martedì 14 marzo 2017

Decisioni da prendere.

            

La signora alla fermata del bus si muove nervosamente, dapprima anche per controllare gli orari dei mezzi indicati sui cartelli affissi al palo su in alto, poi per rendersi conto se ci fosse mai un posto libero dove sedersi sulla panchina di attesa sotto alla pensilina. Infine, guardandosi ancora attorno, si riaccosta a suo marito, rimasto fermo sul marciapiede: avranno ambedue anche più di una settantina d'anni, forse, ma lei lo bacia con gesto consumato sopra una guancia, come una ragazzina, quasi per rassicurarlo della sua presenza e anche probabilmente del suo affetto. Poco dopo arriva il loro autobus, così salgono assieme agli altri, si piazzano seduti vicino e si guardano, forse rassicurati dal fatto che a quell’ora non c'è molta calca e che quel mezzo sembra proprio scivolare tranquillo sopra le vie di asfalto urbano.
Ci sono ancora sette fermate, fa lei d’un tratto. Siamo comunque largamente all’interno dell’orario che avevamo pattuito, mi pare, risponde lui a voce bassa. I documenti li abbiamo messi tutti insieme in una busta nella mia borsa, dice lei, adesso non è certo il caso di controllarli di nuovo, gli spiega. Va bene, fa lui, spero solo che tutto il nostro impegno vada a buon fine, e che non ci siano problemi ulteriori. Certamente, lo spero anche io, fa lei, e torna a baciarlo sopra la guancia, tranquillizzandolo e sorridendo.
Poi la signora ad un tratto, assumendo un’espressione quasi di sgomento, si ricorda improvvisamente dei biglietti di viaggio che non ha ancora obliterato, così sembra subito presa da un moto di agitazione, fruga velocemente dentro la sua borsa, infine si alza e sorreggendosi poco adeguatamente ai sostegni, arriva fino alla macchinetta elettromeccanica, che le risponde con un suono caratteristico, quasi rassicurante.
            Le cose vanno avanti così fino a quando i due scendono dall’autobus alla fermata prevista, si incamminano verso un indirizzo che forse conoscono bene, e quindi si fermano davanti al portone che stanno cercando. Ci siamo, fa lei: non resta che suonare il campanello e depositare tutti i nostri incartamenti sulla scrivania di questo notaio. Aspettiamo un momento, fa lui, forse dobbiamo pensarci ancora un po’ meglio, perché una volta che tu avrai suonato alla porta e ci verrà aperto, tutto in qualche maniera sarà ormai compiuto. Ma ne abbiamo parlato da così tanto tempo, dice lei, che non saprei più cosa dire adesso per chiarire ancora di più tutte le cose. Lo so, fa lui, mi rendo conto; e magari stiamo completamente sbagliando, forse abbiamo preso un abbaglio, e forse andrebbe lasciato tutto esattamente come sta in questo momento. La signora si avvicina e lo bacia sopra una guancia tenendogli un braccio, poi dice sottovoce: dobbiamo farci forza e fare anche questo passo. Però non c'è fretta, fa lui, possiamo tornare domani o magari il giorno ancora seguente: non cambierebbe nulla nei nostri propositi.
            Rimangono ambedue sbigottiti, quasi le loro perplessità riuscissero a paralizzargli qualsiasi movimento, e restando fermi in piedi su quel marciapiede, sembrano proprio incapaci di fare ancora una mossa. Va bene, interrompe lei il silenzio alla fine: torniamo domani. Così possiamo ancora controllare se per caso manchi qualcosa tra i documenti, qualcosa a cui fino adesso non avevamo proprio pensato. Certamente, interviene lui, però se avessimo già suonato al portone le cose avrebbero già preso una piega definitiva, e non avremmo più dovuto preoccuparci di nulla.
            Passa lungo la strada un autocarro pieno di polvere e di rumore, loro due si scansano quanto possono ad evitare la nuvola di smog, poi la signora va subito vicino a suo marito, gli stringe una mano, lo bacia sopra una guancia, e infine con calma se ne vanno, senza scambiarsi più neppure una sola parola.


            Bruno Magnolfi

venerdì 10 marzo 2017

Difficile socialità.

           

Non sto bene, dice lui senza guardare in faccia nessuno. Si muove con lentezza, si siede con calma, come potesse cadere da un attimo all'altro, e poi ha sulla faccia un’espressione assente, quasi non avesse più alcun interesse a stare lì, se non riposarsi. Qualcuno tra i molti presenti, seduto vicino al biliardo dove va avanti tiro su tiro una sfida a due, gli dice scherzando, ma solo a metà, di andarsene a casa, eppure lui non gli dà alcuna importanza, ignora quei suggerimenti, e si lascia andare come gli altri ad osservare le biglie che corrono da una sponda all’altra sopra al panno verde.
In due o tre ridono mentre il gioco va avanti, altri ignorano la sua presenza, lui si piega su un fianco, forse potrebbe anche cadere, ma invece riesce, anche se con fatica, a tirarsi su, come se i suoi malesseri fossero soltanto momentanei. Infine si alza, qualcuno scansa leggermente i piedi per farlo passare, lui riesce ad arrivare fino alla soglia della sala, ed infine si affloscia a terra, come uno straccio privo del tutto di ossatura. Lo soccorrono, naturalmente, così lui si rialza, dice di stare bene e così torna a sedersi, anche se il gioco però è stato interrotto, e tutti gli chiedono a questo punto che cosa abbia voglia di fare, anche se lui sostiene subito che si sta riprendendo, e che gli bastano soltanto pochi minuti per sentirsi perfettamente.
Lo conoscono tutti là dentro, è uno di loro, forse soltanto uno tra quelli che non parlano mai, che non si concedono alle discussioni o agli scherzi, e forse nasconde qualcosa di sé, qualcosa che non si può certo chiedere, magari un segreto, oppure soltanto una forma del suo carattere venuta così, senza saperne meglio il motivo. Qualcuno si offre di accompagnarlo a casa con la sua automobile, e lui per un po’ si schernisce, infine accetta, quasi si fosse reso conto che non può fare altrimenti.
Fuori l'aria è un po’ fresca, lui si ferma sul marciapiede, guarda il cielo di questa serata, infine dice soltanto: è tutto immobile. L'altro lo guarda, forse vorrebbe anche annuire, ma non sa bene a che cosa si sia riferito, quindi resta in silenzio. Accanto c’è proprio la macchina che stanno cercando, lui si apre lo sportello con attenzione e poi sale, con calma, sistemandosi comodo senza mai dire niente.
L’altro avvia il motore, innesta la marcia, la vettura si muove, percorrono un tratto di strada, ma poi, alla prima curva, lui chiede di accostare e di fermarsi un momento. Intorno adesso non c’è più nessuno, lui scende, si appoggia alla carrozzeria e si guarda dintorno, come non avesse mai visto quello scorcio di case del suo paese. L’altro lo scruta, forse si rimprovera di essere stato anche troppo generoso, ma adesso non vuole mostrare che proverebbe un interesse maggiore per assistere a quella partita in corso sopra al biliardo, piuttosto che seguire gli stiramenti e le sofferenze di questa sua vecchia conoscenza.
Siamo amici, gli dice lui quasi leggendogli dentro il pensiero.  Anche se forse non ha più molta importanza questa parola, visto che ognuno di noi scambia con gli altri soltanto ciò che lo impegna di meno. L'altro non trova niente da dire, forse vorrebbe far comprendere a lui che adesso deve soltanto andarsene a casa, viste le sue condizioni, ma resta in silenzio, come non trovasse errori in quel suo pensiero. Poi risalgono sopra la macchina, arrivano davanti al portone dove lui abita, l’auto si ferma, lui apre lo sportello per scendere. Sono arrivato, gli dice per salutarlo; forse domani tornerò ancora per vedere qualche bella sfida al biliardo, dice in fretta come  minacciando di farlo davvero; spero soltanto  che qualcuno non trovi qualcosa da ridire, e che la mia presenza non sia soltanto un fastidio.


Bruno Magnolfi

mercoledì 8 marzo 2017

Come rompere tutto.

       

Troppi problemi, fa lui, sorridendo con ambiguità. Lei lo guarda un momento, riprende a muoversi dentro la stanza come per occuparsi di qualcosa che le tenga impegnate le mani, ma alla fine decide di spostare appena un soprammobile, come sperando di dare a quel grosso posacenere una migliore collocazione. Sto ancora aspettando, gli fa; sono in attesa che tu dica qualcosa di più chiaro, spiega lei alla fine senza neanche guardarlo, ferma di fianco come fosse davvero in attesa di una spiegazione migliore e più esauriente. Lui allora si alza dalla poltrona, forse vorrebbe semplicemente accendere la televisione e dar termine a quel dialogo per suo parere forse privo di senso e prospettive, ma invece si trattiene, pensa solo a quando avrà finalmente superato quell'ostacolo dei chiarimenti chiesti da lei, ed una volta spiegatole ciò che in sostanza lei probabilmente vorrebbe sentirsi dire, magari dilatando e ingigantendo un po’ le proprie parole, pensa che la faccenda sarà subito a posto, ben sistemata. Insomma, sbotta al contrario, con un'espressione adesso inequivocabile: sto quasi soffocando sotto ai tuoi modi sempre più possessivi, che non lasciano mai aria per respirare. Va a chiudere la frase con enfasi calante, quasi ascoltasse per la prima volta quelle parole lui stesso, e forse ne comprendesse il significato esatto soltanto in quel preciso momento. Lei adesso resta immobile e lo guarda: la sua espressione è quasi una reazione di sfida, ma anche di sorpresa; forse non si sarebbe mai aspettata un giudizio del genere, e in ogni caso ritiene quelle parole assolutamente inadatte a descrivere le maniere e i comportamenti che ha sempre usato di norma nei suoi confronti.
Forse vorresti da me un atteggiamento più indifferente, fa lei alla fine con voce sprezzante ed una sottile dose di ironia. Lui comprende subito di avere esagerato, perciò sarebbe quasi tentato di spostare magari l'attenzione su altri argomenti, o forse smorzare il senso delle proprie parole con un atteggiamento improvvisamente del tutto mansueto ed intimista, ma alla fine riesce soltanto a rimanere in silenzio, confermando e dando ancora più valore, pur non volendo mostrare ripensamenti, a ciò che ha appena finito di spiegare. Lei torna a spostare di nuovo quello stesso soprammobile, una grossa e pesante ciotola di vetro dai colori screziati, voltandola di mezzo giro e mettendone così in bella mostra la parte che fino adesso era rimasta nascosta. Lui si sente improvvisamente nervoso, vorrebbe quasi dire qualcosa di più e di diverso, anche se è evidente come i secondi e i minuti che trascorrono quasi per inerzia, gli lasciano desiderare sempre di più che sia proprio lei a rompere quel silenzio pesante.
Lei invece va verso il tavolo, si siede, guarda qualcosa senza importanza. Lui sa che in casi come questo potrebbe persino mettersi a piangere, anche se in fondo in tutti quegli anni non è capitato quasi mai, ma riflettendo per bene pensa adesso che sarebbe quasi la soluzione migliore per trovare la possibilità di chiederle scusa e sistemare al meglio le cose. Va bene, dice lei invece alla fine, e con ciò si alza ed esce da quella stanza. Lui attende qualche momento, poi accende la televisione abbassandone subito l’audio fino al minimo, ed infine si accosta con le spalle alla finestra mentre fa scorrere con il telecomando diversi canali.
Lei torna, sembra non abbia assolutamente niente da replicare e la sua espressione appare adesso quasi distaccata, come avesse già digerito il giudizio di lui, e stesse solo cercando la maniera per andare oltre. Si accende una sigaretta, gira per la stanza senza mai guardarlo, e lascia che quel silenzio smorzato soltanto dal leggero sottofondo televisivo si spanda in aria esattamente come il fumo dalla sua bocca. Poi si avvicina al posacenere, scuote all’interno la sua sigaretta e infine la schiaccia con un gesto deciso, prendendo a quel punto con ambedue le mani quel soprammobile e scaraventandolo a terra. Qualcosa si rompe, certe volte, dice poi con grande fermezza.


Bruno Magnolfi

mercoledì 1 marzo 2017

Poche parole.

            

Generalmente, di sua spontanea volontà, lei non dice quasi niente; persino quando le viene rivolta direttamente qualche domanda su degli argomenti anche generici e poco impegnativi, lei si limita a sorridere e ad abbassare lo sguardo, per poi magari cambiare appena un po’ la propria espressione, quel tanto che basta per dar mostra agli altri che è vigile, comprende bene le cose, pur nelle sue condizioni; e dopo basta, senza minimamente provare neanche a rispondere a chicchessia. Spesso, quando le giornate in quella dimora sembrano addirittura infinite, si siede nella sala della refezione, osserva con attenzione le sue mani, finge di essere forse attratta da qualcuno che magari sta parlando proprio in quell’attimo, come se dovesse prendere anche lei una posizione precisa su chissà quale argomento, ma infine volge altrove il suo sguardo, mostrando al contrario che è assolutamente disinteressata di tutto, come se niente là dentro la riguardasse.
Certe volte, seduta ad uno dei tavolini immancabilmente da sola, lei sfoglia una rivista o un giornale leggendo i titoli qua e là, proprio come si trovasse semplicemente in una sala d’attesa per le visite mediche. Gli altri ovviamente restituiscono verso la sua persona una certa diffidenza, e se proprio non è necessario comportarsi diversamente, fingono addirittura di non vederla neanche. Ma quando arriva sua figlia a farle una visita, in genere verso la fine della settimana, le cose cambiano radicalmente. Una persona forse timida, quella ragazza che mostra una notevole differenza di età da sua mamma: normalmente si fa vedere all’istituto da sola, vestita in modo ordinario ma non senza cura, e si muove come cercando di non apparire una che viene da fuori. Sorride a tutti, va vicino a sua madre, le tocca un braccio con gentilezza, poi si siede con lei.
Improvvisamente lei si mostra loquace, parla con disinvoltura di tutti gli argomenti che richiedono la propria opinione, e certe volte si guarda attorno mostrandosi serena a chi le sta passando vicino. La ragazza si mette comoda sulla sua sedia, probabilmente dice alla mamma tutte le cose che le passano dentro la testa, aggiornandola con naturalezza su quanto le sia accaduto in quegli ultimi giorni. Esco con un ragazzo, le dice però questa volta, e la madre si indurisce, si ferma un momento, poi la guarda con un accenno di severità. Non c'è niente di male, cerca di rassicurarla la figlia; cerchiamo soltanto di conoscerci meglio, almeno per adesso, per il resto non c'è alcuna fretta. Si, dice la mamma dopo un lungo sospiro; sono contenta. Tu sei una brava ragazza, farai le cose che servono, senza strafare, e tutto si aggiusterà poco per volta.
Ma poi passa il tempo e la figlia non si fa più vedere. Sono diverse le settimane in cui lei rimane praticamente da sola, spersa in quella residenza protetta, in qualche angolo a meditare il medesimo comportamento di sempre, senza chiedere nulla a nessuno. Quando infine arriva la figlia, dopo quasi un mese da quell'ultima volta, si sofferma in fondo alla sala e fa vedere a tutti che non è venuta da sola: c’è un tizio con lei, un tipo che sembra subito quasi scocciato di quella visita che forse immagina soltanto doverosa. Si siedono, si presentano, lei appare subito come senza argomenti. La figlia dice che hanno deciso di andare ad abitare insieme tra qualche settimana, che si vogliono bene, e poco per volta vorrebbero formare una loro famiglia. La mamma guarda ambedue, accenna un’espressione curiosa, non chiara, e alla fine dice soltanto: brava, mi fa piacere; la solitudine dei sentimenti è quanto di peggio si debba accettare, spero che le cose per voi vadano esattamente così, proprio come le state progettando.


Bruno Magnolfi

giovedì 23 febbraio 2017

Interpretazione musicale.

           
            Il suono è quello che conta, pensava lei anni prima lucidando all’infinito quel suo amato violino. Adesso, dopo l’abbandono quasi repentino dell’orchestra e di quel mondo, soprattutto per la sua incapacità di stare al passo con le prove, considerati anche gli estenuanti spostamenti di città e di nazione per l’esecuzione di tutti i concerti, le resta soltanto quella custodia: un guscio chiuso, dentro ad un mobile di casa, e le poche fotografie dei suoi amati successi inserite in un album. Non ha mai voluto dare lezioni, non è per questo che si è sacrificata, nonostante il suo diploma e tutta l’esperienza che aveva maturato, perché la musica resta per lei soltanto la giusta interpretazione della pagina scritta, e quindi adesso quello è come un capitolo chiuso, qualcosa che è esistito una volta e poi basta. Però ascolta ancora le belle sinfonie alla radio o sui dischi, e le piace farlo sempre da sola, con la mente proiettata in quelle mani che sente ancora scorrere veloci sopra le corde, e quel suono che ancora le appare fantastico, meraviglioso.
            Suo marito non le ha mai chiesto niente: quando si sono conosciuti, diversi anni prima, lei aveva già abbandonato la sua carriera da concertista, e non desiderava neppure parlare troppo di quella dolorosissima scelta, così adesso niente di quel passato sembra mai affiorare nelle sue giornate attuali. Lei esce da casa, guida la sua utilitaria, va al supermercato e sceglie gli acquisti; poi torna a casa e sistema dispensa e frigorifero. Spesso si vede con un’amica, vanno insieme a sedersi dentro un caffè e parlano della famiglia, dei loro gusti, delle scelte che fanno. Lei dice: certe volte negli ultimi tempi mi sento malinconica; ma poi penso che i giorni futuri saranno senz’altro migliori di adesso, e così tutto mi passa. L’amica la guarda con un’espressione vaga. Comprende benissimo che in fondo accontentarsi di un’esistenza normale non deve essere stato per lei troppo facile, eppure sembra quasi impossibile scavare tra i suoi sentimenti alla ricerca di quella materia. 
            La malinconia fa parte di noi, le risponde l’amica cercando di pungerla in qualcosa che magari ancora le brucia, ma lei si limita ad osservare qualcosa in un punto qualsiasi, per poi dire che per lei sono soltanto degli attimi, e dopo nient’altro. Però spiega che si è messa negli ultimi giorni a spolverare le cose, a fare pulizia di alcune cianfrusaglie, ed ha lucidato persino la custodia del suo violino, ritrovato in mezzo a tutte le cose vecchie. L’amica torna a guardarla, ma solo per un attimo. Lo hai anche aperto, immagino, le dice sbrigativa. Lei ci pensa per un tempo infinito, poi dice: si, ed è stato terribile. Ma cambia immediatamente argomento, senza spiegarsi, senza dire che cosa davvero ha trovato dentro quel guscio, e che cosa ha provato nel tornare a riaprirlo.
L'amica resta in silenzio, la lascia dire quello che vuole, a ruota libera, nell'attesa che torni spontaneamente a parlare della cosa importante che aveva da dirle. L'ho ripreso, spiega lei alla fine evitando ancora di guardare l'amica; l'ho messo sopra la spalla, senza neanche accordarlo, ma così, solo per sentirne l'effetto lungo il mio braccio. Penso che dopo tutti questi anni riprenderò un pochino per volta ad esercitarmi, dice adesso tornando a guardarla; forse solo per suonare qualche sera che ho bevuto un po' troppo, di fronte agli amici o ai parenti, spiega ridendo. Certo, il mio suono non sarà mai più neppure somigliante a quello che è stato, ma non voglio buttare via definitivamente  una parte così importante di me. Eppoi ho scoperto che quella cassa armonica, così bella e perfetta, da troppo tempo non è stata più lucidata.


Bruno Magnolfi

martedì 21 febbraio 2017

Come una colpa fondamentale.

            

E’ stato proprio nell’esatto momento in cui era richiesta determinazione e freddezza che mi sono mostrato un uomo debole, troppo indeciso sul da farsi, incerto persino nei movimenti più naturali, e sono riuscito soltanto a guardarmi attorno come per cercare una via di fuga solo per me e per nessun altro, si ripete lui mentalmente, come non perdonandosi neppure in parte ciò che gli è capitato da poco. Ma è successo tutto così in fretta che non ho avuto neanche il tempo per rendermi conto di quanto stava accadendo, dice tra sé trattenendo ancora le lacrime. Ora gira per strada, cerca il modo di lasciarsi alle spalle quei fatti, di riprendere in qualche modo la sua vita normale. Ma ha quasi paura di incontrare qualcuno che lo riconosca, che gli possa puntare un dito ed indicarlo come il colpevole, per questo cammina lontano dal suo quartiere, tra gente che spera non sappia niente di lui, tenendo comunque la faccia sprofondata tra i baveri del suo cappotto.
Ogni tanto si ferma, si guarda attorno, rivede ancora una volta quei fatti come fossero ancora lì, a portata di mano, e si sente di nuovo un vigliacco, incapace di stare con gli altri, ormai ai margini della comunità dei cittadini che ha sempre considerato come la sua famiglia. Che vita può essere quella che ruota soltanto nella ricerca di qualche scusa con cui giustificare le cose successe, che non riesce a guardare gli altri negli occhi senza più alcuna paura, senza quell’angoscia che provoca un tempo inevitabilmente scaduto, che non permette recuperi.
Si siede su una panchina, stremato, e forse vorrebbe che qualcuno tra coloro che lo conoscono meglio fosse in questo momento lì accanto a lui, a dargli la propria opinione, a proporre un diverso punto di vista per una attenta lettura di quanto accaduto, magari anche per consigliarlo su quanto sia possibile fare per ritrovare la sua elementare normalità, ma mai avrebbe il coraggio di andare a cercare quella persona per chiedergli aiuto. Così resta solo, fermo sulle sue posizioni, paralizzato in una opinione di sé che non porta da alcuna parte, e che non riesce a sgombrargli la mente da quei pensieri, nemmeno in piccola parte.
Forse la sua è soltanto una forma di ordinaria disperazione, un incubo in cui è caduto senza neppure essersene reso conto davvero, ed adesso che tutto ormai sembra compiuto, il suo assomiglia soltanto ad un esilio dal quale non è proprio possibile sottrarsi, e che forse rappresenta l’unica forma disponibile per espiare almeno in parte una colpa che comunque resta lì, sopra di lui, inevitabilmente. Poi si guarda attorno, un anziano signore lo osserva, lui distoglie velocemente lo sguardo, quello invece si avvicina con calma, si siede accanto a lui, quasi come cercando la sua compagnia. Infine apre il giornale, scorre qualche notizia, sembra quasi ignorarlo, ma forse solo per non apparire troppo curioso.
La colpa è soltanto mia, dice lui; l’altro lo guarda, in silenzio, attende così che vada avanti, che si spieghi, che ormai dica tutto quello che sa. Ci sono delle volte che per un qualche motivo non si riesce ad incarnare le idee in cui si è sempre creduto. Allora tutto ci sfugge, improvvisamente tiriamo fuori una persona che neppure conosciamo, dei modi coi quali non abbiamo mai avuto niente a che spartire, e che invece sono qui, dentro noi stessi, anche se fino ad un attimo prima non lo sospettavamo neppure. Rimaniamo sorpresi, storditi, increduli, ma non c’è niente da fare: questa è la realtà, oltre noi stessi. L’altro lo fissa ancora un momento, ripiega il giornale con calma, e infine gli dice: poi arriva anche il momento in cui dobbiamo accettarsi per quello che siamo, e andarcene a casa; così come avremmo fatto in qualsiasi altro giorno.


Bruno Magnolfi  

lunedì 20 febbraio 2017

Come un foglio di carta.

          

Fuori da qui non c'è niente, dice lei ogni tanto con voce non troppo alta e scuotendo la testa, visto che nessuno generalmente mostra la voglia di ascoltarla o di prenderla sul serio. Resta seduta nel suo angolo, guarda qualcosa in un punto imprecisato invisibile agli altri, e poi basta, immobile, senza provare alcun desiderio apparente. Ma certe volte si alza, cammina lentamente fino ad uno dei finestroni del corridoio, guarda qualcosa nell’ampio cortile di fronte ed infine torna a scuotere la testa, come se tutto confermasse la sua idea di fondo e lei non riuscisse proprio a vedere in mezzo a quel piccolo spiazzo ciò che desidererebbe trovarvi.
Qualcuno certe volte sorride di quei suoi comportamenti, altri invece li ignorano. Lei trattiene costantemente quella specie di fissazione dentro di sé, ma nessuno riesce a spiegarsi che cosa significhi veramente. Gli altri al centro anziani giocano a carte, passano il tempo in conversazione, o a leggere i giornali, oppure impegnandosi in tante altre cose, ognuno cercando in ogni caso di stare con tutti, di fare comunità, di ripescare dentro se stesso uno spirito solidale che tutti gli animatori e i volontari della associazione naturalmente incoraggiano. Con lei invece è difficile persino farsi rispondere a delle semplici domande: lei sta in quelle stanze perfettamente in silenzio, come se quella fosse la sua postazione ormai definita, nell’attesa perenne che solo il pulmino comunale, nella stessa maniera di quando la trasporta fin lì, alla fine dell'orario di apertura del centro la riaccompagni fino alla sua porta di casa.
Una delle altre donne, per provare a scuotere quel suo torpore, le dice che nei giorni a seguire si dovranno trasferire da quella sede, e che è già pronto un altro edificio poco distante, attrezzato e forse anche più confortevole. Lei ascolta in silenzio, guarda con attenzione il suo punto invisibile, poi dice che a lei non importa, qualsiasi luogo non le appartiene, è privo di senso, che tutto quanto secondo lei risulta vuoto, un contenitore del niente. L’operatore di turno la guarda negli occhi, le dice che certo non deve aspettarsi delle grandi novità, ma forse dentro la nuova sede potrà trovare qualcosa che la incoraggi ad essere maggiormente vitale.
Lei, come fa spesso, torna a guardare fuori dai vetri, poi muove la testa, osserva un punto qualsiasi, senza apparente importanza, ed infine dice qualcosa, con una voce meno incolore rispetto a tutte le volte, come si fosse davvero smosso qualcosa dentro di sé. Non c’è niente là fuori, spiega di nuovo ma adesso quasi con un certo entusiasmo: dobbiamo perciò essere noi, con le nostre esperienze, con tutto il passato che abbiamo da dire e da raccontare, a riempirlo con qualcosa di vivo. Gli altri la guardano increduli, in due smettono addirittura la partita di carte, l’operatore sull’immediato resta senza parole, poi si riprende e le dice: certo, questo è proprio quello che dobbiamo stabilire come obiettivo finale.
Più tardi arriva il pulmino, salgono tutti lasciandosi aiutare dall’autista e da un volontario, ma lei resta per ultima, come fosse restia ad abbandonare quel luogo. Infine si siede nella vettura, assume la postura e l’espressione di sempre, però tra sé dice ancora come seguisse una logica precisa, che pur non essendoci niente da quelle parti, niente di interessante davvero, allora tutto si potrebbe osservare come qualcosa di estremamente importante, quasi fosse un semplice foglio bianco di carta, dove si può ancora scrivere.


Bruno Magnolfi