mercoledì 27 aprile 2016

Rinuncia cosciente.



Lei ha sempre avuto qualcosa da fare in tutto questo tempo. Forse potrebbe essere accaduto così soltanto perché è tipico del suo carattere essere persino troppo disponibile nell’occuparsi di tutto ciò che le capita di avere sotto gli occhi; oppure, bisogna anche aggiungere, semplicemente per una serie ineguagliabile di combinazioni particolarmente sfortunate per lei, delle quali in ogni caso neppure si è mai resa conto, visto che ci si è sempre trovata nel mezzo a doverle affrontare. Se non avessi di che cosa occuparmi, ha pensato sorridendo tra sé qualche volta, probabilmente starei qui ad inventarmi di sana pianta qualche nuovo impegno, e come sempre senza minimamente preoccuparmi del tempo per me stessa che viene costantemente a mancarmi. I suoi giorni in questa maniera scorrono spesso in modo nevrotico, saltando da un’attività all’altra, quasi senza possibilità di tirare un vero respiro tranquillo, soffocati da tante piccole operazioni che riescono a riempire tutto quanto il tempo a sua disposizione.
E forse, magari proprio per questo, in una giornata qualsiasi come quella di oggi, attraversata dalla coscienza improvvisa di come stiano andando veramente le cose per lei, oppure per chissà quale altro motivo, all’improvviso, contravvenendo ai suoi ordinari comportamenti, di colpo si mette seduta nella sua stanza, restando per qualche minuto quasi immobile; e giusto dopo avere appoggiato le sue borse sul tavolo, una volta rientrata a casa dal lavoro, e sentendosi esausta da tutto ciò di cui si è dovuta occupare, si concentra, come mai le è capitato, ad osservare di fronte a sé qualcosa di apparentemente ordinario, come la pioggia fine di primavera di questo pomeriggio, o anche le nuove foglie verdi di una pianta sopra ad un balcone di fronte, tenendo le mani a riposo distese sul tavolo, senza avere più né la volontà e neppure la forza di occuparsi di altro.
Allo stipite della finestra una piccola sconnessione dell'intonaco, mai notata prima, pare improvvisamente il profilo di qualcosa che tende verso l'aria; o che magari sembra un elemento che stia lì ad indicare qualcosa di significativo ed anche sfuggente. Lei apre i vetri, guarda l'aria fresca e pulita del pomeriggio, ascolta il rumore leggero del traffico lungo il viale poco più avanti. Qualcuno allora sembra chiamarla dalla strada giù in basso, così lei si volta, guarda verso un lato del suo campo visivo, ma non stanno cercando di lei, sono soltanto dei ragazzi che giocano, qualcosa che appare del tutto normale, ma anche un elemento del quale lei forse non si sarebbe mai accorta.
Rientra, e di colpo sente di avere perduto qualcosa, sicuramente qualcosa di una certa importanza, così torna ad affacciarsi a quella finestra, ed a sorridere a tutto ciò che riesce a vedere. Un uomo da un terrazzino la nota: buonasera le dice, e lei gli risponde con tutta l’allegria che riesce ad avere. Poi torna ad osservare lo stipite, che adesso sembra quasi cambiato, come fosse un’orma scolpita nella muratura di un palazzetto anonimo come quello, a mostrare qualcosa di impalpabile ed insieme necessario. C’è da mettere a posto le cose, pensa di seguito; ci sarebbe da preparare la cena, naturalmente dopo essermi lavata accuratamente le mani, ed indossare qualcosa di comodo, poi il grembiule per evitare le macchie, e dare una ravviata all’appartamento rimasto deserto da stamattina; ci sarebbe da pulire anche il bagno, vuotare la lavastoviglie, controllare che la lavatrice abbia completato il suo ciclo, tendere i panni sopra al balcone, controllare che tutto sia in ordine, che non abbia dimenticato qualcosa, ed infine decidere che cosa mettermi a cucinare.
Torna a sedersi: nessuno si occuperà mai di quelle minime cose al suo posto, riflette; tanto vale affrontarle come assolutamente necessarie, come cose da fare, e basta così. Magari potrebbe fare tutto quanto solo con un po’ più di calma del solito, apprezzando qualche passaggio, e forse tornando a guardare lo stipite che adesso lei non riesce proprio a capire che cosa mai le ricordi. Forse non le rammenta un bel niente, se ci pensa davvero; o forse addita tutto ciò a cui lei sostanzialmente ha già rinunciato da tanto.


Bruno Magnolfi 

domenica 17 aprile 2016

Interferenze minimali.

            

            Proprio in questo momento, con le dovute accortezze, si stanno scrivendo delle relazioni continuamente aggiornate proprio su di lui, su questo personaggio così timido e sfuggente, un uomo che oltre queste evidenze non ha neppure altre caratteristiche, ma che vengono comunque corredate perfino con tanti piccoli filmati proprio indirizzati ad indagare sui suoi comportamenti e su quegli ordinari modi che ha di fare e di muoversi, arrivando a dettagliare le maniere che adotta per interagire con gli altri. Lo scopo finale di tutto quanto è solo e semplicemente quello di avere una visone completa e realistica delle cose, proprio per prepararsi a quanto magari potrebbe avvenire.
            C’è già stato chi ha avuto da lamentarsi di tutto questo interesse verso una sola persona che secondo alcuni non meriterebbe neanche tanti riguardi, ma in generale quasi tutti sono convinti che se mai ci sarà un risultato positivo da tutto un lavoro del genere o da altri simili, questo lo si tirerà fuori soltanto da alcune metodologie di indagine che generalmente vengono adottate in casi proprio ed esattamente di questo genere. Perciò si prosegue, indubbiamente, e nelle giornate più tranquille, in questo modo, è già risultato con grande evidenza che lui normalmente tende a muoversi con calma, in una maniera, si potrebbe persino dire, del tutto naturale, senza sforzare mai troppo i suoi arti superiori e neppure quelli inferiori nelle attività che si trova quotidianamente ad affrontare; ma, al contrario, durante i momenti del giorno giudicati più neri ed avversi, le cose per lui paiono cambiare completamente di significato, e la realtà sembra farsi rapidamente più densa di elementi difficilmente interpretabili, tanto che spesso si è già ricorsi a chiedere degli illuminati pareri ad uno studioso specializzato in questa materia.
            Pare sia nervosismo, si dice e si scrive alla fine di quasi tutte le relazioni, anche se c’è naturalmente chi cerca di negare addirittura un’evidenza del genere. Per questo si prendono in esame i piccoli documentari al riguardo, e si scandaglia con una certa meticolosità qualsiasi elemento possa scaturire anche da una visione distaccata e soprattutto neutrale. La commissione designata nel compilare un dettagliato responso sul materiale accumulato fino adesso, indicando naturalmente quali strategie usare nel futuro più prossimo, sembra convinta che tutto quanto questo organismo sociale che pare costantemente girargli attorno, sia esattamente, in qualche maniera, il semplice ostaggio delle sue diverse sfuriate, e proprio per questo del tutto inaccettabile.  
            Infine lo si affronta direttamente, il personaggio oggetto di tutto questo interesse, ed un operatore scelto appositamente per interpretare il ruolo dell’intervistatore, lo ferma improvvisamente per strada, chiedendogli, naturalmente con l’ausilio di un finto microfono che in realtà ne nasconde uno vero ma molto più piccolo di dimensioni, cosa mai ne pensi della realtà. Lui si schernisce: forse non pensa, potrebbe dire qualche malizioso; oppure persino: non è neanche abituato a farlo, c’è soltanto da comprenderlo. Ma infine dice: lascio che tutto accada, senza minimamente interferire. I due naturalmente a questo punto si sorridono: l’intervistatore non è neppure preparato per affrontare una risposta del genere, e quindi non sa neanche come riuscire ad andare avanti, e lui al contrario lo guarda senza esagerazioni, come se cercasse addirittura una condivisione su ciò che ha appena finito di sostenere.  
            I due si salutano, le telecamere del quartiere e quelle allestite appositamente per riprendere il personaggio sfumano a questo punto sulla sua immagine: lui riprende a camminare come sempre, la medesima andatura di ogni volta, l’espressione di sempre sopra la faccia, la stessa direzione di ogni giorno per la sua passeggiata; eppure a nessuno sfugge che qualcosa sia inevitabilmente cambiato.


            Bruno Magnolfi

martedì 12 aprile 2016

Piano debole.

           

            Mentre se ne sta in coda allo sportello bancario, l’occhio elettronico di una telecamera piazzata in alto lo segue. Lui potrebbe avere in tasca una qualche arma impropria, magari un semplice taglierino, e con quello minacciare d’improvviso la giovane cassiera, farsi consegnare velocemente tutti quei bigliettoni che lei tiene nel cassetto davanti a sé, e poi scappare via dalla porta di entrata, senza che praticamente nessuno si possa quasi rendere conto di niente.
In seguito forse sarebbe sufficiente per lui rasarsi i capelli, oppure farsi crescere la barba, magari indossare un paio di grandi occhiali da vista, assumere una camminata leggermente claudicante aiutandosi presumibilmente con un appropriato bastone, e tutti i sospetti sarebbero dissipati rapidamente, fino al punto da avere la possibilità di costruirsi addirittura un’esistenza diversa. In ogni caso tutto potrebbe svolgersi in pochi minuti, quasi un battito di ciglia, ma le variazioni innestate sarebbero tali da allungarsi per tempi estremamente più lunghi.
In precedenza a lui non è mai accaduto di avere dei pensieri del genere, e poi se anche talvolta non si è forse comportato da vero cittadino modello, indubbiamente fino ad oggi quando gli è capitato di infrangere qualche banale legge dello stato, è risultato soltanto per piccole cose del tutto irrilevanti, ordinarie sciocchezze senza alcuna importanza, tanto che non ne è scaturita mai nessuna conseguenza. Soprattutto per questo motivo, con ogni logica, lui adesso si ritrova in una fase di estrema incertezza. Si tratta di dare un colpo decisivo a tutto il passato ed affrontare così all'improvviso qualcosa di nuovo. Ma non è facile: qualsiasi variazione tra le sue consuetudini potrebbe anche essere un trauma, e magari risultare soltanto un elemento indesiderato.
Una signora dietro di lui sembra sbuffare per quell’afflusso improvviso di gente nell’agenzia della banca, ed anche se tutti adesso sembrano ben ordinati ed estremamente corretti nel conservare le loro posizioni in quella fila, di fatto, a guardarli bene uno per uno, sembrano estremamente contrariati da quell’attesa e da quelle lungaggini. Lui si guarda attorno, non vorrebbe apparire nervoso come altri, così sorride a qualcuno che neppure lo guarda in fondo al lungo corridoio su un fianco della sala, e poi torna velocemente, per una pura azione riflessa, a riguardare le insulse carte che continua a tenere tra le sue mani. Avverte un leggerissimo sibilo nell’aria, e immagina sia l'occhio elettronico nella sua attività di memorizzazione di tutte le immagini monotone che si susseguono. Ma tutto gli pare improvvisamente soltanto una grande ironia.
Infine la persona di fronte gli sembra abbia finalmente terminato, ed adesso senza ombra di dubbio sta proprio a lui: così tentenna un momento, poi si avvicina allo sportello, sorride alla cassiera, cerca qualcosa con fare distratto dentro le tasche. Quella velocemente gli chiede: deve versare o ritirare dal suo conto? Lui si trova momentaneamente impreparato, si guarda un attimo attorno, immagina la signora rimasta dietro mentre sta forse ancora sbuffando, e alla fine dice solamente: devo ritirare, una piccola cifra, se non le dispiace. L’impiegata digita qualcosa, una macchina subito si muove, arriva in un attimo un foglio appena stampato, passa sotto al vetro blindato insieme alla penna per apporre la firma, lui compie tutto ciò che gli viene testé suggerito, poi tira fuori il taglierino che era pur cosciente di avere nascosto da qualche parte.
Niente, dice tra sé, questo adesso non ha più alcun valore; così intasca i pochi soldi che gli vengono consegnati, ripone tutti i suoi oggetti ed anche quell’inutile lama, infine saluta, e poi esce con calma, come tutti, da quegli uffici bancari. Sarà per la prossima volta, pensa; tanto ci sarà tutto il tempo necessario per studiare un piano più dettagliato.


Bruno Magnolfi

martedì 5 aprile 2016

Sufficiente così.

        
Lei pensa, anche se forse non dovrebbe neanche farlo. Tutt’ossa com’è, ormai alla sua bella età, si rannicchia sulla sedia e poi se ne sta da una parte, in silenzio, senza disturbare nessuno. Gli altri si muovono, camminano, parlano, vanno e poi tornano, e lei è sempre lì, con lo sguardo nel vuoto. Nessuno le chiede quasi più niente, se non raramente, e lei risponde soltanto con un gesto del capo e mezzo sorriso. Tutti immaginano che abbia tali ricordi dentro la testa capaci di tenerla occupata per tutto quel tempo, ma non è esattamente così. Nella sala da pranzo lei si sistema sempre allo stesso posto del medesimo tavolo, accanto ad una finestra che guarda il giardino, e mangia quello che c’è con una calma estenuante, tanto da farsi portare via il piatto anche se qualche volta non avrebbe neppure finito. Qualcuno la crede scostante, però sbaglia.
I suoi personaggi si muovono lentamente davanti ai suoi occhi, e lei studia le scene, riflette a fondo persino i costumi, e cambia le espressioni delle facce di tutti, quando si accorge che non sono opportune. I testi sono quasi sempre gli stessi, ma le battute vengono pronunciate in mille maniere diverse, lasciando scaturire da quelle poche parole che ripassa nella sua testa, significati ogni volta differenti. In genere agli inizi sono stati soltanto dei vecchi ricordi della sua smisurata passione teatrale, ma col tempo si sono ormai  talmente modificati, a forza di essere ripercorsi soltanto mentalmente, da avere mutato completamente di senso, ed essere diventati qualcosa di nuovo, di diverso, di inusitato.
Qualcuno del centro anziani che conosce almeno in parte quel suo interesse, certe volte le chiede qualcosa, se sia già stato aperto il sipario, per dire, o se gli attori stiano ancora provando le parti, ad esempio; ma lei in genere getta un’occhiata da qualche parte e poi lascia in aria un sorriso, riprendendo subito con grande pazienza la sua difficile attività tutta mentale di regista e scenografa.
Infine in un giorno qualunque arrivano tre strampalati di un’associazione nata per intrattenere i degenti. Hanno in mente di recitare alcune scenette, roba leggera, senza troppo impegno, soltanto qualche testo scolastico ulteriormente accorciato e semplificato. Lei si piazza seduta, lascia che si inizi, segue ogni cosa con grande attenzione, ma dopo il primo quadretto un suo conoscente girandosi verso di lei le chiede con voce alta se le sia piaciuto.
Allora, così tremolante e smunta com’è, lei si alza, va su quel piccolo palco improvvisato, fa spostare un attore, gli dice qualcosa con voce bassa, spiega ad un altro come essere maggiormente espressivo, fa togliere una giacca di scena e piazza una sedia più vicina agli astanti. Infine si siede e lascia che la recita riprenda il suo corso. Tutto si fa più attento e preciso, i deboli attori si impegnano al massimo, gli anziani seguono con attenzione ogni dettaglio. Quando termina tutto, gli applausi sono spontanei, i residenti del centro hanno apprezzato, anche se qualcuno guarda dalla sua parte con sufficienza, fino a chiederle con un sorriso quasi di scherno chi mai si creda di essere. Non sono niente, fa lei sottovoce in risposta; il mio nome è Lucia, e basta così.


Bruno Magnolfi

martedì 29 marzo 2016

Ordinario tornaconto.

            

Da un po’ di tempo a questa parte,  tra gli amici e i conoscenti che si ritrovano abitualmente al Caffè Centrale, si prosegue a sostenere senza mezzi termini quanto quel certo Marco Lenzi, presente a tutti fino ad un po’ di tempo addietro come una grande personalità brillante, si stia di fatto sempre più dimostrando come un individuo sostanzialmente poco affidabile, tanto che l’impressione generale che se ne ricava semplicemente ad incontrarlo lungo le strette vie cittadine, cosa che avviene negli ultimi mesi anche piuttosto raramente, è quella di una persona oramai persino poco interessata all'opinione di tutti, e forse addirittura indifferente anche al doveroso difendersi da questo genere di accuse. Per di più in un’altra epoca è stato anche un consigliere eccelso nella giunta comunale del paese, sottolineano spesso quasi tutti nel locale, quindi peraltro anche una illustre personalità pubblica, e ben ci si ricorda che in quegli anni, fino a quando uscì volontariamente di scena smettendo di occuparsi attivamente di politica, pareva proprio, almeno ai suoi elettori, una tra le persone dimostratesi più oneste e disinteressate di ogni altra nel paese, praticamente uno di quelli che le cose le fa solo per una vera e sentita fede.
Adesso al contrario appare quasi latitante, uno che non si fa quasi più vedere in giro, al punto che quando qualcuno ha persino l’ardire di fermarlo per la strada con un saluto o anche con un semplice sorriso di circostanza, ecco che lui sembra come sfuggire subito a tutto, tanto più a qualsiasi pur semplice domanda gli venga posta, sollevando le spalle, sviando lo sguardo, mandando avanti con indifferenza il proprio passo, come se non avesse quasi più niente da spartire neppure con i suoi concittadini. In una situazione del genere le voci incontrollate attorno a Marco Lenzi sembrano quasi inseguirsi tra di loro, ed anche se spesso sembrano soltanto supposizioni negative sul suo conto, in altri casi paiono invece delle vere certezze che in qualche modo riescono a spiegare come lui sia ormai sommerso di debiti, e proprio per questo quasi alla disperazione. Naturalmente nelle ultime settimane nessuno lo ha più neppure visto, salvo il Marrini, che lo ha incontrato al buio una sera qualsiasi lungo un marciapiede, mentre quell’altro pareva quasi coprirsi la faccia con la sciarpa, forse però soltanto per il vento gelido, chissà.
Per questo al Caffè Centrale si è deciso d’improvviso che oramai è assolutamente il caso di vedere le cose con chiarezza, e non a caso si è dato subito incarico proprio al Marrini, peraltro suo grande amico anche se ormai di un’altra epoca, per indagare quanto più possibile sul suo conto, fino a consigliarlo di recarsi addirittura a casa sua, a fargli almeno una visita, tanto per comprendere le cose come stiano veramente. Investito ufficialmente così di tutta l’importanza che gli serve, il Marrini va direttamente un pomeriggio verso la sua residenza, provando contemporaneamente timore e curiosità, e suona il campanello di casa Lenzi senza neppure prepararsi troppo a quell’incontro, quasi come gli accadeva oramai tanto tempo prima, quando erano anche colleghi di partito. Scatta dopo poco l'apriporta, nessuno chiede niente, così lui sale, ed entra poi dall’uscio lasciato socchiuso, restando infine fermo in piedi nell'ingresso.
Ti hanno mandato loro, dice subito il Lenzi senza neppure salutarlo. Ho voluto uscire di scena, questo è il punto, e tu lo puoi tranquillamente confermare a tutti, senza che ci sia niente da nascondere. Ma no, dice il Marrini, vedrai che una soluzione si potrà trovare. Sei uno sciocco, fa lui, nessuno cambierà le mie convinzioni, e peraltro non mi interessa minimamente di cambiarle. Vai adesso, vai da loro, racconta a tutti che sto bene, e che non c’è da preoccuparsi per me: tutto si sistemerà, vedrete, e le chiacchiere al caffè troveranno alla fine un punto fermo. Tanto, se pur ne avessi la necessità, non ci potranno mai essere in paese degli amici che mi aiutano davvero, se non riusciranno a trovare nel farlo un vero e proprio tornaconto.


Bruno Magnolfi

mercoledì 16 marzo 2016

Due storie vere.

           

            Una volta salutata la mamma che ancora non sa niente, lui corre a perdifiato giù per le scale del condominio dove abita, fino ad arrivare a spalancare in fretta quel portone, e poi via lungo la strada anonima, tanto che diverse persone anche solo sfiorate dal suo corpo adesso sudato sotto la camicia, si voltano ad osservare per curiosità cosa mai ci possa essere più avanti di così impellente. In seguito rallenta, infine si mette semplicemente a camminare a passo svelto, e quando è ormai abbastanza lontano da casa sua si ferma del tutto, proprio a riprendere fiato, e si piega su se stesso con le mani sulle cosce, ormai stremato per la tensione e la fatica.
            Devo fare qualcosa, pensa; devo assolutamente trovare una soluzione, ed è importante che immediatamente sia pronto a tutto. Si rimette a camminare, giunge nella piazzetta come fa ogni giorno, entra nella sala giochi dove lo aspettano. Non c’è niente di nuovo, si dice subito tra i ragazzi che lo guardano, sembra che tutto sia esattamente come ti abbiamo riferito per telefono, pare inutile persino parlarne ancora. Lui esce senza dire niente, si guarda in giro, poi lo raggiunge Daniele, si mette semplicemente accanto a lui, appoggiato al muro, come a mostrargli che vorrebbe tanto aiutarlo, e quando si avviano con esagerata lentezza, sembra quasi ci sia stato un accordo precedente per quel passo quasi da bulli navigati.
            Certo che se dovevi fare una stupidaggine sei andato a sceglierti proprio la più grossa. Dimmi ancora cosa dicevano nei corridoi della scuola, fa lui. Niente, dice Daniele, che verrai radiato, ad iniziare da subito, e che per uno come te la scuola deve porre un termine, lo faceva presente a voce alta il preside con tutti gli insegnanti a fine mattinata, ed oggi pomeriggio decideranno. Però, se vuoi sapere la mia opinione, sporgerti dalla finestra, calarti dal tubo della grondaia e poi andartene direttamente saltando la cancellata, è stata veramente una trovata senza senso. Cosa ci posso fare, fa lui sottovoce, se quella prof stamani era pedante, insopportabile, e continuava a fare le domande solo a me. Si, lo so, dice Daniele, ma a volte bisogna riuscire a reggerle certe situazioni.
Va bene, dice lui, adesso però vattene, che tanto non mi servi a niente. L’altro lo guarda, si allontana di un passo, poi chiede ancora: cosa pensi di fare adesso? Lui non dice niente, semplicemente se ne va, sembra che il suo sguardo sia già verso un altrove incomprensibile, forse potrebbe tornarsene a casa a piangere, dire alla mamma cosa gli è successo, provare a spiegarsi, o forse andarsene da qualche parte e farsi vivo soltanto dopo qualche giorno, o anche mai più. La sua testa gli brulica di pensieri divergenti, nessuna razionalità gli viene in soccorso. Accende una sigaretta, ma la getta subito via, non ha voglia di niente, non riesce neanche a comprendere come si sia messo in questa situazione.
Escono dal locale gli altri ragazzi che fino ad ora erano rimasti a parlottare tra di loro, vanno tutti verso di lui, ma lui si gira, compie qualche passo nella direzione opposta, poi ricomincia a correre, fino a sparire dalla vista. Gli viene a mente che qualcuno gli aveva anche detto che sarebbe stato soltanto lui a pagare, e forse in quel momento sarebbe stato il caso di ascoltarlo. Torna a fermarsi, forse non è del tutto una combinazione se si ritrova davanti alla sua scuola, anche se ora gli pare che il conto sia troppo salato per uno come lui; vorrebbe tanto tornare indietro, forse dire a tutti che c’è stato uno sbaglio, che adesso avrebbe soltanto bisogno di un’altra possibilità. Ma l’edificio in questo momento sembra chiuso, pare che dentro non ci sia proprio nessuno, ed è probabile che la riunione per decidere proprio su di lui, magari non la faranno neanche là dentro. O forse hanno già deciso della sua vita, ed adesso se ne sono andati tutti via.


Bruno Magnolfi 

lunedì 14 marzo 2016

Violenza morale.

            

            Credo proprio che tu non abbia considerato attentamente le cose, dice lei seccamente. Sul piccolo palco la luce è calda e la scenografia essenziale: un tavolo di legno e due sedie; il fondale invece è scuro e la superficie opaca e assorbente, come una notte quasi del tutto vera.  Lui sembra non abbia neppure voglia di parlare, eppure dice come tra sé che secondo il suo parere non è vero, e che la descrizione dei fatti semplicemente non è precisa, si possono inserire con facilità molti dubbi. Segue un silenzio cupo, che fa presagire qualcosa di poco positivo. Lei si muove, infine appoggia le mani sullo schienale della sedia libera. Lui non la guarda ma resta comunque attento ad ogni dettaglio. Va bene, fa lei, in ogni caso credo si debba cambiare, non si può continuare in questa maniera. Certo, fa lui, sono assolutamente d'accordo, anche se naturalmente non posso rinunciare alle mie abitudini. Quali abitudini?, dice lei con un tono già leggermente ironico.
            Lui si alza dalla sua sedia, muove un braccio verso la platea, quasi per un gesto da eroe, poi sorride, e dice: semplicemente quello che ho sempre fatto in questi ultimi tempi. Lei ha un moto di rabbia, le pare quasi impossibile dover affrontare delle sciocchezze del genere in mezzo ad argomenti assolutamente seri ed importanti come quelli che è riuscita finalmente a far scaturire. Va bene, dice alla fine guardando improvvisamente dalla parte opposta a dove lui si è piazzato; se adesso si tratta di trovare un penoso compromesso, dico soltanto che non sarei per niente d’accordo, ma in ogni caso, giusto a dimostrazione di quanto voglia essere oltremodo permissiva, intavoliamo pure anche questo argomento.
            Lui ride nervosamente, forse gli pare di avere già vinto qualcosa, chissà. Sul fondale si illumina debolmente una zona, una persona appare sullo sfondo, poi scompare velocemente. Si tratta soltanto di considerare che ognuno di noi con il tempo matura certi comportamenti ai quali in seguito diventa difficile rinunciare, dice lui. Per esempio per me tornare in questa casa senza trovarti sarebbe qualcosa di scioccante, non tanto perché mi sono abituato alla tua presenza, naturalmente, ma soltanto perché fai parte della mia giornata, dei miei pensieri, dei miei desideri.
            Lei torna a guardarlo con una vaga espressione di sfida: non crede affatto a quanto le viene riferito, con ogni evidenza, però al momento sarebbe anche disposta a fingere di esserne lusingata, magari per ottenere in questa maniera da lui un credito maggiore. D’accordo, dice alla fine: allora diciamo che potresti continuare a trovarmi a casa quando rientri, esattamente come sembra ti sia abituato, però nel frattempo ci sono stati dei cambiamenti che sono molto più impalpabili, e dei quali ti accorgeresti con più difficoltà e anche poco per volta; in questo caso quale potrebbe essere il tuo comportamento?
            Lui riflette, si alza dalla sedia, osserva il punto dove poco fa si è visto per un attimo una figura stagliarsi, poi si gira verso di lei e dice soltanto: non possono essere delle minacce vere e proprie quelle che porti avanti, altrimenti senza annunciare niente cambieresti e basta. E’ qui che fai confusione, fa lei: è naturale anche per me avere delle abitudini, magari proprio simili alle tue; però le variazioni che potrei apportare non sarebbero di un ordine così netto da far cambiare i comportamenti da un attimo all’altro, e in tutti i casi non ti farò mai presente in che cosa effettivamente consisterebbero.
            Lui si sente adesso molto indeciso riguardo cosa controbattere, ed infine resta in silenzio, gettando però un’altra occhiata sul fondale buio e vuoto: la sua solitudine improvvisamente si staglia, probabilmente l’avverte anche lui in modo profondo, perciò potrebbe tentare un recupero finale in quella piccola discussione. Invece si gira, sgarbatamente, ed alza un dito verso di lei, quasi come una vera violenza, senza neppure il coraggio di fare altro.


            Bruno Magnolfi