domenica 21 aprile 2019

Forza di sopportazione.


          

            Lui certe volte si sente debole. Si chiude nel suo ufficio e spiega alla sua segretaria che ha da fare, che deve prendere degli appuntamenti, dar corso a delle telefonate importanti, fare dei conti urgenti ed altre cose del genere, anche se poi rimane immobile sulla sedia, da solo e con la porta chiusa, semplicemente a pensare. Le cose in fondo non vanno tanto male. La sua impresa edile riesce a galleggiare abbastanza bene in questo periodo, le commesse ci sono per mandare avanti le cose, ed il personale non è dei peggiori. Però il signor Chelli si sente ugualmente preda di forti dubbi sulle scelte da fare, come sugli investimenti a cui dare corso, e poi sulla fiducia da assegnare a chi sta alle sue dipendenze.
Non è facile, si ripete come per giustificarsi, trovare il giusto equilibrio tra tutti gli elementi che stanno in gioco: anche soltanto fidarsi di alcune conoscenze all’interno degli enti appaltatori, oppure appoggiarsi ad imprese più grosse sperando di ricevere da loro qualche commessa, o ancora partecipare alle gare d’appalto con percentuali di ribasso fasulle per favorire quello o quell’altro, nella speranza di ricevere prima o dopo lo stesso trattamento da loro, sono tutte cose che non possono essere fatte con piena tranquillità, a meno che non si sia individui senza alcuno scrupolo.
Lavorare onestamente rispettando tutte le leggi è difficile in questo campo, lui lo sapeva già prima di fondare l’impresa, eppure in molti casi si sente orgoglioso di portare avanti la sua attività, vedere le cose compiersi, le opere edificarsi, i manufatti restare in piedi, quasi come per un miracolo di buona volontà e di impegno da parte di tutti. Certo, si ripete, non si può sempre essere positivi ed ottimisti quando si mandano avanti aziende del genere: ci sono dei giorni in cui tutto appare nero e sembra quasi privo di qualsiasi significato, e poi tutto il bilancio consuntivo di anni dopo anni di duro lavoro, che sembra solo una specie di enorme sciocchezza, che a volte non ripaga neppure tutto lo sforzo che è stato affrontato.  
Poi torna a farsi vedere, il signor Chelli, magari con un’espressione ancora leggermente ombrosa, ma con la faccia di chi in fondo sta trovando finalmente intorno a sé delle ragioni precise per non abbattersi troppo; e così magari assesta all'improvviso un colpetto bonario sopra le spalle del suo geometra, perché alla fine sa che le cose anche stavolta fileranno come sempre, ed anche se qualche contabilità forse è andata in perdita, sa che alla fine ce ne saranno altre che livelleranno facilmente le entrate aziendali; e si rallegra del lavoro portato avanti dalla sua segretaria circa la burocrazia a cui le banche e lo stato sottopongono ogni impresa; ed infine anche sugli operai non ha molto da dire, se non che apprezza il fatto che sembrano proprio resistere nella sua ditta anche loro, in questo perenne portare avanti una battaglia comune.
Forse l’unico che sembra ancora fuori da tutto il contesto è proprio l’assistente di cantiere, un tipo sempre un po' troppo sulle sue, poco propenso a lasciarsi andare anche ad una qualsiasi battuta di spirito, persino quando qualcosa sembra andare proprio per il verso giusto. Così il signor Chelli percorre tutto il corridoio dell’azienda, e va ad osservare con curiosità proprio lui, che resta chino come sempre sui suoi conteggi. “Quando i conti non tornano, la colpa è di chi li sta eseguendo”, gli dice con sciocca ironia. Lui alza la faccia, lo guarda con espressione indecifrabile, poi dice: “forse”, riprendendo subito i suoi conti. L’assistente ha compreso da tempo che in quell’azienda sarà sempre colui che pagherà di persona anche per tutti gli altri, forse addirittura per cose rispetto alle quali non ha niente a che vedere. Però stanno così i rapporti di forza, ormai lo ha capito perfettamente, e lui dovrà sempre lasciare che le cose proseguano su questa strada, almeno fino a quando avrà la forza di sopportarle.

Bruno Magnolfi

martedì 16 aprile 2019

Definizioni insolite.




“Stamattina dobbiamo effettuare un sopralluogo”, dice il geometra in maniera piuttosto decisa. Perciò Maruzza, in silenzio e con grande attenzione, inizia subito a preparare tutti quegli strumenti che potrebbero in qualche modo servire, quindi attende soltanto che l’altro gli dia un semplice segnale prima di sistemare tutto quanto dentro la macchina. Il geometra però sembra prendere ancora del tempo, gira per le stanze guardando lo schermo del suo telefono, oppure consultando qualche cartella piena di fogli, ma senza decidersi, quasi come non avesse nessuna voglia di dare davvero seguito a quanto ha stabilito lui stesso. Infine, senza aggiungere neppure una sola parola, prende la sua solita giacca ad alta visibilità, e fatto cenno all’assistente di cantiere di salire sull’auto accanto a lui, ne avvia il motore. “C’è qualcosa di strano in ufficio”, gli dice subito, ma come sovrappensiero, appena effettuata la manovra per imboccare la strada provinciale. “Sembra quasi che là dentro si sia persa la normale serenità”.
Maruzza resta zitto, in fondo non comprende neppure a che cosa si possano riferire quelle parole; ma soprattutto a lui non pare proprio che sia cambiato qualcosa in ufficio, anzi, gli sembra esattamente che tutti cerchino di conservare perfettamente i propri ruoli. Poi nessuno di loro due dice più niente sull’argomento, anche perché il geometra viene continuamente chiamato al telefono da qualcuno, fino a quando, dopo quasi un’ora, arrivano ad un grosso complesso rurale abitativo che deve essere ristrutturato. Scendono, salutano una persona che è lì per illustrare i lavori da effettuare, poi Maruzza inizia a fare i rilievi e a scattare fotografie, mentre il geometra prende in consegna le copie delle planimetrie ed il capitolato relativo. Girano a lungo per tutti gli edifici prendendo degli appunti su qualsiasi dettaglio, infine salutano il tizio che li ha accompagnati e tornano indietro verso la sede della loro impresa.
“Offriremo un ribasso minimo”, dice il geometra come parlando tra sé. “C’è da perderci la testa là dentro per portare avanti un lavoro fatto per bene”. Lui annuisce, ha messo nella sua cartella tutta la documentazione che sono riusciti ad acquisire, però quel luogo gli è piaciuto parecchio, gli piacerebbe molto lavorarci insieme agli operai della loro impresa, e farlo anche bene, in modo da restituire alla proprietà un oggetto utile e bello come merita, secondo il suo parere. Il geometra qualche volta gli ha anche detto che non bisogna mai affezionarsi ai luoghi dove ci si trova a lavorare, ma per Maruzza in certi casi è un comportamento quasi automatico.
“Credo che la nostra segretaria sia prossima a prendere il volo”, dice d’un tratto il geometra mentre continua a guidare. Immagino che tu non avverti una sensazione del genere, ma forse hai qualche dettaglio che a me magari è sfuggito”. “No”, fa il Maruzza, “io non ne so proprio un bel niente, e poi con me praticamente lei non parla neanche. Si limita qualche volta a chiedermi qualcosa di tecnico su di un cantiere o sull’altro, ma niente di più”. Il geometra sembra sorridere: “non ti rimane molto simpatica”, dice in modo diretto. “Forse preferiresti una ragazza che magari ti allunga ogni tanto qualche confidenza sulle cose che conosce di più dell’ufficio”. Maruzza resta in silenzio: ritiene quello un argomento così scivoloso, che per nessuna ragione ha voglia di dire anche una sola parola. L’altro comprende benissimo il suo disagio, così resta in silenzio fino al momento in cui finalmente giungono in sede. Poi rientrano e basta.

Bruno Magnolfi

domenica 14 aprile 2019

Questioni sospese.


            

            Già diverse volte nei mesi scorsi è capitato, dentro la sede dell’impresa edile per cui lavora da un anno, che lui sia rimasto da solo insieme soltanto con la segretaria, che in genere svolge solo durante le ore della mattina le proprie mansioni presso la ditta; ma ognuno di loro due, in quei pochi casi, ha proseguito con solerzia a svolgere il proprio mestiere senza lasciarsi andare ad alcuna confidenza, o ad intavolare qualche chiacchiera differente dalle strette informazioni sul loro lavoro. Forse proprio per questo a Maruzza non piace molto questa persona: troppo ingessata dentro al suo ruolo, troppo lontana dal mostrarsi una donna capace di guardare anche attorno a se stessa, e magari adatta persino a rendersi conto in qualche misura degli affanni degli altri.
Perciò anche stamani lui rimane in silenzio a mettere in fila le contabilità che gli ha passato il suo superiore, senza che gli venga in mente di alzarsi anche per un solo momento dalla sua sedia, o addirittura affacciarsi nell'altro ufficio, tanto per dirle qualcosa. Ma ad un tratto invece è proprio la segretaria, con in mano alcune fatture che probabilmente deve ancora registrare, che si presenta davanti a lui, e senza preavviso gli chiede come gli stiano andando le cose. Maruzza solleva lo sguardo dalla scrivania, d’un tratto sorride, anche cercando di dissimulare la propria timidezza evidente, e poi le risponde: “bene”, immediatamente attraversato dal sospetto che lei stia tentando una qualche manovra, forse sollecitata direttamente dal titolare dell'azienda, o magari dal geometra, soltanto per assumere su di lui delle informazioni il più possibile dirette.
“Pensavo non ti trovassi molto bene a lavorare con il nostro grande responsabile tecnico”, dice la segretaria con ironia; e prosegue: “lui ha un carattere veramente impossibile, e per me la fortuna maggiore è soltanto quella di incontrarlo abbastanza di rado”. Maruzza annusa subito il trabocchetto, perciò annuisce, bofonchia che a suo parere in fondo è una brava persona, ed altre cose il più possibile neutrali. Ma la segretaria insiste, dice che secondo lei non è molto bravo neppure nel suo lavoro, e che si dà un sacco d'arie “semplicemente perché il signor Chelli lo ritiene, spesso sbagliando, un gran professionista”. Lui non risponde, osserva per un attimo, come per diluire l’argomento, i conti su cui sta lavorando, poi fa: “del suo carattere non saprei dire, però il suo mestiere secondo me lo sa portare avanti piuttosto bene”. Lei adesso sorride a sua volta, forse si sente scoperta, così senza aggiungere altro torna quasi frettolosamente nell'altra stanza.
Maruzza allora prende coraggio, attende qualche minuto, ed infine si alza in piedi, passeggia rumorosamente lungo il corridoio come occupandosi di qualcosa, e poi dice verso di lei a voce alta: “credo che le cose vadano meglio, comunque, se cerchiamo tutti di sentirci come una specie di grande famiglia”. Immediatamente si rende conto però di aver detto qualcosa quasi di offensivo nei confronti della segretaria, che difatti non ribatte niente, perciò aggiunge subito: “forse perché a me piace molto sentire attorno una certa armonia”. Ma anche questa frase non pare mostrarsi esattamente correttiva rispetto alle altre parole, perciò spiega alla fine: “in fondo passiamo così tanto tempo insieme, che ognuno di noi deve per forza convivere con i difetti degli altri”.
La segretaria sembra comunque pressoché indifferente al pensiero di Maruzza, perciò prosegue con impegno a registrare le sue fatture senza dire nient’altro, tanto che lui torna alla sua scrivania e riprende ad occuparsi della contabilità. Poi però lei, direttamente dal corridoio, gli dice che purtroppo deve fare un salto in una banca, anche se le piacerebbe proseguire quell’argomento. Ma proprio in quell’attimo giunge il signor Chelli, il titolare dell’azienda, che saluta tutti con i suoi soliti modi, e così chiude, almeno per il momento, ogni questione sospesa.

Bruno Magnolfi

giovedì 11 aprile 2019

Con nessuno di loro.



Maruzza arriva al cantiere per primo. Disinserisce l’allarme, si guarda per un attimo attorno, poi infila la chiave di sicurezza nella porta blindata, ed entra nella piccola costruzione separata dai magazzini ed adibita ad uffici, accendendo le luci interne ed esterne. Alle sue spalle, appena qualche minuto più tardi, arriva di fretta il geometra, con il solito pacco di carte sopra le braccia, che subito lo saluta, ma quasi di sfuggita, ed entra difilato nella sua stanza, con la perenne sigaretta accesa che gli esce di bocca. “Tu non hai visto per caso la mia borsa di pelle”, gli chiede facendo capolino nel corridoio dopo un minuto, con il tono di chi non sta facendo una vera e propria domanda; e lui fa cenno di no con la testa, anche se l’altro prosegue a guardarlo, in una maniera a dir poco insistente. “Non ha importanza”, dice dopo una pausa il geometra, usando un'inflessione della voce ancor più particolare, come se il fatto dipendesse in qualche misura dallo stesso Maruzza; “dentro non mi pare ci fosse alcunché di importante”.
Trascorrono alcuni minuti, poi iniziano ad arrivare alcuni operai, che entrano dal cancello principale e si ritrovano tutti sul piazzale di terra battuta davanti al magazzino principale. Hanno le mani sprofondate dentro le tasche, qualcuno fuma, sembrano svogliati, ma soltanto perché nessuno ha ancora detto loro cosa ci sia realmente da fare. Esce di fretta il geometra dall'edificio, mentre arrivano gli altri, e tutti proseguono a darsi tra loro il buongiorno, alcuni allungando anche qualche blanda battuta di spirito, ma subito, con poche parole, vengono incaricati di mettere il carburante negli autocarri che servono, e di allestire i macchinari da usare, caricandoli sopra ai pianali che serviranno per affrontare la giornata lavorativa. Niente di particolare, qualcuno inizia a mettere in moto i mezzi assegnati, ed altri a sistemare utensili e attrezzi, mentre il geometra senza aggiungere altro rientra in ufficio.
“Guarda tu se va tutto bene”, dice al Maruzza mentre transita dal corridoio, nello stesso momento in cui arriva dalla porta principale anche il titolare dell'impresa. Lui allora esce, girella in mezzo a tutti quegli operai indaffarati, quindi si ferma a controllare la ghiaia, che improvvisamente gli sembra più grossa come pezzatura di quanto dovrebbe. “È un po’ sporca”, gli fa il caposquadra come interpretando i suoi pensieri, “ma per quello che stiamo facendo va bene anche così”. Maruzza sorride e annuisce, in fondo non sa definire esattamente i parametri di giudizio da adoperare, per cui si affida spesso a quello che dicono gli altri, almeno quando riescono ad essere più convincenti. Rientra un momento per prendere i fogli del piano previsto per la giornata, così ne scorre i dettagli trovando tutto coerente e lineare.
Gli operai continuano a caricare quanto dovrà servire nella giornata, poi iniziano a manovrare con i mezzi per uscire dal recinto ed andarsene verso il loro luogo finale di lavoro. Maruzza torna per un attimo sopra al piazzale e fa un cenno di saluto verso il caposquadra seduto dentro al furgone degli utensili manuali. Quando rientra in ufficio sa perfettamente che il titolare gli dirà tra un minuto di andargli dietro in macchina il prima possibile, in modo da controllare ogni particolare, così lui lo anticipa: prende le chiavi dalla rastrelliera, si piazza sottobraccio l’intero faldone costituente le copie del progetto da portare avanti, e poi saluta tutti con queste semplici parole: “vado con loro”.


Bruno Magnolfi



mercoledì 10 aprile 2019

Piano ben levigato.



“Ti ho messo le misurazioni sul tavolo”, dice il geometra. “Quando le avrai sviluppate ci daremo assieme un'ultima occhiata, prima di stamparle una volta per tutte”. A lui non piace quando il geometra assume quell'atteggiamento di superiorità. In fondo, a quel tecnico esperto, risulta facile andarsene a spasso dentro i cantieri a scarabocchiare un po’ di cifre confuse su dei pezzi di carta spiegazzata e anche sporca, visto che poi è il fedele Maruzza in ufficio a doverle con pazienza rimettere in ordine, riportarle al pulito, svolgendo in qualche caso anche un lavoro di interpretazione dei segni e dei numeri. Quando è stato assunto gli erano sembrati tutti simpatici quei personaggi là dentro gli uffici, d’altra parte lui in quel momento non aveva neppure molta esperienza, però gli era stato detto che avrebbe affiancato il geometra, per imparare poco per volta il mestiere. E invece Maruzza si è ritrovato in breve tempo ad essere quasi succube di quel geometra, e anche del titolare, e spesse volte persino della segretaria, che tutti insieme in certi casi lo trattano senza tanti complimenti, quasi fosse uno straccio.  
Lui cerca generalmente di passare al di sopra di quanto gli dicono, assumendo spesso un'espressione vaga di indifferenza; in fondo ne va di quel suo lavoro, che a lui in fondo piace, così come si sente a posto quando è da solo alla sua scrivania; e poi qualche volta nel corridoio il signor Chelli gli assesta una debole pacca sopra la spalla, quasi a mostrargli che va tutto bene quello che lui sta facendo, e che forse è proprio la persona che ci voleva, quella che loro cercavano, e che in questo momento è necessario che lui si senta uno di loro. Ma invece persino gli operai probabilmente si accorgono di come viene trattato, anche se poi arriva il geometra sempre svagato, e gli dice di nascosto, senza farsi sentire da nessuno, che certe cose devono sempre restare in ufficio, perché con le maestranze non si può proprio essere troppo amichevoli.
Il caposquadra invece è una persona perbene, Antonio si chiama, ed è sempre pronto a recepire le spiegazioni che Maruzza si sforza di dargli. Gli risponde con calma, fornisce la propria opinione se serve, poi trascina facilmente gli operai nelle varie attività di lavoro. Al geometra ovviamente non piace: sostiene che riesca a rubacchiare il gasolio, che non sia molto affidabile, che secondo lui non sia il caso di infondergli troppa fiducia, forse proprio perché gli altri operai sono sempre pronti a seguirlo, e teme che offuschi così la sua immagine di capo supremo. Poi tutti i lavoratori rientrano nel capannone del magazzino a fine giornata, e quando sono pronti per andarsene via, si vede benissimo che a loro non interessa un bel niente di tutti quei fili che legano le persone che stanno là dentro.
Lui sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere da quale parte schierarsi, anche se il suo desiderio di facciata resta quello di fare tutto quello che gli viene richiesto, senza tirarsi mai indietro. Probabilmente si sente un po’ fuori luogo tra quelle persone, però Maruzza non vuole che qualcuno di loro si accorga di una cosa del genere, ed è per questa ragione che tira avanti, che cerca di stare allo scherzo, che sopporta in silenzio tutto quello che gli può capitare, lasciando che tutto scivoli, come su un piano ben levigato.


Bruno Magnolfi  


martedì 9 aprile 2019

Argomento scottante.




Probabilmente lui non ha neppure bisogno di guardare il quadrante del suo orologio per rendersi conto di ciò che già percepisce, ed in effetti adesso vedere che le due lancette maggiori sono andate inesorabilmente a segnare l'orario che già immaginava ampiamente da svariati minuti, non fa che confermare quanto precedentemente intuito. Dal suo ufficio esce in quel momento il suo capo, un foglio ed una busta dentro una mano, e col solito modo sgarbato di porsi, gli chiede a cosa mai si riferisca quella fattura di cui in questo momento non ha alcuna memoria. Lui prende un faldone, scorre delle carte, tira fuori degli inserti, poi senza neanche rispondere, mette con garbo sopra quella carta un ordine firmato proprio dal titolare.
“Va bene, va bene”, dice il signor Chelli mentre riprende la carta dal piano della scrivania, “in ogni caso facciamo sempre attenzione a tutte le spese incontrollate, che si fa presto poi a perdere il controllo anche del resto”. Maruzza a quel punto si alza dalla scrivania, si abbottona rapidamente la giacca e mette in ordine, come fa sempre prima di andarsene, allineando le matite e gli altri oggetti sopra al suo piano di lavoro; poi, ancora leggermente titubante, prende con lentezza il suo soprabito dall'attaccapanni vicino, quasi pronto per uscire, proprio mentre il titolare rientra nella sua stanza parlando a voce alta nel cellulare. Gli fa cenno di attendere, e lui si blocca, come quasi ogni sera succede.
Passeggia nel piccolo corridoio, il signor Chelli, ridendo di qualcosa col suo interlocutore telefonico, poi, prima ancora di tornare dentro al suo ufficio, dice a bassa voce che comunque là dentro ci vorrebbe proprio un responsabile agli acquisti, per verificare sempre i prezzi di tutti i fornitori, e soprattutto la qualità dei materiali. Lui fa cenno di sì con la testa, - è un vecchio argomento quello, che ogni tanto ritorna a galleggiare, - e resta ancora immobile come nell’attesa di ulteriori istruzioni, ma il suo titolare rientra rapidamente nella sua stanza, lasciandolo in qualche maniera nel dubbio.
“Vado, signor Chelli”, dice lui dopo alcuni minuti, bussando lievemente alla porta semichiusa del suo capo, e l’altro, immerso in chissà quali nuove preoccupazioni dietro allo schermo del suo elaboratore, come altre volte risponde: “non preoccuparti, ci penso io a chiudere e ad inserire gli allarmi”, come gli facesse un favore. Già, perché ogni sera a tarda ora c’è da inserire quegli allarmi maledetti, per poi disinserirli al rientro di ogni mattina, costituendo così un’area notturna ben protetta in quella sede da piccola impresa edile, dove a conoscere le parole d’ordine e ad avere le chiavi di tutto quanto, sono soltanto in quattro: lui, il suo capo, il geometra, e poi la segretaria, che però rispetta un orario completamente differente.   
Va da sé che alla mattina presto, come anche alla sera tardi, uno di loro tre ci deve essere per forza, per aprire o chiudere il magazzino agli operai, per dare loro le chiavi dei mezzi, e per fornire le specifiche sui cantieri da allestire. Il geometra, per un motivo o per l’altro, riesce costantemente a mettere avanti delle ottime scuse per non essere presente, ed il titolare generalmente lo lascia perdere, riponendo la sua fiducia sul suo fedele Maruzza.
Così anche stavolta lui esce, mette in moto la macchina, e accende subito i fari, visto che oramai si è fatto buio. Poi, con tutta calma, se ne va guidando verso la sua abitazione, dove sua moglie gli farà notare immediatamente che anche stasera ha fatto piuttosto tardi, e che ormai è giunto il tempo per lui di affrontare con il suo capo l’argomento di quegli orari: “a muso duro, però”, gli ripete.

Bruno Magnolfi

domenica 10 febbraio 2019

Ritrovata sintonia.




La domenica è una giornata insignificante. Si può pensare, riflettere, scrivere qualcosa sul proprio diario, magari prendere appunti per il prossimo futuro, ma non si può vivere davvero. La mattinata scorre svelta, prendersi cura di se stessi è anche troppo naturale, si finge di riposarsi quando invece ci si sente anche più stanchi del normale. Questo pensa Clara durante il solito pranzo a due tra lei e sua madre, la quale oggi, con una certa cura, ha messo in tavola qualcosa di veramente buono, che purtroppo non ha assunto sopra la tovaglia altro sapore che quello già previsto. Perché anche oggi non si sono dette molto loro due: Marisa negli ultimi minuti è sembrata impegnata soprattutto dietro al forno, ad osservare semplicemente il colore dorato della besciamella e quello delle patate al rosmarino, e sua figlia invece è parsa interessata esclusivamente alle notizie politiche della settimana scorsa trasmesse dalla radio. Niente di nuovo, in fondo, dentro quella casa, considerato come le uniche novità che appaiono generalmente ai pasti di ogni giornata, sono date quasi sempre solo dal cambio delle colture servite e cucinate, ovviamente in adeguatezza alle stagioni, fornite dall’orto ottimamente curato sempre da Marisa.
Poi è apparsa una domanda: che cosa fai nel pomeriggio, ha chiesto la mamma con indifferenza, mentre si occupava di altre cose. E Clara le ha risposto: niente; sottintendendo di non aver alcun programma. Potremmo uscire assieme, ha detto Marisa guardando improvvisamente sua figlia in modo molto diretto. E l’altra dopo un attimo ha risposto: va bene. Si sono ritrovate nell’ingresso di casa per le quattro, con abiti adeguati ed i capelli a posto, e sono salite sulla loro macchina con calma, senza nervosismi. Poi si sono avviate lungo la strada principale, lasciando la frazione “il platano” immersa nel silenzio, quindi per coprire lentamente i tre chilometri asfaltati fino al paese di Borgo San Carlo. Marisa ha osservato qualcosa nella sua borsetta, ad un certo punto, poi ha chiesto a Clara come andassero le cose. Bene, ha detto lei, e quindi si è preoccupata di trovare un buon parcheggio lungo la via centrale della cittadina.
C’è un caffè pasticceria poco lontano, ed una volta scese dall’auto loro due hanno deciso di andare proprio là. E’ stato in quel momento che Marisa ha preso Clara sottobraccio, ma non lo ha fatto in maniera forte e rude come forse c’era da aspettarsi, bensì con una certa insolita dolcezza, quasi con grazia, tanto che la figlia si è voltata un attimo verso di lei, quasi sorpresa, ed ambedue si sono scambiate alla fine un breve sorriso. Sono contenta, ha detto la mamma mentre qualcuno le salutava lungo il marciapiede. E soprattutto sono orgogliosa di te, e di quello che stai facendo. La figlia non è riuscita a dire niente, però si è sentita quasi arrossire sulla faccia, proprio per la sorpresa di ascoltare parole di quel genere. Poi le ha risposto che il suo negozio sostanzialmente sta andando bene, e che comunque ha grandi speranze per la primavera prossima, quando metterà in vetrina le nuove collezioni. Sono curiosa di vederle, ha detto Marisa. Verrò senz’altro tra le prime ad ammirare la maniera con cui sarai riuscita a rendere interessanti le proposte per la stagione nuova. 
Quindi sono entrate nel locale, si sono sedute ad un tavolino libero, ed hanno iniziato a parlare tra loro di qualcosa, con le parole quasi nascoste nel brusio diffuso delle persone già presenti nel caffè, ma con le loro espressioni in piena evidenza a tutti, qualcosa che mostrava a quei presenti che una nuova sintonia si era costituita tra di loro, come da tempo ormai era giusto che fosse.

Bruno Magnolfi


.