a ballare, e a misurare i passi di quei lenti che tentavano di sciogliere quelle piccole preoccupazioni che non volevano andarsene mai dalla mia mente.  

            Ad un certo punto poi, si decideva di tronarcene a casa, io, mio marito, e anche i miei familiari, così si salutavano gli altri che ancora desideravano trattenersi in quella piccola balera, come a voler ancora assaporare la necessità di stare in mezzo a tutti, senza alcuna preoccupazione apparente, e noi così si ritrovava rapidamente il silenzio della strada fioca, rischiarata dai pochi lampioni, coi nostri passi che risuonavano ritmicamente sul marciapiede, nell’improvviso silenzio della tarda serata. Mio marito tirava fuori dalla tasca la chiave del portone e in un attimo eravamo pronti per distenderci nel letto, per ritrovare il fresco delle lenzuola e della calma del nostro piccolo appartamento d’affitto. Nasceranno là dentro i miei due figli, a distanza di tre anni esatti l’uno dall’altra, e niente in seguito mi permetterà più di frequentare ancora quel locale. La mia amica invece dopo quel periodo non fece neanche un figlio insieme a suo marito, e qualche volta forse ho invidiato la sua lunga giovinezza, e forse anche quella libertà di cui sempre parlava e che pareva del tutto necessaria per una persona come lei. Avrei voluto a volte parlarle dei miei affanni, della fatica che a volte provavo nelle lunghe giornate quasi vuote, nell’attesa del ritorno dal lavoro di mio marito Franco, sempre preso dai suoi problemi, forse incapace di accorgersi di quella luce di tristezza che a volte mi passava sopra gli occhi. Fu in quel periodo che imparai a trattenere dentro di me tutto ciò che poteva apparire poco appropriato per una donna sposata da poco tempo, con una vita familiare davanti persino troppo  complicata e tutta da interpretare, se solo fossi riuscita ad avere una personalità più definita.

            I miei genitori e mio fratello ogni tanto venivano da me per farmi una breve visita, abitando peraltro poco lontano, ma io mi sentivo così quasi a disagio di fronte a loro, provando una maggiore contentezza quando ero io ad andare a fargli visita, ritrovando la vecchia abitazione degli anni belli, gli oggetti d’uso, i mobili, tutte le cose che avevano visto la mia giovinezza e ascoltato le loro parole serie e a volte anche severe. Poi mi passava la tristezza, e quando rientrava Franco sapevo già che cosa avrebbe detto e come si sarebbe comportato, tirando fuori con me i suoi modi di sempre, quella sua apparente indifferenza che speravo un giorno o l’altro di riconoscere almeno in parte tralasciata.

 

            Bruno Magnolfi

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