giovedì 19 ottobre 2017

Favori amichevoli.

          

Fuori dal bar le cose sembrano scivolare tranquille. Lui si è seduto come sempre, si è fatto dare una birra, ha atteso con pazienza l’ora dell’appuntamento senza neppure guardarsi troppo attorno. Adesso non riesce neppure a rendersi conto come possa aver fatto ad infilarsi in una situazione del genere, ma è cosciente di passare attraverso momenti in cui si sente ancora una persona sicura di sé, fino a giungere ad altri in cui viene praticamente sfiorato dai brividi di una certa disperazione. Perciò si fa forza. Non gli sono mai piaciuti i debiti, anche se qualcuno dei suoi amici in qualche occasione se ne è fatto quasi un vanto; però adesso gettare via i suoi soldi messi da parte con grande sacrificio gli pare una cosa praticamente contro natura. Perciò quando arriva il Màghero a riscuotere la rata settimanale del suo debito di gioco, Corrado prova quasi un moto di ripulsa verso di lui.
Ehi, gli fa l’altro appena seduto: non voglio neppure contarli, lo sai che mi fido di te, gli dice prendendo la busta e parlando sottovoce pur con una certa spavalderia. Piuttosto dimmi quando ci possiamo rivedere, che con te è sempre difficile incontrarsi. Si, fa lui dopo una pausa, ma stavolta mi devi concedere qualche giorno di più, dice Corrado, altrimenti non riesco proprio a mettere insieme la somma. Lo sai che questi discorsi non mi piacciono per niente, fa l’altro, non vorrai che i soldi debba venire a chiederli a tua moglie, no? Cosa c’entra mia moglie, dice Corrado mentre si netta con una mano la fronte sudata; tutto questo è un discorso che deve sempre rimanere tra me e te, come d’accordo. Lo sai che non voglio farti del male, fa l’altro, però i patti sono precisi, i miei soldi devi restituirli con una certa cadenza, non voglio neppure tornarci più su questo argomento.
Hai ragione, dice Corrado, in qualche modo mi arrangerò, e ti darò tutto quello che devi avere, non c’è bisogno di farne una storia, soltanto se ci rivedessimo tra due settimane non rischieresti di prendere soltanto una parte della tua somma, tutto qua. L’altro si guarda per un attimo attorno, sorride come per trattare la faccenda con camuffata leggerezza, infine dice: senti, va bene, voglio fare uno strappo a tutte le regole, soltanto perché sei tu, non lo farei mai con nessun altro, però non mi costringere a diventare cattivo, perché ho tutti i sistemi per farti rimpiangere la fiducia che in questo momento ti sto accordando.
Certo, dice Corrado, non preoccuparti, devo soltanto sistemare qualcosa, nient’altro, in questo modo riuscirò a darti tutti i tuoi soldi e la faccenda sarà sistemata una volta per sempre. L’altro sorride, gli dà una piccola pacca sopra una spalla: vediamoci di lunedì, gli dice, e la prossima settimana così hai tutto il tempo di fare le tue cose. Benissimo, dice Corrado mentre l’altro va via, poi si guarda attorno con un improvviso senso di disperazione, infine paga velocemente la sua bevuta e se ne esce da lì. Qualcosa mi inventerò, pensa ormai sulla strada; in fondo ho ancora delle amicizie che posso vantare, non mi negheranno certo un favore.

Bruno Magnolfi 


venerdì 13 ottobre 2017

Cavalli imprevedibili.

           

Anna sono qua, ha detto la sua amica durante il pomeriggio della scorsa domenica, parlando nel citofono per invitarla a scendere come già d’accordo, restando poi ad aspettare davanti al suo portone condominiale proprio a quell’ora pattuita, piuttosto che salire in quell’appartamento dove quando c'è lui in giro riesce sempre a farle provare un sicuro senso di disagio. Dopo un attimo difatti Anna è scesa, così le due amiche si sono salutate con qualche parola scherzosa e poi si sono avviate verso il cinema per assistere al film che da giorni avevano scelto di vedere.
Suo figlio è rimasto in casa nella sua cameretta come sempre, probabilmente a leggere qualcuno dei suoi amati libri, e Corrado quasi sdraiato sopra al divano con la televisione sintonizzata su un canale sportivo. Forse è il peggiore giorno di ogni settimana quello festivo, quando la mancanza di orari più precisi e di impegni lavorativi e scolastici porta la famiglia allo strascinamento insulso delle ore.
Francesco ha preso uno dei suoi fogli e la matita, ed è partito con tratti leggeri a disegnare un volto, senza sapere chi dovesse essere. Bocca, profilo del naso, gli occhi; poi si è fermato. L’espressione che subito trapela da quel foglio sembra corrucciata, ombrosa, quasi triste. Non c’è la sua precisa volontà di dare a quel viso queste esatte connotazioni, eppure escono fuori in modo quasi automatico, come se fosse questa la realtà che lui si immagina quando disegna, oppure quella che semplicemente vede quotidianamente attorno a sé.
Neanche a lui piace la domenica, anche se avere molto tempo libero è qualcosa che quasi lo intriga, permettendogli di compiere giri di pensiero che normalmente non riesce proprio ad affrontare. Poi sente suo padre che lo chiama dall’altra stanza, così Francesco si alza dalla sedia, si affaccia alla porta, si ferma appena un attimo per comprendere bene quello che in fondo conosce già dentro di sé: la proposta è quella di uscire per un giro in macchina, annusare la giornata da qualche angolazione che Corrado conosce meglio, ed infine ritornare a casa nel tardo pomeriggio, quasi come due amici che se la siano spassata. 
Va bene, dice subito, due minuti e sono pronto. Non gli piace andare in giro con suo padre, ma non vuole neanche creare una rottura che farebbe soltanto peggiorare le cose nella sua famiglia. Si sacrifica, magari soltanto per renderlo contento, o solo per avvallare un’idea forse anche un po’ sbagliata che Corrado ha di suo figlio: uno senza amici, ombroso, perso dietro a riflessioni incomprensibili che gli scaturiscono probabilmente dalla lettura di libri strani e complicati che sua madre tollera in modo incomprensibile. Niente sport, nessuna passione, né amici né ragazze, lo sguardo sempre basso oppure perso chissà dove.
Corrado mette in moto la sua macchina, Francesco si sistema sul sedile senza dire niente. Magari potremo andarcene a vedere le corse dei cavalli, dice col tono di chi comunque ha già deciso. Francesco annuisce, in fondo gli piace l’idea: l’ippodromo è un luogo affascinante, pieno di gente particolare, ed i cavalli da corsa sono animali stupendi persino se ammirati da lontano. Così entrano ai cancelli e vanno a sedersi sulla tribuna coperta, e tutto sembra andare bene, anche se dopo un po’ suo padre saluta nervosamente qualcuno che conosce. Poi si alza, dice che torna fra un momento, e così si perde in mezzo a tutta quella gente in perenne movimento. Quando torna però sembra peraltro più tranquillo: suo figlio vorrebbe forse chiedergli qualcosa, ma si trattiene, probabilmente perché non hanno alcuna importanza le sue presunte considerazioni: la giornata in fondo scorre bene, le corse dei cavalli vanno avanti, la gente parla e sembra divertirsi, tutto è a posto insomma: non c’è da preoccuparsi proprio di niente.


Bruno Magnolfi 

lunedì 9 ottobre 2017

Natalità.

            

Prendi la mia mano, aveva detto Anna. E lui, inizialmente titubante, l’aveva infine stretta tra le sue pur con una certa delicatezza ed attenzione, pensando comunque di dover trasferire a lei qualcosa della sua forza, della sua determinazione, anche se subito era stato raggiunto tramite quelle dita tese come da una scarica elettrica, e si era immediatamente reso conto che in tutta la faccenda era proprio lui l’anello debole della catena, quello meno tenace, quello più lontano dall’idea fondamentale, tanto che si era ritrovato in un attimo quasi ancorato a quella stretta, provando davvero per la prima volta tutta l’importanza del momento. L’infermiera poi si era affacciata già due volte nella stanza per rendersi conto del tempo che ancora le occorreva a quella paziente frettolosa, ma Corrado intanto sudava, si sentiva teso, ed adesso le aveva detto senza mezzi termini che Anna non ce la faceva più a proseguire con quella respirazione come le era stato spiegato, e che si avvicinava velocemente quel momento, perché ci siamo, ci siamo, aveva quasi urlato, e così quasi per dargli retta in due del personale l’avevano trasferita poco dopo in sala parto con la sedia sulle ruote. Lei vuole assistere, gli avevano chiesto duro, senza perifrasi, e lui si era sentito quasi un vigliacco nel dover dare una risposta negativa, per questo aveva detto di sì, quasi senza una riflessione seria, ma pensando solo a se stesso e a poco d’altro.
Una volta dentro invece aveva colto velocemente tutta l’importanza di quella scelta, e subito aveva cercato lo sguardo della sua Anna accanto a lui, anche se lei già non riusciva più a sentire e a guardare niente intorno a sé. Urlava invece, strozzando i suoi gemiti per le doglie, respirando a grandi boccate soltanto affannose, coi pugni stretti intorno a ciò che per lunga esperienza le avevano dato da stringere, una volta sistemata sopra al lettino. Continuava a guardarla Corrado, non sapendo e potendo fare altro, sentendosi però coinvolto, vicino a qualcosa che non avrebbe mai dimenticato, mentre lei continuava a spingere proprio come le dicevano di fare, quando tutto poi avveniva in un attimo incredibile, e non importava già più niente di quelle piccole preoccupazioni che c’erano state fino a un’ora prima, e la corsa con la macchina, il parcheggio poco consono, le sue scarpe che avevano pestato qualcosa che proprio non doveva esserci, quasi un portafortuna però.
Adesso era lì quel fagotto rosa, quella piccola vita che scalciava già, e che chiedeva attenzione, protezione, cure, tutto ciò che ci voleva per portarsi avanti da ora in poi, giorno dopo giorno. Corrado si sentiva provato, stremato, stanchissimo, e gli pareva impossibile che potesse accadere una cosa così grande in così poco tempo, senza una vera preparazione emotiva, senza essere riuscito a immaginarsi davvero quel giorno soltanto il giorno prima, ed adesso non sapeva più che cosa dire, né cosa pensare, dove rivolgersi, a chi, immedesimandosi in un nulla di fronte a quella donna che in quel momento diventava meravigliosamente mamma.  
Anna, aveva detto poi Corrado riprendendole la mano, e la commozione con naturalezza aveva fatto il resto, che non aveva bisogno di parole, di espressioni, di gesti, solo di sguardi lacrimosi e sinceri, e di nient’altro.


Bruno Magnolfi

sabato 7 ottobre 2017

Amico sconosciuto.

            

Ehi, gli fa uno che lui neppure conosce toccandogli leggermente una spalla mentre sta seduto a bere qualcosa nella solita bettola di ogni sera. Lo so chi sei, ti avrei riconosciuto tra mille, fa quello, però guardami bene e forse anche tu puoi ricordarti di me. Lui si volta, guarda l’altro in faccia con attenzione, poi dice che gli pare qualcosa, ma non saprebbe proprio dire dove e perché. Diciamo che sono passati circa dieci anni, fa l’altro mentre si siede al bancone nel posto libero accanto. Eri magari uno della commissione che venne in agenzia per l’inchiesta interna, fa lui. Bravo, fa l’altro, sono Massimo, ci vedemmo di sfuggita diverse volte a quell’epoca, poi però ho cambiato mestiere, non me la sentivo più di fare la carogna con gli altri per uno stipendio da fame. Io sono Corrado, fa lui, ma a quell’epoca stavi con Righetti quindi. Certo, dice l’altro, ma secondo me non era una brava persona, riusciva sempre a pensare soltanto ai suoi affari. Ma tu lavori ancora da quelle parti, immagino. Si, certo, fa lui, però Righetti in quel periodo mi piaceva, era uno di quelli che ci sapevano fare.
Si, è vero, pure io non avevo niente da dire su di lui, fa l’altro, solo che certe volte le cose prendono una piega diversa da quella che si vorrebbe; poi però personalmente ho avuto la fortuna di trovare una ragazza che mi ha fatto girare la testa, e siccome la sua famiglia era piena di soldi ho potuto uscire tranquillamente da quell’ambiente, ed adesso semplicemente dirigo la società di esportazioni di mio suocero. Complimenti, dice lui. Ma insomma dobbiamo festeggiare, fa l’altro, non capita tutti i giorni di incontrare delle vecchie conoscenze. Il cameriere con un’occhiata serve subito due birre appoggiandole sul banco davanti a loro. Questo giro lo offro io, fa quello, però avrei bisogno soltanto di un piccolo piacere; vedi non so come sia accaduto, ma poco fa ho perduto il portafogli, e così sono rimasto soltanto con qualche spicciolo che avevo nelle tasche, ed adesso per tornarmene a casa avrei bisogno di mettere del carburante nel serbatoio della mia macchina. Mi basterebbe mi facessi un piccolo prestito, che naturalmente ti restituirò già domani o un altro giorno se ripassi da qui.
Va bene, fa Corrado leggermente perplesso, posso darti un cinquantino, perché di più non ne ho. Benissimo, fa l’altro mentre beve un lungo sorso di birra, mi sono più che sufficienti. Però adesso devo lasciarti, perché davvero vado di fretta, comunque domani a quest’ora io passo da qui, e se ti fai trovare ci facciamo insieme un’altra bevuta. D’accordo, dice Corrado mentre tira fuori la sua banconota. Così si stringono la mano velocemente con un gran sorrisone da parte soprattutto dell’altro, e poi quello se ne va, quasi di corsa, a mostrare che davvero aveva una gran fretta di andarsene da qualche altra parte.
Lui si sistema di nuovo sul suo panchetto, guarda il cameriere davanti a sé, poi gli chiede: ma ha pagato qualcosa? No, fa quello. Ma lo avevi forse già visto qua dentro? No Corrado, era la prima volta che lo vedevo, ma per quanto sono riuscito in questi anni a conoscere a prima vista la gente, quello non ci torna di certo da queste parti.


Bruno Magnolfi

giovedì 5 ottobre 2017

Piano di scavi.

        

Ci sono delle sere in cui l’aria si mostra pesante. Anna ha preparato la cena, Corrado le ha dato una mano per apparecchiare la tavola, Francesco se ne sta lì in un angolo, il suo compito in genere è quello di affettare del pane e mettere sulla tovaglia le bottiglie d’acqua e del vino, attività cui in perfetto silenzio ha già adempiuto. Non ci sono molte cose da dire, la radio a basso volume riempie come può quel senso di vuoto che aleggia. Stamani ho incontrato l’amministratore di condominio, dice poi Anna come tra sé. Corrado la guarda, si porta un pezzetto di pane alla bocca, poi dopo un attimo dice soltanto: immagino stia studiando come farci spendere altri soldi. No, fa lei, mi ha detto solo che qualcuno dei nostri vicini sta pensando di far tinteggiare la facciata di questo palazzo. Allora non è preoccupante, fa lui; prima di mettere tutti d’accordo ci vorranno come minimo altri dieci anni.
Poi si siedono, Anna serve nei piatti, Francesco dice basta appena vede che la porzione a suo parere è già più che sufficiente. Mangia qualcosa in più, dice sua mamma senza convinzione; lo vedi come sei magro. Lui si schernisce, Corrado lo guarda un momento, ma non aggiunge nient’altro. Oggi ho litigato di nuovo con Torrini, dice tanto per parlare di qualcosa. Sosteneva che il capo avesse detto una cosa che io ero sicuro non avesse mai neppure pensato.  Così siamo andati fino al suo ufficio, e lui ha detto a Torrini che probabilmente aveva proprio capito male, e che non c’era altro da aggiungere, anche se gli faceva piacere naturalmente sentirsi così lusingato, e quindi alla fine pur sbagliando lui è riuscito a fare una bella figura.
Non preoccuparti, dice Anna: il tuo capoufficio sa quanto vali; non saranno certo sufficienti delle sciocchezze del genere per metterti in una cattiva luce. Forse, fa lui, però dover passare ogni giorno tra quei corridoi stando attento continuamente a ciò che viene detto, o anche  meglio, a quello che spesso viene semplicemente accennato, tenendo sempre le antenne bene in funzione, è del tutto snervante. Certo, fa lei, lo capisco; ma in fondo è il tuo lavoro, e tu non devi far altro che vedere il lato positivo delle cose, senza continuare a creare presupposti per delle scaramucce insignificanti con i tuoi colleghi. Va bene, fa lui, tanto con te non riesco mai ad ottenere una qualsiasi gratificazione.
Il figlio lì ascolta con interesse, mentre con la forchetta smuove lentamente i pezzi di cibo dentro al suo piatto, senza decidersi mai a mangiarli davvero. Il suo sguardo accarezza le espressioni che immagina, elabora in figurazioni mentali quasi complete i personaggi che entrano ed escono in quelle piccole storie. Non parteggia mai per nessuno in quelle che reputa ostilità di poco conto, ma immagina con grande chiarezza i pensieri che ognuno di loro riesce ad avere mentre stanno esternando con forza i propri convincimenti. Questa sembra a lui la forza maggiore: immettere dentro uno dei suoi tanti disegni che sta mentalmente elaborando, pur privo di orpelli e contorni,  tutti quei significati che una semplice espressione riesce a sottendere. È ancora un ragazzo, certamente ne è consapevole, ma il punto di vista che adopera è già quello di un disegnatore con esperienza, uno che non ha certo paura di scavare, persino dentro se stesso.


Bruno Magnolfi

lunedì 2 ottobre 2017

Osservatorio.

            

Non ha poi molta importanza per Francesco che i suoi compagni di classe si mettano a fare tanto gli spiritosi, e che continuino magari a dirsi a voce alta momento dopo momento tutto quello che passa loro per la testa; al punto che poi ridendo spesso si ritrovano a darsi dei grandi spintoni proprio durante quei pochi minuti caotici al termine di tutte le lezioni, quando ogni studente ha solo voglia di uscire dalla scuola e di sentirsi finalmente libero. In quell’enorme corridoio che porta all’uscita dall’edificio, quando i ragazzi quasi corrono con i loro zaini già indossati, anche in quei momenti lui resta normalmente indietro e sulle sue, solo e da una parte, come fa quasi sempre durante tutta la mattinata scolastica, tanto che persino se qualcuno gli pone una domanda anche generica ecco che lui la maggior parte delle volte risponde soltanto a monosillabi, senza incoraggiare mai in chiunque alcuna conversazione.
Non è che lui si trovi troppo male con gli altri compagni, anche se gli danno un certo fastidio i tipi troppo esuberanti, soltanto si sente almeno in parte uno spirito solitario, un semplice osservatore della realtà ecco, un tipo a cui piacerebbe certe volte poter diventare addirittura trasparente pur di proseguire a stare con tutti, ma limitandosi a guardare e a prendere nota dei comportamenti di chi riesce ad osservare. In classe sua lo sanno, anche gli insegnanti hanno imparato bene a conoscere quel suo carattere, e generalmente lo lasciano in pace quasi tutti, anche se quando è l’ora dell’uscita può capitare che lui rimanga indietro a guardare gli altri andarsene rapidamente. Forse a lui interessa meno quella specie di evasione quotidiana, oppure non sente di avere come gli altri studenti tutta questa fretta di tornarsene a casa sua.
Francesco disegna quando è da solo, e da qualche parte ha avuto modo di leggere come secondo alcuni la forma è sempre superiore al colore, e che sopra la carta con una semplice matita si può fermare l’espressione più spontanea, quella che generalmente sta sopra la maschera. Così lui tratteggia delle facce, quei semplici visi che più spesso si ritrova attorno, le loro espressioni, i profili di chi conosce maggiormente, cercando di sviluppare il massimo della rappresentazione con il minimo dei segni utilizzati. Prende appunti certe volte, pochi rapidi fregi in chiaroscuro, ma poi sviluppa le sue idee soltanto quando infine è a casa, nel chiuso della sua cameretta, dove il silenzio e la tranquillità gli permettono di essere davvero a proprio agio.
Il momento esatto in cui si ferma e mette via tutti i lavori dentro una grossa scatola tenuta ben nascosta, è quando sta per rientrare in casa anche suo padre: con sua madre naturalmente è un po’ diverso, comunque non vorrebbe mai farsi trovare da nessuno dei due mentre sta lavorando ad un ritratto, perché il suo è come un segreto da tenere celato dentro di sé, considerando oltretutto che non riuscirebbe mai in nessun caso a tenere in mano neppure la matita in loro presenza. È un blocco quello che prova, una sensazione di ostilità profonda che è sicuro verrebbe fuori immediatamente da parte loro, se solo fosse scoperto a svolgere un’attività di questo genere. Così sua madre non soltanto non lo disturba mai, ma lo avverte, quando sa che il suo piccolo segreto sta per essere messo in pericolo da suo padre. Velocemente Francesco mette via tutto, ed è contento di farlo, di custodire in questo modo qualcosa che è soltanto suo, che gli appartiene: un osservatorio privilegiato quasi inespugnabile.


Bruno Magnolfi

giovedì 28 settembre 2017

Positive finzioni.

        

Quei suoi passi leggermente affrettati riescono ad essere sempre identici l’uno all’altro, così cadenzati e precisi da apparire del tutto indistinguibili tra loro. Il rumore delle scarpe sulle pietre del marciapiede per chi lo ascolta può forse apparire monotono, come una macchina che segna costantemente un ritmo invariabile dall’inizio alla fine, ma non si può proprio dirne niente di brutto, e forse lasciarsi accompagnare da questa specie di musica è come stare insieme ad un compagno fidato, come passeggiare con un conoscente a cui si concede volentieri il proprio braccio, e che cammina insieme con  noi, fedele e garbato, almeno fino a quando non decidiamo di fermarci e di terminare il nostro percorso. Ma se la camminata del primo mattino esprime un certo valore, quasi in sintonia con l’aria frizzante e la voglia di fare che spesso prende in quell’ora la testa e le mani, quella invece che si manifesta a fine mattinata ha un sapore completamente diverso, tanto da apparire del tutto imparagonabile all’altra.
Anna, le dicono a lei sorridendo quando arriva nel piccolo capannone ricavato nei fondi di una vecchia casa a tre piani: buongiorno. Le portano grande rispetto questi ragazzoni che lavorano nella carrozzeria, a cominciare dal capofficina che quando lei arriva ha già iniziato con grande fermezza ad indicare a tutti gli altri quali siano i lavori da affrontare subito e portare avanti per primi. Lei in generale mentre gli altri stanno cominciando le loro occupazioni entra nel suo piccolo ufficio, getta un’occhiata per focalizzare le urgenze, quindi si siede, e comincia subito ad esaminare le fatture, i conti ai clienti, i documenti di trasporto per  i materiali, le richieste alle assicurazioni, e poi tutte le altre carte che si accumulano ogni giorno sopra al piano della scrivania. Non le ci vuole molto a sistemare le cose, normalmente in due o tre ore fa tutto, ma le piace ad Anna lasciare tutto molto ordinato, rimettere tutti quei fogli una volta registrati nei contenitori sopra gli scaffali allineati alle sue spalle.
Un’ora prima di mezzogiorno è già il momento di andarsene, non ci vuole poi molto a tenere la contabilità di una piccola azienda artigiana, e in fondo Anna deve anche occuparsi della propria famiglia. Magari tutto fosse così semplice a casa sua come registrare dei nomi, delle date e dei numeri; ma lei è ottimista, le cose si aggiusteranno pensa, torneranno le risate e i momenti allegri anche in famiglia prima o dopo, e tutto sarà più leggero e piacevole. Poi, una volta sulla via del ritorno, Anna si ferma in un negozio poco lontano dove si vendono oggetti di cartoleria. Osserva un momento dalla vetrina se ci sono clienti, ma se all’interno non c’è proprio nessuno allora entra senz’altro, e si ferma a parlare per qualche minuto con Chiara, l’amica di vecchia data con la quale scambia spesso le proprie opinioni.
Quattro chiacchiere, qualche saluto, e poi via, verso la sua abitazione, dove ci sono le cose da rimettere a posto, preparare il pranzo a suo figlio che tra poco esce da scuola e mostrare come si può essere efficienti e positivi, valori che vorrebbe tanto trasmettergli. Ed anche se a volte non avrebbe voglia per niente di essere in questa maniera, si sforza, fino a far diventare quasi un’abitudine essere proprio così. Devo fingere, pensa certe volte: evidenziando quanto si può essere anche migliori di come si è; perché è sufficiente desiderarlo con tutte le forze, e far vedere che è facile, semplicemente a portata di mano.


Bruno Magnolfi

mercoledì 27 settembre 2017

Scelte importanti.

            

Mi chiamo Corrado, le aveva detto lui quella volta cercando in qualche modo di farle sentire la sua voce in quella sala da ballo confusionaria e senza troppe pretese. Lei si era limitata a sorridere pallidamente, quasi senza guardarlo, probabilmente per non dare troppa importanza alla cosa, e anche per non far accorgere a nessuno lì intorno che ci teneva davvero a quella semplice presentazione. Lo aveva notato già altre volte, generalmente sperso in mezzo al branco dei suoi amici, ma per lei non c’era davvero mai stata l’occasione giusta per avvicinarsi. Adesso però lui era lì, e le parlava, si interessava di lei, l’occasione era davvero troppo importante per lasciarla decadere fino al rango di una cosa qualsiasi. Non gli aveva detto il suo nome, come per una dimenticanza; non gli aveva stretto la mano come a volte si faceva in quegli anni; non lo aveva neppure sfiorato con un gesto o con un’espressione incoraggiante: era soltanto rimasta lì sulla sua sedia ad attendere che Corrado dicesse ancora qualcosa, semmai avesse avuto voglia ancora di parlarle. E lui le aveva chiesto se le andava di spostarsi con lui per bere qualcosa.
Così lei si era alzata dalla sua poltroncina, ma senza mettersi fretta, conservando il suo atteggiamento un po’ distaccato, e Corrado invece si era mostrato piuttosto risoluto, forse per nascondere semplicemente la propria timidezza, risultando però quasi goffo nelle maniere di chi non è abituato per niente a far cerimonie. Seduti davanti a quel bancone del bar lui aveva continuato a parlarle, le aveva chiesto qualcosa di personale anche se estremamente generico, e poi aveva cercato di capire pur con le proprie limitate capacità che era cosciente di avere, quale fosse il motivo per cui quella ragazza che aveva di fronte, così carina, curata sia nell’abbigliamento che nella pettinatura dei capelli, stesse così tanto sulle sue, lasciandolo quasi senza argomenti, ma contemporaneamente anche padrone di guidare a suo piacimento quella loro semplice e straordinaria conversazione. 
Lei aveva fatto una breve risata, quando Corrado le aveva detto qualcosa di una ragazza che conoscevano ambedue, ed aveva fatto un cenno con il capo, come a mostrare apprezzamento per il giudizio simpatico che lui si era sentito di dare. E’ bella, pensava lui mentre sorseggiava la sua bibita, e forse è meno inarrivabile di quanto dicono tutti. Avevano bevuto, si erano scambiati delle opinioni, e lui aveva scoperto che molte delle sue cose parevano quasi combaciare con quelle di lei, così durante una pausa le aveva detto semplicemente: mi piaci molto, senza aggiungere altro. Lei non aveva abbassato lo sguardo come ci si sarebbe potuti aspettare, ma lo aveva guardato negli occhi, forse per la prima volta in tutta la sera.
Infine si erano salutati, ma già si erano dati un appuntamento, perché tutti e due sapevano bene che le cose non potevano certo essere lasciate al puro caso. Si erano messi insieme, naturalmente, e la loro relazione tra alti e bassi era sfociata nel matrimonio, proprio quando lei aveva scoperto di essere incinta. Forse tutto era precipitato troppo alla svelta, ma Corrado tratteneva ancora dentro di sé l’immagine di una ragazza quasi formidabile, e lei in fondo era contenta che la sua vita finalmente avesse trovato una ragion d’essere davvero importante.


Bruno Magnolfi

lunedì 25 settembre 2017

Famiglia propria.

           

Generalmente, quando lui termina il suo orario di lavoro, gli occorre più di mezz’ora di macchina per rientrare nel suo appartamento, e in ogni caso, anche se sa benissimo di essere atteso dalla sua famiglia, qualche volta non prova dentro di sé tutta questa fretta che forse qualcuno tra i suoi colleghi al suo posto potrebbe anche ostentare. Proprio per questo certe sere si ferma in un posto, un locale non molto lontano dalla sua abitazione, un ambiente un po’ anonimo e oscuro dove si ritrovano persone proprio come lui, a giocare a carte, fare scommesse, bere una birra e magari fare quattro chiacchiere senza darsi troppa importanza. Tra quei tavolini e il bancone si raccontano soprattutto delle storielle semplici e divertenti cercando di essere sempre spiritosi, e di conseguenza spesso davanti a quei bicchieri si fanno molte risate quasi liberatorie, cosa questa che poi scompare repentinamente quando lui infine rientra a casa sua verso l’ora della cena. C'è un’amarezza evidente che sente di trascinare dentro di sé, qualcosa a cui non riesce a dare un senso vero, ma che lo lavora giorno dopo giorno e non scompare quasi mai.
Sua moglie forse non si accorge troppo di questo suo disagio, e normalmente cerca di tranquillizzarlo soprattutto con la sua presenza, con le sue maniere forse sempre uguali ma mai monotone, comportandosi in modo che le cose almeno quando stanno insieme scorrano soprattutto con il massimo di calma. Perché lui spesso è nervoso, a volte sembra agitarsi soltanto nel vederla accanto a sé, nel ritrovare in lei quella tranquillità che non riesce quasi mai a trovare dentro sé, e forse non si sente capace neppure di comprendere il motivo vero del proprio stare male, anche se comprende bene in ogni caso che le cose stanno proprio in questo modo, e che lui non potrà mai essere diverso. Suo figlio poi non conta, la maggior parte delle volte resta in un angolo in silenzio, probabilmente proprio perché non ha niente da dire, e nonostante i suoi quindici anni non riesce ancora ad avere delle vere opinioni personali. Qualche volta lui l’ha portato con sé, in qualche bar, ad assistere a qualche partita, anche in giro senza darsi neanche una meta, e in tutti quei casi il ragazzo non ha mai detto niente, come se non gli interessasse affatto essere insieme a suo padre oppure con altri e in altro luogo.
Sono a casa, dice quando rientra, ed immediatamente sente il suo spirito che cambia, come una lumaca che sta rinchiudendosi lentamente nel suo guscio. Suo figlio si trova come sempre in camera sua, ma esce subito, lo saluta a voce bassa, si mette in un angolo senza guardarlo, e se lui chiede come vadano le cose con la scuola, gli risponde in fretta che tutto va bene, che non ci sono dei problemi. Lui allora racconta qualcosa della sua giornata, sui suoi colleghi, sulle difficoltà che ha affrontato come ogni giorno svolgendo il suo lavoro. Vorrebbe forse sfogarsi di qualcosa, ma generalmente si trattiene: in fondo questa è la sua famiglia, e se ci pensa bene non vorrebbe neppure averne una diversa.


Bruno Magnolfi

giovedì 21 settembre 2017

Risultati migliori.

         

L’espressione del ragazzo è quasi sempre la stessa quando si trova nella propria abitazione insieme ai suoi genitori. Si limita ad osservare qualche volta la faccia della mamma, proprio perché dalle espressioni che assume riesce a comprendere meglio le opinioni che certe volte lei trattiene per sé, almeno secondo il suo parere, nei confronti di quanto per abitudine è costretta ad ascoltare; mentre verso suo padre lui non si rivolge quasi mai, ed anche quando tutta la famiglia composta da loro tre è seduta intorno alla tavola per il pranzo oppure per la cena, il ragazzo resta quasi sempre in silenzio, limitandosi appena a rispondere in modo stringato quando gli viene rivolta qualche domanda. Disegna, quando è da solo in camera sua, cercando di riprodurre con la matita proprio quelle facce, le espressioni che ha visto o che ha immaginato.
Spesso però il silenzio che si forma nella sala da pranzo è ancora più pesante di qualsiasi argomento venga affrontato, e secondo il suo parere la mancanza più forte che si avverte tra quelle mura è il divertimento, l’assenza completa di qualsiasi pur piccolo accenno di una risata. Quest’aria non mi piace, potrebbe dire ad alta voce il ragazzo, ma poi, al contrario di quanto sarebbe facile immaginare, con estrema attenzione ed in completo silenzio si mette volentieri in ascolto di quegli argomenti portati avanti generalmente da suo padre: diatribe di lavoro, lamentele e discussioni su competenze di organico, preoccupazioni di ordine economico spesso, e scaramucce per antipatie reciproche con alcuni colleghi.
Per questo le maniere che usa sua madre sono spesso tese soltanto a tranquillizzare le cose, ed il tentativo che lei compie generalmente è quello di porre una sponda di calma ragionata ad ogni argomento, risultando però in questo modo poco incisiva. A lui sembra di subire costantemente le situazioni che ogni giorno si creano in casa, anche se poi ascolta tutto ciò che viene detto sempre con grande interesse, pur se in apparenza sembra ai genitori assente o distratto. Sa che potrà disegnare ogni cosa che ha sentito, una volta da solo nella sua stanza, e questo gli pare alla fine l’elemento più importante di tutti.
Una sera non rientra: un gesto stupido, lo sa benissimo, fare più tardi in giro da solo apposta per far rendere conto ai suoi genitori semplicemente che lui esiste, che ha dei pensieri propri, e che forse qualcuno in casa dovrebbe cominciare a trattarlo in maniera diversa da come sempre è stato fatto. Quando poi torna, fuori è già buio, ed i suoi scaricano in un attimo ogni loro preoccupazione, anche se lui resta fermo, in silenzio, con lo sguardo basso, proprio perché non ha praticamente niente da dire. Ci sono i suoi disegni a matita che parlano per lui, li ha raccolti con molta pazienza anche se loro li ignorano. Così dopo essere stato sgridato va in camera sua, li tira fuori dalla cartella e poi strappa in tanti pezzi minuti tutti quei cartoncini disegnati, non perché adesso gli sembrano sciocchi o poco importanti, quanto perché sa benissimo che oramai potrebbe rifarli in qualsiasi momento, e forse con risultati anche migliori. 


Bruno Magnolfi

mercoledì 13 settembre 2017

Nostalgie.

       

            Noi siamo sempre stati così, anche se molti anni sono trascorsi e tanti fatti accaduti. In fondo nessuno ha veramente mai cercato di essere diverso, abbiamo semplicemente lasciato che le cose andassero sempre avanti per proprio conto, senza mettersi in mezzo a desiderare chissà cosa di differente. Adesso si può mormorare che certe variazioni a suo tempo sarebbero state come minimo desiderabili, ma dobbiamo renderci conto una volta per tutte che questa che ci rimane adesso è solo la nostra realtà, ciò che ci siamo meritati.
            Tu piuttosto, con la tua aria svagata, i tuoi modi da personaggio secondario di una commedia comica, non crederai veramente proprio tu di aver fatto tutto quello che avresti potuto. Ti volti mentre attraversi una strada qualsiasi, forse per semplice curiosità, e ti accorgi che non sei dove vorresti, non stai facendo quello che ti eri proposto. È colpa tua, non ci sono scusanti, quando è stato il momento anche tu non hai fatto le scelte che avresti potuto. Noi ti osserviamo, non perdiamo mai di vista il tuo percorso, ed anche se avremmo tante cose da recriminare, ti lasciamo fare ciò che  più desideri, praticamente senza mai ostacolarti.
Tu vai avanti lungo la strada, entri dentro ad un portone, forse hai appena un attimo di incertezza mentre dai un’occhiata sfuggente al nome sul campanello, probabilmente giusto per assicurarti che niente sia cambiato dall’ultima volta che sei arrivato fino qui. Qualcuno è evidente che ti abbia visto da una finestra e ti abbia aperto, ed è quasi certo che sei oramai atteso con trepidazione, e che magari qualcuno sulla soglia dell’appartamento verso dove ti stai recando ti stringerà la mano, ti abbraccerà fraternamente mentre ti fa entrare, ti saluterà con grande trasporto, subito prima di chiederti come te la stai passando, come ti vanno le cose, ponendoti così le solite questioni retoriche. Mi sento invecchiato, potrai subito dire tu, tanto per giustificare le piccole manie che continui a portare sempre con te, quelle deboli fissazioni delle quali ormai dopo tanti anni non riesci più a fare a meno.
Ci sono sicuramente altre persone che ti aspettano tra quelle stanze, tutte insieme ti diranno che non sei cambiato affatto, che sei quello di un tempo, rimasto perfettamente coerente a quell’originale che tutti si ricordano. Tu sorridi, prendi tempo, ti siedi, poi mentre gli altri ti guardano in faccia nell’attesa di un gesto, di una parola, un’espressione qualsiasi che in questo momento puoi riservare loro, tu dirai quasi sottovoce che c’è un errore di fondo: qualcosa non è proprio andato come era stato previsto. Ora smettono di ridere e ti ascoltano immediatamente con molta attenzione, si è quasi creata un’enorme attesa per ciò che stai per dire, e tu sai che non puoi perdere un’occasione di questo genere, così ti guardi le mani, stringi gli occhi, fai una pausa, poi dici: non sono più quello che credete.
Si guardano tra loro, sorridono, fingono quasi di non aver sentito le tue parole. Si sa, tutto è proteso a ritrovare prima o dopo le linee di congiunzione che legano le persone tra di loro, anche questa tua uscita forse può essere compresa, digerita, trattata come una qualsiasi variazione tra le possibilità che tutti hanno. Ma tu vai avanti, e dici: non mi riconosco più in ciò che sono stato. E questo naturalmente è del tutto inaccettabile, proprio perché sostanzialmente falso, non può esistere una cosa di questo genere. Tutti stanno in silenzio perciò, tu assapori il rifiuto che ti viene mostrato, così ti alzi, dici: scusate; come se un fatto di questo tipo potesse mai essere perdonato, ed infine prendi la porta e te ne vai, solo, senza un passato, e senza alcuna possibilità di tornartene indietro.


Bruno Magnolfi

giovedì 7 settembre 2017

Musica e colori.

          

            Probabilmente ci potranno essere ancora delle possibilità fra qualche tempo, le cose oggigiorno non sembrano del tutto immobili: qualcuno gira per strada, altri stanno ad osservare con grande attenzione persino quanto succede intorno a loro. Certo non è facile continuare a lungo in questa maniera, fingere continuamente che tutto sia a posto, sviluppare atteggiamenti personali che non siano completamente diversi da quelli di chiunque. Ci sarebbero anche dei luoghi dove rinchiudersi in isolamento qualche volta, certi piccoli ambienti dove starsene per qualche tempo interamente in propria intimità, ma in genere è meglio evitare dei comportamenti da cui è difficile poi prendere completamente le distanze. Tu non sei normale, questo è l’elemento da cui ripartire in questo momento. Hai sicuramente qualche cosa che non va nella tua testa: e in ogni caso non puoi far altro che seguire con attenzione le indicazioni che possiamo darti, così forse qualcosa di positivo da te riusciremo ancora a tirare fuori.
            Partiamo dai colori: il tuo gusto tende a preferire evidentemente il bianco e nero, ma questo non deve essere un limite, non dobbiamo preoccuparci del fatto che il tuo forse è soltanto un artifizio, qualcosa che con evidenza non esiste neppure in natura, e che da ogni parte le tonalità più diverse di rosso e di azzurro sembrano avere normalmente il sopravvento su tutte le superfici. Ignoriamo questo elemento, non deve essere un inciampo messo lì sulla strada del nostro tentativo di comprensione. Forse hai anche un amico che può rivelare come tu possieda delle doti che stanno alla base delle scelte che ultimamente ti sei trovato ad adottare, ma questo in fondo non farebbe cambiare neppure di una virgola il giudizio finale su di te.
Devi smettere di essere te stesso, questo è il punto; evitare come la peste quello che sei sempre stato, dimenticare qualsiasi elemento della tua formazione, ed un comportamento come la coerenza deve diventare per te qualcosa di cui ignorare persino i fondamenti. Devi diventare poco per volta del tutto simile a coloro che vedi girare per la strada con totale noncuranza, quelli che si fanno vedere semplicemente come alcuni tra tutti, e che non puntano mai ad una propria personalità, ma anzi si mostrano con naturalezza degli individui come sono gli altri.
Poi c’è il problema della musica, queste armonie di suoni che sentiresti soltanto tu, dentro di te, come dei ritornelli che si inseguono senza alcuna interruzione. Non è neppure il caso di parlarne troppo, secondo noi; evidenziano con certezza la malattia mentale, e la necessità di mostrare a tutti in qualche modo la capacità comunque di essere a tuo agio, spensierato, colmo di idee e di soddisfazioni, quando al contrario sappiamo bene che non è affatto così. Insomma questa fissazione di voler passare la musica a qualcun altro tramite la volontà ed il semplice pensiero, è una stupidaggine enorme, un elemento che non porta in sé niente di buono, anche se parte da un principio che si può anche definire condivisibile.
Insomma dobbiamo prendere atto con rammarico che non ci sono margini almeno in questo momento per poter dare un buon giudizio su tutta quanta la faccenda. Comunque cerchiamo di dimenticare velocemente tutto quanto, lasciamo che le cose perdano di peso in modo naturale, e vediamo se alla fine il tempo come sempre possa davvero riuscire a curare ogni ferita. Noi ci speriamo, anzi sollecitiamo chi si è fatto avanti affinché questo possa avvenire, e in ogni caso puoi star certo che fino a quel momento ti terremo accuratamente a debita distanza.

Bruno Magnolfi  


martedì 5 settembre 2017

Conflitto d'età.

          

Credo non ci sia nulla dietro questo tuo pensiero, dice il papà di Roi; nulla da comprendere se non il fatto stesso che probabilmente secondo il tuo ragionamento noi tutti siamo ormai addirittura privi di una vera volontà, e che non riusciamo neanche più ad esprimere i nostri sentimenti. La mamma osserva la tavola, Roi resta in silenzio, senza capacità di replicare, anche se comprende che forse suo padre sta semplicemente cercando di aiutarlo. Lui vorrebbe chiudere alla svelta quella conversazione, magari andarsene in camera sua e poi rimanere lì, anche senza fare niente, ma non può.
Ci sono delle volte che da persona taciturna e silenziosa come in genere si mostra, suo padre improvvisamente si fa pedante, analizza le cose nel dettaglio e con voce monotona e incalzante insiste nello stabilire catene di elementi che sembra alla fine risultino vere solamente a lui, e siccome dalla sua bocca esce in questi casi un fiume in piena di parole, è del tutto impossibile interromperlo o peggio ancora opporsi a quanto riesce ad affermare.
Certe volte la mamma cerca di disorientarlo con delle sciocchezze messe lì apposta per rompere i suoi schemi e forse in qualche modo provare a dargli il senso della misura, ma nonostante il suo impegno spesso è difficile trovare un vero limite ai suoi ragionamenti. Non si può seriamente mostrarsi convinti che i fatti che ci accadono ogni giorno siano legati più dal caso che da interpretazioni precise della realtà, prosegue guardando verso Roi con convinzione. Il nostro futuro è legato esattamente a ciò che siamo oggi, e niente accadrà più avanti che non si sia costruito con le nostre mani.
Poi inaspettatamente il padre di Roi resta in silenzio per un tempo indefinito, osserva qualcosa davanti a sé con espressione insolita, beve un sorso d’acqua dal suo bicchiere, ed infine reclina lentamente la testa sopra il tavolo, come fosse preda di un mancamento. Ma immediatamente si rialza, guarda sua moglie che aveva detto subito qualcosa avvicinandosi a lui con preoccupazione, e spiega anche con un gesto della mano che sta andando tutto bene, e deve solo andare in bagno un attimo, a gettarsi un po’ d’acqua fresca sulla faccia. Torna poco dopo difatti, ma non riprende il filo del discorso, ed osserva Roi distrattamente, concedendogli di andarsene pure a rinchiudersi nella sua cameretta.
La moglie gli accarezza la faccia appena lui torna a sedersi, gli chiede se vada davvero tutto bene, se ha bisogno di qualcosa, e poi con senso di rimprovero se non sia il caso di evitare qualche volta certi argomenti così spossanti e intensi che lui tende ad affrontare sempre senza mai tirarsi indietro. Roi resta un attimo sulla porta ad osservarlo, preoccupato per ciò che ha visto ma contento per la fine anticipata di tutti quei discorsi. Fermo in silenzio osserva soltanto i suoi genitori che adesso non lo guardano, e immagina il loro futuro con gli acciacchi dell’età, le malattie, la perdita della memoria e tutto il resto, ed improvvisamente prova come un moto di triste tenerezza.
Mi dispiace, dice all’improvviso senza riferirsi a niente ed a nessuno in particolare; ma rifletterò a fondo sugli argomenti che ho ascoltato, e forse troverò la forza per affrontare quanto mi attende con l’energia che secondo voi ci vuole. Ciò che rimane vero è che non cambierò per questo le mie convinzioni, e in ogni caso proverò ad essere migliore proprio per mostrare a me stesso quanto valeva la pena tenere duro, ed evitare così di darla vinta a certi discorsi che fin da subito non mi avevano convinto.


Bruno Magnolfi

giovedì 31 agosto 2017

Normale attualità.

            

C'è qualcosa che non mi piace nei tuoi modi stasera, dice lei; come una sfumatura di distacco che certe volte proprio come adesso semplicemente traspare dal tuo comportamento, e poi lascia l’impressione leggera ma definita che forse ti andrebbe soltanto di startene lontano da me e da ciò che sono. Ci sono delle occasioni in cui mi piacerebbe molto volentieri darti uno schiaffo sulla faccia per toglierti dal viso quella vaga espressione di chi inspiegabilmente si sente in qualche modo superiore agli altri. Credo in ogni caso che dietro queste apparenze ci sia davvero qualcosa che non vada tra di noi, anche se forse è un argomento che non hai mai neppure affrontato dentro di te; forse lo hai semplicemente tenuto a distanza, probabilmente soltanto per continuare a cullarti come sempre sopra la garanzia dei tuoi modi e delle tue semplici abitudini.
Lui fuma svogliato, ascolta senza quasi darne l’impressione, sorridendo a tratti: probabilmente gli pare che certi discorsi basta in fondo lasciarli perdere o dare loro una scarsissima importanza, e quelli lentamente riescono a sgonfiarsi senza lasciare alcun residuo. Poi cerca di cambiare argomento, si alza, spiega che questa è una serata un po’ particolare, non lo sa neppure lui perché, come se  qualcosa stesse cambiando con grande rapidità dice, e chissà mai, se saremo in grado proprio noi due di tenere davvero testa a quanto accade attorno. Dovremo uscire forse, andare in giro per rendersi conto se è reale questa specie di vibrazione che adesso avverto nell’aria.
Lei pensa: questo è uno dei suoi modi per tenere tutto assolutamente sotto controllo; però certo lo sa fare, sottostima l’argomento e tenta di spostare l’attenzione su qualcosa di diverso, mostrando rapidamente che le cose in qualche maniera possono cambiare; lui poi si mostrerà disposto a mettere in campo tutta la sua sensibilità per farlo, e così il gioco è fatto. Non mi pare ci sia niente di strano o di diverso, gli dice lei con un scatto nervoso; tutto è come sempre, le tue parole, persino la tua espressione sopra la faccia. Lui torna a sorridere mostrando semplice compiacenza ed elementare superiorità rispetto alle cose facili che forse si potrebbero esprimere, quasi che qualsiasi affermazione da parte propria riuscisse solo ad integrarsi in qualcosa di precedentemente già affrontato e digerito.
Si può uscire, insiste senza dare maggiore importanza alle sue parole; poi spenge il mozzicone e va nell’altra stanza, come per cambiarsi d’abito ed indossare qualcosa di adatto alla serata che probabilmente ha già in mente. Lei gli concede un’ultima occhiata prima di riflettere cosa sia meglio fare, resta qualche attimo in silenzio, quasi in sospensione, infine rilascia la testa sopra lo schienale della sedia, come a rilassare i muscoli e persino i suoi pensieri. In ogni caso adesso non si sente nervosa, nessuna irritazione, si sente oltre, pronta a misurare con calma la quantità di distacco ormai più che evidente.
Lui torna, ha ascoltato le ultime notizie, dice che c’è stato un grosso incidente in città, forse un attentato, dobbiamo andare a vedere che cosa è successo. Lei lo guarda senza muoversi, lascia in aria una pausa, poi spiega: vai tu se vuoi; io non ne ho voglia.


Bruno Magnolfi 

lunedì 21 agosto 2017

Facili dimostrazioni.

            
            Da qua fino laggiù c’è una strada piena di pericoli, dice lui. Si può fingere che tutto sia tranquillo, che non ci sia alcun problema nel percorrere del tutto serenamente questa semplice distanza, ma non è così, e le conseguenze di una sciocca superficialità di questo genere possono mostrarsi rapidamente con risultati anche più gravi di qualsiasi sospetto si possa avere avuto in precedenza. Lui lo sa, certo, conosce bene quel tragitto anche se non lo ha mai percorso interamente, e già parecchie volte si è trovato in difficoltà nel tentarlo anche soltanto per alcuni passi, così è per questo che ha deciso ogni volta di non cercare neanche di intraprendere tutto quel percorso, e di non provare mai ad arrivare davvero fino laggiù, con quanto una decisione di questo genere gli possa avere sempre accumulato dispiacere.
            Ci sono delle volte, dice lui, che si prova quasi nostalgia per quei tempi lontani in cui forse ognuno poteva percorrere la strada in tutta sicurezza, sovrappensiero quasi, senza provare alcuna minima preoccupazione, con la sensazione che ogni cosa dovesse sempre filare liscia fino in fondo, esattamente per sua propria natura, e senza mostrare alcun ostacolo, fino a lasciar sentire nel profondo di ogni viandante d’oggi quel normale struggimento dato dal semplice ripensare all’innocenza con cui venivano affrontate le cose in quei momenti. Però poi tutto è cambiato con estrema rapidità, e una via tracciata proprio come quella, inizialmente così sicura e generosa, si è fatta rapidamente oltremodo impervia, soggetta a tutti i cambi repentini di stagione, pronta ad offrire ad ogni curva riparo facile a chissà quali lestofanti e malfattori, gente senza troppi scrupoli pronta ad aggredire qualsiasi viaggiatore che da quel momento in poi si sia venuto a trovare per obbligo o per scelta lungo quel cammino.
            In seguito però si è anche iniziato a prendere dei seri provvedimenti, certe iniziative di ordine sociale, e per tutta la distanza che c’è tra qua e laggiù qualcuno tra quelli più importanti si è messo addirittura in testa di definire e catalogare tutti i tipi di insidie grandi e piccole che si sarebbero potute verificare ed incontrare, tanto da neutralizzare poco per volta nei pensieri di chiunque il senso stesso del pericolo che sta alla base del terrore provato fino a quel momento. Qualcuno ha detto perfino che era sempre stata soltanto una qualsiasi suggestione, un senso distorto delle cose, scaturito forse da paure infantili, da brutti sogni privi di qualsiasi importanza, ma nessuno fino ad oggi si è più arrischiato a mettersi ancora davvero in viaggio per laggiù.
Per questo adesso, al contrario degli altri che appaiono succubi di paure peraltro sempre più vaghe, lui ha pensato di mettersi in marcia all’improvviso, in perfetta solitudine, a piedi, proprio lungo quel tracciato; sicuramente per dimostrare a tutti che è necessario superare con coraggio le cose che spesso paiono tenerci prigionieri, ed affrontare con grande senso anche altruistico ciò che apparentemente può sembrare come una scelta soltanto individuale; ma anche perché secondo lui è necessario per tutti tentare un cambiamento. In fondo pensa: che importanza può mai avere quel concentrare intensamente il proprio sguardo onde evitare qualche trappola tesa con disattenzione, qualche trabocchetto messo lì con uno scarso senso della misura e delle proporzioni, tanto da superare tutto   quanto con la propria personalità forte di sé. Siamo persone soprattutto, ha riflettuto: anche se siamo chiamati costantemente a dimostrarlo.


Bruno Magnolfi

giovedì 27 luglio 2017

Vapore acqueo.

            

            Celeste, con qualche sbuffo bianco, vaporoso. Il signor Lui si sente nervoso, non ha certo tempo adesso per cose del genere. Se ci pensa vorrebbe picchiarla anche se ancora non ha un vero motivo per farlo. Lei è di là, canticchia qualcosa mentre probabilmente si occupa della cucina, come se tutto scorresse tranquillo, senza preoccuparsi minimamente del fatto che Lui si stia adirando, magari avendone addirittura qualche buon motivo, e soprattutto se sia forse proprio nella mente lucida di Lui esattamente quella sua signora il vero ed unico motivo di quel nervosismo crescente. La signora Lei spesso finge di essere contenta, di guardare a tutte le cose che la circondano con grande ottimismo, come se ogni particolare riuscisse in ogni caso a girare per Lei nel modo migliore. E’ anche questo un atteggiamento tra i più insopportabili che Lui riesca a tollerare e probabilmente non c’è neppure bisogno di dire che suo marito la guarda male ogni volta che Lei ride o che cerca di dire qualcosa di spiritoso. Non ha senso tutto questo, come quando in certi casi Lei dice che prima o dopo vuole rifarsi una vita da qualche altra parte, o addirittura con qualcun altro, soltanto perché magari il suo Lui le pare troppo taciturno. Forse questo è vero, però non è un difetto, anzi. Una persona quando non parla pensa, e se pensa è una persona riflessiva, che magari prima di fare qualsiasi cosa ne soppesa con calma ogni dettaglio, assume la realtà con metodo, e alla fine giunge sempre alle migliori conclusioni. Non perché quella persona sia sciocca o non abbia spina dorsale, ma solo perché magari quando è il momento sa pure prendere in fretta le opportune decisioni, e riesce proprio a scattare quando è colpita nel profondo, mostrandosi capace di essere all’altezza di ogni situazione, come se non provasse mai alcuno spavento di fronte alla realtà.
            Ancora bianco, più diffuso, e con del grigio che lo stria. La signora Lei non dice più niente: va, viene, spesso si comporta come se Lui non esistesse, indifferente agli stati d’animo che può provare suo marito. Questa è la cosa più pesante: la mancanza di qualsiasi sensibilità nei suoi confronti. Lui non le fa pesare niente dei suoi comportamenti, però è del tutto naturale che soffra di questo atteggiarsi di completa indifferenza di fronte al fatto che una come Lei ha assolutamente un marito, e che non si può in casi del genere continuare a fare tutto proprio come se non lo avesse.
            Campo completamente grigio, con sbuffi temporaleschi scuri. Il signor Lui le concede un appuntamento da qualche parte, dopo che la sua signora Lei è andata da due giorni ad abitare da un’amica, cosa questa del tutto assurda che Lei ha giustificato in fretta con la frase classica che suona come chiarirsi delle idee, ma che Lui non potrà accettare per nemmeno un’altra ora di più. Per questo in quel parcheggio periferico c’è andato armato con un lungo coltello per il pane, per mostrarle che le sue intenzioni sono serie, e che non è più il caso di scherzare. Lei si fa viva ad un tratto, forse in ritardo, Lui nasconde l’arma sotto la sua giacca. Lei dice che non vuole più tornare a casa, che ormai non è più la vita che voleva. Lui alza la voce, dice cose senza senso, urla verso il cielo che adesso appare nero, e Lei ha paura, indietreggia, lui brandisce il suo coltello, forse vorrebbe addirittura minacciarla, forse perché adesso sente su di sé tutto il peso di quel colore scuro che adesso lo sovrasta. Poi dice va bene, come vuoi, gettando il coltello tra i cespugli ed accettando quella soluzione. Lei sorride, siamo persone dice, ci sarà certo un futuro per tutti e due.

            Bruno Magnolfi





mercoledì 19 luglio 2017

Modifiche al progetto.

            

            E’ il progetto la cosa che conta, dice l’operatore sottovoce. Accanto, nel silenzio del pomeriggio estivo, la donna ideale si liscia i capelli mentre osserva qualcosa dalla finestra. Lui è persona pratica, sa perfettamente ciò che può servire per portare avanti quanto stabilito. Eppure ora tentenna, senza comprendere appieno da quale parte sia meglio iniziare quanto stabilito. Lei si volta, lo guarda distrattamente, pensa non sia il momento giusto per modificare qualche cosa, perciò il suo atteggiamento mostra diffidenza, come se tutto almeno adesso dovesse restare esattamente nella maniera come è stata prevista. Lui si avvicina, le mani in vista, sposta leggermente l’aria attorno a sé, poi dice in fretta che non c’è più a disposizione tutto questo tempo che magari si vorrebbe, e che in seguito le cose dovranno procedere con celerità. 
Lei non risponde, il suo pensiero è già evidente, non le pare ci sia bisogno d’altro. Poi si alza, si muove nella stanza ampia, lui la segue con lo sguardo, come ad attendere una risoluzione, non accorgendosi che almeno per il momento è già tutto quanto stabilito. Ma infine con un guizzo comprende che è ormai giunta l’ora di prendere congedo, perciò lascia nella stanza un semplice saluto e si avvicina svelto alla porta per andarsene. Un momento, fa lei che senza darne peso ha seguito minuziosamente i gesti e le espressioni dell’operatore; forse ci potrebbe essere ancora qualcosa di cui discutere. Ho capito, dice lui, dobbiamo riparlare del prezzo totale. No, fa lei, piuttosto dei tempi di realizzazione.
Non ci vorrà molto, fa lui dopo una pausa, è sufficiente una decina di giorni. In ogni caso quando iniziamo il lavoro qui non ci dovrà essere nessuno, questo è evidente. Va bene, fa lei, anche se mi occorrerà un po’ di tempo per raccogliere tutto ciò che mi serve. Lo capisco, dice lui, comunque se posso essere d’aiuto anche in questo per me va benissimo. Lo terrò presente, dice lei, poi si volta di nuovo verso la finestra, come a chiudere la conversazione. Lui scende in fretta le scale, in un attimo è già sulla strada, poi si volta per farle ancora un saluto, ma si accorge che la donna ideale sta ferma, guarda nel vuoto, sembra di pietra, come se fosse ormai indifferente a qualunque ulteriore decisione.
L’operatore si immobilizza, guarda la donna con intensità, la chiama più volte, ma vede subito che lei non vuole rispondere, anche se ha sentito benissimo la sua voce. Torna sui suoi passi allora, risale le scale, bussa alla porta e infine entra, ma lei non c’è più, è improvvisamente sparita. Torna a chiamarla, sente che qualcosa di grave sta succedendo, controlla in tutte le stanze, ma lei non c’è, proprio come se fosse già andata via. Allora torna nella sua stanza, va ad affacciarsi a quella finestra vicino alla quale lei stava quando l’ha vista per l’ultima volta, e non c’è niente, neppure una traccia di lei.
Guarda ancora nelle altre stanze, torna a chiamarla, adesso si sente quasi un intruso anche se la donna gli aveva già dato le chiavi dell’appartamento; infine si arrende, se ne va, chiude la porta alle sue spalle e ripercorre le due rampe di scale fino alla strada. Nessuno tra i passanti sul marciapiede ha qualcosa da dire, tutto sembra assolutamente com’è sempre stato, lui non riesce a comprendere cosa possa essere accaduto, ma infine la vede, di fronte a sé, sull’altro lato di quella stessa strada, ed è ferma mentre osserva la sua finestra e la facciata di tutto l’appartamento. Va bene, pensa adesso con calma l’operatore; l’importante è che non ci siano ancora delle modifiche da fare rispetto al progetto.  


Bruno Magnolfi

lunedì 17 luglio 2017

Stati d'animo.

            

            Sono io, dice lei semplicemente nell’apparecchio. Ma certo fa lui, ho riconosciuto subito la tua voce; ma che bella sorpresa, prosegue poi stringendo il telefono e strascicando purtroppo qualche vocale, forse senza del tutto volerlo, come se stesse tornando all’improvviso da un mondo parallelo, dove probabilmente vige una realtà e forse anche un linguaggio completamente diversi da quelli in uso lungo i cavi telefonici. Stavo giusto riflettendo su quanto mi avrebbe fatto piacere sentirti di nuovo, e magari scambiare due parole con te, dice ancora improvvisando, quasi a mostrarle con quelle parole quanto riesca a sentirsi affettuoso nei confronti di lei. Poi ambedue però si ritagliano, sostanzialmente senza quasi rendersene conto, una leggera pausa di silenzio, così lui, forse preoccupato di qualcosa che probabilmente non vorrebbe, le chiede subito con tono preoccupato se c'è qualcosa che non procede per il verso giusto, forse una novità negativa di cui non è a conoscenza, oppure qualcosa di cui essere rimproverato, ma lei subito ride, come a schernire la sua infantile apprensione, quasi come se un comportamento del genere non dovesse avere alcun tipo di significato.
            Allora sono contento che tutto sia come deve essere, fa lui; o meglio, com’è sempre stato, si corregge, nella maniera come si immagina devono andare le cose insomma. Poi dice: non sono mai stato molto bravo a tirare avanti le conversazioni telefoniche, spiega alla fine come per giustificarsi: mi pare sempre che si finisca per dire soltanto delle emerite sciocchezze, così la mia parte cerco di esaurirla tutta in una volta per levarmene il pensiero dalla testa. Lei di nuovo ride leggermente, poi dice che non le sono mai piaciute molto le cose sciocche, e che in ogni caso preferisce parlare di temi maggiormente significativi.
            Lui prova forse un filo di preoccupazione, trattiene per un attimo il fiato, quindi sgrana gli occhi guardando avanti a sé, ed infine dice con un certo coraggio che forse sarebbe meglio se si dessero un appuntamento per vedersi e parlare un po’ di persona anche di argomenti più seri. Lei non risponde, mostrando forse che le pare prematura una decisione del genere, così lui tenta di recuperare parlandole di uno spettacolo all’aperto, una semplice festa di quartiere, qualcosa che si tiene il giorno seguente, a cui magari potrebbero recarsi insieme. Lei chiede subito maggiori informazioni, pare prendere tempo prima di decidere, lui tenta di magnificare il tipo di serata che sta proponendo, dice una spiritosaggine per allentare quella specie di tensione che si sta accumulando, ma lei sembra rigida, quasi poco disponibile.
Va bene, dice lui, non ha alcuna importanza se non ti va. Magari sarà per un’altra volta. Lei resta ancora in silenzio, come se stesse riflettendo a fondo su quanto deve decidere, poi dice in fretta: ma no, guarda che va bene; proprio come vuoi tu. No, figurati, la interrompe lui, come piace più a te; in fondo, sottolinea ridendo, non sembra che mi lasci prendere molte iniziative. Può darsi, fa lei, ma questa che hai tirato fuori va bene se tu lo desideri. Segue un’altra pausa di silenzio. Poi lui, impacciato, dice che potrebbe aspettarla nella piazzetta vicino casa sua, così ci sarebbe tutto il tempo per farsi servire qualcosa da bere in qualche locale prima di andare allo spettacolo.
D’accordo, fa lei, però non credo sarò molto di compagnia, visto che in questo periodo mi sento spesso angosciata. Non è colpa degli altri, prosegue, sono io che non riesco a stare con le persone. Forse però con te può essere diverso, sempre che tu riesca ad avere una certa pazienza, magari cercando di comprendere al meglio i miei stati d’animo.


Bruno Magnolfi

mercoledì 28 giugno 2017

Diversa.

            

            A volte la donna pare assente. Resta ferma con le braccia abbandonate lungo i fianchi, e guarda forse qualcosa che in fondo riesce a vedere solamente lei. Però in altre occasioni appare più vivace, si muove in mezzo agli altri, in qualche caso sembra addirittura sorridere a qualcuno, anche se è difficile stabilire quale sia l’esatta espressione naturale del suo viso. Quando si muove l’andamento che assume è sempre pacato, i gesti quasi flemmatici, e per certi atteggiamenti si potrebbe definire una persona gentile e soprattutto riservata.
            Soltanto in certi casi il suo sguardo si fa duro, ed è da quel momento in avanti che forse ci si può aspettare di tutto da questa donna così particolare. Ci dica che cosa sente, le chiedono nell’intervista, e lei pare schernirsi, per dire infine che si sente soltanto una persona semplice e soprattutto che non si aspettava proprio di ritrovarsi in mezzo a tutto questo trambusto. Comunque in televisione il suo aspetto rende meglio, e le sue pose sembrano studiate con molta più attenzione di quanto sembrerebbe a prima vista.
L’interesse suscitato dalla sua storia ormai regge da più tempo di quello che ci si sarebbe immaginato, e forse anche il suo atteggiamento sempre apparentemente schivo ne ha come potenziato il corso. Alla lettura delle labbra quando decide di scambiare qualche parola con le sue compagne, sembra non dire mai cose avventate, anche se si sa per certo che i suoi pensieri corrono veloci intorno ad elementi del tutto fuori dall’ordinario.
Alcuni le fanno delle domande iniziando a dire che lei è proprio un personaggio, ma la donna sembra non desideri neanche rispondere a frasi di quel genere, e tende ad assumere di nuovo la sua espressione assente, quasi senza interessi. Qualche curioso vorrebbe addirittura seguirla nella sue piccole attività quotidiane, studiarne le mosse e anche gli atteggiamenti, ma risulta sempre difficile coglierla in attimi in cui risulti del tutto rilassata e naturale.
Così certi professionisti della notizia fingono addirittura di ignorarla, di farle credere che l’interesse suscitato dalla sua persona ormai sia giunto al termine, e che forse, se mai avesse trattenuto dentro di sé qualcosa da spiegare, sarebbe ora il momento per tirarlo fuori, e produrre in questo modo intorno alla sua figura quella chiarezza che è parso mancare fino dagli inizi. Ma la donna si guarda attorno per diverse volte, piega il capo leggermente su di un lato e abbassa lo sguardo, come per assumere quell’atteggiamento schivo con cui forse vuole dimostrare a tutti che lei è proprio così, senza alcuna stravaganza.   
Le telecamere producono dapprima dei campi lunghi, poi zummano velocemente sui suoi occhi, come a dimostrare quante immagini possono risultare dapprima trattenute e poi modificate dietro quello sguardo poco comprensibile. Poi qualcuno inizia a ripiegare il cavalletto, gli intervistatori correggono sui loro taccuini le poche parole importanti che sono riusciti a mettere da parte, scambiandosi tra loro delle occhiate rassegnate e poco soddisfatte. La definizione finale dei comportamenti abituali di questa donna sembra in questo modo sfuggire a tutti, anche se alcuni hanno già iniziato a lavorare di fantasia sulla sua presenza. Un titolo ad effetto si potrà pur tirare fuori, sembrano suggerire già in diversi, e qualcuno di loro sembra sorridere proprio a quest’idea, sottolineando diverse volte sulla pagina la parola che maggiormente adesso appare più adatta a definire questa donna, come uno di quei nomignoli che in seguito non potrà più togliersi di dosso.


Bruno Magnolfi

mercoledì 21 giugno 2017

Biglietto inutile.

          

Generalmente c'è silenzio e tranquillità nel suo piccolo appartamento, tanto che cambiarsi d’abito e prepararsi con calma per uscire può presentarsi come un'attività quasi piacevole, specialmente se confrontata con il solito ritrovarsi in strada o sui mezzi pubblici in mezzo alla gente ed alla confusione. A lei non piacciono i luoghi affollati e cerca sempre la maniera migliore di evitarli, anche se in certi casi non risulta proprio possibile.
Scusi, le dicono da dietro mentre entra nel supermercato, e lei si gira, riconosce vagamente un’espressione che proprio non le sembra nuova, tanto che il tizio che l’ha chiamata sorridendo le dice subito il suo nome per esteso, quello di un vecchio compagno di studi che adesso è proprio lì, di fronte a lei, come se non fossero passate affatto quelle decine d’anni che hanno modificato profondamente i loro volti e forse anche le loro espressioni naturali. Lei sorride, gli stringe la mano, lo abbraccia addirittura, si scambiano ovviamente qualche informazione, ma lui spiega che è di corsa, deve andare via, così le lascia in mano solo un biglietto con il suo numero di telefono, chiedendole per favore di chiamarlo, appena lei vorrà. 
Velocemente tutto rientra nell’ambito delle solite cose, anche quella manciata di sensazioni un po’ nostalgiche mescolate ad un afflusso di immagini scaturite fuori da una memoria forse confusa e anche distratta, fino a lasciare lentamente quasi richiudere la porta col passato, a vantaggio del presente sempre denso ed invischiante. Solo una volta a casa quel biglietto torna fuori, tra le buste e i confezionamenti alimentari, fino a strapparle un semplice sorriso, ed un altro piccolo effluvio di pensieri, adesso più tranquilli ed in parte anche maggiormente soddisfacenti. Il numero col nome viene messo sopra un mobile, in bella vista, come fosse la foto incorniciata di un familiare negli anni della gioventù, e la solitudine e la calma dell’appartamento riprendono come sempre il sopravvento.
Trascorre il tempo cadenzato dalle abitudini, l’alternarsi perenne tra l’interno dei pensieri e l’esterno dei comportamenti, quasi un meccanismo semplice ed inevitabile, come il movimento perpetuo che non cambia, e scivola veloce quasi fosse il senso stesso delle cose. Lei prosegue a cambiarsi d’abito e ad uscire, quando non può proprio farne a meno, e a tornare anche nel supermercato, senza ritrovare più nessuno che le ricordi qualcosa di quei vecchi tempi, e senza incontrare più di nuovo lui, ormai tornato già distante nei ricordi, perso chissà dove nella fretta e nella confusione di ogni giorno.
Rientrando a casa scioglie ogni volta quel senso di leggero fastidio dato dalla strada e dalla gente in movimento, ma riprende subito la calma tanto necessaria, respira l’aria ferma o quasi, che appena ce la fa dallo spiraglio di una finestra a smuovere le tende. Poi, forse per automatismo, si ritrova in mano quel biglietto con quel numero, adesso assurdo, inutile, senza alcun significato, e come tutti i confezionamenti alimentari che vanno uno per uno nella pattumiera, anche quello in un attimo va a cadervi dentro, a chiusura definitiva di un periodo.

Bruno Magnolfi