Marco era
uscito da solo sulla strada davanti casa sua, sempre scarsamente frequentata, e
siccome dei suoi amici non c’era ancora nessuno là dove si ritrovavano durante
i pomeriggi dopo la scuola, aveva camminato lentamente e senza uno scopo fino a
raggiungere un’estremità della via, dove si apriva un vasto spiazzo di erba
incolta recintato alla meglio e in cui si intravedevano ancora dei ferri e dei materiali
di un vecchio cantiere edile che probabilmente anni prima non era andato a buon
fine, lasciando tutto incompiuto e abbandonato. Su un lato la rete metallica
ormai rugginosa e cadente aveva ceduto lasciando un piccolo varco da cui, con
uno certo impegno, era possibile inserirsi all’interno dell’area, anche se la
vegetazione spontanea aveva ormai ricoperto quasi tutto, ed una cortina di
canne di fiume, alte e rigogliose, appariva sul fondo come un sipario a
chiudere alla vista ogni altra cosa. Lui, con molta attenzione, si era
introdotto da solo in quello spazio fino alle canne, e aveva scoperto che sul
dietro erano rimaste da sempre molte assi di legno impilate, alcune ormai
marce, ma altre ancora in ottimo stato, tanto da poter essere eventualmente
ancora utilizzate. Poi era tornato sui suoi passi, ed aveva trovato i suoi quattro
compagni di giochi, tutti più o meno dell’età di otto anni, mentre si erano
radunati davanti ad un cortiletto senza decidere che cosa fare.
Così aveva
parlato agli altri della sua piccola scoperta, ed era stato allora che a
qualcuno era venuta l’idea di costruire una piccola capanna di legno e
ricoprirla con alcune canne, un luogo dove potersi ritrovare a trascorrere il
tempo. Dapprima avevano deciso di fare un piccolo sopralluogo, con molta
attenzione per evitare incidenti e per non farsi scorgere da nessuno mentre si
introducevano in quell’area proibita, e poi, una volta tornati sulla strada, di
comporre una piccola lista di utensili da prendere di nascosto nelle loro case,
oggetti che sarebbero tornati necessari per assemblare le tavole e a dare
consistenza alla loro costruzione. Chiodi, viti, martelli, una sega e qualche
cacciavite apparvero così tra le loro mani, ed il lavoro che intendevano
portare avanti ebbe subito inizio. Non ci volle neanche molto tempo, ed in capo
ai pomeriggi di due o tre giorni le cose apparvero già terminate. All’interno,
sopra dei mattoni e delle tavole, si erano anche sistemate delle piccole panche
dove sedersi, e l’erba intorno e all’interno della capanna era stata tagliata
alla meglio con delle grosse forbici adatte allo scopo. Il tetto spiovente era
stato subito ricoperto con le foglie delle canne tagliate, e le fessure rimaste
da ogni parte erano state quasi tutte richiuse nella stessa maniera, tanto da
mostrare all’interno la necessità di portarsi da casa nei giorni a seguire
qualche piccola torcia da illuminazione.
I ragazzi
erano a dir poco entusiasti di quello che tutti insieme erano riusciti a inventarsi,
anche sapendo che non sarebbe trascorso molto tempo prima che qualcuno dei loro
genitori scoprisse il nuovo rifugio. Però, stare là dentro all’insaputa di
tutti, per quanto poteva durare, dava ai cinque una soddisfazione indicibile,
tanto da inventare un patto tra loro che li unisse nella ferrea volontà di
difendere ad ogni costo quel loro fortilizio, anche a costo di usarlo soltanto
loro e solamente in certi giorni particolari, così da non evidenziare la
necessità di ritrovarsi là dentro un po’ troppo spesso, e non dare così
nell’occhio a chi poteva incuriosirsi di quel meraviglioso nascondiglio. Le
cose trovarono un limite proprio quando una banda di ragazzi che abitavano in
una strada poco distante arrivarono, forse per noia, a curiosare intorno a quel
loro recinto abbandonato, probabilmente dopo essersi resi conto che i cinque
ragazzini entravano là dentro con una certa familiarità, sparendo alla vista rapidamente
dietro la cortina di canne. Ne venne fuori una accesa discussione da cui si
scatenò rapidamente una battaglia vera e propria durante la quale si passò
rapidamente al lancio da una parte e dall’altra di piccole pietre di ghiaia lasciate
sia sulla strada in un mucchio poco distante, sia in un altro piccolo mucchio rimasto
proprio all’interno dell’area vicino alla capanna. Fortunatamente nessuno si
fece male quel giorno, ma anche se gli avversari ad un certo punto se ne
andarono, nessuno dei cinque ragazzi immaginò che le cose fossero terminate in
quella maniera.
Perciò quel
rifugio rimase per lungo tempo poco frequentato, in quanto si pensava che gli
avversari dell’altra strada potessero introdursi prima o dopo fino alla capanna
e così manometterla, se non addirittura distruggerla. Ognuno dei cinque ragazzi,
perciò, iniziò a vigilare ogni giorno dall’esterno della recinzione su quel
loro luogo segreto, e le cose andarono avanti per un certo tempo, fino a quando
giunsero degli operai con un escavatore che mise fine per sempre a quel loro grande
progetto. Marco scoprì allora di sentirsi sostanzialmente alleggerito per
quell’epilogo, ed anche se era stato proprio lui a spianare la strada per tutto
quello che era stato fatto con i suoi compagni, in seguito aveva scoperto di
non desiderare poi tanto quella solidarietà con gli altri, trovandola persino
troppo intima, a quella preferendo, una volta di più, la propria impagabile e
tranquilla solitudine.
Bruno
Magnolfi
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