lunedì 9 luglio 2018

Presa diretta.


            

            La donna tende normalmente a nascondersi persino quando passa qualche operatore delle organizzazioni per il sociale magari soltanto per chiedere come le vadano le cose ed a portare a quelli come lei che stazionano sempre da quelle parti qualcosa da bere e da mangiare. Non vuole avere niente a che fare con nessuno di alcun tipo, questo è il punto, non vuole essere giudicata, desidera starsene da sola e basta, forse anche per non rendersi del tutto conto della sua reale situazione. Per questo quando arriva questo tizio in completa solitudine, vestito alla buona, cortese, che si muove lentamente come avesse parecchio tempo da perdere, lei gli getta soltanto un’occhiata, giusto per rendersi meglio conto anche del bel ragazzo che si sta trovando davanti.
            Buonasera, fa questo bel tipo; mi chiamo Antonio, e se non disturbo mi fermerei un attimo su questa panchina insieme a lei. Va bene, dice la donna continuando a fumare una cicca rimediata mezz’ora prima da un tizio pieno di sé. Il ragazzo si mette seduto e poi prosegue per un minuto a guardare diritto davanti a sé, in silenzio, forse aspettando che magari sia proprio la donna a dirgli qualcosa. Alla fine lui sorride, si volta con calma e dice che lo sa come lei si chiama. Davvero, fa lei senza scomporsi, e come sarebbe che tu conosci tutte queste cose, visto che io non ti ho neppure mai visto. Me lo hanno detto alla mensa, fa lui, e mi hanno anche detto che sono diversi anni che lei va ogni giorno da quelle parti a mangiare, e che forse è una delle più assidue.
            Così sai già tutto, dice la donna, oppure qualcosa ancora ti manca e sei venuto fin qui per chiedermelo in faccia, immagino. No, dice lui, non sono uno curioso delle cose degli altri, soltanto vorrei scrivere una storia su di lei, magari sulle vicende che l’hanno portata a vivere così e ad andare alla mensa sociale, ma senza usare nomi, senza riferimenti precisi, soltanto qualche vicenda buttata lì e basta, nient’altro. Sei simpatico, dice lei, e probabilmente sei anche sincero, lo vedo dal tuo sguardo, anche se purtroppo non ti dirò proprio niente di me; piuttosto ti parlerò di una mia amica, che forse ha una storia ancora più interessante della mia.
Va bene, dice lui tirando fuori un piccolo registratore, sentiamo. Ecco, fa lei, si tratta di una ragazza di poche parole, ma che si è trovata a vivere una storia d’amore proprio importante, qualcosa che l’ha stregata talmente tanto che quando il suo lui l’ha mollata d’improvviso, lei si è ritrovata senza alcun punto di riferimento, neanche un posto preciso verso dove trascinare le sue povere ossa.  Forse si può arrivare a tanto per amore, fa lui. No, dice lei con forza, non deve succedere mai, questo è stato soltanto un caso particolare, una situazione irripetibile, una perdita completa della propria identità.
Va bene, fa lui, ma almeno questa sua amica si sarà goduta appieno qualche anno della sua vita insieme al suo uomo, anche se poi ha dovuto scontare tutto quanto nel tempo che è seguito. Forse si, fa lei, ma a ripensarci forse non ne valeva neppure troppo la pena: è stato tutto soltanto un semplice abbaglio, qualcosa che è durato per un periodo che adesso sembra anche lungo, ma che invece è stato persino troppo breve, troppo affrettato per poter dire che ne sia valso il prezzo da pagare. Si è bruciata una vita in poco più di un momento, ed adesso non c’è niente che meriti lo sforzo di rimettersi davvero in carreggiata. Questa è la realtà delle cose, se proprio vuoi scriverla. Ed adesso vattene via, ti ho detto anche troppo, Antonio: la mia amica non sarebbe contenta che io raccontassi al primo arrivato queste sue cose così intime. D’accordo, fa lui; la ringrazio, comunque. La storia che mi ha raccontato è proprio quella che volevo sentire dalla voce della sua protagonista.

Bruno Magnolfi

mercoledì 4 luglio 2018

Errori comportamentali.


    

            Quando mi sono reso conto che qualcosa stava ormai andando storto, mi sono subito girato di spalle per non guardare, o meglio per non vedere proprio neanche per sbaglio quello che stava davvero succedendo, dice lui al giudice per le indagini preliminari. Per cui adesso non posso dire niente su cosa sia accaduto veramente o come si siano svolti i fatti: ero sul posto, indubbiamente, però in sostanza non ho visto proprio nulla. La sua deposizione è ancora sotto giuramento, gli ricorda il giudice; lei sa bene a che cosa va incontro se sarà smentito dai fatti o da altri testimoni, perché qui adesso per quello che ci dice, noi non possiamo bonariamente che credere alla sua parola, come lei in fondo vorrebbe, ma è brevissimo il passo per  incriminarla subito per falso.
            Ma che dice signor giudice, fa lui: io le sto dicendo davvero come sono andate le cose, e non potrei certo inventarmi qualcosa del genere per depistare le indagini o per alleggerire la mia posizione. Va bene, dice il togato, si prende atto che lei non ha visto niente, ma in ogni caso avrà almeno sentito i rumori di quanto stava accadendo alle sue spalle. Certo, fa lui; ho capito subito che là c’era in ballo qualcosa di grave, signor giudice, per questo mi sono allontanato dalla scena senza voltarmi neppure per un attimo: non volevo entrarci in quella faccenda, non volevo avere proprio niente a che fare con ciò che stava accadendo, e l’unica maniera che mi è parsa risolutiva è stata quella appunto di allontanarmi.
            E che cosa ha sentito di preciso, chiede il giudice. Soltanto un po’ di trambusto fa lui; ecco, come se qualcuno si agitasse parecchio, forse per spostare qualche sedia o qualche tavolino del locale e magari farsi più spazio per affrontare meglio a mani nude un avversario, per esempio. D’accordo, dice il togato, ma se lei sente dei rumori così sospetti alle sue spalle normalmente le viene istintivo l’atto di girarsi ed osservare la scena ad occhi spalancati, proprio per rendersi conto se magari la minaccia che lei percepisce dai rumori non riguardi per caso anche la sua persona. Cosa le devo dire signor giudice, a me questo istinto che dice lei non è affatto scaturito fuori, e non mi è presa neppure nessuna curiosità, tanto che  mi sono sentito maggiormente tutelato nel non vedere niente e non sapere nulla di quanto stava accadendo alle mie spalle.
            Converrà con me che questa sua resta comunque una posizione molto comoda, dice il giudice: lei c’era, si trovava a pochi passi da quanto è accaduto, ma è esattamente come non ci fosse stato. E comunque devo rendermi anche conto che a lei non interessa molto la conoscenza della verità da parte nostra, visto che continua a parlare senza fornire alcun dettaglio che ci risulti utile ai fini delle indagini. Non posso farci niente, signor giudice, fa lui. Quello che so o che sono riuscito a sapere, è semplicemente quello che hanno riportato tutti i giornali, né una cosa di più e neppure una di meno. Per quanto riguarda le supposizioni poi, io non mi sento di farne neanche una, visto che mi ritengo del tutto estraneo a quanto è accaduto.
Va bene, dice il giudice; allora si accomodi visto che non sa spiegarmi proprio niente, però rimanga in zona, perché sono quasi sicuro che ci sarà qualcuno che parlerà di coloro che erano presenti sulla scena, e magari anche di lei, e forse la tirerà perfino in ballo, addirittura  con modalità del tutto diverse da quelle che lei ci ha raccontato fino adesso. Firmi qui. Grazie signor giudice, fa lui; vedrà anche lei poco per volta che non ci sono errori in quello che le ho detto.

Bruno Magnolfi

giovedì 28 giugno 2018

Saluti superflui.



La madre senza guardarla dice qualcosa a voce bassa, mentre si sposta lentamente intorno al tavolo della cucina, ma lei finge di non aver neppure sentito quelle poche parole che le paiono dettate soltanto dalle abitudini e dai modi di sempre. Segue un piccolo silenzio piuttosto teso durante il quale la figlia si aspetta di ascoltare la ripetizione dello stesso discorso, ed infine difatti l’anziana donna conferma con voce appena meno tollerante di prima, quanto aveva già chiesto alla figlia: sei sicura di dover uscire proprio in questo momento? le fa, come se intendesse mettere in dubbio l’importanza o la legittimità di ciò che lei abbia da fare. Ma certo, dice la figlia, tanto non ci metterò neanche molto tempo, tra un’ora o poco più sarò di ritorno.
La mamma allora si siede, mostrando l’atteggiamento rassegnato di chi ancora una volta deve subire la realtà non potendola gestire come vorrebbe. Osserva qualcosa di un vecchio giornaletto sul piano del tavolo mentre la figlia si prepara, poi quando lei apre la porta in fondo al corridoio prima di salutarla, chiede se può acquistarle delle sigarette. Lo sai mamma che ti fa male fumare, dice la figlia, forse te ne porterò una, ma deve bastarti per tutta la giornata. Poi torna indietro con l’espressione corrucciata di chi sta dimenticando qualcosa di veramente importante, entra per qualche attimo nella sua stanza, ed infine torna in cucina guardando sui mobili, mentre richiude la sua borsetta dopo averci guardato dentro.
Avevi dimenticato le chiavi di casa? le chiede l’anziana donna guardandola con occhi piuttosto spenti. No, fa lei, avevo soltanto preparato un elenco delle cose da fare e da comprare, ma adesso chissà dove l’ho messo. In ogni caso, fa l’altra, se non hai le chiavi non preoccuparti: tanto ci sono io in casa per aprirti. Va bene mamma, ho capito, d’altronde dove vorresti andare; è solo che non capisco come abbia fatto a perdere il mio foglietto. Lo ritroverai, fa l’altra, in questa casa non si è mai perso niente. Certo, dice la figlia spazientita, però si dà il caso che mi serva in questo momento, e non più tardi o magari domani. Come vuoi tu, fa la madre con l’aria rassegnata di chi si sente brontolare anche per un nonnulla.
Poi si alza dalla sua sedia e con lentezza studiata apre un cassetto della credenza: forse hai messo qualcosa qui dentro, dice mentre la figlia ha già ripreso a guardare dentro alla borsa. No, non preoccuparti, è soltanto una cosa che riguarda la mia distrazione, la mia memoria, però se adesso non trovo quel benedetto foglietto sto male, dice sbuffando e rovistando un po’ dappertutto. Intanto la mamma ha già aperto con indifferenza un altro cassetto e sembra voler passare in rassegna tutto quello che le capita davanti agli occhi, ma giusto per dimostrare alla figlia il suo impegno, perché per il resto non osserva neanche le cose che vede.
Va bene, dice la figlia alla fine; più o meno mi ricordo quello che vi avevo scritto, in fondo posso anche andarmene senza il mio elenco. Ma in quel momento sopra al mobiletto vicino alla porta rimasta socchiusa il suo foglietto eccolo lì, in bella vista. La mamma lo vede mentre lei va diretta per prenderlo per non farsene accorgere, così le dice soltanto: certe volte le cose stanno nei posti più abituali. Ma questo non lo dice per farsi ascoltare da sua figlia, quanto per dare alle sue parole un sapore superiore ad un dialogo qualsiasi, quasi come un monito di ordine generale, ed è per questo che l’altra apre la porta ed esce senza neppure un saluto.


Bruno Magnolfi


mercoledì 27 giugno 2018

Sguardi sinceri.


          

            Mi sento disperato, dice lui guardando dritto avanti a sé verso un indefinito punto fisso. L’altro non risponde niente, gli pare comunque che ogni cosa in quella piccola azienda si stia come predisponendo al peggio anche se lui non è ancora riuscito bene neppure a comprendere quali siano i veri motivi della catastrofe incombente, mentre continua a cercare, ma soltanto per dovere professionale, di non demoralizzare ulteriormente il suo cliente. Vorrei chiudere qui con quanto è accaduto, riprende lui; voltare questa pagina definitivamente ed immaginare da ora in avanti che tutto intorno a me riesca miracolosamente a risorgere, anche se non saprei proprio comprendere in quale maniera. Guardo il mio lavoro, la mia attività di sempre, le cose in cui ho sempre creduto, e mi sembra tutto ormai così distante, quasi che da ora non sapessi fare più praticamente nulla, neppure qualcosa direttamente con queste mie mani. Potrei però tentare un’ulteriore mediazione con la banca, dice l’altro; se ci riuscisse di farci accordare almeno un po’ di ossigeno, forse potremo essere in grado magari di trovare una nuova piccola commessa, giusto per farci andare avanti quanto serve a rimetterci in pista. Se l’approva posso anche attivarmi subito.
Va bene, dice lui già più distante: possiamo anche provare, non costa quasi niente farlo, però la completa mancanza di entusiasmo che ho in questo momento si spalmerà irrimediabilmente su tutto ciò che cercherò di fare. Questo è probabile, fa l’altro, in ogni caso il percorso non può certo essere diverso da questo che ho indicato, ed il mio consiglio da consulente d’impresa e anche da sostenitore di questa azienda è che si tenti ulteriormente almeno questa strada, mettendo purtroppo sul piatto della bilancia l’ultimo immobile rimasto tra tutte le proprietà della famiglia. È una decisione grave, fa lui; non posso certo prenderla a cuor leggero, ci devo pensare almeno per un giorno, e darne informazione come minimo anche ai miei, per poi trovare il coraggio per intraprendere quest’ultimo percorso. Io non penso sia proprio il caso di parlarne con troppa gente, fa l’altro: ognuno ad ascoltarla direbbe la propria opinione ed il proprio pensiero, col risultato di confondere le cose e renderle persino più difficili.
D’accordo, fa lui, adesso però mi dia almeno il tempo di pensarci sopra questa sera, vorrei ritrovare la mia consueta freddezza per le decisioni, prima di convincermi di averla completamente perduta. Certo, fa l’altro, tra un attimo la lascio solo, magari ci sentiamo più tardi. Va bene, dice lui mentre lo accompagna verso la porta dell’ufficio. Poi torna a sedersi presso la sua scrivania, osserva le matite, le cartelline, tutti gli oggetti che ancora stanno sopra quel piano di lavoro che ne ha già viste parecchie, ed improvvisamente gli sembra di stare bene, come di essere completamente fuori da quell’incubo opprimente che ha caratterizzato quegli ultimi mesi. Si alza, tira fuori una bottiglia da un armadio, beve un bicchierino, e poi osserva quelle foto incorniciate sopra le pareti che continuano a mostrare tutta la sua carriera di piccolo imprenditore. Poi torna a sedersi, la sua tranquillità lo rende coraggioso, si osserva per un attimo le mani, poi prende il telefono, compone un numero diretto e gli risponde dopo poco il direttore della banca.
No, fa lui all’apparecchio, non importa interpellare nessun altro, da questo momento non c’è più bisogno di alcun intermediario: tratterò direttamente io gli affari della mia piccola azienda, e se non vorrete accordarmi un ulteriore prestito per superare questa fase, lo dovete fare senza profili professionali interposti, ma semplicemente guardando me negli occhi.

Bruno Magnolfi

domenica 24 giugno 2018

Senza senso.




Mi dispiace, dice quello che maggiormente se ne intende di medicina, ma la donna non può proprio camminare. Gli altri si guardano con espressioni perse, a nessuno viene voglia neppure di chiedere ulteriori spiegazioni, ed uno o due di loro tornano a sedersi lasciandosi sprofondare sopra le sedie impagliate che stanno attorno al tavolo di legno, quasi senza un’altra precisa volontà. Potremmo approntare una barella però, dice dopo qualche minuto di silenzio lo stesso tizio che ha parlato poco prima: si possono usare alcuni pali di legno che ho intravisto là fuori, e poi stendere su quelli un lenzuolo ben legato.
Certo, dice un altro, lo possiamo fare; in considerazione però di tutta la strada disagevole che ci sarà da affrontare, un fardello del genere diventa un rallentamento notevole della nostra già stretta tabella di marcia. Può darsi che in questo modo non si riesca neppure ad arrivare a destinazione per l’orario che abbiamo pattuito, e questo fatto ci metterebbe nella condizione di essere un semplice bersaglio per chiunque voglia disfarsi di gruppi come il nostro.
Dobbiamo correre il rischio, dice un altro che è rimasto in piedi; non abbiamo alternative. Ci daremo il turno ad esempio ogni dieci minuti per sostenere la barella, e per il resto affronteremo tutto quanto come avevamo già previsto. Nessuno degli altri trova alla fine niente da ridire rispetto a questo progetto, e due di loro subito escono come per dar seguito a quanto stabilito ed approntare quindi la lettiga. Ma al momento in cui le cose sembrano già essere impostate, esce la donna leggermente zoppicando, e fermandosi sulla soglia della porta dice agli altri: lasciatemi qui; ci sono maggiori probabilità che ritorniate in fretta a prendermi una volta raggiunta la vostra destinazione, piuttosto che rischiare tutti di arrivare in ritardo e compromettere l’operazione.
Gli altri si guardano, probabilmente ha ragione in pieno pensano tutti, così con due parole quello che sa di medicina si offre di rimanere insieme a lei, e gli altri raccolgono velocemente le loro borse e se ne vanno dopo poco, senza ulteriori indugi. Loro due rientrano nella baracca, la donna si siede, lui cerca di sistemare al meglio le cose utili che sono rimaste a disposizione là dentro. Ce la possiamo fare, le dice con un mezzo sorriso sulle labbra: in fondo abbiamo molto tempo prima che ci scoprano, possiamo starcene tranquilli almeno per un po’.
Ma un forte boato irrompe nell’aria tiepida e tranquilla lasciando loro due senza parole. E’ soltanto il tuono, dice lei dopo un momento: un temporale si sta facendo avanti, non c’è niente d’altro per il momento che ci sta minacciando. La pioggia dopo un attimo arriva copiosa, il tetto della baracca suona come un tamburo sotto alle grosse gocce, i due guardano fuori il paesaggio fradicio ed aspettano con calma ancora pieni di speranza.  
Sono stufo di tutto questo, dice lui di colpo; mi sembra persino impossibile che si possa essere finiti in questo modo. Certo, ce la caveremo in un modo o nell’altro, ma tutto questo non avrà avuto alcun senso una volta giunti al termine. Hai ragione, fa lei, forse non avremmo mai dovuto imbarcarci in questa situazione, sarebbe stato sufficiente pensarci meglio, riflettere di più, calcolare meglio i rischi, anche se adesso è del tutto stupido tentare dei ripensamenti.

Bruno Magnolfi

lunedì 18 giugno 2018

Conquista raggiunta.




La chiamano a voce alta anche per diverse volte durante questi pomeriggi di sole mentre se ne sta in solitudine da una parte, non tanto perché vorrebbero averla insieme con loro, visto che lei non dice quasi una parola e non è certo una persona di grande compagnia, quanto perché desidererebbero tutti che la smettesse di giocare sempre con l’acqua come certe volte continua a fare per ore ed ore in queste lunghe giornate d’inedia. Carla va fino alla fontanina in pietra in fondo all’ ampio cortile tutte le volte in cui ne sente la voglia, appoggia a terra con attenzione le due o tre bottiglie di plastica che porta spesso con sé, e poi con metodo inizia a riempirle, lentamente, senza versare mai neppure una goccia di quell’acqua fresca e limpida che scorre piacevolmente dal rubinetto. Poi travasa il liquido da una bottiglia all’altra, come fosse quello un elemento estremamente prezioso, e prosegue a fare tutte queste operazioni fino a quando qualcuno non riesce a convincerla in qualche modo a smettere.
Sono i quantitativi quelli che contano, la capacità di ogni recipiente di tenere dentro di sé più o meno liquido, e questo con certezza non è un dato scontato, ma varia indipendentemente dalla forma esterna che hanno fatto assumere all’involucro dentro la fabbrica dove è stato generato. Sono queste in fondo le scoperte più importanti che si possono fare quando si sperimentano cose di questo genere, proprio perché alla fine l’elemento essenziale che ci porta tutti un passo avanti è esattamente la coscienza con cui si affrontano le vicende reali che ci capitano, con il loro vuoto, oppure il pieno, sia di senso che di significato.
Poi Carla si scuote, raggiunge le altre donne della sezione femminile di cui fa parte, e si mette in un angolo forse a meditare le nuove scoperte che è riuscita ultimamente a mettere davvero insieme. Qualcuna la guarda con intensità e magari sorride alle altre, mostrando quell’incomprensione che lei però conosce benissimo e che riesce a sopportare senza alcuno sforzo, gettandosi attorno tutta quell’indifferenza che da sempre prova per chi non sa comprendere neppure i rudimenti della sua fondamentale scienza. Infine Carla si siede, da sola, senza chiedere alle altre alcuna attenzione per se stessa, ed è allora che una o due tra tutte si avvicinano a lei pur senza rivolgerle mai delle domande in forma diretta.
Sono soddisfatta, fa Carla a un certo punto; i miei esperimenti hanno mostrato in questi ultimi tempi che ci sono delle verità che purtroppo non conosco proprio per niente. Cose di cui non ho neppure sentito mai parlare; ma questo fatto per me è senz’altro positivo: significa che con la curiosità e l’applicazione che riesco ad impiegare posso facilmente scoprire addirittura anche dentro di me tutte quelle cose che non avrei mai creduto ci potessero davvero essere. Perciò mi sento pronta a lasciare per strada tutto ciò che adesso mi appare soltanto una zavorra, e sostituire il vuoto che viene a formarsi in questo modo con nuove idee e con nuove esperienze. Presto sarò del tutto rinnovata dice con compiacimento, e questa raggiunta fase sarà del tutto una mia importantissima conquista.


Bruno Magnolfi

giovedì 14 giugno 2018

Sbagli clamorosi.



Stanno tutti fermi nel momento in cui li guardi, ma appena sono sicuri di non essere osservati, ecco che iniziano a girarsi, a parlare tra di loro, a ridere e scambiarsi segnali di condivisione. Allora cerchi di ignorarli, di fingere che neppure siano qui, proprio da queste parti dietro di te, e che le cose di cui parlano risultino soltanto il frutto di superficialità e di semplice egoismo. In certi casi, sempre volgendo loro le spalle, ti soffermi ad ascoltare quei loro discorsi, e spesso ti pare persino impossibile che dicano davvero cose di quel genere.
Non ha alcuna importanza rifletti, sono soltanto costituiti di quel nulla che in un brutto giorno li ha voluti chissà come generare, e forse loro stessi prima o dopo si renderanno conto in maniera autonoma che i loro argomenti, con quanto pretendono di essere migliori di qualsiasi altra conclusione, non faranno altro che portare tutto quanto verso qualcosa che sarà peggiore di qualsiasi già nefasta previsione.
Poi però ti chiamano, mentre già ti eri quasi disinteressato dei loro comportamenti, e allora ti volti manifestando una certa sorpresa, ed ecco che quelli ti chiedono subito se vuoi provare a stare assieme a loro. Naturalmente fai cenno di no con la tua mano, come se avessi ben altro di cui occuparti in questo preciso momento, e per dimostrazione di questo pensiero ti allontani subito come se non avessi niente a che fare con gente di quel tipo, o forse per evitare ulteriori richieste da parte loro. Però inizi a pensare all’offerta che ti è stata fatta, e riflettendola meglio non ti sembra più così completamente assurda com’era sembrata inizialmente.
Così torni sui tuoi passi, ti fermi, loro sembrano ancora immobili, in attesa, però ti pare che sulle loro facce si sia formato un lievissimo sorriso. Ti guardi attorno, non trovi niente di anormale in tutto ciò che ti circonda, così vai a sederti su di una seggiolina del caffè all’aperto dove stanno tutti, mentre gli altri non sembrano neppure meravigliarsi troppo del tuo arrivo. Per il momento non hai voglia di parlare con nessuno, sia ben chiaro, però sai bene che ti verrà domandato qualcosa tra pochissimi momenti, perciò dovrai rispondere e spiegarti, ma sempre che tu ne abbia davvero voglia, ed insieme alle tue parole forse scivolerà via quella diffidenza che hai sempre avuto verso coloro che per tutto questo tempo hai considerato degli estranei.
Ti parleranno probabilmente di cose semplici, quasi di ovvietà, ma lo faranno giusto per instaurare un primo collegamento tra quelli che tu consideri due mondi differenti. Ed invece no, ecco che ti offrono qualcosa da bere, ti dicono che se non ti va puoi andartene in qualsiasi momento, ma se rimani lo fai soltanto per una tua precisa volontà, perché nessuno di loro ti trattiene. Come ti chiami, chiedono poi sommessamente, e tu lo dici, ed aggiungi subito qualcosa che sa di personale, esattamente come il tuo nome, e loro ascoltano, lasciano che tu spieghi i tuoi argomenti, tu dica quello per cui provi qualche necessità, ciò che ti sembra di poter estrapolare tra i tuoi pensieri in questo momento esatto, insieme a tutto quello che hai sempre considerato come una semplice profonda verità. Quando infine te ne vai saluti tutti: sono come me, pensi già meravigliandoti degli stessi tuoi pensieri; soltanto non sanno di sbagliare.


Bruno Magnolfi