lunedì 23 marzo 2015

Parcheggio abusivo.



Silenziosa, con calma, anche oggi lei parcheggia la sua auto davanti al supermercato, così mescolando la sua alle decine di altre macchine che sostano normalmente in questo enorme piazzale, ognuna entro il confine delle apposite strisce bianche, spegnendo il motore e lasciando accesa la radio, ma ad un volume il più possibile attenuato. Questa utilitaria, insieme alla sofferenza per una separazione non voluta da lei, praticamente è tutto ciò che le ha lasciato il marito, e lei comunque gli rimane grata ancora adesso per averla spinta, in anni più giovanili, ad acquisire la patente per poterla almeno guidare.
Sta qui, anche se non sempre scende dall’auto per fare delle spese. Guarda quelle persone che si muovono tutt’intorno con le loro buste e i carrelli, ben attenta a non farsi troppo notare. Finge di leggere qualcosa, generalmente, ascolta i notiziari della radio, perde tempo, senza stare a preoccuparsi quasi di niente. Le piace quel senso di normalità che si respira da queste parti, le piace sapere di essere una come tutte le altre, tanto da perdersi volentieri nel mucchio. Certe volte pensa che potrebbe fare qualcosa, imporsi degli scopi da perseguire. Ma in fondo le piace più di ogni altra cosa sonnecchiare con le mani sopra al volante in questo parcheggio, stare qui come pronta a fare chissà che cos’altro, senza preoccuparsi davvero di che possa essere.
I clienti del supermercato vanno e vengono, forse qualcuno addirittura la vede mentre se ne sta qui a scaldarsi al sole. Uno di loro poi si avvicina, le bussa sul vetro, dice che deve uscire dal parcheggio a fianco, e se lei con la sua auto potesse andare due metri più avanti renderebbe la sua manovra più facile. Certo, niente di male, dice lei, che avvia il motore ed immediatamente si sposta. L’uomo che le ha parlato adesso sorride mentre va via, la saluta con un semplice gesto, una forma di ringraziamento, o forse la conosce, magari l'ha già incrociata da queste parti.
Lei non ci tiene al saluto di qualcuno, preferisce che tutti la scambino per una persona indaffarata che viene a fare spese per la sua famiglia, anche se in verità abita da sola. In fondo anche lei è una famiglia, pensa talvolta: si deve preoccupare sempre di tutto, pagare le bollette, fare gli acquisti. Certe volte si chiede se davvero abbia senso la vita che manda avanti, poi in altri casi riprende ad interrogarsi sui suoi errori, ammesso che ce ne siano. Ma alla fine, più di tutto le piace proprio stare qui, senza pensare niente, in questo parcheggio, dove nessuno può sostenere davvero che non si stia preoccupando di niente.
Dopo poco torna il signore di prima, è a piedi stavolta, le bussa al vetro, proprio come aveva fatto precedentemente, e quando lei abbassa il finestrino, le dice che se le va vorrebbe offrirle un caffè, qui vicino, in questo locale subito di fronte. Lei cerca di darsi un contegno, adesso dovrebbe andare a far spese, anzi, prima cercare la lista delle compere che ha preparato e che adesso non trova, ma alla fine, dopo essersi mossa varie volte sul seggiolino, risponde di si, sorridendo: può permettersi addirittura di perdere dieci minuti.
Scende, chiude l'auto, l'uomo si presenta, dice che l'ha già notata altre volte ferma dentro la macchina, come aspettasse sempre qualcuno. E' vero, dice subito lei, mio marito lavora al supermercato, così spesso vengo a prenderlo a fine turno. L'uomo annuisce, ma comprende che la donna stia inventando qualcosa per coprire la sua solitudine. Insieme prendono il caffè, parlano del più e del meno e poco dopo si salutano, stringendosi la mano. Domani tornerò qui, dice lui mentre sta andando via. La cercherò di nuovo: se fosse in zona magari potremmo prendere un altro caffè.


Bruno Magnolfi

giovedì 19 marzo 2015

Inevitabile digestione.


La vecchia è caduta sul marciapiede, proprio lì, davanti a tutti. Forse si è rotta le costole oppure un femore, non è molto chiaro. Tutti sono corsi da lei, hanno cercato di aiutarla, di rialzarla, di rendere meno pesante e dolorosa la sua situazione. Qualcuno ha detto che ci sono dappertutto sconnessioni dei piani stradali, altri hanno spiegato che per certe persone purtroppo ci vorrebbero dei perfetti biliardi per riuscire a non farle cadere. L’ambulanza ci ha impiegato un minuto di troppo ad intervenire; per altri invece è stata persino troppo solerte. La donna anziana si guarda attorno spaurita. La gente le parla, qualcuno le dice stia ferma, uno muova le mani, qualcun altro le spiega delle banalità che lei forse ascolta soltanto perché è stata sempre una donna cortese, oppure addirittura fa così solo perché spaventata.
La sistemano sulla barella, infine, la portano via, ma non si sa ancora cosa abbia davvero. Lei fa un segno veloce con una mano, gli inservienti si fermano un attimo, la lasciano guardarsi ancora attorno per un lungo momento: forse la vita della vecchia non sarà più la stessa da ora in avanti. Lei lo sa, ne ha coscienza, magari lo sanno anche due o tre persone intorno a quel piccolo assembramento che si è formato. Qualcuno dice che la sua vita ormai l’ha vissuta, altri annuiscono a quelle parole, ma soltanto perché non sanno proprio cos’altro pensare.
Forse non c'è neppure tutta questa fretta, dice un uomo vestito piuttosto male, noto in tutto il quartiere. L'ambulanza prosegue a stazionare accanto al marciapiede, creando con le luci girevoli quel senso di dramma urbano che in breve si sta consumando, per qualcuno forse un fatto del tutto ordinario, abituale, e per altri invece una situazione limite, naturalmente, quasi assurda. La vecchia piange, è disperata, alcuni dicono che qualcuno si preoccuperà senza alcun dubbio di avvertire i parenti di quanto successo, ma lei non sta affatto pensando quello; anzi, al contrario, non vorrebbe mai essere di peso a nessuno, né amici e né parenti, le dispiace persino per quei barellieri che stanno lì solo per lei, quei bei ragazzi che potrebbero fare chissà quali cose, invece di starsene attorno ad una donnetta senza futuro.
L'autista dell'ambulanza è nervoso: vorrebbe che tutto si svolgesse più in fretta: ha ansia di guidare veloce tra le macchine ed il traffico, con le luci e le sirene spiegate, per mostrare quanto la sua attività sia quasi superiore a tutte le altre. La vecchia improvvisamente dice che adesso non vuole andare da alcuna parte, ed al contrario vuol rimanere lì, e morire sul marciapiede, per non dare fastidio a nessuno. Pensa adesso alle lunghe giornate magari nel letto dell'ospedale, agli infermieri che continuano a girarla sui fianchi per evitarle le piaghe, al suo sentirsi sempre più oggetto, senza volontà, forse senz'anima, rannicchiata per forza nel proprio egoismo, e sorretta da quell’ultimo attaccamento alla vita, pur surrogata, certo, pur di altro ordine. Qualcuno lì attorno forse vorrebbe piangere con lei per qualcosa che crede di avere intuito, ma tutti in fondo hanno altro da fare, e alla fine alcuni se ne vanno un po’ alla spicciolata, anche se vengono immediatamente sostituiti da altri curiosi, da perdigiorno che volentieri si accostano, immancabilmente chiedendo qualcosa, spalancando gli occhi, indicando un punto, una cosa laggiù, forse la direzione che dovremmo tutti tenere, chissà verso dove.
Infine la vecchia è caricata, e pur lentamente l'ambulanza riparte: è stato inevitabile, pensano alcuni, mentre tutti gli altri se ne vanno via, ed ogni cosa torna ad essere com’è sempre stata. Ognuno adesso riprende la propria attività, i propri compiti, meno che lui, proprio l'uomo più strano, quello vestito piuttosto male che tutti conoscono; lui resta, rimane ancora qualche momento in quell’angolo, sul marciapiede, fermo esattamente dov’era prima, ma forse soltanto perché di fatto non ha proprio nient’altro da fare.


Bruno Magnolfi

domenica 8 marzo 2015

Nuove idee.

           

Oggi tutto è difficile. I ragazzi stanno seduti, qualcuno scomposto, e quasi non parlano mentre con le facce lunghe si mostrano annoiati, o fingono di essere stanchi, svogliati, senza neppure la forza di parlare di un argomento diverso dalle solite stupidaggini. Il barista scuote la testa quando getta un'occhiata verso di loro in quell'angolo della saletta, e prosegue a sistemare tazze e bicchieri.
Non c’è niente di male, si dice, nello starsene immobili cercando di non cambiare una virgola di quello che siamo. Lui sta insieme con gli altri, e in serate così vorrebbe quasi andarsene da quel solito posto, tanto gli sembra ottuso perdere tempo in questa maniera. Ma il senso di appartenenza a quel gruppo fa in modo che proprio in quell’esatto momento in cui il suo pensiero è così negativo, lui si alzi, si scuota, dica: dobbiamo assolutamente fare qualcosa, ragazzi.
Gli altri lo guardano, lo valutano, poi lentamente, quasi rispondendo al richiamo ma per una specie di inerzia, iniziano ad alzarsi dalle sedie di plastica. Fuori la serata non è niente di speciale, da un lato della strada ci sono tutte le luci accese del loro paese, e dall'altro soltanto la campagna aperta con qualche casa isolata. Accendono i motorini e gli scooters, fanno tra loro qualche battuta, poi tutti in gruppo si avviano e finiscono in piazza, la piazza principale di quell’agglomerato di case, con le panchine e qualche cespuglio dentro le aiuole, e dove a quell’ora della serata si incrociano soltanto alcuni anziani che generalmente non hanno niente da fare.
Dobbiamo trovare uno scopo che ci porti fuori da questa palude, fa lui. Ci sarà pure qualcosa che ci fa schifo, contro la quale scagliarsi con tutte le forze che abbiamo. Dobbiamo scovare l'elemento che ci renda degli attori, dei personaggi della commedia, invece di subire tutto in questo stupido modo. Alcuni ridono, qualcuno accenna di sì con la testa, ma nessuno sa neppure vagamente dove quei discorsi possono andare a parare. Poi uno dice che è la politica la cosa peggiore di tutte, e gli altri dicono subito che è vero, che è così, e mentre molti sembrano essere d'accordo, lui dice soltanto che quello che devono fare adesso è inventarsi una semplice corrente d'opinione che faccia diventare vecchio e sorpassato quasi tutto il resto.
Si trova carta e matita, e si incomincia a scrivere e progettare cosa sia meglio fare nell’immediato. Una manifestazione, ecco quel che ci vuole, dice qualcuno. Scuotere questo paese senza spina dorsale, inventarsi una nuova bandiera, uno slogan, un ideale a cui andare dietro. Un paio di ragazzi si fa venire qualche altra idea, alcuni poi aggiungono qualcosa, e la data sembra già fissata: tutti in quel giorno deciso dovranno semplicemente sfilare lungo quella strada gridando qualcosa, si dice; qualcosa di forte, di estremamente spiazzante, che lasci di stucco anche chi, per evidente disinteresse, persino in un’occasione del genere non ha saputo far altro che restarsene a casa propria.
E’ il sindaco che fa schifo, dice lui, e gli altri scuotono la testa in segno di approvazione. Dobbiamo costringerlo alle dimissioni, la nostra manifestazione sarà contro di lui. Si cercano le parole giuste, le frasi più adatte, si pensa agli striscioni da approntare, le idee da gridare in un coro. Si annota tutto ciò che viene detto: qualsiasi idea nei giorni seguenti dovrà essere valutata con attenzione, ed intanto i ragazzi sembrano come elettrizzati, sono sicuri che in futuro potranno tenere in pugno le cose, dare una svolta decisa anche alla vita monotona della provincia.
Infine finiscono le loro birre e poi se ne vanno, ognuno a casa propria. L’appuntamento è per il giorno seguente: serviranno altre idee, e anche sostegno, condivisione, accordi con tutti. Lui è soddisfatto: qualcosa si sta muovendo qua attorno, pensa; in fondo non ci voleva poi molto.

Bruno Magnolfi


martedì 3 marzo 2015

Prime donne.



L’uomo pare quasi non abbia alcuna fretta mentre attraversa la strada; forse, con il suo sguardo apparentemente indifferente, sembra quasi riconoscersi in un passante qualsiasi, ma questo avviene soltanto per un attimo, perché immediatamente dopo lui riprende la sua normale consapevolezza, quella di essere, come è quasi sempre stato, un personaggio principale. Si accosta ad un portone, cerca il nome giusto sopra le targhette, sta forse per suonare un campanello, ma da dietro lo raggiunge una donna, elegante, sorridente, ed ecco che insieme salgono subito dopo sopra ad un taxi che si è appena accostato al marciapiede.
Non preoccuparti, dice lei, ogni cosa si aggiusterà; sarà sufficiente spiegare a tutti con chiarezza i nostri veri intenti, i nostri comportamenti, e giurare che siamo soltanto dei buoni amici, e nient'altro. L'uomo annuisce mentre detta l'indirizzo all'autista del mezzo pubblico. Quindi partono, e la scena si offusca. Un’ora prima l’uomo le aveva telefonato. Mi stanno ricattando, le aveva detto, e lei aveva fissato immediatamente quell’incontro allo scopo di prendere delle importanti decisioni.
Il giorno precedente qualcuno, tramite un messaggio, aveva fatto sapere all’uomo che non avrebbe dovuto mai accettare la parte che gli avevano proposto in quella commedia. Altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la sua tranquillità attuale, e addirittura il suo futuro. Lei non era stata citata, ma era abbastanza evidente quel riferimento. Recarsi negli uffici della polizia era probabilmente l’unica cosa giusta da fare, aveva pensato lui, ma tutto questo avrebbe gettato comunque un’ombra inquietante sul suo nome e quindi sulla sua carriera.
Per quanto avesse trascorso l’intera serata a domandarsi chi poteva mai esserci dietro quella vicenda, non era riuscito a trovare un solo elemento di chiarezza. Soprattutto gli pareva quasi impossibile che potesse essere davvero l'invidia il vero movente di quell'operazione, considerato soprattutto che gli era sembrato del tutto naturale scartare ogni altra possibilità.
Il regista al telefono si era mostrato poco comprensivo e assolutamente recalcitrante nei confronti di una sua eventuale sostituzione, ed a lui in quell’attimo erano tornati a mente i suoi inizi di carriera, quando per una qualsiasi particina in un lavoro minore, sarebbe stato disposto a fare praticamente qualsiasi cosa. Si era preso del tempo, certo, come si fa in questi casi, ma in capo a due giorni avrebbe comunque dovuto dare una risposta definitiva riguardante la sua partecipazione o meno a quell’importante lavoro teatrale.
Al tassista aveva detto a un certo punto di fermarsi, aveva pagato frettolosamente la corsa, ed era sceso dall’auto insieme alla donna. Si erano rifugiati dentro un caffè lì vicino, ma l’uomo, tornato da solo fuori dal bar, aveva telefonato nervosamente dal marciapiede alla propria moglie. Le aveva detto che qualcuno presumeva una sua relazione con una donna, ma non c’era niente di vero. Lei, dopo una pausa, aveva risposto che gli credeva, e che non sarebbe stato certo uno squilibrato con una sospetta intraprendenza di stupida rivalità ad influire sulla loro vita coniugale.
Così lui era tornato dentro al locale, aveva preso un caffè frettoloso con la donna rimasta al tavolino ad attenderlo, poi era uscito di nuovo con lei. Avevano camminato a piedi per tutto quel tratto di strada, quasi in silenzio. Poi lui di colpo aveva detto soltanto che ormai si era deciso, avrebbe confermato la sua partecipazione a quella commedia come attore principale, affrontando con fermezza ciò che ne sarebbe potuto conseguire. Ti amo, aveva risposto lei quasi d'istinto, anche se tutto ciò suonava adesso quasi come una sciocca ironia.


Bruno Magnolfi

mercoledì 25 febbraio 2015

Utili consapevolezze.

            

Lei è qui, proprio in questo momento, dice all'amico. L'altro fuma in silenzio, seduto davanti alla finestra leggermente aperta, come immerso nei propri pensieri. Non l’ho ancora vista, certo, però avverto la sua presenza, e sono sicuro che non può essere lontana. L’altro lo guarda, annuisce quasi senza interesse, poi si alza, dice che adesso purtroppo deve proprio andarsene. Va bene, dice lui, ti ringrazio comunque di essere venuto fino qui. Si stringono la mano, l’altro esce sul lungo corridoio dell'ospedale, e quasi di fretta sparisce dietro qualche camice bianco.
Un infermiere della clinica psichiatrica scambia appena un'occhiata con l'uomo che se ne sta andando, poi si avvicina immediatamente al paziente ormai rimasto solo, e gli chiede se per caso voglia essere aiutato a rimettersi nel letto. Lui fa cenno di no, per ora sta bene così, vuole rimanere in piedi  ancora per un po’ di tempo, spiega. Sto aspettando una persona, aggiunge con voce piuttosto convincente. L’infermiere lo guarda, e dopo un attimo gli chiede se sia davvero certo che questa persona stesse per giungere proprio in quell’esatto momento, e non il giorno seguente, magari. Si, certo, fa lui, non ne parlerei se non ne fossi più che sicuro. Ma per caso, insiste l’altro, non è la medesima persona che doveva giungere anche ieri, e persino il giorno prima? Ha avuto delle semplici difficoltà, fa lui; può capitare a chiunque una cosa del genere, ma adesso sono più che convinto che quella persona stia proprio sul punto di arrivare.
L'infermiere si allontana di qualche passo, ma resta in attesa, di fatto senza mai perdere d’occhio il paziente. Poi, dopo qualche minuto, dal corridoio si avverte un suono elettronico che indica il termine dell'orario ammesso per le visite esterne. Lui non cambia espressione, prosegue a restare in piedi, immobile, appoggiato ancora al medesimo muro, e l'infermiere torna ad avvicinarsi. Potremo farcene un giretto insieme, gli dice, magari lungo il corridoio, tanto per parlare. Lui lo osserva, sembra però come perplesso. Vede, è mia moglie quella che attendo, gli spiega. L’infermiere sa benissimo che quell'uomo che ha di fronte non è neppure sposato, però non ribatte niente, ed in compenso con un sorriso lo prende sotto braccio, incoraggiandolo a camminare assieme a lui.
E com’è questa moglie, gli chiede subito con un certo interesse. Lui prende tempo, poi risponde semplicemente spiegando che si tratta di una donna dal carattere piuttosto riservato, una però che riesce a comprenderlo perfettamente, anche senza necessità di insistere nel fargli delle domande. Il silenzio in certi casi è sempre un elemento da privilegiare, dice l'infermiere a prosecuzione di quel ragionamento. Esatto, fa lui. Ma allora forse è proprio per questo che lei in questi giorni non si è mai fatta vedere. Probabilmente le basta dare il senso pur vago della sua presenza, il resto poi, ha un'importanza relativa.
Lui si ferma, guarda l'infermiere con insistenza, poi dice: è esattamente così, non importa che mia moglie sia qui adesso, concretamente, per mostrare quanto tenga a me, in quanto io so già benissimo che per lei farmi una visita è proprio il primo tra tutti i suoi pensieri. Io so che è così, e sapere questo, per tutt'e due, è già più che sufficiente. Giungono in fondo al corridoio, si voltano per tornare indietro, e né l'infermiere né il paziente, dopo tutto questo, sembra proprio che abbiano da aggiungere dell’altro.
Si accosta sorridendo la dottoressa, e si rivolge subito all'ammalato. Spiega in poche parole come una signora, durante il pomeriggio, si sia fermata in portineria chiedendo proprio di lui, del paziente della stanza Q, e che forse non sarà niente di importante, lei certo non lo sa, ma in ogni caso quella donna sembrava fosse molto contenta di sapere che lui in quel periodo si sentiva già meglio, molto meglio, e che probabilmente tra non molto sarebbe stato addirittura in condizioni di lasciare l’ospedale.
Lui resta in silenzio, abbassa gli occhi senza cambiare espressione; poi dice: adesso se vuole mi può aiutare a coricarmi, riferito all’infermiere. E stasera credo che non avrò neppure bisogno di far storie per l’iniezione del tranquillante.


Bruno Magnolfi

venerdì 20 febbraio 2015

Mille diverse possibilità.

            

Sto chiuso nello scafandro, limitandomi, attraverso la feritoia per gli occhi, ad osservare qualcosa della realtà che si muove all’esterno. Non uscirò certo da qui troppo alla svelta, la protezione che in questo modo mi sono guadagnato è tale da lasciarmi perfettamente a mio agio. Certo, lo scafandro è in buona parte costituito di metallo, limita moltissimo qualsiasi movimento, ma si tratta di scegliere ciò che si desidera di più, ed a me adesso non va certo di cambiare condizione. Da qui vedo come siano in molti a sbracciarsi per cercare un luogo di visibilità, alcuni poi anche per farsi largo in mezzo a tutti gli altri, ed altri ancora che invece tentano in qualsiasi modo di raggiungere una qualsiasi pedana da cui arringare a tutto spiano chi si trovi nelle vicinanze.
Così pensa lui, mentre trascina la propria esistenza all'interno delle proprie idee, modificando astutamente solo le parti più indolore e quelle di minore importanza. Dalla feritoia che gli lascia debolmente adocchiare la realtà, non può certo sbirciare molte cose, però quanto non riesce proprio a vedere se lo immagina, lo costruisce mentalmente, prendendo in questo modo degli abbagli clamorosi, che continuano inevitabilmente a portarlo ancora fuori strada.
Sto rannicchiato, e so per certo che nessuno mi verrà mai a cercare, anche se la protezione che mi sono guadagnato è tale che in pratica non ho quasi più paura di niente. Questo è il grande privilegio che mi sono costruito: aver messo una distanza, un diaframma tra me e tutto il resto, un elemento che mi lascia in questo modo quasi intoccabile, ma tramite il quale allo stesso tempo conservo una posizione di estremo vantaggio, che mi permette peraltro di rendermi conto, in qualsiasi momento, di tutte le cose da cui mi trovo circondato. Gli altri stanno là fuori, quasi rinsecchiti nel loro cercare spazi e idee; io sto qui dentro, ben appagato.
Così il suo modo di essere; ma se qualcuno sfiora leggermente la sua postazione, se viene messa in dubbio la sua capacità di persona che conosce bene ciò che è giustificabile e corretto, ecco che lui chiude ogni spiraglio, rifugiandosi persino nell'assenza completa e nell'oblio. La sua idea sembra sempre sopra tutto, come se non ci potesse essere neppure una differente maniera di confronto.
Sto immaginando le loro facce, le loro stupide espressioni. Non importa ciò che troveranno da dire, o se mai verranno davvero a ricercarmi. La mia funzione è questa, non potrebbe essere diversa. Il mio pensiero si staglia dappertutto, la mia idea di fondo, anche se non verrà compresa mai, resta comunque quella data dal mio stato e dal mio punto d’osservazione.
Così concede un'altra occhiata, forse l'ultima, dalla feritoia. Ma qualcuno intanto si è avvicinato al suo scafandro, qualcuno si è incuriosito di quel suo punto di vista. Si sorride, immaginandolo rinchiuso dentro quella gabbia, si torna ad osservare l'assurdo marchingegno, ma poi si inizia anche a parlargli, a dire a lui cose senza impegno, parole che poco per volta attraversano il pertugio, ed arrivano là dentro, a lui che è ancora lì, ben vigile, oltremodo attento.
Sto male; qualcuno è rimasto indifferente alla mia perfetta protezione. Qualcuno si sente in dovere di parlarmi, di raggiungermi, di raccontarmi qualcosa che fino adesso non immaginavo, neppure conoscevo. Non avevo neanche preso in considerazione questa remota eventualità, ma certo che oramai è chiaro, d'ora in avanti dovrò rielaborare ogni mia scelta.
Così piacevole tutto ciò che scorre libero, così meraviglioso aprirsi alla realtà, queste le parole che vengono fatte continuamente giungere dentro lo scafandro. Rinuncerà anche lui, si dice dappertutto, ed alla fine sarà proprio uno come tutti.


Bruno Magnolfi

domenica 15 febbraio 2015

Fastidio sparito.

            

            Sta ancora lì, adesso; è rimasto fermo persino quando qualcuno di noi gli ha gridato in malo modo di andarsene, e che tutta la gente che abita qui non lo voleva più in mezzo ai piedi. Chissà cosa gli passa per la testa, povero disgraziato. Ha una casa, da qualche parte, sicuramente anche qualche soldo che gli permette di tirare avanti. Eppure viene qui ogni giorno, e sembra non voler andarsene mai. Nessuno comprende il motivo del suo comportamento, ma il fastidio che crea è grande, lo sanno tutti. Lui non parla, non ti guarda nemmeno, sembra quasi non ascoltarti se tenti di dirgli qualcosa. Invece è furbo, lo si capisce subito.
Nel quartiere ci conosciamo tutti, e poi, che c'entra, ognuno ha le sue amicizie e le proprie simpatie. Ma contro quel vecchio siamo tutti d'accordo. Perché la sua presenza rovina il clima che abbiamo sempre avuto qua. Crea nervosismi, svogliatezza, senso di impotenza. Il suo aspetto risulta a dir poco sgradevole, ed è anche certo che ad andargli più vicino si scoprirebbe che il suo corpo emana un tanfo insopportabile. Il problema più grosso è che con l'andare del tempo si possa far l'abitudine alla sua presenza, e neppure ci si faccia più caso.
Bisognerebbe probabilmente intervenisse qualcuna delle nostre autorità, ma figuriamoci, quelli non si sporcano certo le mani con queste sciocchezze. Intanto lui si piazza lì ogni mattina e fino a quando è sera quasi non si muove. Qualcuno la settimana scorsa aveva trovato un bel secchio di sassi, materiale da costruzione, niente di particolarmente pesante. Così, in due o tre di noi, avevamo quasi deciso di fargli una bella grandinata tutt'attorno, soprattutto per impaurirlo un po’, ma poi sul più bello un paio non se la sono più sentita, e così abbiamo desistito tutti quanti. Perché una cosa è certa, o siamo tutti uniti oppure non si fa un bel niente.
In ogni caso una soluzione va trovata. Ma intanto passano i giorni e lui è sempre lì, come se potesse permettersi di fare quello che gli pare. Una donna poi lo ha avvicinato, gli ha chiesto qualcosa di preciso, e lui ha bofonchiato di certi suoi ricordi di quando era ragazzo. Ci siamo tutti incuriositi, abbiamo chiesto in giro se qualcuno dei più anziani si ricordava di quell’uomo, ma nessuno ne sapeva niente. Così la stessa donna lo ha avvicinato nuovamente, e con una scusa gli ha chiesto almeno di confidarle qualcosa con maggiore precisione.
Lui si è voltato con gli occhi attenti, l’ha osservata un po’ senza nemmeno una parola, e infine le ha detto soltanto: conoscevo una ragazza, una che abitava qui. Sono sicuro che prima o dopo la potrò incontrare nuovamente. Di tutto questo a noi è parsa solo una scusa bell’e buona. Nessuno fa passare cinquant’anni per venire a ricercare una persona che abbiamo perso di vista e della quale non ci si ricorda più neppure il nome. Così ci siamo innervositi, gli abbiamo teso un agguato e poi rovesciato sulla testa un secchio pieno d’acqua. Lui allora se n’è andato, bagnato come uno scemo quale era, mentre noi ridevamo e si diceva che era un matto e basta. Invece qualche giorno dopo, a furia di domande,  si è scoperto che la sua storia era proprio vera, anche se la ragazza di una volta, quella che cercava lui, era ormai morta, e già da qualche anno. Ci è dispiaciuto, e forse a questo punto avremmo voluto addirittura farglielo presente, e poi indicargli il nome di lei, ed anche la tomba dove magari potersi recare a portare qualche fiore; purtroppo però quel vecchio adesso è come sparito di circolazione, ed anche se noi continuiamo ad aspettarlo, stanno trascorrendo giorni e settimane, ma da quel momento lui non si è più fatto vedere. Forse per lui non era poi una cosa troppo importante.


Bruno Magnolfi