mercoledì 24 agosto 2016

Probabilmente.



Mamma, dice il ragazzo con insistenza; devo andare, mi stanno aspettando i miei amici con le loro biciclette. Va bene, fa la donna, però mi sembra che tu abbia tralasciato qualcosa di particolarmente importante. Lui si guarda attorno, rientra per un attimo nella sua cameretta, poi quando si riaffaccia nel loro soggiorno con il piccolo zaino sulle spalle, si accorge che qualcosa appare improvvisamente cambiato, anche se non riesce a capire di che cosa effettivamente si possa trattare: la mamma in questo momento è seduta, indifferente, come fosse già rimasta nella stanza e nella loro casa esattamente da sola. Lui pensa subito di avere combinato forse qualcosa di riprovevole, magari senza essersene neppure reso conto, qualcosa di cui adesso probabilmente dovrà accettare la solita bella sgridata, ma la mamma davanti a lui prende improvvisamente una rivista illustrata da sopra il tavolino, proprio come se suo figlio non esistesse, ed inizia con calma a sfogliarla, senza volgere un solo sguardo verso di lui.
Il ragazzo è vagamente stupito, però si siede in silenzio, in attesa di almeno una parola di chiarimento, e forse vorrebbe addirittura dire lui qualche cosa a sua difesa, ma invece poi decide di attendere, in un completo silenzio, senza mettersi in mezzo. Lei non lo guarda, lascia che lui faccia e pensi ciò che desidera, prosegue a leggere e a sfogliare ancora per un po', persino senza mostrare grande interesse, ed infine si alza per spostarsi tranquillamente nella stanza più vicina. Il ragazzo decide di restare in attesa, qualcosa dovrà pur succedere, immagina, gli amici probabilmente lo aspetteranno, oppure anche se anche si mettessero in giro da soli per il quartiere, senza di lui, tutto questo non avrebbe alcuna importanza rispetto a quanto forse sta per accadere: la comprensione delle cose adesso gli appare superiore a qualsiasi altra cosa.
La mamma accende la radio a basso volume, poi va diretta in cucina e si versa qualcosa di fresco da bere. Volevi dirmi qualcosa?, fa allora il ragazzo timidamente, con un tono di voce appena sufficiente per essere compreso. Lei beve un sorso dal suo bicchiere guardando fuori dalla finestra della stanza, e forse addirittura canticchia tra sé qualcosa che la radio sta trasmettendo. Lui si alza, le va incontro di un passo o anche due: sono qui, dice; mamma, perché non mi guardi? Lei prende il telefono, cerca un numero nella memoria dell'apparecchio, poi lo seleziona. Risponde sua sorella, e dopo i saluti la conversazione sembra leggera, niente di importante o di impellente da dirsi. Sono da sola, dice la mamma alla zia, ed il ragazzo all'improvviso si sente completamente disorientato. Si guarda le braccia, i piedi, poi cerca in tutti i modi di intercettare il suo sguardo, senza minimamente riuscirci. D'accordo, dice lei nel telefono: mi basta solo cambiarmi l'abito e in un quarto d'ora ti raggiungo. Il ragazzo la guarda camminare un paio di volte lungo il corridoio, e poi entrare rapidamente in camera da letto. Quando infine ripassa dal loro soggiorno è vestita con un abito chiaro, ed uno scialle appena vagamente elegante. Va diretta alla porta, la apre, ed il ragazzo impotente sente forte dentro di sé la voglia di iniziare a piangere, a disperarsi, ma lei si volta improvvisamente verso di lui, e lo guarda diritto con un leggero sorriso sopra le labbra: non preoccuparti per me, gli dice adesso con tutta la calma del mondo; tra non molto tornerò, e quando sarò di nuovo a casa, tutto sarà esattamente come è sempre stato; probabilmente.


Bruno Magnolfi

sabato 30 luglio 2016

Vapore freddo.

            
            Lasciami stare, dice lei sgarbatamente, mentre nello stesso momento sua madre sta cercando in modo goffo di aiutarla a sollevarsi dal pavimento lungo cui incomprensibilmente è andata a cadere. Il tappeto è soffice, ed è quindi chiaro come non si sia fatta assolutamente nulla rotolando dalla sedia, e forse proprio per questo il gesto le risulta praticamente insopportabile, quasi un falso, come se avesse appena sentito dire proprio dalla bocca di sua madre che queste cose possono succedere per esempio soltanto quando si è completamente ubriachi, e non si riesce a contenersi neppure entro il limite dignitoso del reggersi in piedi per proprio conto. Non c’è più niente da aggiungere, spiega poi senza tornare neanche a guardarla, rialzandosi in modo frettoloso. Queste sono le tue scelte personali, a me non riguardano per nulla: posso soltanto prenderne atto.
            La madre osserva con apparente distrazione l’orologio, forse per cercare di mostrare indifferenza: in ogni caso sapeva quasi fin dall’inizio che non avrebbe assolutamente potuto contare su di lei, e che all’udienza finale per la sua causa di divorzio non sarebbe mai venuta a testimoniare contro suo padre. Ormai sei grande, le dice subito con falsa retorica, ogni tua decisione non può essere altro che ben ponderata. Sono anni che tra loro non c’è più un vero scambio di parole che non sia dettato da una punta d’astio, da durezza, e anche mancanza quasi assoluta persino di apparente affetto. La madre pensa ovviamente che questo sia soltanto frutto di ciò che è stato inculcato a sua figlia in sua assenza, e certe volte le pare addirittura che ogni incomprensione tra di loro ormai sia del tutto irriducibile. Così guarda sua figlia con un sorriso di circostanza, come a evidenziare che in considerazione della risposta ricevuta il loro colloquio è praticamente terminato, e l’altra prontamente, come punta sul vivo da quel modo evidente di osservarla con distacco, si alza dalla sedia a fianco del tavolo dove si erano sistemate, e senza tornare a volgere gli occhi verso di lei, prende lo zainetto preparandosi in fretta per andarsene.   
            Aspetta, dice sua madre quando lei è già nel corridoio di quell’appartamento. Volevo comunque darti i soldi per la rata del tuo corso, le spiega cercando di mostrarsi forse migliore di come probabilmente le è apparsa fino adesso. Hai il numero di conto su cui versare, dice la figlia quasi con sprezzo; puoi usare quello. Va bene, fa lei, cercando adesso di assumere modi come da animale ferito; a me basta che tu sia contenta delle tue scelte, e che non abbia in seguito da  dispiacertene. Ma certo, fa lei con il piglio troppo deciso per non lasciar immaginare al contrario un percorso forse confuso e poco ponderato.
            Quindi apre il portoncino, ed un vago senso di fresco e silenzioso la pervade. Si volta, come cercando di ricordare cosa possa aver lasciato dietro sé, ma sua madre prende quel gesto come fosse quasi un piccolo ripensamento, così le sfiora un braccio, e cerca di abbracciarla, come poche volte è già successo. La figlia praticamente la lascia fare, forse sentendosi come presa alla sprovvista, e mentre sente quella pelle di sua madre morbida e un po’ fredda, ha un attimo di forte esitazione. Resta ferma, in piedi sulla soglia, e senza guardarla prova comunque una forte carica emotiva. Singhiozza, senza che lo voglia, e sua madre la stringe ancora più a sé. Ma infine scappa, giù di corsa lungo le scale, senza neanche voltarsi per un attimo; ed un vapore leggero pare quasi sollevarsi dai gradini, come se nulla di reale potesse avere un seguito dai gesti o dalle sue parole.


            Bruno Magnolfi   

sabato 9 luglio 2016

Novità incredibili.

            
Nel cortile, giù in mezzo ai quattro edifici anonimi che ne costituiscono in sostanza tutto il perimetro, generalmente fa fresco e si sta bene anche nei giorni d’estate, e proprio per questo motivo da quelle parti si trova sempre in genere qualche sfaccendato con cui scambiare quattro parole. In ogni caso si radunano lì praticamente ogni giorno e con regolarità, diversi pensionati che sempre si scambiano arrivando un saluto di circostanza, per poi stazionare su di un lato, anche per tutto l’intero pomeriggio, in una zona di quella spianata di cemento dove comunque hanno sistemato da tempo qualche vecchia sedia di plastica; ed anche se si limitano a dirsi le solite cose e a guardare i bambini delle famiglie di quei palazzi che qualche volta si ritrovano da quelle parti per giocare a qualcosa, a nessuno di loro viene mai a mente di andarsene.
Lui scende volentieri le scale del condominio quando la mamma glielo permette, e con timidezza si sistema sempre vicino a quei vecchi, per sorridere a tutti anche quando loro cercano di canzonarlo bonariamente per qualche motivo, spesso chiedendogli quando porterà a far conoscere a tutti la sua fidanzata. Lui lo sa che quelle persone dicono queste cose soltanto per scherzo, però gli piacerebbe davvero un giorno scendere in quel cortile con una bella ragazza sottobraccio, tanto per farli restare di stucco e fare la sua bella figura. Così, anche se per adesso si limita a sorridere e ad abbassare gli occhi, senza dire quasi mai niente, dentro di sé coltiva da sempre la voglia di una rivincita, quel prendersi i suoi cinque minuti di gloria in cui mostrare di che pasta ritiene di essere fatto. La mamma ogni tanto però si affaccia al terrazzino di casa: non fare fastidio, gli dice, anche se lo sa che  tutti gli vogliono bene e che non c'è mai da preoccuparsi.
Poi però lui non si fa vedere per un certo periodo; alcuni se ne chiedono persino il motivo, forse in mancanza di altri argomenti, ma tutto questo non porta ad alcun cambiamento. Lui è nel suo appartamento, senza alcuna voglia di farsi vedere, forse stufo di quelle frasi scherzose su di una ragazza che in fondo non ha mai avuto, o forse a corto di sorrisi da dispensare a quegli anziani pensionati. Si sente triste, forse solo, e non gli piace farsi vedere così. La mamma di nascosto telefona alla nuova assistente, che dopo due giorni viene a dargli un’occhiata. E’ carina, cortese, gli prende la mano anche se lui si vergogna di sé: potrebbe essere lei la fidanzata da presentare a tutti quei vecchi, e dopo un lungo colloquio su tanti argomenti, pur con difficoltà e arrossendo, lui tira fuori quella sua assurda idea. L’assistente sorride, le piace la cosa, dice subito che volentieri vuole prestarsi ad una cosa del genere, ed anche se è soltanto per scherzo, in ogni caso ritiene sia una cosa ottima, una trovata che debba essere portata avanti, anche se soltanto per un pomeriggio.
Così scendono assieme le scale, lei gli tiene la mano, lui cerca goffamente tutte le possibilità di mostrarsi cortese e beneducato. Giungono infine al cortile, ed i pensionati naturalmente sono là, come sempre, sulle loro sedie di plastica, a godersi l’ombra del pomeriggio sopra quella spianata anonima di grigio cemento. Restano tutti in silenzio mentre loro si avvicinano, forse più che meravigliati da quella novità assolutamente inaspettata. Buonasera, dice lei sorridendo: sono la nuova fidanzata di Franco. Gli altri si alzano increduli, le stringono la mano, si complimentano con lui, le danno anche qualche debole pacca sopra una spalla. Non è vero, dice subito Franco: però io le voglio bene lo stesso.


Bruno Magnolfi  

lunedì 4 luglio 2016

Lontano da tutto.

           

            La bambina muove i piedi in silenzio sotto alla sedia, mentre seduta in quella sala d’attesa sta aspettando il suo turno accanto alla mamma, che continua a sfogliare distrattamente una rivista illustrata. Quando usciranno da là dentro ci sarà per lei un bellissimo gelato da prendere nel locale della piazza a fianco, è una promessa già fatta, ed in pochi minuti probabilmente tutto sarà ormai alle loro spalle, come non fosse neanche avvenuto. I suoi compagni di classe in questo preciso momento staranno sicuramente seguendo le parole della loro brava maestra, oggi era il giorno del dettato, ed alla bambina, se ci pensa, dispiace un po’ non essere a scuola insieme a tutti gli altri, soprattutto perché le piace arrotondare con la penna le lettere sul foglio, dare forma a quelle parole ronzanti che usa l’insegnante, e anche sentirsi dire, dopo la correzione degli errori, che è davvero brava, come succede certe volte, e che riesce persino a non cadere nei soliti trabocchetti delle doppie, piazzando sempre bene anche gli accenti, e persino l’acca.
            La mamma già la sera avanti le ha spiegato che quella di stamani è soltanto una visita medica, una come tutte le altre, ma la bambina ha compreso quasi subito che sotto quelle parole rassicuranti c’è senz’altro qualcosa di più: mentre le pettinava i capelli si è accorta del suo nervosismo, ed ha sentito all’improvviso come tremare qualcosa dentro l’aria, intuendo immediatamente che certe cose da oggi sono destinate a cambiare, anche se lei non vorrebbe.  
            Allora ha pensato che presto andrà via, proprio per togliere alla mamma lo strazio di vederla ammalata, forse ogni giorno più debole, magari pallida e ridotta a starsene nel letto per tutto il giorno, senza neanche la possibilità di seguire più quella scuola a cui purtroppo teneva così tanto; vagherà chissà dove, con in tasca quei soldi che il nonno poco alla volta le ha messo da parte, e forse in seguito chiederà anche l’elemosina, come ha visto già fare qualche altra volta, e comunque cercherà di farsi aiutare da qualche generoso. Forse inizierà a zoppicare, addirittura, e tutti al solo vederla avranno sicuramente pena di lei, anche se il suo forte orgoglio non lascerà a nessuno la possibilità di chiederle il suo nome, e neanche spiegare in giro quali siano le proprie origini.   
            Allora si spingerà fino a superare i limiti, e forse darà vita ad una comunità di solitari, ragazzi proprio come lei, persone senza più riferimenti, individui soli che accettano aiuti dagli altri soltanto a patto di essere liberi di fare e di pensare proprio tutto ciò che vogliono. In seguito probabilmente si impegnerà sempre di più nella riflessione attenta volta allo sviluppo di quei semplici principi, e magari si spingerà fino ad insegnare a tutti colori che hanno brama di sapere, le cose in cui crede lei, e molti ne seguiranno i fondamenti, tanto da riuscire a trovare nelle parole e nella concentrazione, tutto ciò di cui provano necessità. Si saprà presto in giro di quanto sta accadendo, anche con una relativa facilità, e la fama di quel grande movimento di pensiero arriverà presto a chiunque, fino a giungerne notizia anche alla mamma, che in silenzio e senza sognarsi di sgridarla, verrà a riprenderla con calma e saggezza, per riportarla a casa sua, ormai guarita da ciò che aveva sentenziato il medico quel giorno, e tutto riprenderà naturalmente il proprio corso.
            I suoi piedi sono ormai fermi quando il suo nome viene ripetuto dall’infermiera, e quindi la bambina entra nell’ambulatorio quasi con rassegnazione, nell’attesa ormai certa che tutto da quel momento sarà senz’altro molto diverso. Quando finalmente esce da là dentro accetta il gelato come era stato predisposto, poi sorride alla mamma, magari vorrebbe anche spiegarle quali siano state fino a quel momento le sue intenzioni, ma alla fine lascia correre: il gelato è buono, la mamma piena di attenzioni, ed anche il medico in fondo non le ha fatto neppure troppo male.


            Bruno Magnolfi

mercoledì 22 giugno 2016

Chiusura.

            

            Secondo me è proprio quella ragazza il nostro vero problema, dice un tizio al telefono in una birreria semivuota ma con una voce sufficientemente alta tanto da riuscire a farsi sentire quasi da ognuno presente là dentro. Al suo stesso tavolo l’altro ascolta con apparente distrazione quelle parole, quindi butta giù ancora un sorso della sua birra, poi gira lo sguardo come per il tentativo di ignorare il suo amico che adesso ha appena interrotto quella comunicazione, ma subito dopo gli invia giusto un cenno di rimprovero scuotendo la testa, come per fargli capire che non ritiene del tutto giustificati quei discorsi che ha fatto. Non molto distante da lì, lei invece sistema le sue cose con calma prima di uscire da casa, indossa uno dei suoi abiti un po’ più ricercati, ed attende. Osserva con serietà la strada dalla finestra, quasi già si aspettasse dalla serata qualcosa di ostile, sentendosi comunque pronta a fronteggiare qualsiasi possibile critica, magari mettendo in campo anche una certa fermezza che sente di avere, ed infine si avvia.
            Lui l’attende come sempre all’angolo della strada, dentro la sua vecchia macchina con lo stereo ben acceso, e quando la vede le apre subito lo sportello, la saluta, anche se giusto con una buffa espressione del viso, poi avvia il motore e riparte. Percorrono alcune strade in silenzio, sembra quasi non abbiano neppure qualcosa da dirsi, salvo forse trattenere i propri pensieri per esprimerli soltanto al momento in cui saranno tutti e quattro riuniti. Quando, dopo il breve tragitto, entrano nello stesso locale dove gli altri due dovrebbero attenderli, il ragazzo che concitatamente parlava di lei poco prima al telefono, in questo momento non c’è, sembra quasi non abbia voluto aspettarli, così loro due vanno a sedersi al tavolo dell’altro componente del gruppo, che al contrario sembra piuttosto compiaciuto di quel loro arrivo.
            Infine torna anche il tizio che aveva telefonato, saluta appena la donna e l’altro componente della loro band, poi si siede anche lui, ma dopo appena un attimo dice in fretta che le cose si stanno mettendo piuttosto male, e che non ci sono molte illusioni da farsi, anche secondo quello che ha appena sostenuto il loro agente al telefono. Lei lo guarda, finge una sicurezza che in realtà adesso non sente di avere, poi però chiede con calma che cosa sia mai a preoccuparlo in quel modo. Il signor Marchi sembra non riesca a trovarci nessun nuovo ingaggio, spiega lui, e poi ci sono dei segnali che io reputo soltanto negativi: proprio per questo negli ultimi giorni mi sento nervoso, non riesco a concentrarmi sui pezzi come vorrei, non ho neppure più voglia di fare le prove, e poi avverto il tempo che prosegue a passare sopra di noi senza che possiamo farci un bel niente. Se ora non riusciamo ad approfittare di quel piccolo successo che siamo riusciti a raggranellare, siamo proprio fregati, ecco quello che penso.
Ma queste sono soltanto valutazioni tue personali, dice lei; riguardano semplicemente la condizione che vivi, le tue preoccupazioni, il tuo modo di porti di fronte alle cose. Va bene, interviene il ragazzo che l’ha portata fino lì; però adesso cerchiamo di trovare una soluzione: non possiamo continuare a stuzzicarci ogni volta che ci vediamo, senza peraltro concludere mai niente. Va bene, fa lei, comunque ho messo giù un pezzo nuovo, certo va ancora elaborato, ma è questo il nostro compito, piuttosto che studiare strategie. Il tizio dice ancora qualcosa tra sé, forse vorrebbe soltanto continuare ad affibbiare la colpa di tutto il suo nervosismo alla cantante della loro band, come in fondo ha cercato di fare già diverse volte negli ultimi tempi, ma alla fine rinuncia, si arrende, ascolta anche lui la piccola registrazione di voce e chitarra che lei fa ascoltare anche agli altri. È buona, dice uno degli altri ragazzi, mi viene in mente già qualche idea per arrangiare il pezzo e cavarne qualcosa di ricercato. Anche l'altro mostra di apprezzare quella traccia, e soltanto lui rimane in silenzio, forse senza neppure la voglia o le capacità per esprimersi. Non va bene, dice alla fine, non riusciremo a combinare un bel niente con roba del genere; io penso sia meglio chiuderla qui col nostro gruppo: smetterla una volta per tutte, piuttosto che cercare dei palliativi che non porteranno mai da alcuna parte.


Bruno Magnolfi

martedì 14 giugno 2016

Accettazione di sé.

          

            Se mi sforzo per un po’, riesco a rammentarmi perfino di tutto quello che sono riuscito a fare ieri: che cosa ho mangiato, se mi sono recato da qualche parte, insomma come ho trascorso per intero la mia giornata di insegnante a riposo; ma se mi rilasso, come spesso mi accade accomodandomi come sempre su questa mia poltrona, esattamente come ho fatto anche questo pomeriggio, soltanto per starmene tranquillo, riposarmi e per mezz’ora non fare e non pensare più a un bel niente, ecco che tutto si va ad ovattare dentro la mia mente, e le cose sembrano subito confondersi quasi per gioco tra di loro, lasciandomi come all’oscuro di tutto quanto, quasi che a questa età non si dovesse avere più niente di cui riuscire a ricordarsi.
Lui sembra tranquillo adesso, e con questa sua vicina di casa parla del suo annoso problema usando tutta la calma necessaria; lei è uscita subito dalla porta sul retro, dove ci sono i loro giardinetti comunicanti tramite un cancello che tengono sempre aperto, e lo ha fatto giusto per capire cosa mai avesse da urlare adesso quell’anziano professore che abita a fianco della sua dimora. Perché se all’improvviso non si rammenta di qualcosa, ecco che va subito ad innervosirsi, e poi sbraita, alza la voce anche se abita da solo, urla perfino, anche se oramai non può riuscire a far tornare dentro la sua testa ciò che forse oramai ha dimenticato.
La memoria ce l’ho, dice adesso lui con maggiore calma, ma è necessario tutto il mio impegno per riuscire a trattenerla, per farla funzionare bene, ed appena smetto di conservarla ben salda dentro di me, ecco che quella se ne va via, e mi lascia come un guscio vuoto, privo praticamente di qualsiasi cosa. La vicina gli dice che ci vuole una certa dose di pazienza, e che la cosa migliore per tenere impegnata la mente è sempre quella di leggere un buon libro, oppure anche un giornale, anche se sono attività alla lunga un po' stancanti. Questo è vero, fa lui, ed io cerco di fare esattamente questo, dando fondo a tutti i libri che possiedo, ma poi non posso certo continuare a leggere per tutto il santo giorno, e peraltro ci vorrebbe anche un interesse forte e preciso per attirarmi verso questa attività, e a me dopo che ho lasciato ormai da ventiquattro anni l'insegnamento della matematica, ogni passione che avevo viene sempre più a mancarmi.
La vicina lo guarda, forse ha quasi pena di quell'uomo: le porto un caffè leggero, gli dice, poi esce dall'abitazione per andare a prepararlo. Quando torna, il professore ha già accostato il finestrone, come si fosse dimenticato perfino del caffè. La donna bussa ai vetri, poi spinge l'anta. Non mi ero scordato di lei, le spiega subito il professore, ho soltanto immaginato che fosse meglio presentare un diaframma tra me e l'esterno, come per proteggere anche così la mia persona. Vede, prosegue mentre si siede e prende la tazzina, se io mi impegno non posso assolutamente dimenticare nulla. Soltanto lasciando andare le cose come pare a loro, non potrò mai riuscire a trattenerle. Mi costringo certe volte ad essere addirittura un genere di persona a cui non mi sento di appartenere quasi per nulla, così ripenso alle mie lezioni tra i ragazzi del liceo, e mi sforzo il più possibile di tirare fuori anche i dettagli di tutta quella parte della mia vita e della mia carriera.
Ma forse, al contrario, dovrei abbandonarmi del tutto a questa mia natura più forte anche di me, quella che tende a trascinarmi verso qualcosa che in questo momento neanche conosco: ma ho paura sempre più di essere somigliante ad una larva, come uno di quei tanti vecchi che ci stanno in giro, che non sanno più neppure quale sia la loro storia, e non hanno neanche la coscienza di cosa stiano diventando loro stessi. Probabilmente però è la mia stessa personalità a portarmi verso questa china: magari dovrei accettarla, sorbirla esattamente come questo suo caffè; e poi disinteressarmi del tutto della vita e della mia memoria: in fondo se questo è il mio percorso stabilito, dovrò pur accettarlo una buona volta, e magari smetterla di essere così riottoso a ciò che di nuovo si presenta.


Bruno Magnolfi 

mercoledì 8 giugno 2016

Medaglie in evidenza.

           

            Dobbiamo sempre essere pronte; non possiamo distrarci, fingere superiorità o addirittura indifferenza di fronte a cose del genere. L’amica annuisce, conservando la sua espressione quasi severa, poi però rivolge lo sguardo da un’altra parte, distrattamente. Andiamo, fa lei alla fine, tanto qua dentro non ci facciamo più niente. Fuori dal negozio di borse sembra esserci la gente di sempre, quella che nel tardo pomeriggio puoi sempre trovare in giro sui larghi marciapiedi di quel tipo di strada. Loro due si incamminano lentamente senza una meta precisa, ma sanno perfettamente di che cosa dovrebbero parlare, anche se in fondo non sembra ne abbiano neppure gran voglia.
Stavolta non so se mi andrà di perdonarlo tanto facilmente, dice lei alla fine quasi con sforzo. L’amica si ferma un attimo per azionare la sua sigaretta elettronica, poi risponde soltanto: lo credo bene. La cosa più importante è che da adesso in avanti le cose per lui si facciano sostanzialmente difficili, e che ogni piccolo passo in avanti nei tuoi confronti, riesca a conquistarselo soltanto con fatica e mostrando una grande determinazione. Camminano vicine, loro due, ed osservano senza troppo impegno le vetrine di tutti i negozi. Certo, aggiunge lei dopo una lunga pausa: e comunque sarò sempre pronta ad allontanarlo ed a farlo ripartire da capo, di fronte ad ogni pur minimo cedimento del suo impegno nel nostro rapporto. Poi ambedue abbandonano l’argomento, e restano per un po’ in perfetto silenzio.
Potremo fare un salto da Lori, adesso: che cosa ne pensi, fa la sua amica tanto per riprendere a parlare. Lei guarda qualcosa avanti a sé, le pare subito che la sua migliore amica voglia soltanto cambiare discorso e abbandonare il problema, però accondiscende a quanto proposto, forse anche per una semplice abitudine. I suoi occhiali scuri ancora riescono a nascondere, per quanto possono, quel diffuso livido sul viso, ma lei non riesce più a conprendere se dentro di sé possa essere quello il segno del proprio cambiamento da mostrare a coloro che incontra, oppure soltanto il simbolo infamante di qualcosa che molto probabilmente è sempre riuscita a sbagliare. Forse avrebbe bisogno di tempo, di maggiore riflessione, della metabolizzazione completa del suo problema, prima di incontrare qualcun altro che magari conosce, anche perché in questo momento non le va certo di archiviare la faccenda come un qualcosa che a tutte prima o dopo può capitare.
Giungono infine nei pressi del locale, Lorenzo dietro al suo bancone del bar le saluta come fa sempre, ed anche se nota immediatamente quegli occhiali scuri ed ingombranti sopra la faccia di lei, non dice niente, comprendendo benissimo cosa cerchino in qualche modo di coprire. Ci sono altri amici a bere qualcosa, dei conoscenti, e forse proprio per questo lei avrebbe fatto anche a meno di andare là dentro, però alla fine si siede, pur senza salutare nessuno, e cerca in qualche maniera di non farsi troppo vedere. L'amica invece risponde ai saluti, sorride, ordina il suo aperitivo e scambia qualche battuta di spirito con gli altri.
Oggi non mi piace stare qua dentro, le dice lei sottovoce. Ma dai, fa l’amica: in fondo il tuo occhio nero fa parte delle cose che possono accadere a chiunque, non farne una cosa più grande di quella che è. Va bene, risponde lei, non ci sono problemi; e mentre pronuncia queste parole toglie gli occhiali, girandosi verso gli altri per far immaginare bene a tutti cosa le possa mai essere successo. Nessuno le chiede niente, naturalmente, ed anche l’amica sembra solo un po’ imbarazzata di quel comportamento, visto che lei invece adesso sorride, guarda tutti quasi con un’espressione di sfida, e mostra le sue ferite quasi come se fossero delle vere e proprie medaglie.


Bruno Magnolfi