La notte normalmente
è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera
si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono
dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare
ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che
magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta
un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno
dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange
sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché
si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma,
il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le
lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa
che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e
basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera
che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo
mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva,
utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso
dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le
coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a
quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi
accadrà nulla di male.
Quando
giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati,
tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando
tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle
camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in
una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a
bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle
sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio
misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le
operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche,
come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un
fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o
anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura
e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro
posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione.
Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento
migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il
caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una
parvenza di normalità.
A me viene
imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con
attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure
che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro
maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E
spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra
loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di
essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così
viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e
cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio
sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a
quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore,
accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra
la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il
resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò
il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro
quell’impressione insopportabile.
Quando
infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di
competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci
emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario
delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora
si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si
cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole
sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno
dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando
in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo
che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in
questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere
trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia
famiglia e a quella normalità che tanto desidero.
Bruno
Magnolfi
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