mercoledì 10 gennaio 2018

Segno di carta.



Fuori dalla mia stanza questi disegni non possono che apparire insulsi, pensa Francesco mentre ne osserva una piccola fila appoggiata in modo casuale sopra la coperta del suo letto. Senza l’intimismo della ricerca che tento ogni volta di inserire in ogni tratto della mia matita, e che forse solo qua dentro ha un senso, tutto sembra perdere velocemente di significato, trasformandosi in un attimo da immagine d’arte ad un qualsiasi scarabocchio. Quando i miei lavori li ha visti il Neri a casa di Cinzia per esempio, nonostante la sua volontà evidente di entusiasmarsi e sostenere le mie cose che osservava per la prima volta, non è riuscito neppure a spiccicare una parola, proprio come se quei cartoncini senza cornice gli risultassero degli elementi a lui completamente estranei, oppure soltanto dei ritratti rappresentanti alcune persone che non conosceva affatto, laddove al contrario aveva davanti semplicemente le facce e le espressioni dei suoi compagni di classe, quegli stessi che si ritrova di fronte praticamente ogni mattina.
Ma è difficile cercare di trasporre l’idea di un carattere che si muove normalmente di fronte a noi, l’interpretazione di una qualche personalità che forse immaginiamo di vedere, come descrivere la caduta della maschera che spesso rimane sopra i nostri visi impegnati nella ricerca spasmodica di apparire sempre diversi da come effettivamente siamo, vergandola semplicemente con una matita sopra un foglio di carta magari a grana grossa. E’ una lettura personale quella che ne viene fuori, e gli altri possono vederci dentro tutt’altre cose rispetto a quelle che avremmo voluto evidenziare.  Per questo, per il rapporto malato tra realtà e trasposizione sulla superficie, l’unico elemento che può emergere poi dal disegno finito è soltanto quella certa sensibilità intimista di chi opera, la stessa che resta poi la più difficile da leggere e da riconoscere.
Per Francesco il punto di osservazione resta l’elemento essenziale con cui guardare tutto, e se fino ad ora si è sentito praticamente sempre da solo nel percorso di acquisizione degli strumenti adeguati per assumere il ruolo che ha scelto, adesso sente che Cinzia gli è vicino, anche se spesso lei non segue del tutto la sua logica. Parlano di queste cose in genere quando si vedono, e certe volte rimangono a lungo anche in silenzio, affinché le parole e le espressioni non intervengano troppo a modificare i loro pensieri. Lei qualche volta sembra entusiasta delle cose che Francesco riesce a disegnare, ma Cinzia è una persona solare, estroversa, che pare appassionarsi facilmente a ciò che stuzzica la propria curiosità, quindi non mostra affatto un giudizio obiettivo e distaccato, e questo è il limite evidente per tutto ciò che tende ad apprezzare.
Però quando lui è da solo di fronte ad un nuovo profilo espressivo, mentre sta cercando la giusta luce da inserire in uno sguardo, o al momento in cui ritaglia le linee opportune con cui si delinea un sorriso lieve, oppure una scolpita faccia seria che mostri prima di tutto un carattere deciso, allora lui sa che quello è soltanto un gioco a due tra sé e la carta, dove non c’è alcuna necessità interpretativa: il segno è quello, e non potrebbe essercene un altro.


Bruno Magnolfi 

giovedì 4 gennaio 2018

Desideri forti.

    

            Dal punto di vista didattico del ragazzo non si può dire niente di male: segue attentamente ogni lezione almeno per quanto riguarda la mia materia, e poi certamente si impegna, è sempre molto preciso, e riesce a trasformare ogni nozione acquisita in un materiale suo proprio, che in seguito ad ogni spiegazione si può facilmente ritrovare anche nelle sue risposte quando semplicemente lo interrogo tanto per conoscere la sua opinione dietro quello sguardo apparentemente assente, anche se è con maggiore facilità che tira fuori le sue idee al momento in cui affronta con energia dei veri e propri compiti scritti, piuttosto che le interrogazioni orali. Anna sorride, è piuttosto soddisfatta di quelle opinioni su suo figlio, almeno a giudicare dai suoi risultati scolastici, però l’insegnante aggiunge subito, come ormai è d’abitudine con tutti coloro che lo conoscono, che di controparte Francesco appare sempre un po’ troppo solitario, non integrato neppure con un qualche piccolo gruppo, tantomeno con tutta la sua classe; forse riesce ad avere soltanto dei brevi contatti con un compagno alla volta, magari solo per qualche chiacchiera del tutto casuale, senza mostrare mai delle reali affinità con gli altri, probabilmente per colpa della sua timidezza che non riesce a superare, o che lo trattiene fortemente come dentro ad un suo mondo.
            Lei alla fine, pur con lo sguardo leggermente intristito, lo ringrazia, stringe la mano anche a quell’ultimo docente con cui ha parlato, e poi esce dalla grande stanza scolastica adibita mensilmente al ricevimento delle famiglie. Non ci si è recata spesso a parlare con gli insegnanti di suo figlio, questo è vero, ma forse perché in passato le sembrava che tenere un comportamento di quel genere sarebbe stato quasi un’ingerenza negli affari di Francesco, e soprattutto perché lui è comunque sempre andato molto bene nei suoi studi, tanto da non far sentire praticamente mai la necessità di quei colloqui sempre un po’ monotoni e forse addirittura sciocchi. Da qualche tempo invece Anna ha finalmente compreso quale forse sia stato il suo più grave errore, ed adesso sta come cercando un aggiornamento più concreto su quanto crede di sapere circa suo figlio, perché improvvisamente si sente pienamente cosciente di quanto la sua età si dimostri davvero piena zeppa di complicazioni. La personalità che Francesco mostra forse è strana, sfuggente, o almeno un po’ particolare, ma non serve a nulla farsene continuamente un cruccio, oppure cercare di spremere se stessi nel tentativo di modificarne l’andamento. Ognuno secondo lei deve essere come è giusto che sia, questo lo ha pensato tante volte, senza che gli altri sulla base di interpretazioni proprie intervengano dall’esterno a ritoccarne il senso o le finalità.
Forse la sua in questo momento è anche la cattiva coscienza di una mamma che negli ultimi tempi si è probabilmente troppo dedicata coi pensieri a qualcosa che non rientra all’interno della sua famiglia, nonostante non abbia fatto assolutamente niente di male. Si sente però in debito verso Francesco, come se lo avesse ignorato o abbandonato per un tempo superiore a quanto poteva essere ammissibile. Vorrebbe sapere adesso qualcosa in più su quanto suo figlio sia davvero riuscito a maturare, questo le sembra il punto essenziale: comprendere meglio il suo comportamento odierno, riuscire ad interpretare ogni tanto almeno qualcuno di quei suoi lunghi silenzi in casa, anche perché se fino ad oggi si è sempre trattenuta dal fargli delle domande dirette, è soltanto per non farlo sentire prigioniero della loro situazione familiare.
Non importa, pensa alla fine come giustificazione uscendo dall’istituto con la facciata grigia e austera: crescerà Francesco, e sempre meglio saprà distinguere da sé ciò che gli serve per proseguire bene la sua esistenza; andrà avanti per conto proprio, con le sue gambe, e avrà dei sogni, delle sicure aspirazioni, ed in seguito un lavoro interessante e forse una famiglia propria, ne sono più che sicura. Sarà improvvisamente grande e uomo fatto giusto uno di questi giorni, pensa lei, quasi senza che la sua mamma se ne sia neppure accorta, ed a quel punto non ci sarà più assolutamente alcun bisogno che io pianga con lo sguardo perso nel vuoto pensando a tutto quello che non sono riuscita a fare per il suo bene futuro, o almeno per spianare al meglio la sua strada, magari concedendogli un sostegno, oppure attivando un dialogo con lui, proprio per cercare di spiegargli con coraggio che la nostra fin da subito è stata sempre e comunque anche la sua famiglia. Sarà davvero se stesso, alla fine della giostra, libero di essere proprio come più desidera.


Bruno Magnolfi

domenica 24 dicembre 2017

Densità di fumo.



La scena appare nebulosa, dai contorni sostanzialmente indefiniti. Lui sta quasi al centro di una vasta stanza, per ciò che riesce a valutare, ma non è sicuro che gli strani personaggi presenti intorno a sé riescano a vederlo. Si sposta leggermente, come per rendersi conto se qualcuno segua davvero quei suoi movimenti, ma nessuna di quelle figure sfuggenti pronuncia parola o cerca di guardarlo in modo diretto, anche se è evidente che tutti percepiscono in qualche modo la sua presenza, proseguendo però a mostrare di ignorarlo, come una cosa fatta proprio di proposito, probabilmente anche soltanto per lasciarlo innervosire. Corrado è quasi sicuro di costituire un elemento assolutamente degno di attenzione per quei presenti, anche se la sua rimane solamente una qualsiasi sensazione, ma è come se tutti si attendessero da lui, all’interno di quell'ambito finto ed estremamente ambiguo, un semplice e grossolano passo falso, forse dato da un errore di valutazione, quasi il desiderio di un suo scivolone maldestro, all’interno di un contesto estremamente indefinito.
Poi però si sveglia di colpo, con in bocca il sapore amaro di una sensazione che prosegue a tormentarlo, così si alza dal letto, accende una lampada bassa, cammina per la camera cercando di non produrre neppure il minimo rumore. Anna però tira su la testa, gli chiede cosa ci sia che non vada bene: è ancora molto presto per vestirsi ed andare a lavorare, dice. Non è niente, fa lui, non preoccuparti, adesso torno a letto. Dopo poco difatti torna a coricarsi, spenge subito la luce, e si sistema addosso con garbo le lenzuola e la coperta.
Non è la prima volta che gli capita di fare quello stesso sogno, di ritrovarsi in mezzo a quel forte disagio dove nessuno sembra minimamente preoccuparsi di aiutarlo. Anzi, sono proprio i presenti, tra i quali peraltro non gli pare di aver riconosciuto alcuno, a formare il nucleo essenziale di quel suo forte malessere, tanto che per lui svegliarsi a quel preciso punto e liberarsi in fretta dal suo sogno diventa quasi una liberazione. Infine, dopo essersi rigirato a lungo dentro al letto, si riaddormenta, senza peraltro riuscire come avrebbe voluto a riprendere quello stesso sogno per capire quale ne sia lo sviluppo eventuale. In compenso si profila adesso una nuova scena che forse potrebbe davvero esserne il proseguo: ci sono ancora degli sconosciuti da qualche parte sul fondale della sua immaginazione, ma adesso non si preoccupano più di lui, se ne stanno andando via tutti, da qualche altra parte, eludendo il suo più vivo desiderio di stare in compagnia.
Corrado resta solo adesso in uno spazio aperto, privo di qualsiasi dettaglio riconoscibile, mentre gli altri ormai se ne sono andati. Devo uscire da questa situazione in cui sono caduto, pensa nel suo dormiveglia con gli occhi aperti dentro la camera da letto. Devo togliermi dai debiti al più presto, e non avvicinarmi più per nessun motivo al gioco.  Lentamente poi arriva l’ora di alzarsi, Corrado è stanco di quelle notti trascorse con l’angoscia sullo stomaco, però sa quale sia adesso il suo dovere, quali siano i suoi compiti se non vuole intraprendere una strada che non prevede alcun ritorno. Si veste, si sbarba, indossa con cura la sua solita giacca, quindi esce da casa per recarsi al suo posto di lavoro, e quando chiude la porta alle sue spalle sa che i suoi sogni sgradevoli sfumeranno presto nell’aria aperta della sua città, nel corso consueto della sua giornata densa e anche difficile.


Bruno Magnolfi

giovedì 21 dicembre 2017

Ladri di tempo.



Si sente nervosa all’inizio, cammina in fretta pur sapendo di non essere affatto in ritardo, ed improvvisamente però prende per una strada traversa, come dopo aver cambiato l’idea che aveva in principio, forse decidendo di tornarsene indietro, o magari indirizzandosi da tutt’altra parte. Poi rallenta e alla fine si sofferma, si incuriosisce della vetrina di un negozio e più avanti di un’altra, forse cercando qualcosa in quella sua faccia riflessa, o forse sperando che qualcuno tra i pochi passanti la trattenga un momento anche per qualche motivo senza troppa importanza, quindi infila una mano per frugare nella sua borsa, si soffia il naso come se avesse voglia di piangere oppure come se lo avesse già fatto, ed infine ritrova il coraggio che per un attimo le era venuto a mancare, si scuote di dosso le sensazioni negative che l’hanno accompagnata finora, e riprende con metodo la sua camminata, anche se adesso è ben più lenta di prima.
Non è lontano il caffè, lo sa benissimo, eppure gli ultimi metri sono terribili, faticosi, estremamente duri da essere affrontati. A casa ha lasciato suo figlio apparentemente intento a studiare nella sua cameretta, ed anche pensandoci ad Anna non le sembra proprio di aver tralasciato anche soltanto qualcuno tra quei suoi impegni che quotidianamente sa di dover affrontare, quelli che si ritrova di fronte in pratica ad ogni momento per mandare avanti la casa e la sua famiglia; e poi ad essere sinceri non ci impiegherà molto a togliersi quell’impiccio di dosso: sarà come una piccola parentesi insignificante nella sua giornata densa di cose da fare, qualcosa che lei sa benissimo non sposterà neppure di una virgola ciò che più le sta a cuore.
Infine Anna è arrivata, ed all’improvviso le sembra che sia troppo presto o magari già tardi, ed in qualche maniera anche pensandoci a fondo non riesce a deciderlo, fino a quando non vede che Andrea è subito lì che già le sorride, bello come sempre, oggi senza la sua solita tuta da carrozziere, ed è subito carino con lei, ed anche cortese, accogliente, tranquillizzante. Si siedono ad un tavolino, si guardano senza insistenza come studiandosi mentre iniziano a parlare tra loro, in un modo come non hanno mai fatto per ovvie ragioni, e cercando di spiegare in qualche maniera ognuno se stesso a quell’altro che sta proprio di fronte; poi si fanno servire un caffè, si confidano ancora qualcosa, e lei poco a poco si scioglie, in breve tempo si sente già molto meglio, poi perfino abbastanza bene, e dopo qualche altro minuto decisamente benissimo. Le loro sensibilità si assomigliano, qualcosa di superiore sembra a tutt’e due possa essere scambiato, ben al di sopra delle parole che riescono a dire, e poi c’è un magnetismo forte e evidente che crea attrazione tra loro, anche se basta ad ognuno di loro voltare la testa un momento per riprendere appieno la personalità che sa bene di avere.
Mi piaci molto, le dice Andrea; anche tu, gli risponde subito Anna. E forse vorrebbero piangere per delle affermazioni così semplici eppure complicatissime. Invece sorridono, con gli zigomi caldi di chi sa perfettamente che ci si deve accontentare di poco: perché non c’è proprio altro che possa davvero venir fuori dalla loro situazione, se non un caffè praticamente rubato ai loro giorni imbevuti di tutt’altre cose.


Bruno Magnolfi

martedì 19 dicembre 2017

Accettazione passiva.

            

Quello grande mettiamolo più al centro, dice Cinzia con le braccia ancora ingombre di roba da sistemare. Quel salone è veramente ampio e spazioso, assolutamente all'altezza della magnifica villa dove lei abita con la sua famiglia, e la scelta di appoggiare semplicemente i semplici cartoncini dei ritratti e degli acquerelli sopra ai mobili bassi lungo le pareti, piuttosto che incorniciarli ed appenderli sui muri, a lei è sembrata fin dall’inizio la mossa vincente per quella specie di mostra a doppio nome, in margine ai festeggiamenti per il proprio sedicesimo compleanno. Non fare quella faccia, dice interpretando piuttosto bene i sentimenti di Francesco: se vuoi non diremo nemmeno che i disegni a matita qui esposti insieme ai miei acquerelli sono stati realizzati da te. Lui si guarda attorno, molti dubbi gli passano velocemente dentro la testa; ancora non ha conosciuto neppure il padre di Cinzia, che dalle mezze parole che circolano in giro sembra sia proprio una bella persona, mentre la mamma in quei pochi minuti in cui è stata con loro gli è sembrata sostanzialmente svagata ed indifferente agli stati d’animo in gioco per l’organizzazione di quella festa. 
Franci, dice Cinzia elettrizzata da quanto stanno con fatica cercando di mettere assieme, io penso che sia buona l’idea di utilizzare una serie di piccoli faretti per illuminare i nostri lavori. Potremmo abbassare le luci generali ad un certo punto della serata, e mettere così in risalto tutti i disegni ed anche gli acquerelli. Va bene, fa lui, a me basta che nessuno riconosca troppo se stesso in qualcuno dei miei ritratti: sarebbe piuttosto imbarazzante, e poi anche difficile per me da spiegare, soprattutto per come ho cercato di utilizzare certe sottolineature, quasi delle insistenze, disegnando appositamente delle variazioni di segno per appesantire uno sguardo, o magari un’espressione, ma anche un modo di fare, o una semplice maniera di guardarsi intorno da parte di qualcuno che sicuramente ben mi conosce. In ogni caso è questa la mia ottica per guardare coloro da cui sono circondato, e questi risultati sono quelli che ho immaginato proprio per quelli che generalmente mi stanno più vicino.
Mi piace il tuo modo di vedere le cose e di disegnarle, fa lei; ed anche se sei un tipo taciturno sto volentieri con te, mi pare proprio di riuscire a non annoiarmi neppure per un attimo. Lui si sente quasi troppo osservato, e così volta la faccia da un’altra parte, come a nascondersi, fingendo interesse per qualche dettaglio, poi però arriva qualcuno ad interrompere quel momento. Buonasera, fa il padre di Cinzia, e con misura stringe la mano a Francesco.  Fa i complimenti ad ambedue, ma con garbo, scorrendo rapidamente quanto i due ragazzi hanno allestito, poi si congeda. È un industriale, un uomo di grande potere, subissato di impegni.
Tutto sembra praticamente messo a punto, Cinzia sembra soddisfatta delle sue scelte, così escono dal salone lasciando tutte le cose pronte per quel tardo pomeriggio, quando arriverà il servizio ristorante previsto, subito prima di tutti gli invitati. È stata una bella giornata Franci, dice ridendo, e forse sarei già contenta così, senza bisogno di altro. Francesco sorride, non ha neppure bisogno di dire niente per rinnovare quel senso di tortura a cui gli pare di essere sottoposto, considerando comunque che non avrebbe mai accettato di far parte di un evento del genere senza il supporto di una persona come sa esattamente essere lei.


Bruno Magnolfi

domenica 17 dicembre 2017

Niente di nuovo.



Corrado si ferma un attimo prima di aprire con la chiave il portone del suo condominio, e poi si volta come seguendo un richiamo, forse per osservare quei lampioni di luce bianca vagamente spettrali che si stagliano lungo la via che ha già percorso, ovviamente già accesi e necessari vista l’ora ormai tarda, per un attimo immaginando tutte quelle persone del vicinato già pronte per mettersi a cenare con le braccia distese sopra ai loro tavoli di casa. Si accende con calma una delle sue sigarette, si guarda attorno a sé ancora una volta, poi si appoggia con le spalle a ridosso del muro accanto all’entrata, come per riflettere su qualcosa che improvvisamente pare quasi tormentarlo. In questo momento non c'è neppure quell’anziano vicino curioso e un po’ ficcanaso che se ne sta perennemente affacciato alla sua finestra del primo piano: con il buio avrebbe peraltro la possibilità di non essere neppure troppo notato, ed allo stesso tempo di scrutare meglio i fatti ed i comportamenti di tutti i vicini che riesce a mettere a fuoco, ma si vede che si è messo a cenare anche lui.
In casa di sicuro stanno soltanto aspettando Corrado, ed hanno già sistemato le cose per il suo impellente ritorno, anche se lui sa benissimo che cosa troverà una volta rientrato come ogni sera nel suo appartamento: le solite facce di sua moglie e di suo figlio, i medesimi gesti, le stesse parole da dire, le identiche espressioni da usare, ed anche se in tanti casi gli appare quasi rassicurante trovarsi di fronte a quanto lui conosce oramai più che bene, dall’altro lato sa bene che tutto quanto gli sembra far parte di un copione già fin troppo abusato, qualcosa che ognuno può ripercorrere coerentemente a menadito e perfino con gli occhi bendati, tanto da apparire, almeno al suo sguardo ipercritico, praticamente noioso. Ci vuole determinazione per andare avanti comunque, o forse un pizzico di coraggio per essere indifferenti alla serie di abitudini che sono pronte senz’altro a dipanarsi oltre il portoncino di quel terzo piano.
Poi il vecchio improvvisamente si affaccia per dare un’occhiata alla strada, e così Corrado lo vede, lo scruta come un personaggio estraneo ai suoi disegni, l’altro però lo saluta con cortesia pur senza grande insistenza dal davanzale della sua finestra, evidenziando un semplice cenno della sua mano grinzosa. Anche un gesto del genere alla fine fa parte della monotonia della vita, riflette Corrado, eppure a lui in questo momento tutto questo fa quasi piacere, ne è del tutto consapevole, ed improvvisamente si sente meno solo di quanto credeva nel semibuio di quel marciapiede. Cerca, proseguendo una logica assurda, di guardare se stesso proprio con gli occhi del vecchio, ed all’improvviso non riesce neppure a spiegarsi cosa ci faccia uno come lui fermo sopra quel marciapiede, e per questo motivo di colpo si sente proprio a disagio, inspiegabilmente. Dovrebbe rientrare, è un gesto automatico, la sua sigaretta poi è ormai terminata, eppure qualcosa lo trattiene ancora là fuori, come se quella attesa portasse comunque verso qualche momento benefico.
Potrebbe aspettare qualcuno, pensa adesso Corrado con la testa incuriosita del vecchio; potrebbe avere degli affari da compiere, oppure attendere il momento più adatto per fare qualcosa, magari mettere in moto la macchina ed andarsene da qualche parte che sa solo lui; un viaggio di affari, un incontro importante, una riunione di lavoro d’alto livello. O forse, sembra quasi suggerirgli quel vecchio intrigante, semplicemente tardare al massimo possibile il rientro in quel suo appartamento dove lo attende la sua famiglia; nella paura cosciente di trovarsi anche stasera di fronte alle solite cose.


Bruno Magnolfi

mercoledì 13 dicembre 2017

Soltanto così.



Trascorrere il pomeriggio da solo seduto su di una panchina dei giardinetti vicini al liceo non è certo il massimo. Eppure è l’unico luogo dove a Francesco è venuta voglia di trascorrere un’ora per conto proprio, con il suo libro da leggere dentro lo zaino e la fedele matita morbida per qualche piccolo schizzo sull’immancabile taccuino per gli appunti. Il Neri negli ultimi giorni si è mostrato più distaccato con lui, come se fosse un po’ stufo di quei suoi problemi di comportamento con tutta la classe. In fondo un cambio di posizione del genere proprio adesso è ben comprensibile: non si può fare a lungo il tutore di uno sfigato che non riesce ad avere dei rapporti corretti con gli altri, continuando a proteggerlo da tutta la classe.
Poi, come d’incanto, un paio di giorni più addietro è arrivata improvvisamente questa ragazza durante l’intervallo tra le lezioni; un’amica proprio del Neri, compagna di scuola ma studente di un’altra sezione al piano superiore dell’edificio, e lui l’ha subito presentata a Francesco come se già fossero assolutamente d’accordo, cercando proprio di lui in mezzo alla confusione dei ragazzi a quell’ora, e mostrando immediatamente con delle semplici espressioni del viso che ci teneva davvero a far saldare una conoscenza del genere. Lei si chiama Cinzia, niente di speciale, una come quasi tutte le altre, però qualche volta disegna ritratti, proprio come Francesco, anche se generalmente usa la tecnica dell’acquerello.
Lui è rimasto praticamente in silenzio pur apprezzando dentro di sé quel gesto da parte del Neri, ed ha sorriso a questa Cinzia anche se nella maniera semplice e timida di cui è capace, poi ha lasciato che le cose prendessero con naturalezza il proprio percorso. Lei sembra spigliata e divertente, praticamente il contrario esatto di ciò che sa essere Francesco, ma questa ragazza con lui si è mostrata molto comprensiva, tanto da dirgli che sarebbe stata molto contenta di vedere almeno qualcuno dei suoi disegni. Si sono dati appuntamento in un pomeriggio di qualche giorno più tardi nella birreria vicino alla scuola, e lui adesso, se controlla il quadrante del suo orologio, è solo perché sa che deve incontrarla, perciò si alza e si avvia lentamente verso il locale.
Lei è già dentro, sta seduta scambiando qualche parola con il barista, ma quando arriva Francesco sembra non abbia più alcuna attenzione per altri che lui. Dallo zaino spunta una grossa cartella con delle tavole di cartoncino a grana grossa, e sul tavolo lui inizia a spiegare che cosa gli interessa nella composizione di quei suoi ritratti. Credo di essere omosessuale, le bisbiglia lui ad un tratto guardandola dritta negli occhi, come per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Cinzia però non si scompone per niente, lo guarda un momento poi prosegue ad osservare i disegni, chiedendogli infine se nelle espressioni che ritrae cerca di mettere almeno in parte il proprio disagio. Forse, fa lui, ma non è esattamente questo ciò che cerco di disegnare, piuttosto quello che vedo normalmente sulle facce di tutti, anzi, proprio quella sofferenza che attorno a me continuo a percepire negli altri, evidenziata dalle espressioni di chi in generale mi sta più vicino. Certo, fa lei, mi sembra l’unico argomento che valga la pena di essere raffigurato: anche per me in fondo è più o meno così, e forse se ci rifletto, non potrebbe essere in nessuna diversa maniera.


Bruno Magnolfi