giovedì 27 luglio 2017

Vapore acqueo.

            

            Celeste, con qualche sbuffo bianco, vaporoso. Il signor Lui si sente nervoso, non ha certo tempo adesso per cose del genere. Se ci pensa vorrebbe picchiarla anche se ancora non ha un vero motivo per farlo. Lei è di là, canticchia qualcosa mentre probabilmente si occupa della cucina, come se tutto scorresse tranquillo, senza preoccuparsi minimamente del fatto che Lui si stia adirando, magari avendone addirittura qualche buon motivo, e soprattutto se sia forse proprio nella mente lucida di Lui esattamente quella sua signora il vero ed unico motivo di quel nervosismo crescente. La signora Lei spesso finge di essere contenta, di guardare a tutte le cose che la circondano con grande ottimismo, come se ogni particolare riuscisse in ogni caso a girare per Lei nel modo migliore. E’ anche questo un atteggiamento tra i più insopportabili che Lui riesca a tollerare e probabilmente non c’è neppure bisogno di dire che suo marito la guarda male ogni volta che Lei ride o che cerca di dire qualcosa di spiritoso. Non ha senso tutto questo, come quando in certi casi Lei dice che prima o dopo vuole rifarsi una vita da qualche altra parte, o addirittura con qualcun altro, soltanto perché magari il suo Lui le pare troppo taciturno. Forse questo è vero, però non è un difetto, anzi. Una persona quando non parla pensa, e se pensa è una persona riflessiva, che magari prima di fare qualsiasi cosa ne soppesa con calma ogni dettaglio, assume la realtà con metodo, e alla fine giunge sempre alle migliori conclusioni. Non perché quella persona sia sciocca o non abbia spina dorsale, ma solo perché magari quando è il momento sa pure prendere in fretta le opportune decisioni, e riesce proprio a scattare quando è colpita nel profondo, mostrandosi capace di essere all’altezza di ogni situazione, come se non provasse mai alcuno spavento di fronte alla realtà.
            Ancora bianco, più diffuso, e con del grigio che lo stria. La signora Lei non dice più niente: va, viene, spesso si comporta come se Lui non esistesse, indifferente agli stati d’animo che può provare suo marito. Questa è la cosa più pesante: la mancanza di qualsiasi sensibilità nei suoi confronti. Lui non le fa pesare niente dei suoi comportamenti, però è del tutto naturale che soffra di questo atteggiarsi di completa indifferenza di fronte al fatto che una come Lei ha assolutamente un marito, e che non si può in casi del genere continuare a fare tutto proprio come se non lo avesse.
            Campo completamente grigio, con sbuffi temporaleschi scuri. Il signor Lui le concede un appuntamento da qualche parte, dopo che la sua signora Lei è andata da due giorni ad abitare da un’amica, cosa questa del tutto assurda che Lei ha giustificato in fretta con la frase classica che suona come chiarirsi delle idee, ma che Lui non potrà accettare per nemmeno un’altra ora di più. Per questo in quel parcheggio periferico c’è andato armato con un lungo coltello per il pane, per mostrarle che le sue intenzioni sono serie, e che non è più il caso di scherzare. Lei si fa viva ad un tratto, forse in ritardo, Lui nasconde l’arma sotto la sua giacca. Lei dice che non vuole più tornare a casa, che ormai non è più la vita che voleva. Lui alza la voce, dice cose senza senso, urla verso il cielo che adesso appare nero, e Lei ha paura, indietreggia, lui brandisce il suo coltello, forse vorrebbe addirittura minacciarla, forse perché adesso sente su di sé tutto il peso di quel colore scuro che adesso lo sovrasta. Poi dice va bene, come vuoi, gettando il coltello tra i cespugli ed accettando quella soluzione. Lei sorride, siamo persone dice, ci sarà certo un futuro per tutti e due.

            Bruno Magnolfi





mercoledì 19 luglio 2017

Modifiche al progetto.

            

            E’ il progetto la cosa che conta, dice l’operatore sottovoce. Accanto, nel silenzio del pomeriggio estivo, la donna ideale si liscia i capelli mentre osserva qualcosa dalla finestra. Lui è persona pratica, sa perfettamente ciò che può servire per portare avanti quanto stabilito. Eppure ora tentenna, senza comprendere appieno da quale parte sia meglio iniziare quanto stabilito. Lei si volta, lo guarda distrattamente, pensa non sia il momento giusto per modificare qualche cosa, perciò il suo atteggiamento mostra diffidenza, come se tutto almeno adesso dovesse restare esattamente nella maniera come è stata prevista. Lui si avvicina, le mani in vista, sposta leggermente l’aria attorno a sé, poi dice in fretta che non c’è più a disposizione tutto questo tempo che magari si vorrebbe, e che in seguito le cose dovranno procedere con celerità. 
Lei non risponde, il suo pensiero è già evidente, non le pare ci sia bisogno d’altro. Poi si alza, si muove nella stanza ampia, lui la segue con lo sguardo, come ad attendere una risoluzione, non accorgendosi che almeno per il momento è già tutto quanto stabilito. Ma infine con un guizzo comprende che è ormai giunta l’ora di prendere congedo, perciò lascia nella stanza un semplice saluto e si avvicina svelto alla porta per andarsene. Un momento, fa lei che senza darne peso ha seguito minuziosamente i gesti e le espressioni dell’operatore; forse ci potrebbe essere ancora qualcosa di cui discutere. Ho capito, dice lui, dobbiamo riparlare del prezzo totale. No, fa lei, piuttosto dei tempi di realizzazione.
Non ci vorrà molto, fa lui dopo una pausa, è sufficiente una decina di giorni. In ogni caso quando iniziamo il lavoro qui non ci dovrà essere nessuno, questo è evidente. Va bene, fa lei, anche se mi occorrerà un po’ di tempo per raccogliere tutto ciò che mi serve. Lo capisco, dice lui, comunque se posso essere d’aiuto anche in questo per me va benissimo. Lo terrò presente, dice lei, poi si volta di nuovo verso la finestra, come a chiudere la conversazione. Lui scende in fretta le scale, in un attimo è già sulla strada, poi si volta per farle ancora un saluto, ma si accorge che la donna ideale sta ferma, guarda nel vuoto, sembra di pietra, come se fosse ormai indifferente a qualunque ulteriore decisione.
L’operatore si immobilizza, guarda la donna con intensità, la chiama più volte, ma vede subito che lei non vuole rispondere, anche se ha sentito benissimo la sua voce. Torna sui suoi passi allora, risale le scale, bussa alla porta e infine entra, ma lei non c’è più, è improvvisamente sparita. Torna a chiamarla, sente che qualcosa di grave sta succedendo, controlla in tutte le stanze, ma lei non c’è, proprio come se fosse già andata via. Allora torna nella sua stanza, va ad affacciarsi a quella finestra vicino alla quale lei stava quando l’ha vista per l’ultima volta, e non c’è niente, neppure una traccia di lei.
Guarda ancora nelle altre stanze, torna a chiamarla, adesso si sente quasi un intruso anche se la donna gli aveva già dato le chiavi dell’appartamento; infine si arrende, se ne va, chiude la porta alle sue spalle e ripercorre le due rampe di scale fino alla strada. Nessuno tra i passanti sul marciapiede ha qualcosa da dire, tutto sembra assolutamente com’è sempre stato, lui non riesce a comprendere cosa possa essere accaduto, ma infine la vede, di fronte a sé, sull’altro lato di quella stessa strada, ed è ferma mentre osserva la sua finestra e la facciata di tutto l’appartamento. Va bene, pensa adesso con calma l’operatore; l’importante è che non ci siano ancora delle modifiche da fare rispetto al progetto.  


Bruno Magnolfi

lunedì 17 luglio 2017

Stati d'animo.

            

            Sono io, dice lei semplicemente nell’apparecchio. Ma certo fa lui, ho riconosciuto subito la tua voce; ma che bella sorpresa, prosegue poi stringendo il telefono e strascicando purtroppo qualche vocale, forse senza del tutto volerlo, come se stesse tornando all’improvviso da un mondo parallelo, dove probabilmente vige una realtà e forse anche un linguaggio completamente diversi da quelli in uso lungo i cavi telefonici. Stavo giusto riflettendo su quanto mi avrebbe fatto piacere sentirti di nuovo, e magari scambiare due parole con te, dice ancora improvvisando, quasi a mostrarle con quelle parole quanto riesca a sentirsi affettuoso nei confronti di lei. Poi ambedue però si ritagliano, sostanzialmente senza quasi rendersene conto, una leggera pausa di silenzio, così lui, forse preoccupato di qualcosa che probabilmente non vorrebbe, le chiede subito con tono preoccupato se c'è qualcosa che non procede per il verso giusto, forse una novità negativa di cui non è a conoscenza, oppure qualcosa di cui essere rimproverato, ma lei subito ride, come a schernire la sua infantile apprensione, quasi come se un comportamento del genere non dovesse avere alcun tipo di significato.
            Allora sono contento che tutto sia come deve essere, fa lui; o meglio, com’è sempre stato, si corregge, nella maniera come si immagina devono andare le cose insomma. Poi dice: non sono mai stato molto bravo a tirare avanti le conversazioni telefoniche, spiega alla fine come per giustificarsi: mi pare sempre che si finisca per dire soltanto delle emerite sciocchezze, così la mia parte cerco di esaurirla tutta in una volta per levarmene il pensiero dalla testa. Lei di nuovo ride leggermente, poi dice che non le sono mai piaciute molto le cose sciocche, e che in ogni caso preferisce parlare di temi maggiormente significativi.
            Lui prova forse un filo di preoccupazione, trattiene per un attimo il fiato, quindi sgrana gli occhi guardando avanti a sé, ed infine dice con un certo coraggio che forse sarebbe meglio se si dessero un appuntamento per vedersi e parlare un po’ di persona anche di argomenti più seri. Lei non risponde, mostrando forse che le pare prematura una decisione del genere, così lui tenta di recuperare parlandole di uno spettacolo all’aperto, una semplice festa di quartiere, qualcosa che si tiene il giorno seguente, a cui magari potrebbero recarsi insieme. Lei chiede subito maggiori informazioni, pare prendere tempo prima di decidere, lui tenta di magnificare il tipo di serata che sta proponendo, dice una spiritosaggine per allentare quella specie di tensione che si sta accumulando, ma lei sembra rigida, quasi poco disponibile.
Va bene, dice lui, non ha alcuna importanza se non ti va. Magari sarà per un’altra volta. Lei resta ancora in silenzio, come se stesse riflettendo a fondo su quanto deve decidere, poi dice in fretta: ma no, guarda che va bene; proprio come vuoi tu. No, figurati, la interrompe lui, come piace più a te; in fondo, sottolinea ridendo, non sembra che mi lasci prendere molte iniziative. Può darsi, fa lei, ma questa che hai tirato fuori va bene se tu lo desideri. Segue un’altra pausa di silenzio. Poi lui, impacciato, dice che potrebbe aspettarla nella piazzetta vicino casa sua, così ci sarebbe tutto il tempo per farsi servire qualcosa da bere in qualche locale prima di andare allo spettacolo.
D’accordo, fa lei, però non credo sarò molto di compagnia, visto che in questo periodo mi sento spesso angosciata. Non è colpa degli altri, prosegue, sono io che non riesco a stare con le persone. Forse però con te può essere diverso, sempre che tu riesca ad avere una certa pazienza, magari cercando di comprendere al meglio i miei stati d’animo.


Bruno Magnolfi

mercoledì 28 giugno 2017

Diversa.

            

            A volte la donna pare assente. Resta ferma con le braccia abbandonate lungo i fianchi, e guarda forse qualcosa che in fondo riesce a vedere solamente lei. Però in altre occasioni appare più vivace, si muove in mezzo agli altri, in qualche caso sembra addirittura sorridere a qualcuno, anche se è difficile stabilire quale sia l’esatta espressione naturale del suo viso. Quando si muove l’andamento che assume è sempre pacato, i gesti quasi flemmatici, e per certi atteggiamenti si potrebbe definire una persona gentile e soprattutto riservata.
            Soltanto in certi casi il suo sguardo si fa duro, ed è da quel momento in avanti che forse ci si può aspettare di tutto da questa donna così particolare. Ci dica che cosa sente, le chiedono nell’intervista, e lei pare schernirsi, per dire infine che si sente soltanto una persona semplice e soprattutto che non si aspettava proprio di ritrovarsi in mezzo a tutto questo trambusto. Comunque in televisione il suo aspetto rende meglio, e le sue pose sembrano studiate con molta più attenzione di quanto sembrerebbe a prima vista.
L’interesse suscitato dalla sua storia ormai regge da più tempo di quello che ci si sarebbe immaginato, e forse anche il suo atteggiamento sempre apparentemente schivo ne ha come potenziato il corso. Alla lettura delle labbra quando decide di scambiare qualche parola con le sue compagne, sembra non dire mai cose avventate, anche se si sa per certo che i suoi pensieri corrono veloci intorno ad elementi del tutto fuori dall’ordinario.
Alcuni le fanno delle domande iniziando a dire che lei è proprio un personaggio, ma la donna sembra non desideri neanche rispondere a frasi di quel genere, e tende ad assumere di nuovo la sua espressione assente, quasi senza interessi. Qualche curioso vorrebbe addirittura seguirla nella sue piccole attività quotidiane, studiarne le mosse e anche gli atteggiamenti, ma risulta sempre difficile coglierla in attimi in cui risulti del tutto rilassata e naturale.
Così certi professionisti della notizia fingono addirittura di ignorarla, di farle credere che l’interesse suscitato dalla sua persona ormai sia giunto al termine, e che forse, se mai avesse trattenuto dentro di sé qualcosa da spiegare, sarebbe ora il momento per tirarlo fuori, e produrre in questo modo intorno alla sua figura quella chiarezza che è parso mancare fino dagli inizi. Ma la donna si guarda attorno per diverse volte, piega il capo leggermente su di un lato e abbassa lo sguardo, come per assumere quell’atteggiamento schivo con cui forse vuole dimostrare a tutti che lei è proprio così, senza alcuna stravaganza.   
Le telecamere producono dapprima dei campi lunghi, poi zummano velocemente sui suoi occhi, come a dimostrare quante immagini possono risultare dapprima trattenute e poi modificate dietro quello sguardo poco comprensibile. Poi qualcuno inizia a ripiegare il cavalletto, gli intervistatori correggono sui loro taccuini le poche parole importanti che sono riusciti a mettere da parte, scambiandosi tra loro delle occhiate rassegnate e poco soddisfatte. La definizione finale dei comportamenti abituali di questa donna sembra in questo modo sfuggire a tutti, anche se alcuni hanno già iniziato a lavorare di fantasia sulla sua presenza. Un titolo ad effetto si potrà pur tirare fuori, sembrano suggerire già in diversi, e qualcuno di loro sembra sorridere proprio a quest’idea, sottolineando diverse volte sulla pagina la parola che maggiormente adesso appare più adatta a definire questa donna, come uno di quei nomignoli che in seguito non potrà più togliersi di dosso.


Bruno Magnolfi

mercoledì 21 giugno 2017

Biglietto inutile.

          

Generalmente c'è silenzio e tranquillità nel suo piccolo appartamento, tanto che cambiarsi d’abito e prepararsi con calma per uscire può presentarsi come un'attività quasi piacevole, specialmente se confrontata con il solito ritrovarsi in strada o sui mezzi pubblici in mezzo alla gente ed alla confusione. A lei non piacciono i luoghi affollati e cerca sempre la maniera migliore di evitarli, anche se in certi casi non risulta proprio possibile.
Scusi, le dicono da dietro mentre entra nel supermercato, e lei si gira, riconosce vagamente un’espressione che proprio non le sembra nuova, tanto che il tizio che l’ha chiamata sorridendo le dice subito il suo nome per esteso, quello di un vecchio compagno di studi che adesso è proprio lì, di fronte a lei, come se non fossero passate affatto quelle decine d’anni che hanno modificato profondamente i loro volti e forse anche le loro espressioni naturali. Lei sorride, gli stringe la mano, lo abbraccia addirittura, si scambiano ovviamente qualche informazione, ma lui spiega che è di corsa, deve andare via, così le lascia in mano solo un biglietto con il suo numero di telefono, chiedendole per favore di chiamarlo, appena lei vorrà. 
Velocemente tutto rientra nell’ambito delle solite cose, anche quella manciata di sensazioni un po’ nostalgiche mescolate ad un afflusso di immagini scaturite fuori da una memoria forse confusa e anche distratta, fino a lasciare lentamente quasi richiudere la porta col passato, a vantaggio del presente sempre denso ed invischiante. Solo una volta a casa quel biglietto torna fuori, tra le buste e i confezionamenti alimentari, fino a strapparle un semplice sorriso, ed un altro piccolo effluvio di pensieri, adesso più tranquilli ed in parte anche maggiormente soddisfacenti. Il numero col nome viene messo sopra un mobile, in bella vista, come fosse la foto incorniciata di un familiare negli anni della gioventù, e la solitudine e la calma dell’appartamento riprendono come sempre il sopravvento.
Trascorre il tempo cadenzato dalle abitudini, l’alternarsi perenne tra l’interno dei pensieri e l’esterno dei comportamenti, quasi un meccanismo semplice ed inevitabile, come il movimento perpetuo che non cambia, e scivola veloce quasi fosse il senso stesso delle cose. Lei prosegue a cambiarsi d’abito e ad uscire, quando non può proprio farne a meno, e a tornare anche nel supermercato, senza ritrovare più nessuno che le ricordi qualcosa di quei vecchi tempi, e senza incontrare più di nuovo lui, ormai tornato già distante nei ricordi, perso chissà dove nella fretta e nella confusione di ogni giorno.
Rientrando a casa scioglie ogni volta quel senso di leggero fastidio dato dalla strada e dalla gente in movimento, ma riprende subito la calma tanto necessaria, respira l’aria ferma o quasi, che appena ce la fa dallo spiraglio di una finestra a smuovere le tende. Poi, forse per automatismo, si ritrova in mano quel biglietto con quel numero, adesso assurdo, inutile, senza alcun significato, e come tutti i confezionamenti alimentari che vanno uno per uno nella pattumiera, anche quello in un attimo va a cadervi dentro, a chiusura definitiva di un periodo.

Bruno Magnolfi


giovedì 15 giugno 2017

Fantasma al piano di sopra.

         
            Il suo vicino di casa va in ufficio solo la mattina, poi rientra nel suo appartamento per consumare il pranzo che acquista in una rosticceria lungo la strada, e vi rimane in genere fino alla metà del pomeriggio, quando torna ad uscire per concedersi una semplice passeggiata lungo le vie di quel quartiere. Lei riconosce quei suoi passi quando il vicino scende le scale; lo guarda dalla finestra mentre si allontana, immagina facilmente anche quale sarà il suo itinerario. Le piace la sua presenza, rendersi conto di quelle abitudini, degli orari, di come scorrono le sue giornate, ma soltanto in qualche raro caso decide di prendere in fretta la borsa e di andarlo casualmente ad incontrare sul portone condominiale, o sul marciapiede poco distante.
            Lo saluta, certe volte scambia con lui qualche parola distratta, ma mai niente di più. Non vuole sapere nulla della sua vita, di quello che pensa, cosa vorrebbe fare tra una settimana oppure tra un anno. A lei basta sentirlo presente, con i suoi ritmi, gli orari, le abitudini. Le suonano alla porta, la dirimpettaia del pianerottolo le dice che l’inquilino del terzo piano è stato portato d’urgenza in ospedale, direttamente dall’ufficio dove lavora: si è sentito male spiega, sembra sia caduto a terra come un fagotto, senza che si capisse come mai. Adesso pare che tutto sia sotto controllo, però naturalmente stanno facendo diversi accertamenti. La dirimpettaia prosegue a guardarla negli occhi per tutto il tempo, anche quando non ha più niente da dirle, e lei cerca di non mostrare alcuna emozione, poi la ringrazia delle informazioni e infine chiude la porta.
Potrebbe forse disinteressarsi di tutto, pensa mentre cerca di farsi scivolare via il fastidioso ed infido indagare della dirimpettaia, e proseguire con le sue cose come se niente fosse successo; oppure prendere la sua borsa ed arrivare fino in ospedale, senza reticenze, per presentarsi dal vicino, magari salutarlo con cortesia avanzando una qualsiasi scusa per essersi ritrovata proprio in quel reparto, e sincerarsi in questo modo delle sue effettive condizioni. Invece non fa niente, se non le solite cose di ogni giorno, anche se l’assenza del vicino non è certo un elemento di poco conto. Ci pensa, lo immagina, fino a sentirne i passi lungo le scale, anche se sa che non è lui.
Infine aspetta, come le è dato di poter fare, guardando spesso la strada dalla sua finestra e stando bene attenta a qualsiasi voce o rumore riesca a sentire. Spera che tutto torni in fretta nelle stesse condizioni di com’era prima, e che tutte le abitudini e gli orari del vicino si ripresentino rapidamente come sempre. Poi arriva: lo riportano nel suo appartamento certi parenti, lo fanno scendere dall’automobile con calma, lui appare pallido, forse dimagrito, però sembra pronto in pochi giorni a riprendere tutte le sue attività. Se ne vanno tutti alla fine, lei segue ogni movimento dalla sua finestra, ed adesso sa che il suo vicino è in casa, magari seduto sulla sua poltrona preferita, ad ascoltare la radio oppure a leggere qualcosa.
Allora lei prende la borsa, approfittando di dover scendere ad acquistare qualcosa per la cena, e gli suona il campanello. Lui arriva, apre, lei lo saluta, come sempre, e sul pianerottolo gli chiede come si sente, se magari abbia bisogno di qualcosa o se può essergli utile. Inizialmente non mi ero neanche accorta della sua assenza, gli dice; probabilmente c’era un fantasma che in questi giorni lo stava già sostituendo.


Bruno Magnolfi

venerdì 9 giugno 2017

Grandi cambiamenti.

           

Certe volte si può camminare sopra un marciapiede, costeggiando magari una siepe con le foglie polverose, senza rendersi neanche conto che quel tratto di strada lo percorriamo praticamente ogni giorno. Tanto da essere oramai convinti con l’abitudine di essere tutto sommato nel giusto, e di andare così nella direzione migliore, senza più neppure domandarselo. Sentire addosso ogni volta l’aria fresca del mattino, insieme ai pochi sguardi degli altri, e ancora prima di giungere sul posto di lavoro pensare anche solo di sfuggita alla fortuna di abitare neanche troppo lontano da lì, cosa questa che certamente fa sentire migliori. Lei si guarda attorno come sempre proseguendo a camminare con il suo passo svelto, e riflette che forse anche quel poco tempo che impiega è comunque sprecato, pur riconoscendo che ormai è stabilito così, e che non si può certo cambiare nulla di tutto questo.
Un attimo, una conseguenza, quasi un metodo per intercalare due spazi diversi, e tenerli collegati ma alla giusta distanza. Qualcuno ieri sera ha sporcato un muro con della vernice, niente di irreparabile certo, probabilmente diventerà in poco tempo qualcosa a cui non fare neanche più caso, come a tutto il resto d’altronde, fino a quando magari saranno cancellati quei segni, e d’un tratto le cose toneranno al loro punto iniziale. Ecco, lungo la strada ci sono questi particolari che possono variare, e forse nient’altro. Poi però ci sono i pensieri, ed anche qualche piccola preoccupazione, però di tipo ordinario, perché le altre mettono solo paura.
Non sapere più che cosa si desidera, per esempio, ed andare avanti cercando di non riflettere mai su questo aspetto, quasi come evitare un luogo senza rumori, per non sentire neanche il battito del proprio cuore, o anche il respiro, o il proprio corpo ancora vivo e presente insomma.  Lei si trova in una fase difficile, si potrebbe anche dire: ma forse non è del tutto così, visto che basta una sciocchezza qualsiasi per farle ritrovare l’entusiasmo che sembrava definitivamente perduto.
Un uomo la incontra lungo quel marciapiede, la guarda, la stessa espressione ogni volta, come non ci dovesse mai passare un briciolo in più oltre quell’esile, ininfluente, scarica elettrica. Invece oggi la ferma, le chiede qualcosa fermandosi, e a lei sembra già una persona diversa da quella che vede ogni volta, così trattiene la borsa, come se lui fosse un ladro, un rischio, una minaccia; lo guarda sul viso appena un momento, poi dice che è l’ora meno dieci minuti, nella stessa esatta maniera che pensa già sapesse anche lui. Riprende subito a camminare, non c’è alcun motivo per non farlo ancora, l’uomo si volta, la guarda da dietro, lei no, perché forse lui si aspettava qualcosa di diverso, forse un sorriso, un buongiorno, forse un incoraggiamento per chissà mai che cosa.
Il passo di lei adesso è più lento del solito, ma i suoi pensieri invece vanno veloci: per domani ha deciso che cambierà marciapiede, probabilmente; anche se in questo modo forse cambieranno già molte cose della sua vita.


Bruno Magnolfi

domenica 28 maggio 2017

Perdere.

    

Mia figlia purtroppo, anche se lei non la conosce, non è molto simile a me, dice la signora Ruggeri. Per molto tempo ho cercato di passarle le idee a cui personalmente ho sempre cercato di tener fede, cose come l’onestà, la rettitudine, la coerenza, e lei ha finito spesso anche forse per accogliere alcuni dei miei principi, ma magari soltanto per accontentarmi, limitandosi a seguire in maniera del tutto superficiale qualche mio pur piccolo suggerimento. Negli ultimi tempi però la trovo ancora più scostante di sempre, e poi individualista, indisponente, indifferente a molte delle cose che io ho sempre reputato fondamentali; ed infine, proprio per colmo, in questa fase ho forse anche smarrito quel filo di dialogo con lei che nel passato avevo persino creduto di riuscire a vantare. Penso però che in fondo tutto questo non abbia poi molta importanza, e che mia figlia stia soltanto cercando una sua strada, delle caratteristiche proprie, dei riferimenti personali, e dopo, come credo sia giusto, che stia semplicemente maturando una sua personalità ben distinta e diversa da quella dei suoi antiquati genitori.
L'amica della signora Ruggeri annuisce leggermente, forse potrebbe anche dire che al giorno d’oggi certi rapporti si sono fatti molto complessi, ma teme così di ribadire soltanto cose scontate e puerili, perciò si limita ad ascoltare senza dire un bel niente. Il supermercato è pieno di gente a quell’ora, e qualche persona di fretta mal sopporta le chiacchiere dei clienti mentre stazionano a lungo davanti a qualche scaffale mostrando scarsa attenzione agli orologi degli altri. Sono preoccupata, non posso negarlo, prosegue la signora Ruggeri; il suo futuro alla fine mi pare ancora interamente da costruire, e da adesso in avanti potrebbe svilupparsi in lei qualsiasi soluzione di fatto per nulla prevista fino a questo momento. Poi le due donne spingono i loro carrelli verso la fila delle casse, e solo a quel punto arriva proprio Giorgiana, con espressione poco felice, la figlia di cui hanno parlato fino ad un attimo prima.
Ciao, dice lei quasi sbuffando alla vista di sua madre; sono qui soltanto perché ho urgentemente bisogno di soldi. La signora Ruggeri resta un momento a cavallo tra il tirare subito fuori il borsello senza neppure battere ciglio, oppure chiederle in maniera secca e con fare risoluto quale sia il motivo di una richiesta di quel genere. Però si volta un momento verso la propria amica, quasi a chiederle un qualche sostegno. L’altra però è una statua di sale, così lei prende tempo, sistema ancora qualcosa nervosamente nel suo carrello, e con ogni probabilità vorrebbe magari anche sorridere senza guardare di fatto nessuno, proprio per evitare uno scontro che in questo momento le pare del tutto inevitabile.
Ho soltanto la tessera del supermercato, dice alla fine, soddisfatta della soluzione a cui è arrivata improvvisamente. Ho io qualche cosa, dice invece l’amica; ma Giorgiana non arriva fino al punto di farsi prestare dei soldi da una persona a lei praticamente sconosciuta, così si schernisce, dice in fretta che in fondo non ha troppa importanza, e che il suo era soltanto un semplice e forse sciocco tentativo. La signora Rossetti allora la guarda, le tocca un braccio come facendole una carezza. Vorrei non averne mai soldi da darti, le dice adesso sottovoce: e lasciare invece che le cose davvero importanti riuscissero con naturalezza ad affiorare dai nostri differenti comportamenti. Anche se so già da adesso che così avrei solo da perdere.


Bruno Magnolfi

lunedì 22 maggio 2017

False immagini.

      
            Non ama guardarsi riflessa sulle superfici lucide Caterina, tanto che nel suo minuscolo appartamento ha soltanto un piccolo specchio, ed in genere lo usa quasi sempre appena di sfuggita. Anche quando gira per strada si ferma sempre poco volentieri davanti alle vetrine dei negozi che incontra, proprio per evitare il più possibile qualsiasi immagine riflessa di sé. E non in quanto si trovi brutta o sgradevole, ma solo perché quel suo improvviso ed apparente sdoppiarsi con la sua immagine che vede sopra le superfici di vetro, la mette ogni volta in uno stato di forte soggezione, come se quella donna di fronte a sé quasi non fosse davvero lei.
            La sua amica, quando Caterina le ha parlato di questo problema, ha spiegato in due parole che è soltanto una grande sciocchezza: ognuna di noi deve amare la propria immagine ha detto, cercare di migliorarla quanto sia possibile, e comunque mostrare sempre, anche davanti ad uno stupido specchio, che tutte noi siamo perfettamente sicure di noi stesse, e quindi anche del nostro apparire. Lei non ha ribattuto un bel niente, ma non si è trovata affatto d’accordo con quelle parole, tanto che da quel momento in avanti ha evitato costantemente di parlarne ancora sia con la sua amica che con chiunque altro, conservando per sé tutte le sue personali convinzioni.
            Poi Caterina però ha voluto affrontare meglio e da sola l’argomento spinoso, e così è andata davanti all’unico specchio di casa e si è posta ad osservare insistentemente ogni particolare che vedeva riflesso, fino a quando ha scoperto che non era del tutto lei quella là immersa nella superficie di vetro. E’ un’apparenza, ha infine deciso, un’illusione data soltanto da quello che vogliamo vedere, che ci intestardiamo a immaginare come una semplice copia rovescia, ma che invece, a guardare con maggiore attenzione, non ci assomiglia neppure, tanto da non darcene alcuna prova reale. E nello specchio ha iniziato anche a vedere altre cose: il muro alle spalle pieno di macchie, di crepe, di aloni indefiniti; e poi le sue braccia, più piccole e minute di quanto siano veramente, le mani, più nodose e sgraziate di come le abbia sempre notate. Ha osservato i contorni del viso, e si è accorta che non rispondevano affatto a quello che sentiva toccando la pelle con le sue dita. Insomma nello specchio c’era un’altra persona, un’ immagine completamente diversa, proprio quello che lei aveva sempre creduto.
            Così ha coperto con un telo anche quell’unico specchio di casa, ed ha iniziato a valutare il suo apparire soltanto con la visone diretta di sé, e per quanto riguarda le parti impossibili da vedere, ad affidarsi semplicemente al suo intuito ed a quanto riesca da sola ad immaginare. E’ stato per questo forse che è stata capace di uscire da casa con i capelli quasi completamente arruffati, tanto che qualcuno di sua conoscenza glielo ha fatto notare, sorridendo come se fosse una cosa che capita solo agli sciocchi. Nelle immagini ci sta solo quello che vorremmo vedere, ha pensato Caterina tra sé; il resto è qualcosa che ci rende sempre meno liberi di essere come vorremmo. Se continuiamo sempre ad immaginarci con gli occhi di chi ci sta semplicemente guardando, rivedendoci specchiati nel loro sguardo, non saremmo mai veramente noi stessi, ma soltanto dei tentativi somiglianti a quello che gli altri si aspettano di vedere. E’ tutto falso, ha infine deciso, se non quello che noi sentiamo nel profondo di essere realmente.

            Bruno Magnolfi

            

venerdì 19 maggio 2017

Nuovo vicinato.



Loro sono strani, dice lui alla moglie. Non li vedi per settimane, poi all’improvviso escono fuori con dei sorrisoni che paiono quasi ironici. Quando qualche volta mi sono fermato per parlare con quel Franco come si chiama, mi ha dato subito l’impressione di volermi scaricare velocemente, rispondendo a monosillabi e non guardandomi mai in faccia. Ma tu cosa ne pensi? La moglie prosegue a scaricare la lavastoviglie, preoccupandosi, per ogni pezzo che tira fuori, di asciugare con lo strofinaccio le inevitabili goccioline d’acqua che si sono conservate sulle superfici, ed annuisce senza dire niente, anche se pensa che quella Rita che abita di fronte alla loro casa sia sicuramente una grande asociale, visto che non si è mai neppure presentata dal suo arrivo nel quartiere, come invece è convenienza quando si hanno dei nuovi vicini di casa.
Va bene, saranno giovani, prosegue lui, anche se a me pare che lei abbia qualche anno in più del suo compagno, ma in ogni caso le regole non scritte sono le solite: se ci incontriamo sul marciapiede è bene salutarci, credo, piuttosto che fare finta di non essersi mai visti. Ma non è neppure questo il punto: il fatto essenziale è che non si capisce proprio cosa facciano. Certe volte li incontri al mattino presto, e si potrebbe arguire che magari vadano al lavoro, ma poi a quella stessa ora non li vedi più per giorni e giorni, e dalle persiane chiuse potresti addirittura dire che all’improvviso siano partiti per un qualche viaggio fuori stagione. Infine li ritrovi, vestiti di tutto punto, che escono di casa al pomeriggio, impettiti, pieni di sé, come per andare ad un incontro importante o chissà cosa, ed è proprio in quel momento che sembrano come guardarti dall’alto verso il basso, quasi tu non esistessi neppure, tant’è che neppure ti salutano.
La moglie non interrompe quelle riflessioni del marito, in ogni caso sa che quel Franco è un gran bell’uomo, e che probabilmente tratta più che bene la sua compagna, tanto da formare una coppia bella da vedersi, forse anche troppo in vista qualche volta. Però avrebbe subito da dire che lei appare molto eccentrica con quel suo trucco pesante sul viso ed i vestiti sempre troppi corti e anche scollati, però non dice niente per non essere presa per una sciocca provinciale. E poi all’improvviso, continua lui, ecco che si stampano sul viso questo loro sorriso smagliante che sa subito di finto, ed ammiccano qualcosa pure, come se il mondo fosse in quel momento nelle nostre mani, e che un’intesa in qualche modo fosse già stata definita tra di noi.
No, dice lui, non li capisco. La moglie intanto gli accende la televisione mentre continua a sistemare la cucina, tanto per cercare di tranquillizzarlo un po’, anche se è perfettamente d’accordo con quanto è stato detto fino adesso, nonostante lei non sia solita parlare male di qualcuno, come se fosse costantemente pronta ad accettare come normale qualsiasi stranezza addosso agli altri che pur riconosce perfino dentro se stessa. Credo che non dovremo dare loro troppo spago, dice infine lui; mi sembra che ci sia qualcosa di segreto in quei comportamenti, non vorrei ritrovarmi a dovermi difendere da qualche accusa solo perché abitano qui accanto.
Certo, pensa lei, questo è il comportamento migliore da tenere; se poi verranno un giorno a bussarci alla porta perché hanno bisogno di un favore o di qualcosa in prestito, dovremo ricordarci di tutte quante le nostre riflessioni, e non farsi subito in quattro per qualsiasi richiesta, magari solo perché lei appare carina, ben curata, e magari con uno scollo anche più profondo di quanto sia minimamente accettabile per la gente che abita qua attorno.


Bruno Magnolfi

lunedì 15 maggio 2017

Propositi notturni per il giorno.

          
            Lei si guarda attorno, cerca di trovare il punto esatto da cui come sempre sa che inizieranno poco per volta ad apparire le maschere, queste buffe figure stravaganti probabilmente frutto in parte anche della sua fantasia, ma che indubbiamente anche stasera sono pronte, come ogni volta e in un modo del tutto autonomo appena si spengono le luci, ad indicare per lei le cose migliori da fare e da affrontare. Ormai è da diverso tempo che ha iniziato ad avere fiducia in quei consigli che le vengono così suggeriti, anche se non sempre è facile comprendere i significati che assumono molte delle strane espressioni di quelle figure. Sul muro bianco, quando la calma e il silenzio della propria solitudine avvolgono la sua abitazione, si stagliano lentamente delle forme, e qualcosa si muove poco per volta, qualcuno pare bisbigliare nell’ombra, ed a lei, con gli occhi sgranati, non resta che seguire ed ascoltare con grande attenzione tutto quello che avviene. Poi ogni sfumatura si dilegua rapidamente, e qualsiasi avvistamento trova termine all’interno di un vapore di luce impalpabile.
            Ogni decisione per lei diventa come semplificata: ad occhi socchiusi si concentra sulle cose che desidera maggiormente sapere, e sul muro di fronte da dove si trova, vengono accennate tra certi movimenti leggeri come di stoffe purissime che ondeggiano, le espressioni che paiono sottendere ad una pur vaga risposta. Ecco, è tutto lì, un aiuto insperato e prezioso, un sostegno alla sua vita quotidiana costituita sicuramente da pochi elementi, ma che spesso sembrano tutti imbrogliati tra di loro, in modo tale che in molti casi decidere tra le cose migliori da scegliere non è sempre troppo facile. Inizialmente era scettica, le pareva assurdo quello che stava accadendo,ma in seguito ha iniziato a seguire con una certa fedeltà quanto le viene indicato, tanto da attendere, in qualche caso con ansia, l’arrivo della sera e la comparsa di quelle maschere.
            Forse sonnecchia mentre le aspetta, forse sono direttamente i suoi pensieri o i suoi sogni che si proiettano sopra quel muro, però lei ci crede a quanto riesce a vedere di fronte a sé, e in ogni caso è la sua indecisione perenne che tramite le figure che appaiono si fa da una parte, per cui tutto improvvisamente sembra indiscutibilmente più facile e più lineare. Pare come se la sua carica emotiva perdesse d’improvviso ogni consistenza di fronte alle maschere, e tutto così trovasse all’improvviso una soluzione razionale ed insperata.
            Poi qualcuno le suona il campanello di casa, lei si alza dal letto, è ancora presto riflette, così indossa una vestaglia che tiene pronta nella sua camera e va ad aprire. E’ una sua conoscente che abita nel palazzo di fronte, e dice restando sulla soglia che soltanto stasera si è resa conto di quanto tramite uno specchio che ha nel tinello, la sua televisione pare proietti qualcosa proprio all’interno della finestra di lei, e che se le reca fastidio in qualche maniera può assolutamente spostare lo specchio e dare termine velocemente e con poco sforzo a tutto quanto. No, non ha importanza, risponde lei; non mi sono mai neanche accorta di niente, e in ogni caso non mi pare una cosa che meriti tutto questo sforzo. Può lasciare le cose esattamente come si trovano, dice ancora, non ci sono proprio problemi; al limite poi sarà mia cura, se mai mi accorgessi che le luci o anche queste immagini soffuse mi creassero in qualche modo qualche problema, abituarmi a chiudere sempre bene le tende, e magari a serrare meglio anche le mie tapparelle.


            Bruno Magnolfi 

martedì 9 maggio 2017

Decisioni senza tempo.

            

Mi sento troppo debole, dice lui restando seduto, le mani abbandonate sul piano del tavolo di fronte a sé; non posso proprio andare, sarebbe come accettare passivamente una sconfitta definitiva senza neanche combattere. Gli altri lo guardano, nessuno insiste, sanno perfettamente che la sua è soltanto una specie di incapacità di fondo, ma in questo caso non possono essergli d'aiuto, per quanto sia evidente che ad ognuno di loro piacerebbe comunque sostenerlo in qualche maniera. Infine si ritirano, rispettando perfettamente la sua sensibilità, anche se capiscono tutti che il direttore dell'istituto non verrà mai a chiedere qualcosa ad uno come lui, così fragile e privo di iniziative, ed in questo modo la possibilità di presentare la domanda per la revisione del suo caso sarà così rinviata di settimane, forse addirittura di mesi.
Mi dispiace averli delusi, pensa lui mentre si sente in parte già rassicurato di restare per qualche momento da solo nel prepararsi alle solite cose di sempre, come ad una quotidiana celebrazione. Immaginarsi di uscire dall’istituto anche soltanto durante qualche ora del giorno è un elemento di novità su cui deve ancora riflettere profondamente: ci vuole un programma preciso di cose da fare, pensa; ci vuole anche il coraggio adeguato per lasciarsi cambiare così radicalmente le proprie abitudini ed affrontare l’esterno quasi come fosse un’esperienza qualsiasi, al contrario di quel sentirsi all’improvviso solo davvero, una volta fuori, privo completamente di qualsiasi protezione e anche di riferimenti precisi. 
Meglio non presentare alcuna domanda, non parlarne neanche, pensa ancora, anche se forse, come dicono loro, sarebbe proprio il momento per farlo, probabilmente il periodo migliore da quando sono qua dentro. Quindi si alza, si stringe dentro le spalle, e con le mani affondate nelle sue tasche inizia a compiere il solito giro a passo lentissimo, lungo gli imperiosi corridoi di quell’istituto. Gli altri lo guardano, qualcuno gli fa un cenno mentre sta passando, molti vorrebbero ancora parlargli, dire magari che sta sbagliando quasi tutto, che non deve lasciar perdere ogni cosa in questa maniera. E lui probabilmente lo sa, capisce perfettamente che cosa possa passare nella testa di chi adesso lo guarda, ed è per questo che evita tutti, che tira diritto come fa spesso nel suo solito percorso ormai stabilito nel tempo.
Non è facile prendere certe iniziative: forse sto spudoratamente sbagliando, riflette ancora tra sé, però certe cose bisogna sentirle, bisogna siano mature dentro di noi per poter dimostrarsi davvero perseguibili e quindi attuabili. In fondo, se non cambia niente, niente può farci soffrire, ed ogni novità risulta soltanto rinviata a dei tempi migliori. Poi si ferma per guardare fuori da un finestrone naturalmente munito di sbarre. Là fuori c'è il parcheggio delle automobili di tutto il personale dell'istituto, gente che arriva o che va via in maniera persino troppo semplice e lineare. Il direttore si fa vedere solo una volta ogni tanto, lui la conosce bene la sua automobile, l’ha osservata da dietro già tante volte proprio mentre lui stava andandosene chissà verso dove. Adesso è laggiù quella sua macchina, la vede bene, ed il direttore sicuramente è dentro al suo ufficio, e sta prendendo le proprie decisioni importanti.
Devo ritirarmi nella mia stanza, pensa lui all’improvviso; non posso lasciare che qualcuno mi trovi così, a girellare senza una meta. Forse devo addirittura rinchiudermi in un bagno, per far passare almeno il tempo di questa mattina: capirà il direttore, se pur mi venisse a cercare, che la mia situazione non è così facile come tutti vorrebbero fosse. Ci vorrà ancora del tempo, riflette ancora con rapidità: e chissà se anche quello sarà davvero sufficiente.


Bruno Magnolfi 

martedì 2 maggio 2017

Storia d'amore.



Lei e lui vanno sempre assolutamente d'accordo, anche quando qualcuno del vicinato crede di sentire alzarsi, da quell’appartamento del terzo piano, le loro voci alterate, certe volte persino gracchianti e sgradevoli, quasi come se loro due avessero davvero qualche motivo valido per litigare, e per gridarsi vicendevolmente parole del tutto spiacevoli. Sorridono per strada, generalmente, e camminando augurano a tutti il buongiorno, tenendosi per mano ed ammiccando sempre qualcosa attraverso la loro evidente felicità, quando poi scorrono ulteriormente in avanti come per lasciarsi tutto alle spalle, senza dare mai l'impressione di avere alcuna incertezza nella loro meravigliosa sintonia. Qualcuno, tra chi li conosce di più, dice che sono proprio uguali, due gocce d’acqua, ed hanno come piegato le loro distinte personalità fino a farle quasi coincidere.
Lui e lei sono anche buffi da vedere: si danno dei consigli, ciascuno annuisce a ciò che dice l'altra, e poi si sostengono, hanno sempre qualcosa in comune rispetto a tutto ciò di cui paiono maggiormente occuparsi. Certe volte gli amici cercano di parlare con loro magari riferendosi ad uno per volta, ma non è facile, perché ogni poco loro si cercano, ciascuno avvertendo la presenza o l’assenza dell'altra, e subito quindi tentando di riavvicinarsi, di tornare a riunirsi per dare la stessa versione definita delle cose che dicono. Quando poi vengono nominati in loro assenza, nessuno si sognerebbe mai di usare soltanto un nome dei due, proprio perché separatamente insignificante, unendone al contrario negli appellativi la forza e l’autorevolezza, come fossero davvero una sola entità.
Lei e lui sembrano una forza quando li incontri, se poi chiedi loro delle cose abituali o di pura convenienza ti sommergono subito con le frasi e le parole apparentemente più consuete, tanto che sembra addirittura impossibile riuscire ad essere davvero in quella maniera. Però fa piacere ritrovarli sempre così, quasi una certezza quei loro modi e tutto quello che sottintendono, praticamente una serie diffusa di sensazioni oltremodo tranquillizzanti, come rivedere un bel panorama evitato o forse soltanto tralasciato per un lungo periodo, tanto da dare improvviso il piacere quasi di una riscoperta.  
Lui e lei sembra impossibile rivederli d’un tratto così, immobili nella loro freddezza, in mezzo alle opinioni di tutti nella caccia spasmodica intorno ai motivi che hanno minato le cose in un modo solo un attimo prima impensabile, nel loro terzo piano come un paradiso sempre raggiunto coi loro stessi piedi, ed adesso lasciato per mano di un colpo di testa improvviso, una gelosia forse assurda, un’incomprensione magari appianabilissima, se solo ce ne fosse stata la voglia, come ogni altra volta, facendo leva sugli innumerevoli punti di convergenza.
Lei e lui escono male dalla mente di tutti: nessuno adesso ha voglia davvero di ricordarne qualcosa di positivo, se non quell’affezione declamata continuamente e quindi stucchevole, tanto da essere alla lunga per opinione di tutti quasi un ingombro per una coppia di sane persone che tentano un rapporto qualsiasi, un’intesa che non vada a sfiorare il disturbo malato di chi si arrampica all’altro per non soggiacere all’altrui. Due persone nel tentativo di essere una: quasi da ridere, un bisticcio di termini, uno sbaglio evidente, uno sfiorare il ridicolo, nel clamore diffuso in un attimo soprattutto tra coloro che li hanno voluti vedere soltanto per quello che fino alla fine hanno mostrato; e non ciò che erano.


Bruno Magnolfi     

venerdì 28 aprile 2017

Percorso di donne.

            

Non provo nessun ripensamento, dice lei al momento di entrare nell'ingresso destinato al pubblico di quel grande palazzo interamente destinato a quegli uffici così particolari. L'amica ha stentato fino adesso a tenere quel suo passo svelto, da persona determinata, lungo tutto quel tratto di strada così lungo, ma in ogni caso ora è con lei, al suo fianco, e si mostra pronta a sostenerla, a stare dalla parte sua, e ad evidenziarle la sua piena solidarietà. Sono nervosa, aggiunge ancora senza aspettarsi neppure una risposta. Vorrei tanto che tutta questa storia fosse già stata completata, e che adesso io e te si fosse pienamente libere di fare quello che si vuole.  L'altra rimane ancora in silenzio, forse anche per non dire qualcosa di troppo scontato, poi però spiega che non ne vede del tutto il motivo, visto che ogni particolare della faccenda sembra oramai per essere messo sotto controllo. Lei si ferma, la guarda con un'espressione intraducibile dietro ai suoi occhiali scuri: credi davvero anche tu che stiamo facendo la cosa più giusta di tutte, non è vero? Oppure dobbiamo pensare meglio qualche altra cosa, magari riparlarne, prenderci del tempo, vedere se qualcosa per malaugurata sorte ci fosse sfuggita in questa confusione.
L'amica la guarda appena per un attimo, e dopo fa un broncio, come per mostrare senza parole che non ci sono assolutamente dubbi, dicendo infine che non può certo prendere lei l'iniziativa su una cosa di quel genere, ma che se al contrario fosse proprio lei a dover decidere in questo medesimo istante, proseguirebbe ad andare dritta su per quelle scale del commissariato, a denunciare quanto è emerso fino adesso a carico del suo uomo. Lei la guarda, tira fuori con finta calma il suo documento personale, lo fa vedere con titubanza all'agente nella portineria, poi spiega che ha un appuntamento con un certo signor ispettore. L’altro valuta tutto, fa la telefonata di controllo, poi indica alle due donne il piano e anche il corridoio dove recarsi.
Salgono senza una parola, altre persone si incrociano con loro tra gli ascensori e i larghi spazi dell'edificio, ed infine giungono davanti alla porta chiusa che stavano cercando. Tutto è impersonale qua dentro, dice lei, ed anche io mi sento un'altra donna, qualcuna che sta facendo una cosa sostanzialmente ignobile, a cui però è stata costretta. Non so più a chi darne la colpa, semmai questa ci sia; so che hai ragione tu, il percorso per arrivare fino qui è iniziato già da molto tempo, e non si può certo interrompere in quest’ultima frazione di tempo. Si aggiusta la gonna, liscia i capelli, e infine bussa e gira timidamente la maniglia per entrare.
Sedute, di fronte ad un’enorme scrivania, loro due sono più piccole di quanto si siano in assoluto mai sentite, e le domande pur ordinarie e previste nella modulistica della denuncia a loro sottoposta, sembrano piovere come una grandine improvvisa e incontrollabile, che definisce in una tettoia qualsiasi, un generico riparo, l’unica accettabile difesa. Ci sono i nomi, le circostanze, un numero imprecisato messo nel verbale di parole pesanti e definite, che non lasciano dei dubbi, non ritengono sia stato il caso o l’imprudenza a determinare i segni esatti, quel discrimine scientifico tra un prima e un dopo, nell’impossibilità, persino in un’importante avvocateria moderna, di poter mettersi a difendere una posizione improvvisamente così pesante, inaccettabile, priva di agganci diluitivi o di alleggerimento. Lei soffre per quei minuti interminabili, forse vorrebbe persino piangere, ma si trattiene, proprio perché sa che tutto quanto improvvisamente, una volta uscita e liberata da là dentro, sarà già divenuta una cosa troppo seria ed importante per lasciare ad una qualsiasi donna maltrattata la possibilità di tirarsi ancora indietro, e che non ci saranno mai delle scusanti, né in un caso, e neppure nell’altro.  


Bruno Magnolfi

martedì 11 aprile 2017

Lontano affronto.

            

L'uomo apre la porta ed appare subito piuttosto taciturno e pensieroso mentre rientra in casa tornando a sera come è logico dalla sua famiglia, quasi fosse almeno per una buona parte ancora al suo quotidiano posto di lavoro, chino sulla consumata scrivania, quando sta lì a proseguire con normalità per tutto quel tempo del suo orario a rovistare in mezzo ai conti dei tanti clienti e delle società, pronto a scovarne qualche anomalo dettaglio. Il suo collega, durante quelle giornate che trascorrono così oltremodo monotone e ordinarie, certe volte gli racconta qualcosa di variato rispetto al loro occuparsi delle solite cose con cui devono riempire i loro compiti previsti, e gli fa presente come tutto spesso sia effettivamente poco definitivo, ancora estremamente da confrontare, privo cioè di quel giudizio che in molti casi vorremmo tutti per comodità avere già pronto, anche direttamente espresso e dichiarato fin dentro di noi, senza dover tornare neanche più a rifletterci sopra ulteriormente, neppure per un attimo, e con il quale chiudere tutto quanto a certe riflessioni antipatiche ed in fondo prive di definizione.  
Lui non si interessa mai generalmente dei particolari verso cui non si sente neanche portato, ma l’altro insiste, dice che solo nel venire a conoscenza di certe notizie che generalmente non si vorrebbe neanche sapere, si aprono le proprie riflessioni al punto di mettere in discussione qualsiasi certezza avuta fino adesso. Le cose stanno cambiando, gli dice sottovoce; forse si dovrebbe approfittarne, mettere a frutto l'esperienza annosa del sentirci capaci di rimanere lontani e leggeri sopra certe vicende disgraziate di certuni che non danno forse mai dei risultati positivi. Lui annuisce, ma soltanto per inerzia, ed ascolta come certi vicini di casa del collega abbiano deciso a un certo punto di piantare tutto, compresi gli affetti e le abitudini, ed andarsene da un attimo al seguente in altro luogo, ai tropici, per la precisione, dove con pochi soldi mettere su un’attività che da subito permetta loro un’esistenza agiata e dei comportamenti impensabili da noi. 
L’uomo sorride mentre continua i suoi conteggi, e non gli vengono alla mente né domande né altre particolari curiosità su quei poveri ammalati di alternative facili, riuscendo soltanto ad immaginare dei tizi su una spiaggia per la zona da ordinaria cartolina, che dopo i primi tempi trascorsi in un’ebbrezza apparentemente inossidabile, cercano, passato qualche mese oppure un anno o più, di farsi ancora piacere quella scelta effettuata, coprendo in qualche modo al loro interno la nostalgia latente di usi e di comportamenti che ancora trattengono purtroppo dentro se stessi, non riuscendo in nessun modo a liberarsene come sarebbe evidentemente stato meglio.
Lui riflette però, nel silenzio che si crea dopo quelle semplici chiacchiere senza alcun contraddittorio, come se in fondo le immagini fornite da persone che hanno in qualche modo tentato un salto, quale esso sia stato, non fossero soltanto dettagli da considerarsi appunto per semplice ironia, o così distanti in quanto privi di qualsiasi radice capace di attecchire, ma elementi in qualche modo possibili nel fornire una pur piccola voglia di quella spallata che in certe giornate particolarmente grigie e prive di costrutto, chiunque al posto di un semplice impiegato di una banca quale si trova ad essere, sentirebbe vivi, vicini a sé, quasi accettabili come soluzione. Naturalmente va avanti con il suo lavoro, completa con calma e con ponderatezza quelle pratiche aperte che trovano nei documenti contabili le loro definizioni più complete, infine osserva il suo orologio e chiude tutte le cartelle, almeno fino all’indomani.   
L’uomo così rientra in famiglia, gli occhi bassi, le solite cose di ogni sera, la testa pesante, il compito addosso di mostrarsi ancora spavaldo, entusiasta di quelle scelte fatte fin da sempre, che nessuno potrà mai mettere in dubbio, compreso il suo collega di lavoro: ed abbandona in questo modo qualsiasi altro pensiero, a lui lontano, estraneo, inaccettabile persino come riflessione spudorata; inconciliabile con la successiva giornata di lavoro ancora da affrontare.


Bruno Magnolfi   

venerdì 7 aprile 2017

Pulizia lubrificata.

            

Il ragazzo sta seduto sopra un grosso secchio per la vernice mentre smonta la ruota posteriore della sua vecchia bicicletta. Naturalmente si è già sporcato abbondantemente le mani togliendo la catena e anche i pedali, ma a lui non interessa, gli basta riuscire a mettere in fila tutti i componenti meccanici che formano quell’insieme, ripulirli e lubrificarli perfettamente uno per uno, e poi rimontarli in maniera che tutto funzioni di nuovo ma con maggiore scorrevolezza e precisione. Suo padre a quell’ora è ancora impegnato con il suo lavoro, l’intero pomeriggio per lui è da sempre uno spazio piuttosto libero, altrimenti se fosse lì accanto gli avrebbe sicuramente urlato di fare le cose in maniera troppo superficiale, senza metterci l’impegno necessario. Lui si alza dal suo sedile, si pulisce le mani con uno straccio, poi osserva il cuscinetto a sfera ed il perno della ruota, come ci fosse qualcosa di segreto da scoprire in quel semplice meccanismo. Infine appoggia tutto per terra, rientra in casa dalla scala interna e va a lavarsi le mani con il sapone, nel bagno al piano inferiore della villa. Adesso avrebbe voglia di lasciare la bicicletta tutta smontata con gli attrezzi sparsi come si trovano in questo momento dentro al garage, ma suo padre rientrando con l’auto solo a quella vista monterebbe immediatamente su tutte le furie, e lui non se lo può proprio permettere.
Così torna là dentro, si preoccupa di stendere al meglio le pieghe che ha già fatto il telo di plastica sopra al pavimento, per evitare di sporcare le piastrelle di gres dal colore sempre impeccabile, e poi inizia a lubrificare i pezzi e a ripulirli fin nel minimo dettaglio. Da quando suo padre gli ha proibito di uscire da casa nelle ore in cui lui non è presente, le giornate hanno preso un andamento piuttosto diverso ogni volta, e se la scuola fortunatamente riempie appieno tutta quanta la mattinata, il pomeriggio senza i suoi compagni di quartiere è diventato per lui poco per volta un semplice percorso di differente solitudine, da far trascorrere a cavallo tra i pochi compiti scolastici e qualcos’altro sempre da inventare. Anche la mamma è via, nella ditta con suo padre a fargli da segretaria o qualcosa di quel genere, ed in casa c’è sempre quella signora che loro chiamano la governante, a sistemare i panni ed a fare le pulizie, ma soprattutto a sorvegliare lui, che dopo alcune piccole vicende negative, per tutto il mese non dovrà uscire per alcun motivo al di fuori della recinzione del giardino.
Lubrificata e ripulita, la bicicletta una volta ricomposta torna ad essere quello che era sempre stata, senza variazioni, anche se adesso il ragazzo è maggiormente sicuro che non lo lascerà mai a piedi quando sarà il momento di andarsene da lì. Già, andarsene; non che immagini una grande fuga, soltanto una semplice scorribanda da fare con i suoi amici, uno di quei giorni, tanto per vedere fino a che punto la governante riesce davvero ad accorgersi della sua assenza da casa. Va organizzata bene, certo, nei minimi dettagli, in modo che nessuno si renda davvero conto che lui non c’è per quel paio d'ore che ha previsto. Tutto deve andare bene, pensa il ragazzo: le cose devono procedere esattamente come me le sono immaginate, perché in fondo questa sarà soltanto una prova generale: il resto verrà in seguito, riflette con assoluta serietà; e sarà comunque sempre qualcosa che mi farà sentire autonomo, fuori dalla prigionia a cui sono costretto, distante e separato anche da chi adesso non immagina neppure di che cosa io sia mai capace, e che al momento giusto non potrà certo fare altro che ricredersi.


Bruno Magnolfi

lunedì 3 aprile 2017

Ragioni profonde.



Ci sono dei giorni durante i quali tutto sembra appannato, e forse anche i pensieri e le possibilità paiono essere esattamente così. Lui si riveste velocemente dopo una doccia essenziale, indossando con scrupolo tutti i suoi abiti lasciati momentaneamente nell’armadietto. Trovare un'ora per venire in questa piscina secondo me può aiutare chiunque ad avere in seguito una maggiore carica, dice con espressione distesa ad un suo collega di lavoro che lo ha seguito per la prima volta fino lì, dando retta a quel suo entusiasmo. È un po' faticoso, fa l'altro: orari stretti, devi fare le cose di corsa, sembra tutto forse troppo compresso, persino la sacrosanta possibilità di rilassarsi. Vero, fa lui, ma se ci pensi non ci sono delle grandi alternative.
I due escono velocemente dall'impianto sportivo, salutano qualcuno che controlla le tessere all’ingresso ed infine raggiungono il parcheggio dove sono ferme le loro auto. In qualsiasi caso, fa lui, almeno adesso hai provato e sai cosa significa; continuare o meno è una decisione che ora puoi prendere con tutti i criteri. Grazie, fa l'altro stringendogli la mano, adesso ci penso, poi ti telefono magari stasera per comunicarti con calma quello che ho deciso di fare. Non tornerà, pensa lui subito mentre si allontana da quella sede sportiva: mi ha guardato fare tutto quanto troppo di corsa, e si è convinto che venire fin qui è certamente più faticoso che starsene un’ora in un bar a sorseggiare una bella birra e leggere il giornale.
L'altro si allontana pensando al contrario che impegnarsi in una cosa del genere può essere davvero salutare, decidendo che senza dubbio farà la tessera per la piscina già il giorno seguente, ed inizierà anche lui come già molti altri a frequentare quell'impianto all’ora di pranzo. In fondo non è un grande sacrificio, pensa; forse le prime volte bisogna prendere un po' il ritmo giusto, ma in seguito tutto può diventare normale, più semplice e anche leggero. Si tratta di organizzarsi, dice tra sé sorridendo, controllare spesso l'orologio, ma poi lasciarsi andare davvero quel tanto che basta tra un turno e l'altro di quel loro lavoro.
Lui pensa che se ne trova ormai pochi che abbiano davvero voglia di impegnarsi in una cosa del genere, ma riflettendoci bene forse c'è persino la necessità, dopo un lungo periodo di quel genere, di interrompere per un po' quei comportamenti che alla lunga diventano solo delle abitudini, perdendo quasi di significato nella loro monotonia. Pensa che adesso sono già diversi mesi che lui continua a precipitarsi nell'acqua al profumo di cloro in qualsiasi giorno feriale che ci sia durante la sua settimana, ed affrontare continuamente quel percorso ad ostacoli dallo spogliarsi all'asciugatura dei capelli, alla lunga strema le forze; probabilmente è bene smettere almeno per un turno di qualche settimana, ma forse anche di più.
L'altro lo chiama, la sera stessa, lo ringrazia, gli dice che oramai si è convinto, inizierà fin dal giorno seguente a ritrovarsi con lui in quell'impianto sportivo. Lui lo lascia parlare, annuisce a quell'entusiasmo che pare esprimere adesso l'amico, poi lascia nell’aria una pausa di silenzio, come prendendo del tempo prima di dirgli al contrario che lui ha deciso di non frequentare più almeno per un periodo da verificare quella piscina. Cerca le giuste parole, aspetta ancora un momento, si schiarisce la voce, ed infine dice di fretta: allora a domani, non trovando neanche quel coraggio sufficiente per dirgli quello che ha davvero deciso. In fondo che importa, riflette; ognuno fa tutto ciò che può fare soltanto per un estremo se stesso; ed in queste scene ordinarie, gli altri sono soltanto delle semplici comparse, e mai per davvero dei comprimari.


Bruno Magnolfi

giovedì 30 marzo 2017

Consenso solidale.

            

Ormai sono ferma, dice lei. Spesso guardo ogni cosa con un certo distacco, e mi pare qualche volta di essere lontana da tutto. Proseguo a lavorare, certo, mi impegno ancora nelle mie attività, però con fatica, perché da qualche tempo è come se avessi perso lo slancio, se non avessi più quell'entusiasmo necessario per saltare gli ostacoli come succedeva una volta. La collega di lavoro la guarda con intensità sorseggiando la sua tisana, non c'è molta gente nel locale a quell’ora, ma il leggero brusio di sottofondo pare sia sufficiente a camuffare il senso di quelle parole pesanti e difficili. Forse vorrebbe anche farle cambiare argomento, ma lei prosegue: non so per quale motivo succede questo, forse dipende da me, o forse dalla solitudine in cui sono caduta.
Non devi preoccuparti, succede a tutti, dice in fretta la collega. Piuttosto cerca di non metterti in cattiva luce con i nostri dirigenti, perché quelli non stanno certo a guardare le cose per il lato sottile, e per metterti da una parte a loro ci vuole ben poco. Lei prende un sorso dalla sua tazza, guarda l’altra con curiosità, poi le chiede: ma tu pensi che si siano resi conto che qualcosa non va nei miei comportamenti? Passa un attimo lungo di silenzio, la collega guarda da qualche parte con finta indifferenza, poi dice soltanto: bè, se proprio devo dirlo, a me hanno chiesto qualcosa di te un paio di settimane fa, e naturalmente io ho spiegato subito che per me era tutto sotto controllo, il lavoro non stava certo risentendo per qualche tuo malumore. Ma loro non hanno risposto niente, proprio come se non mi credessero. Altro non so.
Lo sapevo, fa lei; al nostro piano di uffici ci vuole pochissimo perché qualcuno ti parli alle spalle, e figurarsi se non si trova subito qualcun altro che vada immediatamente a riferirlo alla dirigenza. In ogni caso per il momento non mi ha chiesto niente nessuno, e per quanto ne so non ci sono state delle lamentele per la mia produzione personale. No, fa la collega, però può darsi che tu sia stata messa sotto una lente di ingrandimento, e che al primo errore oppure ad una mancanza tu venga subito richiamata e forse persino trasferita al piano inferiore. Bé, fa lei, ma per questo ci vuole un collega che trami contro di me e che abbia capito quali siano i miei punti deboli. In ogni caso è tutto prematuro, dice la collega: tu cerca di stare al passo con il lavoro di sempre, e vedrai che nessuno starà lì a farti le pulci sulla tua produzione.  
Va bene, fa lei, anche se adesso non posso certo stare tranquilla, e questo va soltanto ad assommarsi a tutto il resto che non va bene e che mi rende nervosa. Mi dispiace, dice la collega, fosse un diverso periodo probabilmente potresti prenderti qualche giorno di riposo, ma proprio adesso che abbiamo da fare le consegne non credo proprio sia possibile. Lo so, dice lei, anzi ti ringrazio per avere accettato di venire qui a parlare con me dopo l’orario, ma non saprei proprio a chi rivolgermi per cercare un consiglio. Non preoccuparti, dice la collega mentre mangia una fetta di dolce, soltanto non capisco proprio in quale modo posso esserti d’aiuto: da quando è stato individualizzato il lavoro non è più possibile neppure darsi una mano. Certo, fa lei, ci hanno sistemato per bene: ognuno per sé e attenti a quelli che ti mettono in cattiva luce. Tanto più che adesso non si sa più neanche chi sia a spargere le voci di corridoio.
Già, fa la collega; ma tu non avevi una sorella che abitava poco lontano da te? Si, dice lei, ma tra me e lei c’è sempre stato un rapporto piuttosto difficile, e poi non può certo comprendere il clima che si respira in un posto di lavoro come il nostro. Questo è vero, dice la collega: certe volte mi sembra persino impossibile che si riesca a sopportare le difficoltà che si trovano ogni giorno nei nostri uffici; in alcuni momenti penso addirittura che farei qualsiasi cosa pur di non avere sempre addosso gli occhi puntati dei nostri capi.


Bruno Magnolfi

giovedì 23 marzo 2017

Mancanze immancabili.

            

Sposta appena qualcosa che aveva lasciato sopra al tavolo, quindi si ferma, riflette con calma, poi si volta con decisione, arriva con due passi convinti fino all'ingresso del suo appartamento, ed allora getta un'occhiata nello specchio senza dargli però alcuna importanza. Torna indietro, pare stia dimenticando qualche cosa, ma dopo uno sguardo generale sopra gli arredi, decide che tutti gli eventi devono come proseguire lungo un proprio percorso. Così si trattiene ancora nelle sue stanze occupandosi di qualche sciocchezza, sorride da sola ad un tratto forse per un pensiero improvviso, ed infine esce, le chiavi nella mano, la borsa intonata naturalmente alla pelle delle sue scarpe, gli occhiali giusti, i capelli ben sistemati, ed un consueto trucco leggero attorno a quegli occhi castani. Lei non si sente attesa da nessuna parte, nessun luogo preciso dove recarsi, ciò nonostante la sua camminata è rapida, come di una persona perennemente in ritardo, pervasa dall’illusione di poter sempre recuperare almeno qualcosa, e magari anche quella di ritrovare in un percorso improvviso anche lo scopo vero del suo tragitto.
Si ferma, ad un tratto, torna indietro: acquistare qualcosa è sempre un elemento che riempie di sostanza tutto il tempo necessario, così entra in un negozio che conosce, il giovane commesso le sorride chiedendole se gli è possibile aiutarla, lei si schernisce, osserva tutti i nuovi arrivi di un abbigliamento già primaverile, soppesa ogni capo, e infine acquista una sciarpa leggera, un velo dai colori tenui che indossa subito, senza alcun ripensamento, poi paga ed infine esce di nuovo lungo la strada.
La sua borsetta è pesante, piena di cose che in un modo o nell'altro potrebbero tornarle utili prima o dopo, così cerca qualcosa, si lamenta tra sé come sempre di non trovare mai nulla, ed infine torna a camminare, proprio come prima. Una persona va verso di lei e la saluta, si fermano, scambiano alcune parole di cortesia, infine tutto riprende nella stessa maniera. C'è una nuova mostra di quadri in una galleria che a volte frequenta, così decide di dirigersi da quella parte. L’osservazione della realtà probabilmente è l’elemento che continua ad attrarre la sua attenzione più di qualsiasi altra cosa, ma la sua interpretazione il più possibile esatta è invece diventata oramai da diversi anni una propria assoluta necessità.
La piazza è abbastanza piena di gente come spesso capita in certi giorni: alcuni si trattengono a parlare e a scambiare delle opinioni, altri si guardano attorno, come a trattenere nella memoria almeno qualcosa di ciò che stanno guardando. Lei nota immediatamente questi ultimi, come per una sorta di magnetismo, quindi rallenta il suo passo, si ferma, torna a cercare qualcosa dentro la borsa, sembra quasi che qualcuno rimanga in sua attesa da qualche parte. Poi va vicino all'ingresso di quella mostra, si ferma sui piedi, si guarda attorno come per cercare un qualche salvataggio, e per dare loro importanza sorride mentre ascolta i commenti ironici di un gruppetto di persone che sta uscendo da lì, forse poco convinto di quei quadri moderni che ha visto.
Allora indietreggia: ci sarà tempo e un'altra buona occasione per andare in quella galleria, perciò si volta come per andarsene, ma un'espressione smarrita si disegna sotto ai suoi occhiali dalle lenti oscurate, e allora entra, con convinzione più che apparente, sorridendo alla cassiera mentre spiega come finalmente sia riuscita a trovare un po' di tempo libero per vedere quella mostra a cui non poteva certo mancare.


Bruno Magnolfi

martedì 21 marzo 2017

Delicato incontro.

           

            Per domani mattina, tramite un breve e laconico messaggio interno, l’amministratore delegato dell’azienda per la quale lui lavora da quasi dieci anni, ha richiesto di avere un incontro a due con lui nel proprio ufficio al quarto piano; un colloquio informale, certo, ma anche insolito, sollecitato nonostante l’assenza di una qualsiasi agenda degli argomenti e anche di un normale ordine del giorno. Lui ultimamente non ha certo brillato nella propria attività, ne è più che cosciente, ed ha avuto senza dubbio dei problemi di natura sostanzialmente personale, per cui i suoi compiti operativi qualche volta sono passati in un secondo piano all’interno delle normali priorità, perciò è evidente che uno dei motivi per quella inaspettata convocazione potrebbe essere anche questo, anche se affrontare queste cose gli sembra un compito del tutto marginale nelle attività di un amministratore. E poi non è certo colpa sua d'altronde se il mercato in generale durante quegli ultimi anni abbia fatto registrare una flessione importante in quel settore: le cose si sono messe male quasi per tutti, è più che chiaro, e quindi va pur considerato questo elemento, non ci si può certo aspettare da una persona rimasta proprio da sola come lui, praticamente senza un vero aiuto aziendale, le capacità per riuscire a sfoderare dei miracoli in una situazione di quel genere.
O forse sta soltanto per iniziare un’ennesima ristrutturazione di tutto il personale all’interno dell’azienda, come già è avvenuto qualche altra volta senza averne avuto prima neanche un’avvisaglia, cosa che magari potrebbe proprio cominciare questa volta da quelle semplici figure professionali come esattamente può essere la sua, rimodellando quei compiti specifici che fino adesso sono stati estremamente difesi con le unghie e con i denti da tutti i dipendenti del suo stesso livello, sempre solamente sfiorati dai cambiamenti, anche se mai diversificati o allontanati fino ad oggi dai loro principali incarichi. Ma per una cosa di quel genere probabilmente dovrebbe essere presente all'incontro anche il capo del personale, e forse anche il capo area: una riunione allargata insomma, certamente anche a tutti coloro che svolgono le sue esatte mansioni, non l'amministratore da solo di fronte ad una semplice pedina come può essere lui.
Forse vuole soltanto conoscerti meglio, gli ha detto sua moglie a un certo punto; ma se mi avrà visto appena una volta o due lungo i corridoi, almeno fino a quest’oggi, peraltro fingendo di ignorarmi completamente, ha risposto subito lui. E poi, cosa mai può desiderare di conoscere di me un tipo abituato a masticare solo di politiche aziendali, visto che tutto quanto in quel settore viene ormai estrapolato dai dati che appaiono sopra degli schermi sempre connessi tra di loro da una scrivania e da un piano all'altro. Piuttosto c'è qualcosa di umano e personale che sembra sfuggire ad ogni mia comprensione in questo incontro, pensa ancora lui, come magari una sciocchezza qualsiasi che fino adesso neppure riesco a prendere in seria considerazione.
Forse nel passato, riflette ancora lui, c'è stato un amico perso di vista chissà quando, che adesso riveste chissà quale figura professionale, magari in un'azienda concorrente, e può essere così che l'unico tramite per contattarlo da parte dell'amministratore delegato potrebbe essere adesso esattamente la mia persona. In ogni caso non verrà mai fuori niente di buono da questo incontro, lui ne è oramai più che sicuro, per questo qualsiasi riflessione riesca a mettere insieme in questo momento non lo porta ad altro che non sia una conclusione piuttosto negativa.
Vieni a letto, gli dice sua moglie dall’altra stanza quando ormai è quasi notte fonda; così lui lascia senza voglia il suo posto a sedere davanti al tavolo, si toglie lentamente la camicia e spostandosi osserva senza interesse tutta la sua camera, dove la moglie si è già accomodata sotto alle coperte. Domani non andrò al lavoro, dice lui alla fine con freddezza: non mi sento bene, chiamerò subito il medico alle otto; e ci vorrà sicuramente una buona settimana di assenza dall'ufficio per ritrovare per me una forma almeno accettabile.


Bruno Magnolfi