venerdì 7 settembre 2018

Opinioni diverse.



Sta giù, gli fo, ti dico io cosa c'è da vedere. Va bene, fa lui; una vera fortuna avere tutto per noi un posto di osservazione così privilegiato. Già, gli fo io, e la cosa più importante è che nessuno ci possa notare, che nessuno riesca neppure ad immaginarsi che noi stiamo vedendo perfettamente tutto quanto ciò che ci sta attorno. Dai allora, non perdere altro tempo, dimmi cosa riesci a guardare, fa lui, e cerca di essere il più possibile imparziale nelle tue descrizioni. Bé, ci sono delle persone che camminano lungo il marciapiede, fo io, gente piuttosto interessante devo dire, ma tra queste intravedo giusto due individui, un uomo ed una donna, che proprio in questo momento si sono fermati a parlare tra loro non molto lontano da qui. Non riesco purtroppo ad interpretare le loro voci, a comprendere del tutto le parole che si dicono, avverto soltanto una specie di brusio, ma dalle espressioni e dai gesti che fanno credo proprio stiamo discutendo di cose estremamente importanti.
Descrivili, fa lui, non tenermi così sulle spine. D’accordo, fo io: lui sembra il tipo di persona che sa sempre tutto, forse potrebbe essere un insegnante, sembra peraltro molto orgoglioso di indossare una giacca sportiva che sfoggia come per darsi un contegno. Lei invece è una signora un po’ avanti con gli anni, abbigliamento ordinario però curato, forse un tipo a cui non la si dà a bere facilmente: una persona attenta, meticolosa, e difatti non rimane certo in silenzio ad ascoltare il professore, ma anzi sembra interromperlo spesso, pur con una certa educazione, per dirgli senza mezzi termini quale sia la sua opinione.
Va bene, fa lui, però adesso chiariscimi meglio la dinamica dei fatti: insomma se si riesca a comprendere chi dei due abbia ragione, ad esempio, o magari chi riuscirà a concludere meglio tutta la discussione, chi sarà capace di coinvolgere persino altre persone in quanto si stanno dicendo questi due. Non lo so, faccio io, ci sono delle cose che sembrano come sfuggirmi, ma a me pare sia la donna in questo momento ad essere più motivata rispetto agli argomenti del professore, anche se sono convinto non calcherà mai troppo la mano in tutto quanto. E’ come se della chiacchierata ne facessero una questione di principio, sembra quasi che nessuno dei due intenda riconoscere le opinioni dell’altra.
Eppure ci deve pur essere una soluzione per tutto quanto, fa lui; si deve pur trovare il giusto argomento che metta a tacere ogni altra convinzione e mostri un interesse più alto che non sia una sciocca vincita sul campo che lascia assolutamente il tempo che trova. Ecco, fo io, adesso però si è avvicinata una terza persona, si ferma vicino a loro, sembra sia un conoscente di ambedue, difatti scambia con loro dei saluti essenziali, e poi rimane per qualche attimo in ascolto degli argomenti portati avanti fino adesso dal professore e dalla signora. In una pausa dice qualcosa, sfoggia un carattere calmissimo, il tipo di persona che riesce a ponderare ogni parola che esprime. Ma ora sembra proprio abbiano trovato un punto di convergenza, si riavviano, riprendono come tutti a camminare lungo il marciapiede.
Bene, fa lui, forse sono riusciti a trovare l’equilibrio che pareva mancasse, oppure semplicemente quei due si sono sentiti sopraffatti da un’opinione maggiormente obiettiva di quella che avevano loro, e così hanno deciso di chiudere lì ogni altra discussione. Forse nessuno alla fine aveva davvero ragione, ma tutti si sono accorti che c’era troppa individualità in ciò che sostenevano.


Bruno Magnolfi

martedì 4 settembre 2018

Memoria persa.

            

            Lucio confida al medico di provare un forte senso di oppressione ogni volta che si corica nel letto e chiude gli occhi per addormentarsi, come se il suo corpo cercasse quasi di sfuggire in qualche modo a quel necessario stato di riposo.  Si tratta di alcune sensazioni un po’ particolari, spiega meglio, come se tutte le preoccupazioni della giornata ed anche del periodo si concentrassero nella mia mente proprio in quegli attimi, spaventandomi e rendendomi spesso irrigidito. In pochi minuti però la stanchezza e l’abitudine prendono naturalmente il sopravvento, ed infine riesco come tutti ad addormentarmi, tanto che alla fine sono in grado in genere di riposare bene per tutta la notte senza dover affrontare altri problemi, conservando pur tuttavia una parte di quel forte turbamento provato subito prima del sonno, restandomi impresso nella mente come una brutta esperienza, al punto che riesco a sentirne ancora il sapore amaro per tutto il mattino seguente dopo il risveglio.
Il medico chiede allora a Lucio se questa sua presunta oppressione non sia data per esempio dalla monotonia o dalla pesantezza del suo lavoro, oppure da alcuni comportamenti assunti da qualche suo collega o da qualche conoscente, o anche dai rapporti che intrattiene con i suoi affetti più vicini magari, che in certi casi forse riescono a deluderlo; o magari semplicemente da qualcosa che lui stesso vorrebbe fare e che invece proprio non affronta, ma mentre lo ascolta Lucio comunque si limita a disegnare un gesto in aria con la mano, presentando un mezzo sorriso sopra la sua faccia, come a mostrare l’infondatezza di tutte quelle ipotesi. No, dice subito dopo. Non è questo. Si tratta di una parte di me, di un elemento della mia personalità che sento nel profondo, dove nessun altro ha un ruolo, se non solamente me stesso e la mia sensibilità.
Forse è soltanto un ricordo, prosegue Lucio, qualcosa che senza averne precisa coscienza cerco di far riaffiorare ogni volta alla mia mente, qualcosa che con ogni probabilità adesso non ho più dentro di me, forse perché semplicemente l’ho rimosso: praticamente ci sono certe zone del mio passato di cui sono sicuro una volta essere stato custode geloso dentro di me, ma che poco per volta sono uscite dalla mia memoria. Non so, magari tra un po’ di tempo probabilmente riuscirò a mettere a fuoco nuovamente quel particolare ricordo o tutti quegli altri di chissà quanto tempo fa, però sono sicuro che la mia mente ne ripescherà soltanto la parte che maggiormente sceglie di desiderare, tralasciando furbamente tutte le altre. Sarà così semplicemente un’altra cosa, anche se sono sicuro fingerò che siano stati proprio quelli i miei ricordi che avevo come perduto, ed in questo modo tutto verrà brutalmente riplasmato, come fosse un materiale duttile a cui si può cambiare la forma ogni volta che si vuole. L’oppressione che provo insomma è data forse proprio da questa debolezza che sento nel mio animo, da questa mancanza sistematica di qualche elemento nella mia memoria, e dalla incapacità che provo alla fine di avere in me dei ricordi veri, concreti, obiettivi.
Tutti siamo fatti più o meno così, dice il medico, la nostra memoria produce un continuo lavorio di miglioramento e di sostituzione dei particolari di ogni ricordo, fino a rendere la memoria di ogni fatto del passato spesso quasi un’altra cosa, forse più piacevole, più congeniale alla nostra voglia di tenerne a mente fedelmente dei dettagli. Va bene, dice Lucio, in ogni caso l’oppressione che provo non è certo qualcosa di così comune, e non può essere curata banalmente con qualche pillola o degli ordinari ritrovati medici. Ci vorrebbe un cambio di programma nella mia mentalità, qualcosa che mi provocasse una certa indifferenza verso tutto il mio passato, piuttosto che cercare di ricostruirlo. Come se improvvisamente mi ritrovassi a vivere soltanto di presente, senza bisogno alcuno di avere ancora dei ricordi.


Bruno Magnolfi 

lunedì 13 agosto 2018

Maschera di oggi.

          

            Si muovono tutti quanti forse troppo in fretta, dice l’uomo, adesso non riesco neppure a mettere a fuoco le persone che normalmente mi hanno sempre incuriosito. E’ come se non ci fosse più necessità di scambiarsi una parola o un gesto di saluto. Sei soltanto ammalato, dice lei, adesso devi soltanto pensare a curarti e riposare, lasciando perdere questi piccoli dettagli senza alcuna importanza. Trascorre qualche minuto di silenzio, lui resta seduto a guardare ancora qualcosa fuori dal vetro della sua finestra, lei va avanti e indietro a sistemare alcune piccole cose prima di uscire dall’appartamento. Probabilmente sono diventato soltanto un vecchio noioso, fa lui sottovoce mentre cerca di sistemarsi con il piede una pantofola. Lei non gli risponde, si limita a guardarlo per un attimo per poi proseguire con le sue faccende.
            Questa finestra è sempre stato il mio passatempo preferito da quando non posso più uscire di casa: osservare da qui le persone che conosco come anche quelle che non ho mai visto, è come stare in mezzo a loro, ascoltare in qualche modo le parole che si dicono, comprendere i sentimenti che si scambiano o semplicemente manifestano. E’ quasi assistere ad un film muto dove tutti i comportamenti dei protagonisti si comprendono benissimo: i sorrisi, il modo di salutare, gli argomenti delle discussioni, le chiacchiere leggere, tutto. Ma adesso anche la vista non mi sostiene più, e a volte mi pare che tutti abbiano la medesima espressione, e che le persone che transitano lungo questa strada siano praticamente identiche, esattamente tutte con la stessa faccia, i medesimi gesti, gli stessi pensieri nella testa.
            Forse è così, dice lei sorridendo mentre ha già preso la borsa e si dispone a uscire. Probabilmente qualcuno si è accorto della tua curiosità, e così si è sparsa la voce tra chiunque si trovi a passare proprio da queste parti, di fare in modo di evitare ogni espressione davanti alla tua finestra, e di tenersi il più possibile indifferente anche a qualsiasi incontro gli possa capitare. No, non dire sciocchezze, sbotta l’anziano alzando leggermente un braccio. Non è così che va il mondo, nessuno fingerebbe mai qualcosa soltanto per non dare soddisfazioni ad un povero vecchio. Sono i tempi che sono cambiati, piuttosto, e nessuno oramai ha più niente da dirsi, figuriamoci poi ad esprimere i propri sentimenti con i gesti.
            Va bene, adesso esco, dice la figlia aprendo l’uscio; ripasso comunque prima dell’ora di pranzo, per vedere se hai bisogno di qualcosa. Va bene, va bene, dice lui senza voltarsi e mantenendo gli occhi sulla strada. Un tempo dovevamo farci comprendere ad una prima occhiata, dice poi tra sé. Ed eravamo pronti ad interpretare con attenzione qualsiasi sottigliezza nei modi di comportarsi della gente che ci trovavamo ad incontrare. Non è più così, è evidente, e tutto poco per volta si è appiattito in un vocabolario formato da due o tre gesti, poche espressioni, qualche faccia composta per pura convenienza. Non importa, dice poi come se la figlia fosse ancora lì vicino a lui; prendo atto di quanto è capitato negli ultimi anni, ed uno di questi giorni mi farò preparare una grande fotografia della mia faccia da mettere sopra questo vetro, così che tutti mi credano ancora pronto come sempre ad osservare il mondo da questa stupida finestra. E la mia soddisfazione sarà soltanto quella di mettermi a sonnecchiare sopra questa sedia ed immaginarli tutti ancora lì, lungo la strada, proprio come un tempo, a scambiarsi saluti ed espressioni, a fare gesti con le braccia e con il viso, sorridendosi tra loro o guardandosi anche storti; ancora veri però, senza alcuna maschera.


            Bruno Magnolfi     

mercoledì 18 luglio 2018

Scarpe strette.

            
            Tutto è cambiato, dice lui. Non c'è più niente di interessante oggi, inutile addirittura essere venuti fino qui. Le palazzine di questa strada sono state quasi tutte ristrutturate, qualcuna addirittura demolita e poi ricostruita, e ormai non si riconosce più niente, neppure la casa dove abitavo quando ero piccolo. Ma in fondo cosa mi interessa del passato, dice alla fine ad alta voce; quello che conta è adesso, nient’altro.
Il suo amico lo guarda negli occhi, sa stare in silenzio quando la situazione lo richiede, poi prende un sorso della sua birra e lascia che lui vada comunque avanti con i suoi argomenti. Nel locale del quartiere in quel momento non c'è quasi nessuno, soltanto due ragazzi in un angolo che ridono ogni tanto, e poi il barista, che ha tolto anche la musica di sottofondo mentre sistema le sue cose dietro al banco.
Forse dovrei fare qualcosa, dice lui; prendere un’iniziativa, farmi venire una buona idea in testa, anche se so benissimo che è tardi anche per fare certi discorsi. Sono stato troppo tempo ad  immaginare che qualcosa di buono mi capitasse un giorno o l’altro, invece non è successo proprio niente, se non tante piccole cose quasi tutte di stampo negativo. Tutto è andato lentamente peggiorando per me, fa lui, ed io tante volte ho finto di non accorgermene neppure.
L’altro si guarda attorno, forse potrebbe dire adesso che anche per lui finora non è andata benissimo, però sta zitto, non vuole certo andare a mescolare tra loro certe faccende. Lui non dice quasi più niente, se non che quando si perde il lavoro e non si è più giovani diventa davvero difficile mettere a punto quale sia la cosa migliore da fare, ed anche piangersi addosso non è certo una strategia che possa servire.
Poi i due si alzano ed escono; avere tanto tempo libero porta a rimeditare continuamente parecchie delle tue cose, dice lui dopo una lunga pausa all’amico: continuo a riflettere su tutto quanto come se sapessi che in fondo a questo percorso doloroso fosse annidata in qualche modo la soluzione di tutti i miei problemi. Ma non è così: dovrò arrangiarmi, tirare la cinghia all’inverosimile, forse perdere la dignità e presentarmi da chiunque con il cappello sempre in mano; e poi chissà se tutto questo servirà davvero a qualche cosa.
Eccolo qua il mio passato, aggiunge; sta tutto dentro a queste scarpe che porto ai piedi: forse riusciranno ad andare ancora lontano, o forse no. Non c’è da farsi grandi illusioni, i pochi soldi che ho messo da parte poco per volta finiranno, e non avrò più nemmeno la possibilità di fare tante cose che mi parevano normali fino ad oggi. Il futuro mi appare avvelenato, dice ancora mentre si allontanano da quelle strade; devo farmene immediatamente una ragione, e ritrovare in qualche modo l’entusiasmo per riuscire comunque a sopravvivere.


Bruno Magnolfi

lunedì 9 luglio 2018

Presa diretta.


            

            La donna tende normalmente a nascondersi persino quando passa qualche operatore delle organizzazioni per il sociale magari soltanto per chiedere come le vadano le cose ed a portare a quelli come lei che stazionano sempre da quelle parti qualcosa da bere e da mangiare. Non vuole avere niente a che fare con nessuno di alcun tipo, questo è il punto, non vuole essere giudicata, desidera starsene da sola e basta, forse anche per non rendersi del tutto conto della sua reale situazione. Per questo quando arriva questo tizio in completa solitudine, vestito alla buona, cortese, che si muove lentamente come avesse parecchio tempo da perdere, lei gli getta soltanto un’occhiata, giusto per rendersi meglio conto anche del bel ragazzo che si sta trovando davanti.
            Buonasera, fa questo bel tipo; mi chiamo Antonio, e se non disturbo mi fermerei un attimo su questa panchina insieme a lei. Va bene, dice la donna continuando a fumare una cicca rimediata mezz’ora prima da un tizio pieno di sé. Il ragazzo si mette seduto e poi prosegue per un minuto a guardare diritto davanti a sé, in silenzio, forse aspettando che magari sia proprio la donna a dirgli qualcosa. Alla fine lui sorride, si volta con calma e dice che lo sa come lei si chiama. Davvero, fa lei senza scomporsi, e come sarebbe che tu conosci tutte queste cose, visto che io non ti ho neppure mai visto. Me lo hanno detto alla mensa, fa lui, e mi hanno anche detto che sono diversi anni che lei va ogni giorno da quelle parti a mangiare, e che forse è una delle più assidue.
            Così sai già tutto, dice la donna, oppure qualcosa ancora ti manca e sei venuto fin qui per chiedermelo in faccia, immagino. No, dice lui, non sono uno curioso delle cose degli altri, soltanto vorrei scrivere una storia su di lei, magari sulle vicende che l’hanno portata a vivere così e ad andare alla mensa sociale, ma senza usare nomi, senza riferimenti precisi, soltanto qualche vicenda buttata lì e basta, nient’altro. Sei simpatico, dice lei, e probabilmente sei anche sincero, lo vedo dal tuo sguardo, anche se purtroppo non ti dirò proprio niente di me; piuttosto ti parlerò di una mia amica, che forse ha una storia ancora più interessante della mia.
Va bene, dice lui tirando fuori un piccolo registratore, sentiamo. Ecco, fa lei, si tratta di una ragazza di poche parole, ma che si è trovata a vivere una storia d’amore proprio importante, qualcosa che l’ha stregata talmente tanto che quando il suo lui l’ha mollata d’improvviso, lei si è ritrovata senza alcun punto di riferimento, neanche un posto preciso verso dove trascinare le sue povere ossa.  Forse si può arrivare a tanto per amore, fa lui. No, dice lei con forza, non deve succedere mai, questo è stato soltanto un caso particolare, una situazione irripetibile, una perdita completa della propria identità.
Va bene, fa lui, ma almeno questa sua amica si sarà goduta appieno qualche anno della sua vita insieme al suo uomo, anche se poi ha dovuto scontare tutto quanto nel tempo che è seguito. Forse si, fa lei, ma a ripensarci forse non ne valeva neppure troppo la pena: è stato tutto soltanto un semplice abbaglio, qualcosa che è durato per un periodo che adesso sembra anche lungo, ma che invece è stato persino troppo breve, troppo affrettato per poter dire che ne sia valso il prezzo da pagare. Si è bruciata una vita in poco più di un momento, ed adesso non c’è niente che meriti lo sforzo di rimettersi davvero in carreggiata. Questa è la realtà delle cose, se proprio vuoi scriverla. Ed adesso vattene via, ti ho detto anche troppo, Antonio: la mia amica non sarebbe contenta che io raccontassi al primo arrivato queste sue cose così intime. D’accordo, fa lui; la ringrazio, comunque. La storia che mi ha raccontato è proprio quella che volevo sentire dalla voce della sua protagonista.

Bruno Magnolfi

mercoledì 4 luglio 2018

Errori comportamentali.


    

            Quando mi sono reso conto che qualcosa stava ormai andando storto, mi sono subito girato di spalle per non guardare, o meglio per non vedere proprio neanche per sbaglio quello che stava davvero succedendo, dice lui al giudice per le indagini preliminari. Per cui adesso non posso dire niente su cosa sia accaduto veramente o come si siano svolti i fatti: ero sul posto, indubbiamente, però in sostanza non ho visto proprio nulla. La sua deposizione è ancora sotto giuramento, gli ricorda il giudice; lei sa bene a che cosa va incontro se sarà smentito dai fatti o da altri testimoni, perché qui adesso per quello che ci dice, noi non possiamo bonariamente che credere alla sua parola, come lei in fondo vorrebbe, ma è brevissimo il passo per  incriminarla subito per falso.
            Ma che dice signor giudice, fa lui: io le sto dicendo davvero come sono andate le cose, e non potrei certo inventarmi qualcosa del genere per depistare le indagini o per alleggerire la mia posizione. Va bene, dice il togato, si prende atto che lei non ha visto niente, ma in ogni caso avrà almeno sentito i rumori di quanto stava accadendo alle sue spalle. Certo, fa lui; ho capito subito che là c’era in ballo qualcosa di grave, signor giudice, per questo mi sono allontanato dalla scena senza voltarmi neppure per un attimo: non volevo entrarci in quella faccenda, non volevo avere proprio niente a che fare con ciò che stava accadendo, e l’unica maniera che mi è parsa risolutiva è stata quella appunto di allontanarmi.
            E che cosa ha sentito di preciso, chiede il giudice. Soltanto un po’ di trambusto fa lui; ecco, come se qualcuno si agitasse parecchio, forse per spostare qualche sedia o qualche tavolino del locale e magari farsi più spazio per affrontare meglio a mani nude un avversario, per esempio. D’accordo, dice il togato, ma se lei sente dei rumori così sospetti alle sue spalle normalmente le viene istintivo l’atto di girarsi ed osservare la scena ad occhi spalancati, proprio per rendersi conto se magari la minaccia che lei percepisce dai rumori non riguardi per caso anche la sua persona. Cosa le devo dire signor giudice, a me questo istinto che dice lei non è affatto scaturito fuori, e non mi è presa neppure nessuna curiosità, tanto che  mi sono sentito maggiormente tutelato nel non vedere niente e non sapere nulla di quanto stava accadendo alle mie spalle.
            Converrà con me che questa sua resta comunque una posizione molto comoda, dice il giudice: lei c’era, si trovava a pochi passi da quanto è accaduto, ma è esattamente come non ci fosse stato. E comunque devo rendermi anche conto che a lei non interessa molto la conoscenza della verità da parte nostra, visto che continua a parlare senza fornire alcun dettaglio che ci risulti utile ai fini delle indagini. Non posso farci niente, signor giudice, fa lui. Quello che so o che sono riuscito a sapere, è semplicemente quello che hanno riportato tutti i giornali, né una cosa di più e neppure una di meno. Per quanto riguarda le supposizioni poi, io non mi sento di farne neanche una, visto che mi ritengo del tutto estraneo a quanto è accaduto.
Va bene, dice il giudice; allora si accomodi visto che non sa spiegarmi proprio niente, però rimanga in zona, perché sono quasi sicuro che ci sarà qualcuno che parlerà di coloro che erano presenti sulla scena, e magari anche di lei, e forse la tirerà perfino in ballo, addirittura  con modalità del tutto diverse da quelle che lei ci ha raccontato fino adesso. Firmi qui. Grazie signor giudice, fa lui; vedrà anche lei poco per volta che non ci sono errori in quello che le ho detto.

Bruno Magnolfi

giovedì 28 giugno 2018

Saluti superflui.



La madre senza guardarla dice qualcosa a voce bassa, mentre si sposta lentamente intorno al tavolo della cucina, ma lei finge di non aver neppure sentito quelle poche parole che le paiono dettate soltanto dalle abitudini e dai modi di sempre. Segue un piccolo silenzio piuttosto teso durante il quale la figlia si aspetta di ascoltare la ripetizione dello stesso discorso, ed infine difatti l’anziana donna conferma con voce appena meno tollerante di prima, quanto aveva già chiesto alla figlia: sei sicura di dover uscire proprio in questo momento? le fa, come se intendesse mettere in dubbio l’importanza o la legittimità di ciò che lei abbia da fare. Ma certo, dice la figlia, tanto non ci metterò neanche molto tempo, tra un’ora o poco più sarò di ritorno.
La mamma allora si siede, mostrando l’atteggiamento rassegnato di chi ancora una volta deve subire la realtà non potendola gestire come vorrebbe. Osserva qualcosa di un vecchio giornaletto sul piano del tavolo mentre la figlia si prepara, poi quando lei apre la porta in fondo al corridoio prima di salutarla, chiede se può acquistarle delle sigarette. Lo sai mamma che ti fa male fumare, dice la figlia, forse te ne porterò una, ma deve bastarti per tutta la giornata. Poi torna indietro con l’espressione corrucciata di chi sta dimenticando qualcosa di veramente importante, entra per qualche attimo nella sua stanza, ed infine torna in cucina guardando sui mobili, mentre richiude la sua borsetta dopo averci guardato dentro.
Avevi dimenticato le chiavi di casa? le chiede l’anziana donna guardandola con occhi piuttosto spenti. No, fa lei, avevo soltanto preparato un elenco delle cose da fare e da comprare, ma adesso chissà dove l’ho messo. In ogni caso, fa l’altra, se non hai le chiavi non preoccuparti: tanto ci sono io in casa per aprirti. Va bene mamma, ho capito, d’altronde dove vorresti andare; è solo che non capisco come abbia fatto a perdere il mio foglietto. Lo ritroverai, fa l’altra, in questa casa non si è mai perso niente. Certo, dice la figlia spazientita, però si dà il caso che mi serva in questo momento, e non più tardi o magari domani. Come vuoi tu, fa la madre con l’aria rassegnata di chi si sente brontolare anche per un nonnulla.
Poi si alza dalla sua sedia e con lentezza studiata apre un cassetto della credenza: forse hai messo qualcosa qui dentro, dice mentre la figlia ha già ripreso a guardare dentro alla borsa. No, non preoccuparti, è soltanto una cosa che riguarda la mia distrazione, la mia memoria, però se adesso non trovo quel benedetto foglietto sto male, dice sbuffando e rovistando un po’ dappertutto. Intanto la mamma ha già aperto con indifferenza un altro cassetto e sembra voler passare in rassegna tutto quello che le capita davanti agli occhi, ma giusto per dimostrare alla figlia il suo impegno, perché per il resto non osserva neanche le cose che vede.
Va bene, dice la figlia alla fine; più o meno mi ricordo quello che vi avevo scritto, in fondo posso anche andarmene senza il mio elenco. Ma in quel momento sopra al mobiletto vicino alla porta rimasta socchiusa il suo foglietto eccolo lì, in bella vista. La mamma lo vede mentre lei va diretta per prenderlo per non farsene accorgere, così le dice soltanto: certe volte le cose stanno nei posti più abituali. Ma questo non lo dice per farsi ascoltare da sua figlia, quanto per dare alle sue parole un sapore superiore ad un dialogo qualsiasi, quasi come un monito di ordine generale, ed è per questo che l’altra apre la porta ed esce senza neppure un saluto.


Bruno Magnolfi