martedì 14 febbraio 2017

Come un segreto da custodire.

           

Come per una qualsiasi abitudine, lei si osserva sempre le mani prima di uscire da casa. Le sfrega ancora una volta dolcemente una con l'altra, apprezzando il velo sottile della crema che usa ogni giorno ancora rimasta sopra la pelle, un prodotto che ne combatte la secchezza e che risulta anche adatto per ammorbidire e rendere meno visibili quelle piccole rughe sui dorsi; poi riavvia con la spazzola i suoi capelli già pettinati con cura, ed infine sentendosi confortata da un ultimo sguardo dentro lo specchio che le restituisce l'immagine di donna che lei si sente di essere, è pronta ad uscire. Poi prende il solito giaccone invernale ed una piccola sciarpa dai colori intonati col resto, e mentre indossa questi due capi con attenzione torna di nuovo ad osservarsi le mani, come se quello fosse ancora l'elemento meno adeguato di tutto ciò che normalmente pensa ed accetta di sé. Alza le spalle alla vista di quelle dita così bianche e un po’ raggrinzite, e pur non contenta di quella visione, spalanca lentamente la porta ed esce di casa.
Forse il colore dello smalto sulle mie unghie è un po’ troppo vistoso per non mettere in grande evidenza anche tutte le mani, pensa mentre scende le scale; ma in fondo è quello che mi piace di più, riflette con convinzione, così intenso e definito come risulta; ed anche se forse proverò nei prossimi giorni una tonalità meno marcata, per il momento sento che questo colore è quello che maggiormente si avvicina ai miei gusti. Con il suo passo ritmato arriva fino alla fermata dell’autobus che giunge fortunatamente dopo appena un minuto, e dopo il breve tragitto percorso quando ne scende va a rallentare soltanto trovandosi vicina al caffè dove sa di essere attesa. Lui gentilmente si alza alla sua vista, sorride, l’aiuta a togliere il giaccone salutandola con delicato calore, e poi la invita a sistemarsi al suo tavolo, come ogni pochi giorni succede da circa un anno.
Arriva un cameriere che prende le ordinazioni e poi si ritira, lei si schernisce per qualcosa che lui sta dicendo, infine si guarda un po’ attorno, senza insistenza, come se non conoscesse il locale. Il cameriere dietro al bancone scuote la testa parlando di qualcosa con un suo collega, lei con la coda dell’occhio lo vede, così quasi per un automatismo torna a guardarsi le mani, che subito tenta di nascondere, rattrappendole in parte dentro le maniche, e cercando di muoverle il meno possibile. Arriva il caffè e la tisana, accompagnati da qualche pasticcino, e lui, di fronte al lieve vapore che emanano le loro bevande, mette sul tavolo un piccolo regalo, un pensierino che sottolinea quanto ci tenga al loro rapporto.
Lei indossa subito l’anello con gioia, ma tornando evidenti in un attimo quelle sue dita ossute e poco eleganti, cerca subito di parlare di qualcosa che almeno disorienti lo sguardo di lui. Però si sente felice, appare con ogni evidenza, tanto che sente ammorbidirsi lo sguardo, come per un accesso di commozione, anche se poi prende un sorso della sua tisana e cerca di mettere velocemente ogni debolezza alle spalle. Sa che quell’anello è estremamente importante per tutti e due, sa quanto assuma valore quel gesto, molto più che tante parole, anche se ciò che le dispiace di più è non poter avere le mani più adatte ad indossare un pensiero del genere. 
Lui si schernisce, si guardano a fondo negli occhi, sorseggiano le loro bevande e sorridono vicendevolmente di qualcosa che provano ambedue con ogni evidenza. Poi decidono nel giro di pochi minuti di uscire da quel locale, e magari andarsene da qualche altra parte; così lui paga le consumazioni al solito cameriere, lei torna ad indossare il giaccone, ed infine si avviano fuori, sul marciapiede, ma considerato che la stagione è ancora invernale e non fa molto caldo, lei volentieri tira fuori dalla borsa dei guanti che ha sempre con sé, ed adesso velocemente li infila sopra le mani. 


Bruno Magnolfi

lunedì 13 febbraio 2017

Come una meta introvabile.

            

Eppure deve essere per forza da queste parti il bivio che cerchiamo, dice lei mentre continua a scrutare il buio intenso intorno a quella strada illuminata soltanto dai suoi fari, reggendo comunque il volante dell'auto con una certa leggerezza, quasi in punta di dita, pronta a svoltare o a fermarsi alla prima avvisaglia del cartello stradale che spera ancora di vedere. Lui, al suo fianco, non sembra neanche molto interessato a quei segnali, quanto alle mappe del territorio, purtroppo non aggiornate, proposte da un vecchio navigatore elettronico che adesso tiene acceso e posizionato sopra ad una gamba, quasi fosse una bussola o un sestante, e da cui sembra tirare fuori, con grande ottimismo, gli allineamenti previsti con le stelle maggiori, dalle quali cerca di trovare un riferimento almeno storico, proprio all’interno di quell'angolo, probibilmente corretto anche se non adeguatamente calcolato nei confronti di un ipotetico orizzonte geografico.
Tutto qui intorno, dice lei; da qualche parte dietro questo bosco di vecchie querce e di castagni, o nascosto proprio da quel poggiolo qui di fronte, come un villaggio arcaico sperduto nel nulla ed oramai dimenticato, come una realtà viva ed importante purtroppo incastonata in mezzo, e contemporaneamente situata anche lontano da tutto ciò che si conosce persino troppo bene, ma che ha perso con ogni probabilità qualsiasi interesse per chiunque, e magari è stata persino nascosta ed oscurata da ciò che la circonda. Ecco, prosegue, credo che stiamo andando incontro ad una vera e propria scoperta, quasi un ritrovamento epocale, e tutte le difficoltà di questo momento verranno ripagate sicuramente dallo stupore che senz'altro proveremo al nostro arrivo.
Lui non sente la stessa carica emotiva così evidenziata, e continua quasi a svagarsi con delle mappe luminose sempre meno attendibili, praticamente inutili, fino a sbadigliare forzatamente passandosi una mano tra i capelli, preludio alle semplici parole: penso che dovremo proprio tornacene sui nostri passi, magari fermarci ad una trattoria di campagna ai margini della nostra civiltà, e concludere la serata semplicemente in questo modo. Lei non lo ascolta neppure, proseguendo a guardarsi attorno e cercando ancora con insistenza qualcosa che le dimostri almeno di essere nel giusto, di avere avuto fede, coraggio, tenacia, anche se alla fine sa benissimo che probabilmente non ci sarà niente a ripagare tutti quei suoi sforzi.
Va bene, dice ad un tratto, fermiamoci pure in questa piazzola e facciamo il punto della situazione. La zona collinare, a cavallo tra quelle due province povere, sembra proprio scarsamente frequentata, come fosse una valle rurale senza sbocchi, priva di risorse, quasi un deserto inabitabile. L'unica cosa di cui abbiamo certezza è data dalla stessa strada che abbiamo percorso fino qui, spiega ancora lei guardando insistentemente il buio fuori dal parabrezza. Tanto vale tornarcene indietro usando quel minimo di razionalità che ci rimane, anche se sono sicura che oltre qualcuna di queste semplici curve avanti a noi ci attenderebbe probabilmente una sorpresa inimmaginabile.
Lui annuisce senza convinzione, spenge definitivamente il suo aggeggio elettronico, sorride tra sé per quella decisione presa, e fa un semplice cenno con la testa, sottintendendo la sconfitta parziale del momento che non dovrebbe in nessun caso inficiare l'impegno per quel risultato finale tanto desiderato, qualora ci fosse stato. Lei così ingrana la marcia, inverte la direzione dell'automobile, ed improvvisamente appare quasi contenta di quella comune decisione.


Bruno Magnolfi

mercoledì 8 febbraio 2017

Come una serie infinita.

            

            Prima c’è un muretto, subito dopo un albero, ed infine la casa, senza possibilità di alcun errore. Lui passa sempre lì davanti, accompagnato ogni volta da qualcuno della sua famiglia, che in genere lo aiuta a percorrere la rampa di scale quando esce, e poi lo tiene sottobraccio per tutto il tempo. Sta in silenzio lui, e guarda sempre avanti a sé; cammina lentamente ma in modo regolare, fermandosi ogni tanto, e dopo un po’ lascia che il suo accompagnatore gli chieda se voglia restare ancora fuori a passeggiare, o se al contrario sia già possibile rientrare nella loro abitazione. Lui fa un semplice gesto con la mano, e allora rientrano; altrimenti produce un piccolo verso di sofferenza con la gola, come se ancora non avesse preso tutta l’aria di cui sente il bisogno, e così viene ripetuto ancora una volta, o magari anche due, quel piccolo percorso lungo il marciapiede, prima di rincasare e sistemarsi di nuovo dentro la sua stanza preferita.
            Quando invece è nel suo appartamento, lui parla e parecchio: dice spesso con parole secche che cosa abbia notato di particolare quando è uscito fuori per la sua piccola passeggiata, proprio come qualsiasi attento osservatore, e poi ripete le sequenze che conosce meglio, e soprattutto quella del muretto, dell’albero e infine della casa, perché sono gli elementi più importanti, quelli che stanno sempre a fondamento di tutto il suo percorso. Il mondo nei suoi occhi forse sembra ridotto a pochi elementi, per chi magari lo osserva da fuori con un certo distacco ed anche con sufficienza, ma c’è invece molta sostanza in quei suoi occhi attenti, più di quella che potrebbe sembrare.   
            Ci sono delle grosse pietre regolari alloggiate nella terra nuda; stanno lì a circondare il piede dell’albero, come per creare una piccola aiuola, e lui ne conosce perfettamente sia le sfumature di grigio che la posizione, tanto che quando un ragazzo ne aveva spostata una per gioco, lui si era abbassato, aveva spinto in avanti con le mani quella fuori posto, e aveva ripristinato la situazione precedente. Anche la casa accanto ha delle particolarità nascoste: piccoli dettagli inseriti direttamente sopra la facciata, e che lui conosce perfettamente, anche se non per un vezzo maniacale, quanto per esercitare anche con se stesso la propria capacità di essere attento, capace, perfettamente abile nelle attività di cui si interessa.
            La mamma, con la quale esce più spesso che con chiunque altro, lo controlla ogni volta, ma senza guardarlo mai direttamente e neppure facendogli delle domande, e lui, che adesso ha raggiunto quasi i quindici anni, conosce bene quelle maniere, tanto da riuscire spesso ad eluderle, certe volte semplicemente girandole le spalle, magari solo per osservare di nascosto qualcosa di cui è interessato. Poi si mette a disegnare al suo tavolo, sempre con quel suo modo essenziale, con una matita, senza colori né orpelli, delineando giusto gli oggetti, e rendendo con un metodo del tutto personale, quelle sequenze precise che prosegue a ripetere dentro di sé. Quei disegni sono il suo lato comunicativo maggiore, naturalmente, e quella raccolta è tenuta in serbo con molta attenzione.
            Lui mostra il disegno, qualcuno della famiglia lo guarda, ma senza che sfugga mai da nessuno troppa  emozione. Non è molto bravo, questo è certo, però è assolutamente preciso, ed ogni tanto inserisce nelle sue serie un elemento che nella realtà non si è mai visto. Per questo la siepe tra l’albero e il muro è diventata motivo di studio da parte di tutti. Poi si è chiarita ogni cosa: la siepe fa parte di un’altra sequenza, un gruppo di altri elementi che stanno poco più avanti lungo la strada; una componente di fantasia insomma, che definisce soltanto la sua voglia di superare una visione diventata forse troppo monotona.


            Bruno Magnolfi  

sabato 4 febbraio 2017

Cosa gradita.

            

            Certo, signor Mini, in pochi minuti sarà tutto a posto, non si preoccupi, dice lui mentre sistema rapidamente almeno i fogli degli ordini dietro la piccola scrivania che funziona anche da cassa. Non si fa vedere molte volte in quel negozio di libri, il signor Mini, ma quelle poche volte vorrebbe sempre trovare tutto ordinato, è quasi una sua fissazione, e se questo non appare proprio come lui se lo immagina, si limita comunque a girare tra gli scaffali ed a guardare da tutte le parti quasi senza parlare, come se fosse già sufficiente la sua presenza a mostrare quel senso di rimprovero che prova dentro di sé per il suo dipendente nonché direttore della libreria.
            Non ci vuol niente a mettere a posto le cose, dice lui con le mani ancora piene di carte e di volumi, ma se vuole posso rimanere oltre l’orario di chiusura, stasera, per rimettere in ordine alfabetico tutti quei libri che lei mi ha segnalato. Il negozio naturalmente non fa molti utili, e la decisione di chiudere definitivamente è sempre pronta dietro ad un angolo. Lui è riuscito poco per volta ad attirare là dentro diverse conoscenze culturali del quartiere, personaggi interessati ai buoni libri, e che animano volentieri la discussione letteraria: si piazzano là dentro durante certi pomeriggi, e sfogliando qualche edizione parlano tra loro e consultano volentieri le pagine stampate. Acquistano anche qualche cosa, naturalmente, e quindi tutto appare così giustificato e funzionale. Ma quando arriva l’ora della chiusura del negozio i libri appaiono immancabilmente confusi tra loro, posizionati in scaffali diversi da quelli di origine, e per il signor Mini, quando si fa vedere là dentro, questo non è minimamente sopportabile.  
            A volte lui si è anche chiesto, per pura curiosità, quale sia stato il motivo per far aprire al signor Mini quella libreria che porta il suo nome, ma non si è mai sentito tanto in confidenza con quell’anziano signore, in quei quattro anni da quando lavora là dentro, da poterglielo chiedere. Perciò prosegue a mandare avanti le cose come gli sembra maggiormente opportuno, e tutto sommato si ritiene abbastanza orgoglioso del suo operato, tanto che, nonostante le brutte espressioni che assume la faccia del signor Mini, lui non evita di far presente quali siano i buoni risultati di quella attività: si fanno vedere alcuni noti scrittori in quel negozio, docenti universitari ben conosciuti, e non passa settimana senza che venga richiesta qualche presentazione di libro a cui assistono spesso anche decine di persone, che poi acquistano sempre qualcosa.
            Lei forse li regalerebbe i libri, pur di trovarsi sempre attorno tutta questa gente, dice a volte il signor Mini con un sorriso ironico; e lui sorride, prende frasi del genere quasi fossero un gran complimento, ma quando poi si tirano le somme sul venduto effettivo, le cose non appaiono più tanto allegre, anche se le cifre non sono mai scese sotto al minimo dell’effettiva sopravvivenza per quel tipo di attività. Alla fine tutto quello che si riesce a dire di male del suo operato è sempre ridotto a questioni di precisione, anche se è proprio quella la caratteristica della libreria: se fosse tutto perfettamente ordinato, sostiene lui a suo discapito, probabilmente qualcuno inizierebbe magari ad evitare quel luogo asettico e poco disponibile, fino a far ritrovare chi ci lavora con un negozio perfetto sotto il profilo formale, ma sterile sotto quello umano, e quindi inappropriato.
            Faremo dei lavori, dice alla fine il signor Mini: sto per acquistare degli spazi ulteriori a fianco della libreria, ho anche dei finanziamenti, così potremo ingrandirci e tenere in vendita anche altri volumi, e diventare punto di riferimento per molti altri clienti. Ma tutto questo dipende anche da lei: le sua capacità di fare di questo esercizio un punto di ritrovo si sono già viste; adesso ci sarà bisogno anche di una migliore organizzazione, se non altro per fare a me cosa gradita.


            Bruno Magnolfi

venerdì 3 febbraio 2017

Abiti da fare.

            

Non le è mai piaciuto essere guardata dritta negli occhi da sua mamma. Devi fare in questa maniera, le dice lei in certe occasioni usando la sua voce in un modo sempre così mansueto e dolce, mentre le ricorda con grande pazienza qualcuno dei suoi grandi segreti del cucito. La figlia osserva i suoi modi, le sue mani, magari mette bene a fuoco quei tagli ancora da imbastire, che dovranno essere in seguito ripassati a macchina con un punto un po’ particolare, quei pezzi da montare con pazienza, e spera ogni volta che i loro sguardi non si incrocino, cosa che prima o dopo avviene sempre, immancabilmente. Ci trova qualcosa di freddo e di remissivo in quello sguardo, in quei bulbi oculari sempre lacrimosi, con quella strana luce spenta in fondo, di un colore indefinibile, come un lieve accenno di espressione ignota e mai completa.
I cartamodelli stanno tutti divisi in gruppi dentro ad appositi armadietti, e le due donne lavorano nel laboratorio della propria casa generalmente per tutta la mattina, interrompendosi soltanto per preparare e consumare il pranzo utilizzando le altre stanze, e lasciandosi per il pomeriggio generalmente solo qualche piccola rifinitura: un orlo, qualche asola, cose di poco conto insomma. Ma è proprio alla luce del mattino che la mamma assume quello sguardo, magari mentre vengono composte ed assemblate quelle porzioni di vestito che poi faranno parte della collezione di qualche nome importante della moda. Bisogna lavorare bene, dice la mamma: ci vuole un attimo a perdere la fiducia che ci è stata assegnata.
Durante tutto il tempo che la mamma taglia le pezze di tessuto, oppure passa la stoffa sotto ad una macchina, o magari imbastisce gli abiti, la sua attenzione appare interamente focalizzata da ciò che sta creando, da quei dettagli che poco per volta magicamente prendono forma, tanto da avvicinarsi con le mani il più possibile alle lampade, proprio per vedere ancora meglio ciò che sta facendo. Ma è quando appoggia per un attimo il cucito sul piano di lavoro, o quando adatta la stoffa sopra a un manichino, che allora guarda la figlia in maniera diretta e scrutatrice, come per comprendere se qualcosa non sia forse stato preso in considerazione come lei avrebbe voluto. 
Certe volte la figlia si avvicina alla finestra; la scusa è sempre quella di osservare alla luce naturale come le appare il colore di una stoffa, oppure come sia venuta una certa cucitura, ma in realtà allontanarsi da quello sguardo di sua madre è qualcosa di cui ogni tanto sente fatalmente la necessità, ed una volta vicina ai vetri osserva volentieri tutte le persone che passano lungo quella strada, mentre conversano tra loro, o si tengono a braccetto, oppure passeggiano tranquille.
La figlia è ancora giovane, ma si è sempre impegnata, e sa già fare molte delle cose che sua madre le sta poco per volta trasmettendo. Tra non molto forse potrà cavarsela da sola, eseguire in autonomia gli ordini degli abiti che nominalmente vengono ancora passati alla sua mamma, e prendere decisioni già per conto proprio, lasciando che sua madre poco alla volta esca dal laboratorio, almeno dalla zona esecutiva. Ci sono già due o tre lavoranti che vanno ogni giorno lì da loro, forse in seguito ce ne potranno essere anche alcune altre; prima o dopo la figlia diventerà quella che decide e che gestisce tutto quanto, e così potrà lasciare sua madre a riposare, se lo vuole, e ad occuparsi di altre cose nel resto del loro grande appartamento.
Quel suo sguardo allora diverrà sempre meno utile, e lei finalmente potrà tornare a guardarla dritta dentro gli occhi; e forse non ci sarà niente di male se qualche volta ci troverà soltanto la stanchezza di una vita trascorsa in mezzo agli abiti da fare.


Bruno Magnolfi

lunedì 30 gennaio 2017

Variazioni attese.

           

Adesso guardo dentro di me e non vedo niente, dice lui al suo amico. In fondo non posso neppure stupirmi troppo di tutto questo, in quanto non ho mai fatto quasi nulla per una mia pur sacrosanta esigenza personale, nulla che mi prendesse davvero fino in fondo, ed ho sempre lasciato al contrario scorrere le cose per proprio conto, semplicemente per indifferenza, senza mai interromperle, senza mai chiedermi se dovessi o meno tentare di cambiarle.
Non c'è niente di male, dice l'altro; guarda me: anche io non mi preoccupo di nulla, ed ogni volta che ho cercato di variare le cose da cui mi sento circondato, alla fine mi sono sempre scoperto con un semplice pugno di mosche nelle mani, se non peggio. In ogni caso però ho sempre pensato che l’esistenza fosse fatta esattamente in questo modo: ci sono delle cose che vanno avanti da sé, per propria indole, inutile opporsi, non serve proprio a niente, tanto vale gustare con semplicità quei frutti che ci vengono offerti, senza chiedere nulla di diverso. 
Attorno a loro non c'è molto a parte la natura, soltanto dei campi quasi abbandonati appena fuori dall'ultimo paese ai margini di quella strada provinciale, e i due hanno appoggiato le biciclette al tronco di un vecchio albero, sul ciglio della strada, e poi si sono seduti su di una bella pietra liscia, piazzata in modo orizzontale. C'è il sole oggi, dice ancora l'amico, non dovremo preoccuparci d'altro, le giornate scorrono come le ruote delle nostre biciclette sulla strada, non dobbiamo fare niente, soltanto lasciare che tutto sia ancora così, senza neppure immaginare cose differenti.
Questo è ancora un buon punto di vista, se niente interviene per guastarlo, riprende lui. Ma il fatto che io adesso abbia iniziato a sentire questo vuoto sia dentro che fuori di me, significa qualcosa, qualcosa a cui non posso rimanere indifferente: devo reagire, devo intervenire, addirittura allearmi con quanti provano lo stesso mio malessere, e trovare al più presto delle soluzioni che migliorino il mio stato e anche quello di tutti gli altri, se è possibile.  Non vedo delle buone prospettive per te, gli fa l’amico. Solo un futuro di incertezze e di sicure sofferenze. Ti potresti ritrovare ad aver sprecato molto del tuo tempo senza essere riuscito ad avere in cambio neppure una minima soddisfazione.
I campi attorno profumano di umidità, ed una fila di alberi simili tra loro segna indubbiamente il margine di un piccolo torrente, o forse di un vecchio fosso scavato dagli uomini per l’irrigazione, che corre diritto e regolare poco lontano dal ciglio della strada. Non si vede nessuno attorno, neppure un’auto che gira per sbaglio da quelle parti, ma la sensazione che produce il luogo è quella di una porzione di mondo rimasto quasi immobile da decine d’anni. 
Non so dove andare a cercare ciò che mi serve in questo momento, dice ancora lui, però è solo questo il mio problema; credo di dover dare spazio alle mie esigenze, anche se non mi convincono: devo approfondirne degli aspetti, cercarne il senso, indagare cosa possa esserci dietro questo malessere che spinge, che mi fa sentire inappropriato. Poi si alza dalla pietra, l'altro lo guarda, infine si alza anche lui ed insieme tornano a salire sulle loro biciclette. Il silenzio, forse è il silenzio quello che ci vuole, conclude lui iniziando a pedalare: abbiamo tutti parlato persino troppo, senza riuscire alla fine a spiegarci proprio niente; saranno i fatti, da ora in avanti, anche le semplici variazioni quasi insignificanti, che nel prossimo futuro dovranno spiegare quale sia la direzione. Basterà per noi posizionare le antenne ben alzate, mettersi da subito in ascolto dei segnali, ed il resto forse arriverà da solo, dandoci tutte le indicazioni che ci servono.


Bruno Magnolfi

venerdì 27 gennaio 2017

Uscite domenicali.

                  

Ciao mamma, dice il ragazzo rientrando dai suoi soliti giri pomeridiani per tutto quel quartiere. Lei si affaccia per un attimo alla porta di cucina, evidentemente impegnata a sfornellare qualcosa, lo guarda subito con severità, poi sentenzia: vai in bagno a lavarti le mani, come se bastasse solo quello a togliere almeno dalla propria mente tutto ciò che suo figlio ha potuto fare fino a poco prima. Lui fischia un motivetto, gira per le stanze, accende la televisione appoggiata su un mobile basso del salotto-ingresso. Lei, con il solito grembiule dai colori stinti addosso, si siede sul bracciolo di una poltroncina. Dove sei stato, chiede a bassa voce mentre osserva senza interesse lo schermo acceso di fronte a sé. Dietro di lei il ragazzo è già passato dalla cucina per servirsi di un pezzo di pane strappato con le mani e di un tubetto di salsa al pomodoro già iniziato. In giro, le fa, senza neanche guardarla direttamente.
Suona il telefono, è un’amica della donna: lei ride, scambia qualche battuta con l’altra, si danno appuntamento per qualche cosa, dopo aver affrontato diversi argomenti frivoli, e infine viene chiusa la comunicazione. La mamma riprende la sua espressione seria mentre torna in cucina. Il ragazzo tira fuori un libro ed un quaderno, tanto per far vedere che non dimentica i suoi compiti scolastici, ma lei poco dopo gli va dietro le spalle per dare un’occhiata a quello che sta facendo. Compito di matematica domani, dichiara lui senza girarsi. Se riesci a non alzarti dal libro fino all’ora di cena ti cucino le frittelle, fa lei. Dai, dice lui, è cosa fatta, puoi iniziare a prepararle, allora.
Lei lo lascia a quei suoi impegni con un debole sorriso, ma prima che rirsca ad uscire dalla stanza lui le dice a bruciapelo: domenica, anche se è il suo giorno, non ci vorrei andare da papà. La mamma torna indietro, si volta verso il ragazzo, dice: ma lo sai che tuo papà ci tiene. Mi sono stufato, fa lui, vuole sempre andare a vedere la partita, e a me non frega niente del calcio. Bé, potresti fare un sacrificio e accontentarlo comunque, dice lei con un filo leggero di soddisfazione. Lo so, ma non mi trovo, cerca sempre di fare la persona che ha capito tutto, ed ogni cosa che mi dice sembra sempre una lezione di vita vissuta, una noia mortale, insomma. Non devi stare con lui per chissà quanto tempo, fa lei, basta appena un giorno ogni tanto, non ci trovo niente di difficile, e poi devi considerare che ognuno ha il suo carattere, dobbiamo cercare tutti di essere magnanimi e sopportare gli altri almeno qualche volta.
Però tu non lo hai sopportato, dice il ragazzo dopo una pausa. Lei, punta sul vivo, lo guarda con durezza, poi fa: per me è diverso, stare insieme per noi era una scelta almeno all’inizio; poi quando ci siamo accorti che non riuscivamo più a sentirci bene l'uno con l'altra, abbiamo tratto le nostre conclusioni. Ecco, fa lui, per me è un po’ la stessa cosa, e poi domenica vorrei uscire insieme a te e portarti in giro a passeggiare, se è una giornata di sole e come si deve. Va bene, fa lei, ci penserò sopra, più tardi decideremo come sistemare la faccenda. Adesso studia.
Trascorre mezz'ora, il ragazzo ricomincia a girellare per casa, poi va in cucina. Hai già finito immagino, dice la mamma. Più o meno, fa lui; allora hai già pensato cosa dirgli per domenica a papà? Senti, fa lei, se vuoi rimandare devi alzare il telefono e dirglielo così, senza stare tanto a girarci attorno. Va bene, dice il ragazzo, fai pure il numero che poi ci parlo. La donna prende l’apparecchio, compone il numero, poi passa a suo figlio il ricevitore. Avrei un impegno per domenica, gli dice subito a suo padre dopo i saluti: roba di ragazzi e di ragazze, ti dispiace se rimandiamo? Va bene, dice il padre, e dopo qualche altra parola chiudono la conversazione. A posto, dice lui alla mamma, così domenica posso andarmene in giro coi miei amici. Ma non dovevi portare in giro me?, dice la mamma. Certo, ma a te ti vedo tutti i giorni, mentre con questi ragazzi succede solo di rado.


Bruno Magnolfi