giovedì 5 novembre 2026

Tranquilla solitudine.


            Marco era uscito da solo sulla strada davanti casa sua, sempre scarsamente frequentata, e siccome dei suoi amici non c’era ancora nessuno là dove si ritrovavano durante i pomeriggi dopo la scuola, aveva camminato lentamente e senza uno scopo fino a raggiungere un’estremità della via, dove si apriva un vasto spiazzo di erba incolta recintato alla meglio e in cui si intravedevano ancora dei ferri e dei materiali di un vecchio cantiere edile che probabilmente anni prima non era andato a buon fine, lasciando tutto incompiuto e abbandonato. Su un lato la rete metallica ormai rugginosa e cadente aveva ceduto lasciando un piccolo varco da cui, con uno certo impegno, era possibile inserirsi all’interno dell’area, anche se la vegetazione spontanea aveva ormai ricoperto quasi tutto, ed una cortina di canne di fiume, alte e rigogliose, appariva sul fondo come un sipario a chiudere alla vista ogni altra cosa. Lui, con molta attenzione, si era introdotto da solo in quello spazio fino alle canne, e aveva scoperto che sul dietro erano rimaste da sempre molte assi di legno impilate, alcune ormai marce, ma altre ancora in ottimo stato, tanto da poter essere eventualmente ancora utilizzate. Poi era tornato sui suoi passi, ed aveva trovato i suoi quattro compagni di giochi, tutti più o meno dell’età di otto anni, mentre si erano radunati davanti ad un cortiletto senza decidere che cosa fare.

            Così aveva parlato agli altri della sua piccola scoperta, ed era stato allora che a qualcuno era venuta l’idea di costruire una piccola capanna di legno e ricoprirla con alcune canne, un luogo dove potersi ritrovare a trascorrere il tempo. Dapprima avevano deciso di fare un piccolo sopralluogo, con molta attenzione per evitare incidenti e per non farsi scorgere da nessuno mentre si introducevano in quell’area proibita, e poi, una volta tornati sulla strada, di comporre una piccola lista di utensili da prendere di nascosto nelle loro case, oggetti che sarebbero tornati necessari per assemblare le tavole e a dare consistenza alla loro costruzione. Chiodi, viti, martelli, una sega e qualche cacciavite apparvero così tra le loro mani, ed il lavoro che intendevano portare avanti ebbe subito inizio. Non ci volle neanche molto tempo, ed in capo ai pomeriggi di due o tre giorni le cose apparvero già terminate. All’interno, sopra dei mattoni e delle tavole, si erano anche sistemate delle piccole panche dove sedersi, e l’erba intorno e all’interno della capanna era stata tagliata alla meglio con delle grosse forbici adatte allo scopo. Il tetto spiovente era stato subito ricoperto con le foglie delle canne tagliate, e le fessure rimaste da ogni parte erano state quasi tutte richiuse nella stessa maniera, tanto da mostrare all’interno la necessità di portarsi da casa nei giorni a seguire qualche piccola torcia da illuminazione.

            I ragazzi erano a dir poco entusiasti di quello che tutti insieme erano riusciti a inventarsi, anche sapendo che non sarebbe trascorso molto tempo prima che qualcuno dei loro genitori scoprisse il nuovo rifugio. Però, stare là dentro all’insaputa di tutti, per quanto poteva durare, dava ai cinque una soddisfazione indicibile, tanto da inventare un patto tra loro che li unisse nella ferrea volontà di difendere ad ogni costo quel loro fortilizio, anche a costo di usarlo soltanto loro e solamente in certi giorni particolari, così da non evidenziare la necessità di ritrovarsi là dentro un po’ troppo spesso, e non dare così nell’occhio a chi poteva incuriosirsi di quel meraviglioso nascondiglio. Le cose trovarono un limite proprio quando una banda di ragazzi che abitavano in una strada poco distante arrivarono, forse per noia, a curiosare intorno a quel loro recinto abbandonato, probabilmente dopo essersi resi conto che i cinque ragazzini entravano là dentro con una certa familiarità, sparendo alla vista rapidamente dietro la cortina di canne. Ne venne fuori una accesa discussione da cui si scatenò rapidamente una battaglia vera e propria durante la quale si passò rapidamente al lancio da una parte e dall’altra di piccole pietre di ghiaia lasciate sia sulla strada in un mucchio poco distante, sia in un altro piccolo mucchio rimasto proprio all’interno dell’area vicino alla capanna. Fortunatamente nessuno si fece male quel giorno, ma anche se gli avversari ad un certo punto se ne andarono, nessuno dei cinque ragazzi immaginò che le cose fossero terminate in quella maniera.    

            Perciò quel rifugio rimase per lungo tempo poco frequentato, in quanto si pensava che gli avversari dell’altra strada potessero introdursi prima o dopo fino alla capanna e così manometterla, se non addirittura distruggerla. Ognuno dei cinque ragazzi, perciò, iniziò a vigilare ogni giorno dall’esterno della recinzione su quel loro luogo segreto, e le cose andarono avanti per un certo tempo, fino a quando giunsero degli operai con un escavatore che mise fine per sempre a quel loro grande progetto. Marco scoprì allora di sentirsi sostanzialmente alleggerito per quell’epilogo, ed anche se era stato proprio lui a spianare la strada per tutto quello che era stato fatto con i suoi compagni, in seguito aveva scoperto di non desiderare poi tanto quella solidarietà con gli altri, trovandola persino troppo intima, a quella preferendo, una volta di più, la propria impagabile e tranquilla solitudine.  

 

            Bruno Magnolfi

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