lunedì 18 giugno 2018

Conquista raggiunta.




La chiamano a voce alta anche per diverse volte durante questi pomeriggi di sole mentre se ne sta in solitudine da una parte, non tanto perché vorrebbero averla insieme con loro, visto che lei non dice quasi una parola e non è certo una persona di grande compagnia, quanto perché desidererebbero tutti che la smettesse di giocare sempre con l’acqua come certe volte continua a fare per ore ed ore in queste lunghe giornate d’inedia. Carla va fino alla fontanina in pietra in fondo all’ ampio cortile tutte le volte in cui ne sente la voglia, appoggia a terra con attenzione le due o tre bottiglie di plastica che porta spesso con sé, e poi con metodo inizia a riempirle, lentamente, senza versare mai neppure una goccia di quell’acqua fresca e limpida che scorre piacevolmente dal rubinetto. Poi travasa il liquido da una bottiglia all’altra, come fosse quello un elemento estremamente prezioso, e prosegue a fare tutte queste operazioni fino a quando qualcuno non riesce a convincerla in qualche modo a smettere.
Sono i quantitativi quelli che contano, la capacità di ogni recipiente di tenere dentro di sé più o meno liquido, e questo con certezza non è un dato scontato, ma varia indipendentemente dalla forma esterna che hanno fatto assumere all’involucro dentro la fabbrica dove è stato generato. Sono queste in fondo le scoperte più importanti che si possono fare quando si sperimentano cose di questo genere, proprio perché alla fine l’elemento essenziale che ci porta tutti un passo avanti è esattamente la coscienza con cui si affrontano le vicende reali che ci capitano, con il loro vuoto, oppure il pieno, sia di senso che di significato.
Poi Carla si scuote, raggiunge le altre donne della sezione femminile di cui fa parte, e si mette in un angolo forse a meditare le nuove scoperte che è riuscita ultimamente a mettere davvero insieme. Qualcuna la guarda con intensità e magari sorride alle altre, mostrando quell’incomprensione che lei però conosce benissimo e che riesce a sopportare senza alcuno sforzo, gettandosi attorno tutta quell’indifferenza che da sempre prova per chi non sa comprendere neppure i rudimenti della sua fondamentale scienza. Infine Carla si siede, da sola, senza chiedere alle altre alcuna attenzione per se stessa, ed è allora che una o due tra tutte si avvicinano a lei pur senza rivolgerle mai delle domande in forma diretta.
Sono soddisfatta, fa Carla a un certo punto; i miei esperimenti hanno mostrato in questi ultimi tempi che ci sono delle verità che purtroppo non conosco proprio per niente. Cose di cui non ho neppure sentito mai parlare; ma questo fatto per me è senz’altro positivo: significa che con la curiosità e l’applicazione che riesco ad impiegare posso facilmente scoprire addirittura anche dentro di me tutte quelle cose che non avrei mai creduto ci potessero davvero essere. Perciò mi sento pronta a lasciare per strada tutto ciò che adesso mi appare soltanto una zavorra, e sostituire il vuoto che viene a formarsi in questo modo con nuove idee e con nuove esperienze. Presto sarò del tutto rinnovata dice con compiacimento, e questa raggiunta fase sarà del tutto una mia importantissima conquista.


Bruno Magnolfi

giovedì 14 giugno 2018

Sbagli clamorosi.



Stanno tutti fermi nel momento in cui li guardi, ma appena sono sicuri di non essere osservati, ecco che iniziano a girarsi, a parlare tra di loro, a ridere e scambiarsi segnali di condivisione. Allora cerchi di ignorarli, di fingere che neppure siano qui, proprio da queste parti dietro di te, e che le cose di cui parlano risultino soltanto il frutto di superficialità e di semplice egoismo. In certi casi, sempre volgendo loro le spalle, ti soffermi ad ascoltare quei loro discorsi, e spesso ti pare persino impossibile che dicano davvero cose di quel genere.
Non ha alcuna importanza rifletti, sono soltanto costituiti di quel nulla che in un brutto giorno li ha voluti chissà come generare, e forse loro stessi prima o dopo si renderanno conto in maniera autonoma che i loro argomenti, con quanto pretendono di essere migliori di qualsiasi altra conclusione, non faranno altro che portare tutto quanto verso qualcosa che sarà peggiore di qualsiasi già nefasta previsione.
Poi però ti chiamano, mentre già ti eri quasi disinteressato dei loro comportamenti, e allora ti volti manifestando una certa sorpresa, ed ecco che quelli ti chiedono subito se vuoi provare a stare assieme a loro. Naturalmente fai cenno di no con la tua mano, come se avessi ben altro di cui occuparti in questo preciso momento, e per dimostrazione di questo pensiero ti allontani subito come se non avessi niente a che fare con gente di quel tipo, o forse per evitare ulteriori richieste da parte loro. Però inizi a pensare all’offerta che ti è stata fatta, e riflettendola meglio non ti sembra più così completamente assurda com’era sembrata inizialmente.
Così torni sui tuoi passi, ti fermi, loro sembrano ancora immobili, in attesa, però ti pare che sulle loro facce si sia formato un lievissimo sorriso. Ti guardi attorno, non trovi niente di anormale in tutto ciò che ti circonda, così vai a sederti su di una seggiolina del caffè all’aperto dove stanno tutti, mentre gli altri non sembrano neppure meravigliarsi troppo del tuo arrivo. Per il momento non hai voglia di parlare con nessuno, sia ben chiaro, però sai bene che ti verrà domandato qualcosa tra pochissimi momenti, perciò dovrai rispondere e spiegarti, ma sempre che tu ne abbia davvero voglia, ed insieme alle tue parole forse scivolerà via quella diffidenza che hai sempre avuto verso coloro che per tutto questo tempo hai considerato degli estranei.
Ti parleranno probabilmente di cose semplici, quasi di ovvietà, ma lo faranno giusto per instaurare un primo collegamento tra quelli che tu consideri due mondi differenti. Ed invece no, ecco che ti offrono qualcosa da bere, ti dicono che se non ti va puoi andartene in qualsiasi momento, ma se rimani lo fai soltanto per una tua precisa volontà, perché nessuno di loro ti trattiene. Come ti chiami, chiedono poi sommessamente, e tu lo dici, ed aggiungi subito qualcosa che sa di personale, esattamente come il tuo nome, e loro ascoltano, lasciano che tu spieghi i tuoi argomenti, tu dica quello per cui provi qualche necessità, ciò che ti sembra di poter estrapolare tra i tuoi pensieri in questo momento esatto, insieme a tutto quello che hai sempre considerato come una semplice profonda verità. Quando infine te ne vai saluti tutti: sono come me, pensi già meravigliandoti degli stessi tuoi pensieri; soltanto non sanno di sbagliare.


Bruno Magnolfi



lunedì 4 giugno 2018

Futuro impossibile.



In giornate come questa vorrei fermarmi, dice con voce pacata l’uomo a sua moglie. Non essere stupido, fa lei, non ce lo possiamo certo permettere. Non dicevo questo, cerca di spiegarsi meglio lui, è solo che d’improvviso mi sembra quasi tutto inutile, un’assurda e continua corsa in avanti senza alcun significato e nessuno scopo da raggiungere. Va bene, fa lei, hai prodotto anche oggi il tuo solito ed inevitabile grido di dolore, adesso però torna con i piedi per terra e deciditi a fare quello che devi.
Il marito prende la giacca, saluta, esce di casa, cammina lentamente fino alla fermata del bus, poi si siede presso la panchina sotto una tettoia di plexiglas ed infine resta lì, come non avesse alcuna decisione da prendere. Quando transita il primo mezzo pubblico lui sale con indifferenza insieme agli altri che gli stanno accanto, anche se questa evidentemente non è la sua linea, ed una volta a bordo si sistema in piedi accanto ad un finestrino, tanto per guardare fuori le facciate delle case che se ne fuggono per conto proprio. Scorrono così davanti ai suoi occhi anche parecchie fermate dove la gente variegata scende e sale, infine l’autobus affronta alcune strade periferiche dove si notano con evidenza degli spiazzi d’erba incolta tra le case, ed anche qualche piccolo canneto spontaneo al bordo di certi piccoli fossati di acqua ferma lasciati perlopiù al loro destino.
L'uomo scende ad un certo punto, anche se non sa con precisione neppure dove si stia trovando, perché in fondo non gli importa molto sapere di essere in un posto preciso, gli basta come di perdersi in un luogo qualsiasi, e di affrontare qualcosa che non vuole neppure immaginare in questo momento. Cammina per un po’ da quelle parti, osserva le poche cose degne di nota di quel quartiere, infine incontra un ragazzo che lo guarda con curiosità, come fosse un alieno caduto sulla terra non per propria decisione. Infine lui si ferma, immagina di osservarsi da un punto distante da  sé, come se tutto fosse una specie di disegno panoramico in cui rimane immobile un semplice uomo piccolo che non riesce neppure ad uscire del tutto dall’immagine, limitandosi a scorrere soltanto lungo i bordi, e cercando dentro di sé la soluzione dell’enigma in cui si sente immerso. Poi torna sui suoi passi, ritrova la fermata dell’autobus e percorre a ritroso quasi senza pensarci tutta la strada.
Più tardi sua moglie gli chiede cosa mai gli sia successo in tutto il giorno, ma l’uomo non le sa spiegare niente, e l’unica cosa che riesce a dirle è che c’era un ragazzo davanti a lui, forse abbandonato a se stesso, da qualche parte lungo una strada qualsiasi, ed a lui è sembrato all’improvviso che tutto potesse essere soltanto in quel modo, senza più nient’altro a cui potersi riferire, nessun tema forte che guidasse il suo cammino, nessuna persona vera a cui credere ancora per sapere cosa fosse meglio per il futuro di tutti quanti.


Bruno Magnolfi



mercoledì 30 maggio 2018

Superamento di tutto



Lei adesso siede al suo tavolo cercando di conservare una certa tranquillità, ed almeno in apparenza sembra non avere al momento dei grandi pensieri dentro la testa, anche se tra qualche minuto dovrà per forza rimettersi in moto per le cose ordinarie di cui deve assolutamente occuparsi, ed affrontare tutti quei piccoli problemi che oramai costituiscono la maggior parte di tutto il suo tempo. Suo figlio alla fine si è addormentato nel proprio lettino dopo la giornata trascorsa come sempre nella scuola materna. A volte il bambino sembra nervoso, dice di avere male alla testa, in qualche caso si comporta con gli altri compagni in maniera leggermente aggressiva, così le hanno spiegato in fretta le sue maestre quando è andato a prenderlo la scorsa settimana. Il pediatra non ha poi dato molta importanza alla cosa, ma lei si, anche se adesso vorrebbe proprio non avere anche questa preoccupazione.
Deve controllarsi al massimo, questo è il punto, ed almeno in casa riuscire a non dare mai alcuna possibilità al suo bambino di respirare un’atmosfera tesa, nervosa, priva di quella calma fondamentale alla sua crescita sana, e che in questo momento soprattutto deve avvenire in maniera il più possibile naturale, senza alcuno strappo possibile. Che suo padre se ne sia andato da qualche tempo sembra adesso un dettaglio quasi lasciato alle spalle, ma se fino a poco fa lei credeva di essere riuscita a tenere assolutamente sotto controllo anche questo, negli ultimi giorni non le sembra più un elemento di cui essere così tanto sicura.
Poi c’è il suo lavoro, e con tutti i permessi che ha dovuto prendere ultimamente per stare proprio dietro a suo figlio, non sa spiegarsi neppure lei come i dirigenti della sua azienda riescono ancora a conservarla al suo posto. Continua a ripetersi come per convincersi che le cose uno di questi giorni miglioreranno, e che tutto andrà bene, che ci sarà dietro l’angolo una notizia positiva anche per lei. Perché deve tenere alto il morale, guardare in avanti, cercare di cogliere tutti gli aspetti migliori che ogni giornata le può presentare, e poi posare sempre i piedi per terra, farsi aiutare da tutti coloro che le ruotano intorno, essere sempre cortese con le poche amiche rimaste, con i colleghi sul posto di lavoro, con la sua vicina di casa che a volte le tiene anche il bambino, quando lei magari deve uscire anche solo per comperare qualcosa.
Non è facile, lei lo sa bene, ed è consapevole di tutto, perciò si alza improvvisamente da quel tavolo, va ad osservare ancora una volta suo figlio che in questo momento sembra proprio tranquillo, che crescerà bene nonostante tutte le difficoltà, lei ne è più che sicura, e che non ricorderà mai l’apprensione sprecata dalla sua mamma durante questi suoi anni d’infanzia. Vorrebbe quasi con un colpo di spugna allontanare da sé ogni brutto pensiero, tutte le preoccupazioni che spesso sembrano attanagliarla, il senso di disperazione che a volte la prende, ma non sempre riesce a mostrare al bambino quella serenità che lei vorrebbe e che sente utile, necessaria, quasi un ingrediente fondamentale per tutti questi giorni difficili.
Poi lui però si sveglia, si guarda attorno come fa sempre, muove la manine per cercare l’appiglio di cui forse sente profonda necessità; così lei lo prende, lo stringe a sé come la cosa più preziosa che ha, ed il bambino sorride: va tutto bene, è tutto già superato.


Bruno Magnolfi



lunedì 28 maggio 2018

Senso del ridicolo.



Siamo noi, spesse volte, ad indicare la via giusta a tutti quanti. Ed anche se in certe occasioni si sente ridere qualcuno in modo platealmente denigratorio dentro al buio della sala, ciò non comporta da parte nostra alcun cambiamento di rotta, visto che noi siamo sicuri di quello che è meglio fare per il bene della nostra gente. Mandiamo avanti le cose come sempre si è fatto, produciamo idee e riflessioni che onorano qualsiasi tipo di causa giusta e condivisibile, e ad ogni serata siamo sicuri di rendere più fluido e piacevole il nostro spettacolo, tanto che in molti si accostano ogni volta a quel gruppo corposo composto dei nostri sostenitori.
Siamo noi a guardarci attorno per trovare la giusta ispirazione ogni volta che la realtà sembra bloccata, e non ci vuole molto per mostrare quelli che sono i nostri principi fondamentali, sempre dettati dal buon senso e dall’equilibrio. Ci muoviamo sempre in mezzo a molte complicazioni, e spesso ci troviamo costretti semplicemente ad ignorare le critiche aspre che ci vengono rivolte, ma abbiamo la sicurezza che alla fine tutti resteranno soddisfatti del nostro impegno, e sappiamo che prima o dopo non ci sarà più alcun bisogno di trovare delle scuse per giustificare ancora una volta una scarsa affluenza di pubblico ai nostri spettacoli.
Siamo noi che stiamo coi piedi sopra a questo palcoscenico, e se le luci riescono ad illuminarci a dovere, mostriamo volentieri la faccia a tutto questo pubblico, perché non abbiamo niente da nascondere, oltre al nostro muoverci qua sopra con i tempi e con le espressioni che la tradizione dello spettacolo ci ha da sempre permesso di utilizzare.  Ci sentiamo bene, a nostro agio, apprezzati e sostenuti da tutti coloro che ci hanno seguito fino adesso, gridandoci certe volte dei consigli e mostrando il loro disaccordo quando qualcosa nelle nostre scelte non è del tutto andato per il verso giusto.
Siamo noi a far vedere alla platea di che pasta siamo fatti, e non hanno alcuna importanza i sacrifici a cui abbiamo dovuto sottoporci, le ristrettezze a cui ci siamo arresi, il duro lavoro che da sempre ci ha comportato questa preparazione ad uno spettacolo come quello nostro. Ci impegniamo a fondo tutti quanti, cerchiamo sempre il massimo, a cominciare dalle prove, e stiamo sempre estremamente concentrati fino a quando siamo del tutto sicuri che niente di quello che verrà sarà lasciato al caso.
Siamo noi, fin dagli inizi, coloro i quali riusciranno a mostrare qualcosa di notevole, e non ha alcuna importanza se tra tutti quanti quegli spettatori che restano immersi dentro la sala buia, ce ne sarà qualcuno che avrà avuto da ridire, e che uscirà da qua dicendo ad altri che lo spettacolo ha lasciato molto a desiderare o che magari a lui non è piaciuto affatto; non importa, penseremo, in fondo tutto il mondo è composto da opinioni, e sarà bene rispettare anche quelle che non ci sono favorevoli. Saremo stati noi comunque ad essere quelli che si sono messi in gioco per tutto il tempo, ed alla fine se anche avremo superato il senso del ridicolo, forse era proprio anche così che si doveva fare.  
           

            Bruno Magnolfi



mercoledì 23 maggio 2018

Strade diverse.



Il primo appare stanco, forse svogliato, e trascina leggermente una gamba quasi come se quella autonomamente si rifiutasse di muoversi. Guardandolo con attenzione si vede che il suo è un atteggiamento annoiato, di chi forse farebbe qualsiasi cosa pur di ritrovare un briciolo di quell’entusiasmo che ha di fatto perduto, ma in mancanza di questo non è proprio disposto a preoccuparsi di nulla. Gli altri, chi più chi meno, somigliano a lui in questi suoi atteggiamenti,  anche se a ben guardare si notano delle sottili differenze. Tutto il gruppo nel suo insieme sembra composto da individui tranquilli, soggetti che forse non farebbero del male a una mosca, ma si tratta di trovare come sempre la giusta occasione per vedere come in realtà potrebbero davvero comportarsi.
La prima avvisaglia di una situazione sfuggente si ha quando tutti si fermano in una stradina come per scambiarsi delle opinioni su qualcosa. Qualcuno di loro alza la voce, ma soltanto per dare maggiore importanza a quanto vuol dire, e dopo pochi secondi si apre qualche finestra dai silenziosi caseggiati vicini. Alcuni condomini si limitano semplicemente ad osservarli, invece qualcuno tra questi dice qualcosa per farsi sentire da quel gruppo di perdigiorno, ed altri due o tre si danno appuntamento al portone, tanto per farsi riconoscere come gente che non ha certo paura di qualche stupido vagabondo.
Il gruppo in strada si muove con indolenza, percorre la piccola via normalmente deserta con la medesima lentezza di prima, e quando arriva all’incrocio avverte il richiamo di qualche soggetto che si è spinto fino ad arrivare alle loro spalle, ed adesso senza problemi osserva gli altri quasi con espressione di sfida. Il primo fa cenno a tutti di proseguire senza fermarsi, conservando il suo atteggiamento distaccato e menefreghista, ma qualcuno del gruppo si volta quasi per fronteggiare il gruppo dei nuovi arrivati.
I primi cazzotti arrivano subito, qualcuno tira anche qualche pedata, ma in tutto questo non sembra ci sia la volontà da parte di nessuno di farsi del male. Uno cade a terra ma soltanto perché è scivolato, ed un altro si mette a correre per distogliere l’attenzione di tutti, ma infine si sente nell’aria un po’ chiusa dalle facciate di quelle case, un colpo secco di arma da fuoco.
Ognuno si immobilizza, si osservano reciprocamente le mani di tutti, ma nessuno sembra abbia niente a che fare con quello sparo inquietante, sempre che invece non sia stato un semplice petardo lanciato da una finestra per l’iniziativa di un buontempone. Ognuno riprende lentamente ad occuparsi dei propri interessi, quello che era malamente caduto si rialza in fretta e riguadagna l’appartenenza al suo gruppo, i residenti di quella via tornano verso le proprie abitazioni. Ma proprio in questo momento un nuovo sparo sembra trafiggere l’aria, ed uno del gruppo lancia un urlo reggendosi un braccio. E’ stato colpito, dicono gli altri, così in un momento si disperdono tutti andandosi a rannicchiare nei luoghi più nascosti che trovano attorno. Frettolosamente si nascondono ognuno in un luogo diverso, e sentendosi ancora un po’ sotto tiro ciascuno di loro cerca soltanto di salvare la propria pelle, fino a quando il ferito semplicemente chiarisce che nel brusco movimento fatto per la paura del colpo un muscolo gli ha provocato un crampo ad un braccio, dolorosissimo. Si scopre in questo modo che gli spari erano davvero petardi, e quando qualcuno inizia a ridere di tutta questa situazione creatasi, gli altri subito lo seguono, iniziando ad andarsene con una certa cautela e  poco alla volta, ognuno comunque per la sua strada.


Bruno Magnolfi


giovedì 17 maggio 2018

Identici.




Non fanno più caso a coloro che regolarmente tendono a scambiarli uno per l’altro, anzi, generalmente sono disponibili senza correzioni a rispondere ognuno a nome del proprio fratello gemello pur di non tornare nuovamente a chiarire quello che sembra essere il dubbio principale di chi gira attorno alle loro giornate. Sorridono sempre con una stessa identica espressione, e spesso mostrano come di essere già oltre certe sciocchezze, e di avere ormai maturato negli anni una logica del tutto inattaccabile. Per il resto fortunatamente si possono incontrare insieme quasi sempre, visto anche che costituiscono una piccola società per la quale riescono a svolgere uno stesso mestiere, e persino quando si recano fino al solito caffè per una pausa, lo fanno come fossero due bravi amici, parlando e scherzando con tutti senza alcuna preoccupazione, lasciando che ognuno tra coloro che incrociano tragga le proprie indiscutibili conclusioni su chi sia veramente l’uno e chi l’altro.
Il loro abbigliamento certe volte mostra a chi li frequenta di meno qualche indicazione ulteriore, ma si è dato il caso, più di una volta, di averli visti indossare una stessa giacca prima ad uno dei due, ed in seguito all’altro. Marco, gli dicono, e quello si volta quasi a dare soddisfazione a chi crede di aver indovinato la persona giusta. Ascolta tutto come sempre, forte della sua invidiabile pazienza, annuisce quasi per incoraggiamento, fino a quando viene fuori per un qualche motivo che in realtà lui è proprio Mario, anche se non è interesse di nessuno dei due chiarire la loro identità esatta. Anche in casi di grande evidenza loro due si scherniscono, fino a confondere completamente le idee in chi hanno di fronte.
Ognuno ha la propria famiglia, questo è chiaro, ed abitano in due appartamenti attigui di un caseggiato del centro, tanto che certe volte si vedono perfino a sera tardi, direttamente sul pianerottolo condominiale, giusto per scambiarsi sottovoce le ultime opinioni su qualche questione di lavoro e cose del genere. Le loro soddisfazioni sembrano sempre una spanna oltre tutti, ed i loro modi di essere appaiono precisi per quello che sono: due inseparabili a cui piace più di ogni altra cosa scambiare reciprocamente la propria esistenza. 
Vista la loro somiglianza perfetta nessuno è mai certo di avere di fronte un preciso gemello dei due, ma in tutti i casi forse non è poi molto importante, neppure per tutti quelli che dicono di conoscerli bene. Sentirli parlare tra loro è quasi un piacere, considerato che hanno dei modi di abbreviare e storpiare le proprie espressioni in maniera tale da farle apparire chiare solamente a se stessi. La fusione tra i due appare perfetta nel momento in cui parlando con qualcuno iniziano e finiscono vicendevolmente tutte le frasi che adoprano, quasi fosse soltanto una bocca sola a dire le cose. Nessuno li ha mai visti litigare tra loro, ma forse soltanto perché conservano una personalità riservata e un’empatia superiore.
Certe volte qualcuno per vedere cosa succede li chiama, usando soltanto uno dei due nomi personali piuttosto che il loro cognome; è come un discrimine quel piccolo richiamo, quasi che proprio da lì si potesse valutare qualsiasi variante apprezzabile: naturalmente i gemelli si voltano insieme però, in una sintonia che in ogni occasione lascia tutti i presenti senza alcun dubbio.

Bruno Magnolfi





mercoledì 16 maggio 2018

Luce diretta.


           

            Sta zitta lei in certe occasioni; abbassa lo sguardo e si limita ad osservare una cosa qualsiasi che le rimane vicino, come le zampe di una sedia, per esempio, oppure anche la punta delle sue calzature. Se le si chiede qualcosa in questi momenti lei alza le spalle come per spiegare che non sa di cosa si parli, o che non sa rispondere, oppure che proprio non le va di parlare. Non c’è molto da recriminare in quei casi per chiunque cerca di comprendere in qualche modo quel suo disagio così delicatamente evidenziato, anche se certi atteggiamenti che assume in altre situazioni sembrano quasi di una persona del tutto diversa.
Difatti quando poi decide di parlare lo fa quasi sempre usando dei termini strani e delle frasi sconclusionate che sembra non portino mai da alcuna parte, anche se definiscono piuttosto bene la sua fantasia visionaria. Descrive in fretta qualcosa di incomprensibile, sprazzi di realtà che sembra non abbiano mai alcun senso. E poi parla di un uomo, di un’immagine centrale che forse possiede stampigliata nella mente, e che sembra soltanto lei riesca a vedere, pur mostrando che in mezzo alle sue parole non abbia proprio niente di divino come forse si potrebbe immaginare, visto che le sue spiegazioni definiscono soltanto un uomo qualsiasi, probabilmente qualcuno che lei stessa ha conosciuto una volta indietro negli anni, chissà quando, e che adesso comunque finge di ricordare piuttosto bene, tanto da elevarlo a personaggio meraviglioso.
Fanni, le chiedono a volte nell’istituto; chissà quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai visto il tuo amico. Lei rimane immobile per qualche attimo, probabilmente colpita dal riferimento diretto, poi dice a modo suo che non è poi trascorso molto tempo. Era qui, forse ieri, non so. Mi ha toccato la mano, c’era la luce, c’era il sole, io sorridevo. Insieme, mi ha detto, nient’altro. Non so, qualcosa del genere, da qualche parte, con lui; volevo andarmene, lui si è voltato, si, io ho preso le mie cose, poi ho rinunciato. Si rideva, lui scherzava: però insieme, mi ha detto. Va bene, sono pronta, gli ho fatto. Si è girato, e anche io, ma forse era tardi, poi basta. 
Inutile insistere, il bisogno di andarsene è una costante naturale non soltanto per lei tra quelle mura, ed immaginare da parte di molti là dentro un personaggio che aiuti ad andarsene via è altrettanto normale; ma questa donna aggiunge spesso qualcosa di suo, si spinge più avanti: si era lontani da qui dice, giusto ieri; il sole scaldava, lui diceva cosa guardare. Stavo bene, si era contenti. C’era il sole nelle stanze, lo seguivo, non importava più niente.
Torna a casa sua qualche volta, ad intervalli regolari, per stare insieme con la sua famiglia, accanto a chi continua a volerle del bene. Buffo vederla andare via, con la sua espressione assente, le braccia a riposo lungo i fianchi e le sue immagini di sempre probabilmente dentro ai suoi occhi. Potrebbe cancellare tutto, solo volesse, tornare svagata, priva dei sogni e di quell’immagine d’uomo che a volte sembra addirittura riesca a perseguitarla. Ma lei guarda in basso, la punta dei suoi piedi, sta zitta a lungo, per un tempo vuoto ed indefinito, poi mormora qualcosa, come tra sé: il sole, con me e con lui, illumina le stanze. Non tornerò; starò per le strade, insieme, piene di luce.

Bruno Magnolfi

giovedì 10 maggio 2018

Fissazioni.




Prosegue in genere per tutto il giorno a correre da ogni parte e ad occuparsi di tutte quelle cose minute che sente dentro di sé come attività per lei non rinviabili proprio mentre le passano vorticosamente come sprazzi di colore davanti agli occhi o dentro la testa. E’ come se addirittura l’occuparsi senza fermezza di quelle semplici quotidianità, mettendole una dietro l’altra in maniera spesso nervosa però molto attenta, le procurasse quasi la salvezza dell’anima, concedendole forse almeno nei suoi pensieri e nelle speranze un futuro di qualità superiore rispetto a questo presente che adesso le scorre davanti; e proprio mentre sta in mezzo a tutti quei piccoli impegni che forse per gli altri potrebbero apparire magari delle sciocchezze qualsiasi, lei sente con le sue mani come si stesse dedicando ai fondamenti stessi di tutto il suo esistere, composto da minuti elementi a suo giudizio però importantissimi.
Quando rientra nel suo piccolo appartamento dove abita ovviamente da sola, dopo una mattinata monotona trascorsa in ufficio, è come se lei fosse perfettamente cosciente di avere soltanto perso del tempo fino a quel momento, e di avere di fronte improvvisamente l’ambita possibilità di recuperarne almeno una parte dedicandosi con tutta se stessa alle pulizie della casa, al lavaggio accurato dei panni, e alle tante piccole cose che chiunque al suo posto troverebbe del tutto naturali, ma che lei affronta con una dedizione ed una accuratezza persino maniacali. Qui sta tutta la grande differenza: scandagliare ogni angolo nascosto alla ricerca ulteriore di polvere, lavare più volte cose che appaiono già più che pulite, spostare tutti i soprammobili ricollocandoli perfettamente in dei punti esatti, e così via, fino a dedicarsi minuziosamente anche al suo corpo davanti allo specchio: le mani, il viso, i corti capelli. 
Quando torna ad uscire di casa, lo fa per andare a girellare negli stessi negozi che di solito frequenta: acquista una cosa qui, un’altra lì, e così via, convinta che ciascuna bottega abbia una sua propria specialità da offrirle, e non altre. Qualcuna tra quelle poche conoscenze che la frequentano, sorride con garbo alle sue fissazioni, evitando comunque di dirle in maniera diretta che il suo comportamento appare spesso del tutto incomprensibile. Non c’è niente di male, le sue attività non coinvolgono nessuno, la sua solitudine va a disvelarsi ogni giorno in quello che a suo parere è l’elemento fondamentale della realtà: rendere tutto migliore.
Certe volte però si abbandona al niente assoluto; pur sapendo che molte cose intorno a lei non sono adeguate al suo pensiero, lascia per qualche momento che tutto rimanga com’è, cercando di ritrovare le energie che in quei casi sembra le vengano a mancare. Poi tutto ritorna con naturalezza ad essere come ogni giorno, e spinta da un profondo senso di colpa lei ancora riprende ad occuparsi di tutte quelle cose che forse nei suoi pensieri ha tralasciato per un tempo quasi infinito. Così prosegue da un anno all’altro in questa maniera, ed affrontando con monotonia ogni suo impegno alla fine di ogni giornata si sente meglio, in pace con se stessa, più tranquilla insomma. Visto soprattutto che forse i suoi interessi più profondi non potrebbero riversarsi su nient’altro, e che lei non riuscirebbe mai ad essere diversa.

Bruno Magnolfi   

sabato 28 aprile 2018

Atomismo di Democrito.


          

            Spesso la ragazza si annoiava, seduta ogni giorno al bar del bagno Orchidea, uno stabilimento come alcuni altri appollaiato sulla riva sabbiosa di quel mare calmo e piacevole come sembrava spesso mostrarsi durante quell’estate. Quando al pomeriggio arrivavano diversi ragazzi a ridere e a scherzare forse le cose andavano un po’ meglio anche per lei, che comunque si limitava a guardarli e a sorridere ogni tanto, anche se alla fine tutto quanto durava sempre poco per riuscire davvero nell’impresa disperata di innalzarle quel morale sempre troppo basso, tanto che la sua voglia di divertirsi così sopita nelle sue espressioni, pur manifestata in ognuno di quegli attimi apparenti, sembrava poi svanire presto, come in un lampo. Lei dopo poco tornava difatti come a cercare con lo sguardo qualcosa su quell’orizzonte proprio di fronte, sempre incantata da quel chiarore immobile del sole e anche di quell’aria tersa di brezza semplice e leggera. Lui l’aveva notata già in altre occasioni, anche se non la conosceva, e guardandola ogni volta in gran segreto comprendeva che c’era un magnetismo nei suoi modi che non poteva certo riuscire a disconoscere, anche se la sua timidezza non lo portava assolutamente a farsi avanti.
            Poi lui parve disinteressarsi dei comportamenti di quella enigmatica e ombrosa ragazza per un periodo di tempo lungo forse più di qualche giorno, come se lo stallo verificato già nelle poche volte che loro due si erano incontrati da lontano, gli desse la sicurezza che qualsiasi avvicinamento non potesse portare mai da alcuna parte. Così si sedette quasi svogliatamente, appoggiando il mento quasi imberbe sopra le mani dalle dita ben intrecciate tra di loro, e senza mai guardarla, complice il locale quasi vuoto, disse ad alta voce che avrebbe voluto tanto andarsene via da quelle giornate senza alcun significato, ma lo fece come parlasse praticamente da sé solo. Lei allora sottovoce gli chiese qualcosa, forse soltanto per educazione, e lui tardò tantissimo nella risposta, quasi per mostrare che se parlava lo faceva come attivando una sorta di monologo, non certo per tentare uno stupido abbordaggio nei confronti di una ragazza pur della sua apparente stessa età.
            Si incamminarono insieme, poco dopo, lungo la battigia, scorrendo lentamente a piedi scalzi le bave d’acqua che giungevano da chissà dove sulla sabbia, lasciandosi concedere ad ogni onda pur debole e piccola, quella piacevole sensazione di risacca data dai frammenti di pietra levigata che si muovevano con l’acqua per conto proprio sotto ai loro corpi, come rispondendo alla spiegazione di una filosofia lontana che denotava il mondo fatto tutto di atomi, di particelle minute e tutte identiche. Lui perlopiù parlava di se stesso, evitando di porre a lei delle domande dirette che sarebbero potute risultare anche antipatiche, e lei si agganciava a quei suoi insoliti argomenti elaborando i medesimi pensieri con delle riflessioni adatte, o giustapposte, spesso vicine.  
I loro corpi andavano evidentemente l’uno verso l’altro, era innegabile, anche se i loro differenti pensieri restavano spesso agganciati alla mestizia del perseguire giorni inutili, vuoti di interessi veri, forse troppo lusinghieri soltanto agli innamoramenti usuali e monotoni di qualsiasi estate. Andarono avanti per parecchio tempo comunque, anche oltre la stagione calda, anche parlandosi per lettera, fino a rendersi conto d’improvviso che quei granelli di sabbia così effimeri apprezzati tra le dita dei loro piedi nudi durante quei brevi giorni di vacanza al mare, sarebbero probabilmente rimasti sempre identici, inamovibili davvero, del tutto indifferenti a qualsiasi loro scelta di futuro. Si persero, come era inevitabile, ma soltanto perché incapaci di produrre una colla tale da far tenere i loro pensieri ancora assieme, come la stessa sabbia, primordiale e sciolta.

Bruno Magnolfi

giovedì 26 aprile 2018

Collina di cipressi.


            

            Sinceramente molto spesso non riuscivi ad essere davvero critico su quanto certe volte poteva giungere d’improvviso alle tue orecchie, forse per colpa dei tuoi semplici tempi di reazione molto riflessivi e normalmente un po’ troppo allentati; così quando l’ingegnere, pur in mezzo a diversi giri di parole che ti avevano confuso scaturendo da persona abituata alla trattativa, aveva poi spiegato in fretta quanto all’incirca ti avrebbe elargito ad ogni ora per lasciarti svolgere quei lavoretti che ti chiedeva in cambio, tu non riuscisti proprio ad essere adeguatamente pronto per una risposta forte e negativa come probabilmente avresti voluto, quella che in fondo forse sarebbe stata giusta, anche se in seguito continuasti senza sosta come ad elaborare incessantemente dentro di te, prendendone coscienza con una vaga rabbia montante poco per volta, che per tua sfortuna su quell’argomento che a te continuava a stare tanto a cuore non c’era oramai assolutamente più niente da discutere.    
Gli dovevi tenere pulite le automobili ogni giorno, tutt’e nove, mentre pensavi che erano assolutamente troppe per una famiglia sola, recandoti col tuo maggiolino scassato da studente fuori sede fin dentro al suo parco che con un enorme muro di pietra appariva circondare, abbracciando tutta la collina, un vero castello medievale perfettamente ristrutturato, frequentandone però soltanto gli ampi scantinati giusto per approvvigionamento d'acqua, e anche di spugne, come pure di stoffe e di varie pelli di daino, e poi anche di pennelli e pure di spazzole, con quanto altro serviva per rimuovere in quel paio d’ore o tre che ti avevano concesso, qualsiasi parvenza di polvere residua da tutte le carrozzerie di quelle loro macchine costose ed eleganti. La moglie, alla mano ma con un accento straniero indecifrabile, si affacciava svogliatamente certe volte da una finestra del castello che dava esattamente sull’elegante cortile dal fondo in ghiaia composto da preziosa pietra tonda ed adibito a parco auto, ma  lo faceva, senza aggiungere nulla di personale o neanche per incoraggiarti nel tuo semplice lavoro, soltanto per darti qualche indicazione ulteriore su ciò in cui dovevi occupare in maggiore misura tutto il tuo tempo di lavoro, indicazioni a sua volta avute forse telefonicamente, visto che suo marito durante l’intera settimana non c’era quasi mai, preso da importanti affari internazionali chissà dove.
Lavoravi da solo per tutto il pomeriggio, ma ti ritenevi alla fine piuttosto fortunato, perché certo nessuno privo di giuste conoscenze che ne certificassero una moralità senza alcuna macchia sarebbe potuto giungere fino là dentro al posto tuo. Coincidenze le tue, con ogni probabilità, anche se portavi avanti la tua occupazione senza ribattere mai niente. C’erano i tre figli che ogni tanto incrociavi da qualche parte lungo l’ampio cortile, di cui soltanto due fortunatamente avevano la patente di guida, e che a te veniva quasi spontaneo chiamare signorini, non conoscendo neppure i loro nomi di battesimo, e poi senza voler fare alcuna facile ironia, ma solo per un senso di rispetto che avevi mutuato in qualche modo da qualche pellicola vista al cinema oppure chissà dove.
La distanza era tangibile, assolutamente incolmabile, come quando uno di quei giorni ti venne incontro l’ingegnere in persona parlando in lingua inglese dentro un telefono senza nessun filo, di cui tu fino ad allora non avevi mai neppure sospettato l’esistenza, e poi ti disse con la mano sopra il ricevitore, che dovevi preparargli al meglio la Ferrari, perché aveva un appuntamento di una certa rilevanza, tanto che immediatamente ti dedicasti subito proprio a quella macchina, con tutti i prodotti lucidanti e profumanti che avevi disponibili. Passarono parecchi mesi così, fino ad arrivare a quell’estate, quando tutti si trasferirono alla loro villa al mare. E poi non ti chiamarono mai più. 

Bruno Magnolfi

martedì 24 aprile 2018

Uguale agli altri.




Ho sbagliato penso, anche se già lo avevo immaginato che le cose sarebbero andate a finire in questa maniera. Lui si muove in mezzo ai propri fragili punti di riferimento, anche se è consapevole che sarebbe stato necessario cambiare molti aspetti di tutto il suo ordinario tirare avanti. Ci sono forse gli affetti che formano una pietra miliare in ogni caso. Ma per il resto tutto o quasi sembra spesso senza fondamenta. Non c’è poi nemmeno un errore vero e proprio, se si guardano bene i fatti, eppure diventano basilari nelle sue giornate le piccole dimenticanze, i vacillamenti, le mancate decisioni. Questo è il mio errore più importante, dice adesso a se stesso. 
Certe volte mi pare che qualcosa possa finalmente cambiare, ed allora cerco di mettere tutto l’impegno che posso in quello che faccio. Ma a lui non giunge mai quella piccola spinta fortuita di cui avrebbe tanto necessità, e tutti i suoi tentativi sono destinati a ricadere praticamente nel niente, a lasciare i suoi sforzi privi di qualsiasi risultato. Questo il punto saliente: non riuscire mai ad essere sufficientemente credibile agli occhi degli altri, anche se il suo impegno garantirebbe già molto del suo perseguire alcune strade.
L’errore principale sta tutto dentro di me, dice a volte in modo quasi consolatorio. Lui osserva gli altri, si muove all’interno di perimetri già definiti, e poi improvvisamente cerca il punto di vista che lo porti a vedere le cose in altro modo. Si reca al lavoro, si incontra con i suoi colleghi, cerca di avere insieme a loro un comportamento il più possibile sociale, normalizzante, colmo di cose poco impegnative che lo portino a galleggiare come gli altri.
Sono stufo, dice però all’improvviso. Gli altri lo guardano, pensano tutti che stia scherzando, che non abbia da intavolare cose particolarmente sfuggenti alla comprensione generale, che non sia davvero un altro caso umano da cui iniziare poco per volta a prendere le distanze. Ma lui insiste, dice di essere stanco di questo insulso essere sempre d’accordo su problematiche sostanzialmente insulse, superficiali, prive di significato.
C’è bisogno di allontanarsi per un momento dai luoghi comuni, e guardare le cose con maggiore obiettività. Tutti fanno un passo indietro, non ci si può continuare a confondere con qualcuno che mette in discussione gli stessi fondamentali del nostro stare assieme. Si guardano tra loro, nessuno pensa abbia un piccolo briciolo di ragione, così l’unica strada è tentare di evitarlo, scansare le sue supposizioni, isolarlo con le sue idee strane e malsane, che non porterebbero certo da alcuna parte se mai ci si trovasse a prenderle veramente in considerazione.
Così lui sa di avere sbagliato nuovamente, non c’è alcun dubbio. Dovrà cercare poco per volta di recuperare nei prossimi tempi la credibilità perduta se mai sarà possibile, e sperare che i suoi colleghi, per propria natura simili a lui, siano anche magnanimi nei suoi confronti, tanto da riuscire a comprendere le sue buone ragioni, se non il senso delle sue strane e incomprensibili uscite. Mi impegnerò, studierò, dice lui, fino a diventare proprio come loro, senza più polemiche, senza mai affrontare nel futuro degli argomenti scomodi. Sarò come tutti, una di queste volte, e nessuno avrà più niente da ridire.

Bruno Magnolfi 

lunedì 16 aprile 2018

Perfetta comprensione.




Lei certe volte è sfuggente. Ti guarda, abbozza un timido sorriso, poi torna ad avere la sua espressione di sempre. Tu non riesci a comprendere che cosa le sia passato nella mente in quel preciso momento, perciò tenti una piccola provocazione, una frase impersonale buttata lì, che non significa un bel niente, ma che forse potrebbe anche aprire nuovi argomenti. Lei torna a guardarti, adesso con espressione più pungente, quasi irritata: non ha importanza, rifletti; hai vissuto già almeno cento volte questo stesso momento, si tratta di adottare l’atteggiamento migliore che ti sia riuscito in tutti questi casi, e poi mostrarti docile, incredibilmente capace di una grande comprensione.
Una volta lei ti ha raccontato la sua storia, ma a te è sembrata strana, quasi inventata. Che significato ha, rifletti adesso, che ci sia stato un passato insolito, pieno di imprevisti, se poi tutto ti serve soltanto per fare delle facce strane, delle espressioni che appaiono persino poco comprensibili. Però le chiedi ancora di suo padre, non per una tua semplice curiosità, quanto perché vorresti cercare di mettere in relazione i suoi attuali comportamenti con qualcosa che magari giunge chissà, da parecchio lontano. Lei sorride, poi inizia a dirti che lui lo hai visto generalmente poco quando eri più piccola, perché era sempre in giro per lavoro.
Forse già questo è sufficiente pensi; essersi raccontati che certi malesseri non possono che derivare da qualcun altro, dalle scelte di quello, dai suoi comportamenti, da quella dose di cattiveria innata che hanno sempre avuto nei tuoi confronti tutti coloro che davvero contavano per te. Ma lei invece prosegue, dice che avvertiva da subito tutta la sofferenza della mamma, sempre da sola a prendere le piccole decisioni di ogni giorno. Non è facile crescere in un clima di questo genere, spiega poi con voce morbida, perché qualcosa alla fine ti porti dietro anche in seguito, diventa inevitabile.
Volti lo sguardo da qualche altra parte, perché ti sembra una strategia inventata chissà quando soltanto per darsi un tono, per difendere la propria personalità da una realtà che appare ostile ed a cui si cerca di opporre una grande fragilità neppure desiderata proprio da chi parla. Lei appartiene ad una casistica abbastanza consueta, se non fosse che sembra credere davvero a quanto prosegue ad affermare. La guardi, è tutto chiaro, mostri che hai capito, anche se è del tutto un’altra cosa rispetto a quello che lei sta immaginando.
Naturalmente è impossibile impostare un minimo di sensualità in simili frangenti, tanto vale, se un minimo ne ha voglia, lasciarla andare avanti così per conto proprio, limitandomi ogni tanto ad accennare un elemento affermativo con la testa, fingendo di seguire tutto quello che da lei continua a venir fuori, oppure improvvisamente portando ogni problematica su argomenti del tutto secondari, quasi anticipatori della noia e della stanchezza dilagante.
Lei ad un tratto si rianima, dice che abbiamo parlato anche troppo di se stessa, adesso è il caso di colloquiare con maggiore leggerezza, di stare più tranquilli, dimenticare i problemi forti e pressanti che talvolta ci sovrastano. Sono stanco, dico con sincerità. Affrontiamo questa seconda categoria di pensiero in un’altra occasione: per adesso va bene così, ci siamo capiti.

Bruno Magnolfi   

mercoledì 11 aprile 2018

Tutto quasi normale.




Anna dorme nel suo letto coniugale. Anche Francesco, suo figlio, ha spento la luce nella propria cameretta ed ha preso sonno già da un pezzo. È tardi d’altra parte, sono quasi le due della notte anche se Corrado non è ancora rincasato. C'è silenzio dappertutto, anche in strada mentre lui gira la chiave nel portone condominiale. Sale lentamente le scale, entra nell’appartamento, va diretto in cucina, apre un cassetto e senza produrre nessun rumore impugna un grosso coltello, quello più lungo e appuntito che si ritrova tra le mani. Quando entra nella sua camera da letto la vertigine che lo ha preso poco prima gli ha oramai offuscato qualsiasi pensiero. Corrado nell’oscurità non completa guarda per un istante la forma immobile di sua moglie sotto alle coperte, poi affonda il coltello senza più vedere niente.
Lei urla, Francesco corre e spinge le sue mani su ogni interruttore di luce che riesce a trovare, e quando arriva nella stanza fotografa suo padre mentre sta ancora lì, inebetito, fermo con il coltello in mano a riguardare il sangue di sua moglie che sta inondando il letto e tutto il mondo. Corrono i vicini, qualcuno chiama i soccorsi sanitari, altri le forze della polizia. Corrado lascia forse il coltello nelle mani di suo figlio, poi si lascia andare su una sedia e si piega in due  come una persona disgregata. Portano via sua moglie su di una barella, Francesco va con lei nell’autoambulanza, e Corrado poco dopo lo portano via i carabinieri con le manette ai polsi.
Niente da dire, spiegano i vicini: lui era malato, si sapeva ormai da diverso tempo, però sembrava una famiglia così unita che si fa fatica adesso a comprendere un gesto di quel genere. Restano in casa gli agenti per fare tutti i rilievi che adesso sembrano utili, ma non c'è alcun dubbio, la vicenda si presenta con evidente ed estrema chiarezza, ogni gesto compiuto fortunatamente sembra già scritto e controfirmato sul rapporto finale da redigere. Una tragedia, pensa qualcuno tra coloro che restano sul pianerottolo in pigiama o con indosso la vestaglia: chissà mai cosa passa nella testa delle persone quando la pressione diventa insostenibile.
In ospedale il lavoro appare lungo e paziente, la ferita principale da suturare non è certo uno scherzo, ma la donna, pur avendo perduto molto sangue, non è più in pericolo di vita. Francesco, seduto in mezzo al bianco corridoio, oscilla tra un nervosismo incontenibile e una stanchezza estrema: lo seguono due dottoresse del personale medico, che alla fine gli fanno prendere un semplice tranquillante e lo invitano a sdraiarsi sopra una lettiga.
La notizia corre rapida e qualcuno sembra persino incredulo, però sicuramente dicono tutti che c’è una famiglia ormai spaccata che nessuna volontà potrà più ricucire: indipendentemente da cosa sia stato per loro fino a quel momento, perché adesso è totalmente diverso, cambiato definitivamente. Qualche notiziario del mattino forse riporterà in poche righe l’accaduto, si dice; alcuni cittadini nell’apprendere la cosa si sentiranno quasi persi, impietriti nel cercare le motivazioni di fatti di quel genere, ma per la maggior parte probabilmente tutto sarà quasi normale: in fondo c’era addirittura da aspettarselo.

Bruno Magnolfi

giovedì 5 aprile 2018

Prevenuta.




Ci sono delle volte che Cinzia sì astrae completamente da ciò che la circonda. È come se i suoi pensieri prendessero il sopravvento su tutto il resto, ed il  momentaneo isolamento in cui si rinchiude fosse pari ad un breve piacevole viaggio. Non è così questa mattina purtroppo, o almeno niente del suo comportamento avuto nei confronti di Francesco le sembra adesso paragonabile a quello che le sarebbe piaciuto veramente: l’incontro di poco prima è stato per lei del tutto inaspettato, e la domanda secca che lui le ha posto quando si trovavano nel corridoio è apparsa a Cinzia talmente forte ed improvvisa, nonostante fosse assolutamente legittima, da farla sentire quasi una bambina sciocca ed astiosa che cerca di evitare addirittura i suoi doveri principali. Certo, soltanto ora comprende che sarebbe stato un suo compito preciso ancor prima di farsi porre delle domande, iniziare a dare a lui delle spiegazioni sulla sua condotta, anche perché generalmente non è neppure nel suo carattere comportarsi in quel modo così sgarbato, nascondendosi con falsa indifferenza e cercando addirittura di evitare il dialogo, ma lei negli ultimi giorni si è sentita come caduta in un tranello teso dalla situazione stessa, ed anche adesso che si reputa ancora confusa, non si aspettava certo da Francesco una sua così forte presa di posizione, tanto da renderla vulnerabile persino ad un suo sguardo serio e consapevole.
Quando viene suonata la campanella che indica il termine di tutte le lezioni mattiniere, dopo aver radunato i suoi libri ed una volta uscita dall’aula, Cinzia scorre lentamente lungo il corridoio con la testa piena di tutti questi pensieri, e quindi scende per la grande rampa delle scale ottocentesche, fino a ritrovarsi, quando non c'è oramai quasi più nessuno di tutti i suoi compagni di liceo, nel grande androne dell’ingresso principale. Francesco inaspettatamente invece è proprio lì, davanti a lei, quasi sulla soglia dell’uscita, e senza alcun dubbio sta aspettando proprio lei, lasciandola in questo modo del tutto meravigliata già per la seconda volta in poco più di un’ora. Cinzia gli va incontro quasi senza respirare, lui la guarda avvicinarsi; a lei viene quasi da piangere per la strana situazione in cui si è venuta a trovare stupidamente, ma riesce a trattenere quelle lacrime; ed infine dopo appena un attimo escono assieme, senza essersi ancora detti niente.
Ed in fondo non c'è molto da dire: per lei è stato soltanto essersi resa conto all’improvviso che suo padre intrattiene degli affari poco chiari con il padre di Francesco, che l’ha fatta momentaneamente rifuggire da quei profondi sentimenti che continuano a legarla a quelli di Francesco. Spiegarlo adesso certo non è facile, e forse anche per questo Cinzia non si è neanche provata a farlo, però improvvisamente sa che deve affrontare l’argomento, sa che deve dire a lui con estrema sincerità ciò che davvero le passa nella mente. Francesco l’accompagna con lo sguardo basso senza neppure chiederle niente, e lei guarda avanti a sé mentre si prende ancora un po’ di tempo per riflettere e per misurare le parole; infine dice solamente che le dispiace aver tenuto un comportamento così distaccato nei suoi confronti, soprattutto perché avrebbe voluto tanto che le loro rispettive famiglie non avessero alcuna influenza sul quel rapporto così speciale che c’è tra loro due. A me non interessa niente, dice subito Francesco: so che non voglio perderti, non voglio in nessun modo che a noi due ci accada niente che sia estraneo alle nostre volontà, o che ci ritroviamo all’interno di uno strano percorso che magari non dipende né da me e neanche da te. Hai ragione, dice Cinzia, è assolutamente quello che in fondo penso anche io, e ti chiedo scusa per il mio stupido tentennare, se è questo che ti è apparso; ti voglio bene: ma dammi appena un altro briciolo di tempo, e vedrai che riuscirò del tutto a distaccarmi da ogni mia più piccola prevenzione che forse nei giorni scorsi mi ha sfiorato in questa nostra storia.

Bruno Magnolfi

lunedì 26 marzo 2018

Foglio bianco.


          

            Seduto nel suo solito banco scolastico lui si sente bene: appoggia come sempre le palme delle mani sopra a quel piano liscio e semilucido, con le ginocchia che restano appena sotto al ripiano dove tiene i suoi quaderni, ed i suoi piedi dentro alle scarpe da ginnastica che riposano come di norma sopra all’apposito ferro orizzontale di appoggio, ed in quella posizione che si potrebbe dire praticamente ordinaria lui si limita a guardare fisso negli occhi il suo insegnante di turno, mentre quello sta spiegando a tutta la classe qualcosa di estremamente importante accaduto circa duecento anni prima di questo momento. Non vorrebbe distrarsi neppure per un attimo, perché quella lezione gli interessa davvero, anche per tutte le implicazioni che comporta, ma i suoi pensieri tendono continuamente a portarlo lontano da quegli argomenti, come se una strana calamita attirasse tutta la sua attenzione verso altre cose, addirittura contro la propria volontà.
Il futuro è sostanzialmente generico e soprattutto astratto, e ciò che più conta è incamerare adesso tutto quello che potrà servire per affrontare degnamente e con i giusti strumenti anche le stranezze e le variazioni che potrebbero eventualmente presentarsi; Francesco si sente determinato, non ha necessità neppure di concentrarsi troppo per comprendere come stiano preparandosi per lui evidenti momenti di difficoltà, ostacoli ed imprevisti che probabilmente però lo guideranno fino a fortificarsi nelle proprie convinzioni, e di questa certezza lui si sente convinto in questo preciso momento, forse come non si è mai sentito. Non ha certo avuto tentennamenti difatti poco prima, durante la breve pausa tra una lezione e l’altra, proprio nell’affrontare di corsa e senza indugi gli ampi corridoi scolastici di quell’edificio, fino ad arrivare davanti all’aula dove studia Cinzia, per poi velocemente cercarla in mezzo a tutti gli altri compagni, ed alla fine chiederle senza mezzi termini che cosa non stesse andando più tra loro in quegli ultimi giorni. Non posso parlartene qui, ha risposto lei guardando in basso dopo una pausa: vediamoci al solito bar, dopo la scuola.
Francesco si sente comunque già soddisfatto del suo puntare bene i piedi a terra, del suo forte desiderio di comprendere appieno ciò che sta avvenendo, di quel suo mostrarsi fortemente reattivo a certe presunte importanti variazioni, smettendo di sentirsi come nel passato semplice preda passiva di qualsiasi idea malsana fosse passata dentro alla mente di qualcuno. Si tratta di ritenersi una vera persona, questo ciò che pensa da qualche tempo, di provare soprattutto la necessità di conoscere bene gli altri, di ascoltare tutti, di mettere a punto un equilibrio tra se stessi e loro, fino a commisurate la propria personalità con quella di tutti coloro che gli possono stare accanto. Certo, ci sono i suoi disegni che confrontano passo dopo passo ogni suo progredire, con i pensieri riverberati sopra a quei suoi meravigliosi fogli bianchi, perché il suo esprimersi in fondo sta tutto lì, senza bisogno neppure di parole, o meglio semplicemente sottintendendole, proiettando ogni suo più complesso proponimento oltre la semplice indicazione delle frasi. Ma questo non basta, ci stanno altre cose che chiedono una sua precisa presenza.
Ma in fondo forse non ha molta importanza, pensa subito dopo; va bene così: non ci sarà mai per me una reale strada diversa che mi porti verso il confronto con gli altri, se non questo mio immedesimarmi continuo nel segno che la mia matita traccia sul foglio. E’ lì che stanno concentrate tutte le mie ambizioni; è lì dove si annidano i miei pensieri, il resto poi non riuscirò mai a comprenderlo appieno probabilmente, e quindi può anche andare avanti per conto proprio: saprò sempre in ogni momento che ci avrò provato ripetutamente ad essere uno esattamente come tutti, e se mai comprendessi uno di questi giorni di non essere riuscito del tutto nel mio intento, rimarrà per me comunque la carta bianca, pronta ancora una volta per la mia matita.

Bruno Magnolfi

giovedì 22 marzo 2018

Attimi di vantaggio.




Certo che per lui è stato sicuramente un grande sollievo riavere improvvisamente in tasca tutti quei soldi che qualche mese addietro aveva prestato a Corrado, quando già cominciava quasi a disperare di poterli riprendere, perlomeno in tempi celeri. Però al Torrini gli ha anche dato una certa soddisfazione in tutto quel periodo di tempo, tenere il suo collega d’ufficio proprio per la cravatta, poterlo osservare attentamente ogni giorno lasciando che lui abbassasse per primo lo sguardo, sorridere tra sé pensando a tutte quelle difficoltà che sicuramente stava affrontando nel tentativo di rendergli quei suoi quattrini, con l’aggiunta di tutti gli interessi richiesti, e poi poterlo trattare da pezzente, minacciarlo quasi ogni giorno, fargli sentire il fiato sul collo, con la minaccia di metterlo persino nelle mani di qualcun altro. Chissà poi come avrà fatto a rimediarli quei benedetti soldi, si chiede ancora adesso, considerato che nessuno nel giro poteva essere disposto a fargli dei prestiti, questo è forse l’aspetto che ripensandoci a mente fredda lo incuriosisce di più in questo momento. Ma se proprio così come un pollo il Renai è riuscito già una volta a cadere nella rete del gioco d’azzardo, sicuramente prima o dopo finirà per ritrovarsi di nuovo nel mezzo a qualche debito serio, una roba magari che la prossima volta potrebbe veder strangolate tutte le sue aspettative, forse anche di più, e anche più a fondo, questo è quello che pensa il Torrini in questo momento.
Forse in tutto ciò c'è anche una qualche relazione col fatto che il Renai si sia improvvisamente messo in cassa malattia, e che da qualche giorno non si sia più fatto vedere sul posto di lavoro, proprio come se fosse stremato da alcune gravi inquietudini, o magari preoccupato da qualcosa che lo opprime forse ancora più di quel debito ormai praticamente sanato, oppure ammalato davvero, magari davvero impossibilitato a muoversi da casa. Il Torrini gira nel corridoio tra gli uffici e si sente quasi leggero mentre prende da solo un caffè alla macchinetta, forse anche troppo da solo considerato che là in mezzo non ha neanche da incontrare Corrado, neppure per chiedergli qualcosa con la sua solita perfida ironia, come ultimamente si è trovato a mostrargli, come se la sua posizione di privilegio gli permettesse nei suoi confronti qualsiasi cattiveria.
Non è un bell’ambiente la vita in ufficio, lui se ne rende ben conto, almeno tra quei corridoi dove si tratta soltanto di polizze assicurative e quindi dei soldi degli altri; però nessuno di quegli impiegati che lavorano là dentro ha mai chiesto ai suoi colleghi di mettersi in mostra, di far vedere di che pasta si sentono costituiti, come se trascorrere assieme molte ore del giorno fosse sufficiente a sentirsi degli avversari, quasi che colui che bada soltanto al proprio lavoro e a nient’altro non dovesse essere soltanto uno sciocco, un semplice schiavo di un sistema di cui non è riuscito a comprendere appieno neppure il funzionamento, ma anche un nemico, uno che inquina anche la semplice aria con il suo metodo semplice ed estremamente ordinario. Ci vuole furbizia per galleggiare oggigiorno, pensa il Torrini; non sono più i tempi in cui dedicarsi a qualcosa e magari dimenticarsi del resto: bisogna saper interpretare i momenti, essere rapidi a coglierli, e non farsi troppi problemi se si tratta semplicemente di approfittarne.

Bruno Magnolfi


giovedì 15 marzo 2018

Analisi clinica.




All’improvviso lui sente di avere la mente praticamente sgombra da tutti i pensieri che lo hanno costantemente assillato negli ultimi giorni, mentre conservando quasi un’espressione di indifferenza rispetto a tutto rimane seduto da solo sopra quella panchina, nel giardinetto del quartiere sanitario, anonimo ma molto ben curato. È ancora troppo presto per entrare dentro la clinica che si apre proprio di fronte al suo sguardo, per cui riesce ancora a prendere del tempo per sé, guardarsi di nuovo in giro con calma, tentare di rilassarsi al massimo prima di giungere a presentare tutti i suoi documenti sanitari, raccolti con cura dentro una busta di carta gialla semilucida, presso l’ufficio accettazione di quell’edificio, e poi magari attendere insieme a chissà quanti altri il proprio turno per essere introdotto in uno dei tanti studi medici generalmente piuttosto affollati che si aprono lungo quei corridoi, per sottoporsi come previsto ad uno degli esami diagnostici prescritti dal suo dottore oramai da diverso tempo. Immagina già, prima ancora di vederli, i vetri opachi delle porte con quegli infissi freddi in grigio alluminio, e poi l’odore di etere, e quei camici bianchi indosso a tutti gli operatori, per poi avvertire dentro di sé un forte e innegabile senso di estraneità a quell’ambiente, anche se in fondo non sarà forse neppure capace di avere davvero un’opinione precisa su quanto probabilmente si troverà ad affrontare.
Ci sono delle persone senz’altro serie ed indaffarate che trascorrono le loro giornate tra quelle mura, anche se lui molto semplicemente non vorrebbe avere niente a che fare con loro. Se ci riflette gli sembra in ogni caso di essere già oltre la paura del primo momento, come se avesse ormai superato lo scoglio sul quale probabilmente si scontrano tutti: sentirsi un semplice numero, un individuo qualsiasi preso per mano e portato avanti come un bambino alle giostre, rassicurato da semplici lavoratori che per propria esperienza sono oramai immuni ed indifferenti ai dolori degli altri. Si alza, si guarda attorno, forse ha già rinunciato a formarsi una propria opinione, forse vuole soltanto lasciare che tutte le cose assumano da sé le loro conseguenze più logiche, e mettersi nelle mani di gente che conosce perfettamente quale sia il comportamento migliore da adottare per risolvere qualsiasi problema sanitario si trovino stagliato davanti.
Magari qualche risultato finale potrà venire fuori direttamente durante questa stessa seduta, pensa adesso Corrado per la prima volta; ma più facilmente tutto quanto sarà rimandato a dei campionamenti analizzati con calma nei prossimi giorni, e poi tutto quanto sarà inserito dentro a certe nuove buste gialline, dove saranno riportati dei dati e delle sigle a lui incomprensibili, fino a rimandare ogni cosa ad un'unica volta finale, all’incontro più decisivo, durante il quale verrà fatto accomodare davanti ad una scrivania chiara e liscia, e di colpo messo al corrente di tutti i suoi guai. Purché tutto succeda in tempi almeno abbreviati, pensa in questo momento; ed io sarei praticamente già pronto, al punto che posso da ora considerare le cure che mi occorreranno quasi come un normale inciampo nella quotidianità di ogni giorno.

Bruno Magnolfi

martedì 13 marzo 2018

Scelte obbligate.




Lei sta al lavoro. S’impegna, ci tiene a portare avanti bene la sua occupazione, perché vuole sempre far procedere le cose in maniera che nessuno abbia niente da dire. Non importa poi se gli utili della carrozzeria dove si reca ogni mattina quest’anno potranno essere più o meno alti dell’anno passato ad esempio, in fondo sono cose che non la riguardano direttamente; Anna però sa che comunque vada avrà sempre fatto il massimo per quanto le compete, ed ogni volta lei avrà sistemato tutto quello che serve per portare avanti degnamente l’amministrazione di questa piccola impresa artigiana. Il titolare le dice stamani, quando è appena arrivata, di appoggiarsi ad una banca diversa per le ultime ordinazioni dei pezzi di ricambio, e lei lo fa, senza preoccuparsi di altro. Certe volte rimane fino a tardi per adempiere a tutti i suoi impegni lavorativi, ma generalmente riesce a rispettare l’orario previsto dal suo contratto. Oggi per esempio esce all’ora di sempre, così mette a posto gli ultimi registri delle fatture e poi indossa il soprabito, saluta il titolare con un gesto e qualche semplice parola, e poi esce, percorrendo a piedi tutta la breve stradina in fondo alla quale si apre la carrozzeria. All’angolo seguente sulla via principale incontra lui, che subito le sorride, mentre sta tranquillamente parlando con un suo conoscente.
L’altro va via all’avvicinarsi di Anna, e lei allora si sofferma: come va, le chiede subito Andrea. Lei gli sorride a sua volta: tutto bene risponde, soltanto, là dentro, si sente un pochino la tua mancanza. Ti accompagno, fa lui. No, dice Anna: non vorrei che qualcuno ci notasse proprio in questi paraggi. Va bene, fa lui, comunque sono passato da qui soltanto per farti un saluto. Lo so, dice lei, immagino vadano bene le cose col tuo nuovo lavoro. Abbastanza, fa lui, anche se qualcosa mi manca. Ciao, dice lei, ora devo andarmene. Lo capisco, fa lui. Così si stringono la mano per un momento, si lasciano un sorriso malinconico e poi basta, ognuno per la sua strada.
A lei dispiace essere stata un po’ fredda e forse anche parecchio frettolosa, ma non vorrebbe con il suo comportamento dargli qualche speranza. In fondo è stato poco più che un gioco tra loro, e in ogni caso non è successo niente e niente potrà mai succedere. Adesso invece si sente preoccupata per suo marito, che da qualche giorno avverte un dolore in merito al quale il medico ha prescritto degli accertamenti urgenti che tengono tutto in una situazione come sospesa. Corrado peraltro sembra non ne voglia neppure parlare, e si mette lì, rannicchiato in un angolo, come un animale ferito, e non dice niente, neppure qualcosa sui primi risultati delle analisi che sta facendo. Loro figlio poi, sempre più evanescente, sembra neppure ci sia, anche se quando è dentro casa continua a stare sempre sui libri, quasi disinteressandosi di tutto il resto.
Anna rientra nell’appartamento ed avverte subito come una cappa di grave tensione, con le finestre tutte oscurate dalle tendine, ed un silenzio interno quasi opprimente. Non importa, pensa lei, tutte le cose sono destinate a passare, a scorrere per forza di cose verso giornate migliori: suo marito guarirà anche dal suo evidente sconforto, suo figlio troverà la maniera di essere maggiormente socievole e anche di sorridere, e lei si sentirà una di queste volte più sollevata, capace di essere ancora contenta di quella vita che in fondo si è scelta.

Bruno Magnolfi