mercoledì 13 dicembre 2017

Soltanto così.



Trascorrere il pomeriggio da solo seduto su di una panchina dei giardinetti vicini al liceo non è certo il massimo. Eppure è l’unico luogo dove a Francesco è venuta voglia di trascorrere un’ora per conto proprio, con il suo libro da leggere dentro lo zaino e la fedele matita morbida per qualche piccolo schizzo sull’immancabile taccuino per gli appunti. Il Neri negli ultimi giorni si è mostrato più distaccato con lui, come se fosse un po’ stufo di quei suoi problemi di comportamento con tutta la classe. In fondo un cambio di posizione del genere proprio adesso è ben comprensibile: non si può fare a lungo il tutore di uno sfigato che non riesce ad avere dei rapporti corretti con gli altri, continuando a proteggerlo da tutta la classe.
Poi, come d’incanto, un paio di giorni più addietro è arrivata improvvisamente questa ragazza durante l’intervallo tra le lezioni; un’amica proprio del Neri, compagna di scuola ma studente di un’altra sezione al piano superiore dell’edificio, e lui l’ha subito presentata a Francesco come se già fossero assolutamente d’accordo, cercando proprio di lui in mezzo alla confusione dei ragazzi a quell’ora, e mostrando immediatamente con delle semplici espressioni del viso che ci teneva davvero a far saldare una conoscenza del genere. Lei si chiama Cinzia, niente di speciale, una come quasi tutte le altre, però qualche volta disegna ritratti, proprio come Francesco, anche se generalmente usa la tecnica dell’acquerello.
Lui è rimasto praticamente in silenzio pur apprezzando dentro di sé quel gesto da parte del Neri, ed ha sorriso a questa Cinzia anche se nella maniera semplice e timida di cui è capace, poi ha lasciato che le cose prendessero con naturalezza il proprio percorso. Lei sembra spigliata e divertente, praticamente il contrario esatto di ciò che sa essere Francesco, ma questa ragazza con lui si è mostrata molto comprensiva, tanto da dirgli che sarebbe stata molto contenta di vedere almeno qualcuno dei suoi disegni. Si sono dati appuntamento in un pomeriggio di qualche giorno più tardi nella birreria vicino alla scuola, e lui adesso, se controlla il quadrante del suo orologio, è solo perché sa che deve incontrarla, perciò si alza e si avvia lentamente verso il locale.
Lei è già dentro, sta seduta scambiando qualche parola con il barista, ma quando arriva Francesco sembra non abbia più alcuna attenzione per altri che lui. Dallo zaino spunta una grossa cartella con delle tavole di cartoncino a grana grossa, e sul tavolo lui inizia a spiegare che cosa gli interessa nella composizione di quei suoi ritratti. Credo di essere omosessuale, le bisbiglia lui ad un tratto guardandola dritta negli occhi, come per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Cinzia però non si scompone per niente, lo guarda un momento poi prosegue ad osservare i disegni, chiedendogli infine se nelle espressioni che ritrae cerca di mettere almeno in parte il proprio disagio. Forse, fa lui, ma non è esattamente questo ciò che cerco di disegnare, piuttosto quello che vedo normalmente sulle facce di tutti, anzi, proprio quella sofferenza che attorno a me continuo a percepire negli altri, evidenziata dalle espressioni di chi in generale mi sta più vicino. Certo, fa lei, mi sembra l’unico argomento che valga la pena di essere raffigurato: anche per me in fondo è più o meno così, e forse se ci rifletto, non potrebbe essere in nessuna diversa maniera.


Bruno Magnolfi

lunedì 11 dicembre 2017

Disponibilità immediata.



A lei capita, nel corso ordinario di certe giornate come quella di oggi, che senza averne almeno inizialmente neppure una precisa coscienza, si ritrovi per un attimo a fissare il suo sguardo su di un punto qualunque di nessuna importanza e senza caratteristica alcuna, e ad incuriosirsi talvolta proprio di quel punto, cioè di quel niente assoluto, che magari riveste soltanto un pensiero distante che sta ben oltre quello stesso punto di cui purtroppo anche una volta osservato non riesce neppure ad afferrarne completamente la natura, lasciando con grande semplicità succedere tutto anche se solo per pochissimi istanti, quasi la sua fosse giusto un’astrazione dalla realtà assolutamente momentanea, sorridendo poi tra sé nel proseguo coerente di tutte le cose, nello stesso momento in cui invece riesce a riprendere appieno le proprie facoltà, ricominciando da subito nella stessa maniera di ogni giorno ad occuparsi delle sue annose faccende quasi come se niente fosse successo.
Poi si alza da quella sedia dove sta l’elaboratore a cui ogni mattina feriale dedica quasi tutto il suo tempo, esce dal piccolo ufficio con la porta vetrata che chiude la sua intimità di ragioniera e contabile, e si va a muovere lentamente con lo sguardo attento dentro al capannone della carrozzeria dove lavora, fino a raggiungere Andrea, uno dei dipendenti, mentre piegato dalla propria attività si sta occupando da solo della fiancata di una macchina in riparazione. Ciao, gli dice alle spalle appena soffermandosi; e poi: buon compleanno, gli fa appena lui si gira verso di lei. Quindi se ne va, senza aspettare neanche che lui riesca a formulare una qualche risposta. Hai finito di imbambolarti, le chiede la sua amica Chiara qualche volta quando si fermano a bere un caffè nel loro locale preferito, a due passi da casa; poi ridono, ma per Anna le cose stanno esattamente in questa maniera, ed è inutile per lei cercare di essere diversa.
Forse non ha proprio alcun senso tutto questo, eppure lui è lì che si strugge, anche se lei non vorrebbe, soltanto perché torna assurdo persino pensarci, ma in ogni caso anche per Anna è così, ed in fondo a quel punto che guarda perdendone quasi coscienza, ogni tanto c’è qualcosa di più della simpatia. Chiara le ha detto che è soltanto una sciocca, che non ci sono motivi per dare tutta questa importanza ad una semplice e leggera amicizia, ed Anna le ha dato ragione, ha persino abbassato la testa, perché alla fine lei non vorrebbe, non desidera affatto ritrovarsi ad essere in questa maniera, anche se forse riflette che qualcosa negli anni probabilmente le è venuto a mancare, qualcosa che non saprebbe in questo momento neppure descrivere, ma che senza alcun dubbio, almeno dentro a quei suoi inconsistenti e bislacchi pensieri, lui riesce a farle almeno sognare. 
E’ uno scherzo, niente di più che una cosa del genere, ma così tanto reale da rendere il resto per qualche istante una cosa minore, ed almeno in quei dati momenti in cui davanti ai suoi occhi le appare la visione completa di un sentimento lontano e represso, Anna si perde, come se qualcosa di vero si disvelasse dietro alle sue fantasie. Poi torna a casa una volta terminato il suo orario di lavoro a tempo parziale, e tutto improvvisamente le resta alle spalle, lontano, proprio come i suoi sguardi, perché adesso ci sono delle cose ben più importanti da fare e affrontare, e anche da riflettere; e che reclamano da subito la sua piena disponibilità, come ogni giorno.


Bruno Magnolfi

mercoledì 6 dicembre 2017

Relazioni sociali.

            

Non c'è da preoccuparsi, dice l’amministratore di condominio alla signora Giuliana, la donna che abita al primo piano e alla quale tutti in genere si riferiscono per sapere qualcosa sulle novità di quel palazzetto dove risiedono otto famiglie. Si è formata una macchia di umidità sul muro dalla parte che guarda le scale, e studiando la piantina del casamento sembra proprio corrispondere alla zona del contatore dell’acqua nell’appartamento della famiglia Renai; loro in casa probabilmente non si sono ancora accorti di niente, dice l’amministratore, però sarà necessario che un muratore ed un idraulico facciano dei saggi per verificare come stanno realmente le cose, per poi magari procedere in tempi celeri alla riparazione. Di mattina non c'è mai nessuno in quell’appartamento, dice la signora Giuliana, però al pomeriggio ci sono quasi sempre sia la signora Anna che il suo figliolo, anche se lui è un tipo scostante che quando ti incontra non ti saluta mai per primo, e quando lo fa rimane comunque con gli occhi bassi, senza neppure guardarti in faccia. L’amministratore sorride, è abituato a certi commenti, in ogni caso dice che si limiterà ad appendere subito un biglietto sopra la porta di quella famiglia, per avvertirli della situazione che si è verificata, e poi farà venire gli operai, ma tra qualche giorno, visto che l’intervento pur necessario non appare alla fine neppure troppo urgente.
Chissà se anche su questa situazione che si è verificata i Renai avranno qualcosa da ridire, pensa la signora Giuliana dopo aver salutato l’amministratore di condominio. Sono persone particolari: lei è sempre sorridente, certe volte anche molto cortese, ma non sembra il tipo di persona di cui ci si può davvero fidare. Il marito invece è proprio un personaggio ombroso; Corrado si chiama, e probabilmente non ci metterebbe nulla addirittura ad offenderti se solo gli intralciassi la strada. Non mi piacciono, pensa ancora mentre rientra nel suo appartamento; la cosa migliore per il nostro condominio sarebbe che se ne andassero ad abitare in un altro quartiere.
Ci sono tanti modi per rapportarsi con gli altri, pensa invece l’amministratore una volta seduto nella sua macchina  e dopo aver avviato il motore. Si tratta di inquadrare bene le persone che si parano di fronte a noi: per qualcuno forse tutti appaiono come dei presunti nemici, e quindi per questi individui la cosa migliore da fare è mettersi subito sulla difensiva; oppure per altri sembra convenga leggere in qualche sconosciuto proprio colui il quale può tornare utile in qualche maniera, oppure al contrario uno che è soltanto una perdita di tempo, e tutto ciò estrapolando su qualche estraneo un giudizio quasi definitivo, magari basandosi solamente su alcuni aspetti esteriori, quali l’espressione del viso, gli atteggiamenti delle braccia e del corpo, oppure ancor più semplicemente l’abbigliamento che usano. E’ difficile a volte comprendere cosa passi davvero nella testa di qualcuno, e in ogni caso conviene quasi sempre non esporsi mai troppo: cercare in qualche modo al momento opportuno una qualche via di fuga, e comunque essere sempre disposti ad una improvvisa ritirata strategica, magari nell’esatto momento in cui chi ci sta di fronte pare assumere un atteggiamento poco disponibile. Non conosco per nulla questa famiglia Renai, però deve essere piuttosto interessante parlare con loro; e soprattutto deve essere arduo cercare di comprendere quali siano davvero i metodi che usano per relazionarsi in qualche modo con gli altri.


Bruno Magnolfi 

giovedì 30 novembre 2017

Pellicola iniziata.

           

Dopo averle suonato il campanello e fattasi quindi aprire il portone condominiale, lei affronta piuttosto velocemente i gradini che la separano da quell’appartamento del terzo piano, come non ci fosse proprio alcun tempo da perdere, mentre intanto riflette che senz’altro non si tratterrà a casa della sua amica molto più a lungo del necessario, giusto il tempo di sedersi e prendere un caffè insieme ad Anna, fare due chiacchiere con lei per capire come le vanno le cose ultimamente, e poi mettersi d’accordo per andare al cinema domani o magari il giorno dopo ancora. Chiara è il tipo di persona sempre di fretta, a volte sembra persino difficile parlare con lei in modo disteso, però le sue maniere di andare subito al punto anche se non lasciano scampo, mettono sempre tutti però in condizioni di rivelarle quello che pensano veramente, senza alcun giro di parole. Loro due si conoscono da molto, dai tempi della scuola, ed anche se ci sono stati dei periodi in cui non si sono affatto frequentate, adesso non passa settimana senza che non cerchino di fare qualcosa insieme, fosse anche scambiarsi un semplice saluto veloce.
Va tutto bene, o almeno come al solito, dice Anna, anche se Corrado in questo periodo mi sembra un po’ assente, con la testa dentro le nuvole, e spesso mi risponde soltanto a monosillabi, salvo raccontare ogni tanto le solite storie sui colleghi di lavoro, degli attriti che si scatenano nei corridoi tra gli uffici, e altre cose del genere per niente nuove. Mentre conversano rimangono sedute vicino ad una finestra, e parlando Chiara guarda continuamente fuori, verso la strada, come ci fosse qualcosa di interessante. Lei insieme a suo fratello gestiscono una cartoleria, un vecchio negozio di famiglia apprezzato e frequentato da molta gente del quartiere, e così Chiara conosce molte persone, anche se quasi tutte soltanto superficialmente; ma spesso in questa maniera, anche senza andarselo a cercare, viene a sapere di qualche pettegolezzo che in certi periodi circola su qualcuno o su qualcun altro tra i suoi conoscenti.
Sembra ci siano in giro dei padri di famiglia indebitati fino agli occhi per il gioco d’azzardo, dice ad Anna, e forse ho dei sospetti su un tizio sempre nervoso che a volte vedo attorno al mio negozio, e che in questo momento è proprio qui davanti, laggiù, lungo la strada. Va bene, dice Anna sorridendo, visto che adesso ti sei messa a studiare i problemi economici delle persone, questo tizio per te è senz’altro qualcosa di estremamente interessante. Tu non sai fino a che punto si può spingere una persona assillata dai debiti, fa l’altra, e dietro a questa gente quanti strozzini ci siano sempre pronti ad approfittarsi della situazione. Poi resta in aria un attimo di silenzio, Chiara termina il suo caffè, guarda l’amica, quindi si alza: devo andare, dice mentre già si infila il soprabito. Allora ci vediamo domani. D’accordo, fa Anna, passo da te, ma cerchiamo di essere puntuali: non mi piace sedermi al cinema quando già hanno spento le luci della sala, e  soprattutto al momento che la pellicola è oramai iniziata da un pezzo.

Bruno Magnolfi


martedì 28 novembre 2017

Adolescenza variabile.

        

Quando Anna in fondo era ancora una piccola ragazza proprio come tutte le altre, studentessa non troppo brillante dell’istituto commerciale della sua città, durante gli anni in cui quasi ogni giorno passava un sacco di tempo davanti allo specchio per pettinare i suoi capelli anche se erano già abbastanza belli e curati, qualcuno le aveva già detto in privato che era piuttosto carina, anche se a lei quando tornava a casa per specchiarsi di nuovo, non risultava scoprirsi esattamente così, limitandosi comunque timidamente a sorridere a tutti quanti nello stesso momento in cui riusciva soltanto a schernirsi magari di fronte ai suoi compagni di classe che le stavano maggiormente vicino. Spesso si divertiva addirittura, non prendendolo nemmeno sul serio, quando qualcuno le diceva di volerla conoscere meglio, e il suo momento migliore in ogni caso era dato semplicemente da quegli attimi in cui ragazze e ragazzi le si mettevano intorno, come a farne il polo d’attrazione di quei suoi amici più stretti.
Le piaceva essere al centro in quelle occasioni, magari senza troppo esagerare, anche se in genere provava un certo disagio quando qualcuno la guardava in quel certo modo, perché lei nel profondo si sentiva ancora infantile, sempre pronta magari a giocare e a farsi qualche timida risata, ma senza mai fare niente che fosse preso dagli altri troppo sul serio. Era il sorriso la sua vera arma, quella maniera particolare di sentirsi ottimista, e di trovare che tutto fosse quasi sempre plausibile, visto che nella realtà, almeno secondo il suo semplice parere, non si sarebbe davvero mai potuto manifestare qualcosa di brutto.
A quindici anni il primo bacio le era stato dato di fretta, sul retro del bar in quel momento deserto vicino alla scuola, e comunque aveva acceso in lei un gran desiderio, come qualcosa di cui non siamo per bene riusciti a provarne tutto il piacere presunto, lasciandole in questo modo dentro se stessa una notevole curiosità, regolarmente delusa durante una seconda prova effettuata qualche mese più tardi con un altro ragazzo, una persona più calma, forse un tipo più adatto, ma probabilmente un po’ troppo serio per mettersi davvero con lei. Di sicuro proprio per questo era seguito un lungo periodo in cui quasi esclusivamente le amicizie femminili per Anna sembrava avessero preso un’importanza maggiore, in quanto i ragazzi le parevano in genere troppo distanti, persi spesso dietro cose per lei incomprensibili.
Quando smise di guardarsi allo specchio lo fece per una specie di strana ripulsa: in fondo decise soltanto che non c’era poi niente di veramente importante in quell’immagine sempre un po’ statica. Aveva bisogno di scavare dentro se stessa, questo era il suo proposito da ora in avanti, e comprendere appieno che cosa desiderasse davvero, così come iniziare a studiare i gesti e le espressioni degli altri piuttosto che i propri capelli o il suo viso. Poi arrivò Corrado, inaspettatamente, e niente in sostanza fu più come prima; neppure per lui.


Bruno Magnolfi

mercoledì 22 novembre 2017

Abitudine alla normalità.

            

I propri essenziali banchi individuali non sono lontani tra di loro, e quando certe volte in quell’aula del liceo vanno avanti alcune ore di lezione forse anche più noiose delle altre, ogni tanto Francesco getta un’occhiata, rapida anche se esauriente, verso il suo amico Neri, immobile in terza fila, a tre o quattro metri di distanza dal suo posto a sedere, che per scelta è sempre stato fin dall’inizio dell’anno scolastico il primo banco alla sinistra della classe. In fondo è accaduto sostanzialmente solo ieri, durante un cambio di insegnante, proprio quando tutti gli altri stavano in piedi a chiacchierare, che lui si sia spostato appunto in quella terza fila tanto per scambiare col Neri qualche parola senza impegno, e mentre gli diceva quello che aveva pensato nei minuti precedenti, sorridendo forse della propria timidezza mentre cercava l’attenzione, Francesco abbia quindi posato la sua mano, forse con un gesto per lui assolutamente naturale, sulla mano dell’amico ferma sopra al piano di quel banco, lasciandola proprio in quella posizione su quel morbido tepore piacevole e così rassicurante, magari leggermente troppo a lungo per evitare che qualcuno tra i loro compagni subito se ne accorgesse.
Nessuno ha detto niente, almeno sull’immediato, e persino il Neri non gli ha dato proprio alcun peso, ma in seguito, quando è suonata l’ultima campanella ad indicare la fine dell’orario scolastico, il suo compagno Carlo Pieri, mentre tutti camminavano lungo l’ingresso principale, ha appoggiato delicatamente una mano sulla spalla di Francesco, sfoderando un acceso senso ironico, e quando lui si è voltato per guardarlo gli ha sorriso in modo quasi claunesco, con un’espressione che non lasciava dubbi su quanto lui stesse pensando. Nessun problema, Francesco se lo aspettava da un momento all’altro che qualcuno iniziasse ad essere un po’ entrante nei riguardi delle sue cose, così lo ha solo osservato un attimo con neutralità senza ribadire niente, e poi ha continuato a camminare rivolgendo subito lo sguardo indifferente avanti a sé: non c’è da preoccuparsi, forse ha pensato; i ragazzi se vogliono sanno essere cattivi, ma a lui non interessa, lui resta uguale a come è sempre stato, oltre certe sciocchezze.
All’uscita si è incamminato verso casa sua Francesco, le mani nelle tasche, lo sguardo rivolto verso il marciapiede di fronte a sé, ma poco per volta ha cominciato a sentirsi come più leggero, praticamente rassicurato dagli eventi, quasi che l’esternazione delle idee e dei propri sentimenti gli avesse proprio provocato una sensazione di sollievo, quella di chi in un attimo si è liberato l’animo, e oramai si trova ben lontano dall’uso consuetudinario dei gesti e delle espressioni, e soprattutto oltre le abitudini della normalità. Un percorso lungo e complicato, pensava raggiungendo con calma la sua abitazione, però del tutto inevitabile, quasi una strada già tracciata che è inutile cercare di abbandonare in qualche modo: soltanto la sensibilità di chi si incontra lungo questa via può fare davvero una evidente differenza; il resto delle scelte che possiamo fare è già dentro di noi, fa parte del bagaglio che ci portiamo dentro, e non serve a niente in un modo oppure nell’altro cercare di adattarsi alla realtà, così come tentare di rendere più lisce le situazioni ruvide che spesso ci troviamo ad affrontare.


Bruno Magnolfi

giovedì 16 novembre 2017

Spie.

            

Avrei bisogno di parlarti nel mio ufficio; anche adesso se non hai cose particolarmente importanti da sbrigare, dice al Torrini mentre gli passa distrattamente accanto, appoggiando una mano sul piano della scrivania e osservandolo appena per un attimo negli occhi. La mattinata è una di quelle solite, fotocopia esatta di mille altre, gli impiegati dicono qualcosa tra di loro sorridendo quando si incrociano lungo i corridoi, e per il resto ognuno se ne rimane piegato sopra al proprio piano di lavoro oppure al telefono, a sistemare le pratiche a lui affidate ed a contribuire alla gestione di tutta la clientela assicurativa del gruppo societario. Il capufficio non è il tipo di persona che parla molto con gli altri, però sicuramente è un astuto osservatore, uno che scruta le persone con attenzione dietro ai suoi occhiali, cercando di comprendere anche da piccoli particolari le cose che non vanno. Non capita di frequente che inviti qualcuno a raggiungerlo dentro al suo ufficio, perciò il Torrini si mette subito sulla difensiva, pronto ad affrontare una nuova grana, a questo punto praticamente quasi sicura.
Vorrei chiederti qualcosa di Corrado Renai, dice lui senza giraci attorno. Per me è solo un collega, fa il Torrini, peraltro neanche uno di quelli con cui ho più confidenza; non so che cosa devo dire, ma a parte qualche piccola incomprensione che viene fuori ogni tanto tra me e lui, per il resto mi sembra uno come gli altri. Vuoi dire che con il Renai non hai rapporti privati fuori dall’orario di lavoro, e che magari non lo conosci neppure oltre questi uffici, mi pare di capire. Esatto, dice il Torrini, niente di niente. Credo che tu non mi dica la verità, fa il capufficio: in ogni caso non ho elementi per smentirti, anche perché quello che accade fuori da queste mura non sono certo affari miei. E’ esatto anche questo, fa il Torrini, comunque se c’è bisogno di qualche spiegazione sui miei compiti sono pronto a darli, però sugli altri impiegati del palazzo non mi piace proprio parlarne troppo.
Va bene, dice l’altro alzandosi dalla scrivania, è chiaro il concetto, in ogni caso se ci fosse bisogno di cambiare in meglio le mansioni ad un impiegato del piano, o magari affidare un portafoglio clienti un po’ più corposo a qualcuno dei nostri, tu non indicheresti certo lui. Torrini sorride, annusa il trabocchetto, pensa che non ci sia niente di vero in tutte quelle parole, e che sia soltanto uno stratagemma per tirargli fuori degli elementi che probabilmente il capufficio già conosce, o che subodora, ed immagina oltretutto che qualcuno in quei corridoi, incapace di badare ai fatti propri, lo abbia subito avvertito del recente scambio di soldi che c’è stato.
Fondamentale è negare, negare sempre, lasciando che almeno un dubbio prosegua a girare nella testa di tutte le persone. Va bene Torrini, dice il suo capo, vedremo in seguito. Durante la giornata Torrini fa avere un biglietto a Corrado, e all’uscita dal lavoro loro due si incontrano sul retro di un caffè poco distante. Devi rendermi i quattrini che ti ho prestato, gli dice quello, la faccenda si è fatta troppo pericolosa. Il capo pensa che ci sia tra noi una compravendita di clienti o anche di polizze, così è capace di metterci alla porta tutt’e due. I patti sono chiari, risponde secco Corrado; ti renderò tutto nei tempi stabiliti. Torrini evita di alzare la voce, lascia correre, non ha strumenti per arrivare a pretendere quello che ha appena chiesto, quindi se ne va e basta. Quando escono comunque lo fanno uno per volta, a distanza di diversi minuti, soprattutto perché oramai ambedue non si sentono tranquilli affatto: chiunque intorno sembra che continui come ad osservarli di nascosto, e gli pare d’essere tenuti d’occhio da chissà quanti passanti anonimi, come se il capo nello spazio di un solo pomeriggio avesse assoldato delle spie per dare loro una spietata caccia. Forse non succederà un bel niente, pensa Corrado mentre se ne va verso casa sua; in ogni caso occorre adottare una gran cautela, e lasciare che le cose si sgonfino, come è normale in casi come questi: poco alla volta. 


Bruno Magnolfi

martedì 14 novembre 2017

Felice giornata.

            

Anna, le aveva detto Corrado la mattina stessa della cerimonia, parlando a voce bassa e continuando a sorridere a tutti: mi sembra di essere immerso dentro un film girato dentro una casa di produzioni cinematografiche; come se tutto quanto intorno a noi si mostrasse falso, irreale. Sono contento, certo, e poi ci sei tu che mi appari meravigliosa come sempre, ma è tutto così strano che in certi momenti non mi sento proprio sicuro di niente. Non preoccuparti troppo, aveva risposto lei: anche a me sembra tutto un po’ anomalo, però mi è sufficiente concentrarmi su due o tre cose importanti, quelle che contano davvero, ed il resto poi mi sembra vada avanti anche da solo; prova anche tu a fare il medesimo piccolo sforzo mentale.
Erano usciti dalla chiesetta di quel quartiere in mezzo ad una ventina di parenti ed anche qualche amico, e a Corrado tutta quella accelerazione che avevano preso all’improvviso le cose, una volta liberatosi il vecchio appartamento di famiglia dove loro due sarebbero subito andati ad abitare preparandosi alla impellente nascita del loro figlio, gli era parso persino eccessivo, come se dovesse mancare forzatamente in quel disegno già addirittura troppo completo e forse impermeabile a qualsiasi variazione, persino il tempo di riflettere su quanto stava accadendo.
Più tardi loro due si erano seduti per quel pranzo di nozze forse cercando in mezzo a quegli invitati che avevano di fronte qualcosa che desse in qualche modo il senso della normalità, ma Corrado, anche quando le cose si erano portate più avanti, aveva continuato a sentirsi un estraneo in mezzo a quel tavolo, provando ogni poco la voglia profonda e insinuante di fuggirsene via. Aveva bevuto, certo, aveva brindato, e aveva lasciato naturalmente che tutti continuassero a congratularsi con lui, ma fin da subito si era sentito sbagliato, senza neppure il coraggio di dirlo davvero, quasi perfino a se stesso.
Quando alla fine della giornata erano rimasti da soli, lui ed Anna, Corrado avrebbe voluto quasi chiudere gli occhi per sperare che tutto si rivelasse soltanto un sogno, un’invenzione della fantasia, qualcosa di cui dimenticarsi, prima o dopo. Ma c’era da guardare avanti, c’era da affrontare ogni passaggio, perché  soprattutto c’era quel figlio che stava maturando dentro al corpo di Anna, e non era possibile fare nient’altro se non spianare la strada alla sua nascita, e mettere tutte le cose in maniera che quella in formazione fosse davvero la sua famiglia.
Tutta una serie di passaggi obbligati, una catena di cose che avrebbero marcato, una per volta, la strada precisa verso qualcosa di diverso da ciò che erano state le giornate ordinarie fino a quel momento. Corrado ad un tratto si era chiuso nel bagno, si era guardato a lungo dentro lo specchio, forse si era posto delle domande, e alla fine probabilmente aveva preso coscienza di quanto stava davvero accadendo fuori e dentro di sé. Poi era uscito, aveva abbracciato Anna di getto, si era inebriato del profumo di quei suoi capelli, l’aveva stretta con grande dolcezza, e alla fine aveva detto soltanto: sono felice.


Bruno Magnolfi 

giovedì 9 novembre 2017

Ritratto d'amico.

            

Quando sta insieme a sua madre, tutto sommato Francesco si sente tranquillo. Sono usciti insieme di casa per fare qualche acquisto presso un centro commerciale poco lontano – a lui manca una giacca pesante -, ed Anna si sente piuttosto orgogliosa di andarsene in giro con quel suo ragazzone pieno di vita e anche di futuro. Ogni tanto vorrebbe quasi prenderlo per mano, come faceva quando lui era più piccolo, ma naturalmente si trattiene e sorride di sé, visto che è già molto se lui non le cammina due o tre passi più avanti, come fanno altri figli con i loro genitori, forse per non mostrarsi troppo solidali con la propria famiglia.
Lui si guarda attorno, la testa perennemente come in una nuvola grigia, ma non rifiuta mai quasi niente di ciò che gli viene proposto. È vago se Anna gli fa qualche domanda, non risponde mai in modo diretto, però non appare scontroso o ribelle. Forse avrebbe potuto essere diverso, pensa lei, magari più estroverso, maggiormente disposto verso gli altri; ma in fondo, se ci pensa con calma, a lei va bene proprio così. Entrano dentro un negozio, si guardano attorno, si fanno consigliare dei capi da una commessa carina, quindi cercano la giusta taglia ed il colore di alcuni indumenti già confezionati e pronti a provare.
Anna è contenta di vederlo specchiarsi, gli sembra il più bel ragazzo di tutti, e gli sorride, lo guarda in tutte le visuali che può mentre dice ad alta voce il proprio parere, apprezzandolo mentre indossa quella giacca che ha ormai scelto di prendere, e quasi si commuove per averlo davanti, lì insieme a sé, proprio un figlio meraviglioso, riflette. Ogni sacrificio, ogni momento difficile le appare immediatamente ricompensato da quel suo vederlo già uomo, persona completa di pregi e forse anche di qualche difetto, un po’ come tutti, però pacata, seria, forse soltanto un po’ troppo riservata. Ci vorrebbe magari una ragazza per tirarlo fuori dal bozzolo in cui si è rinchiuso, pensa mentre lo osserva, anche se subito ride di sé e dei suoi sciocchi pensieri. Poi pagano il capo acquistato ed infine escono da quel negozio.
Mi sono trovato un amico, dice Francesco guardando avanti a sé mentre camminano sul marciapiede. Non so se davvero sia un bene, in ogni caso mi piace parlare con lui, dirgli sempre tutte le cose che mi passano dentro la testa. Forse domani ci vediamo nel pomeriggio, passa a prendermi vicino casa con il suo motorino, credo mi porti in un locale per presentarmi alcune persone che lui spesso frequenta. E come si chiama, quest' amico, chiede sua mamma. Non posso dirtelo, spiega Francesco, poco per volta sono sicuro vorresti sapere di più, e questo non porterebbe a niente di buono. Presto però lo potrò disegnare, forse farò il suo ritratto, ci sto già pensando, ho già in mente tutte le linee caratteristiche del suo volto: il taglio degli occhi, la bocca, il collo, le sue espressioni maggiormente caratteristiche, sono sicuro che ne verrà un gran bel disegno, e magari ti farò dare un’occhiata a questo lavoro che ho in mente, probabilmente lo vedrai, quando sarà terminato.


Bruno Magnolfi

lunedì 6 novembre 2017

Costi quotidiani.

           

Sono Chiara, un’amica di Anna, dice Chiara al telefono; se è possibile vorrei soltanto parlare un momento con lei. Il titolare della carrozzeria risponde frettolosamente da un apparecchio a parete sistemato su un muro dell’officina, sorride a quelle parole che ascolta, poi dice soltanto: la chiamo subito; quindi appoggia la cornetta sopra un piccolo ripiano lì accanto, entra dentro l’ufficio dove sopra agli scaffali stanno i registri e gli archivi contabili, quindi spiega ad Anna che c'è una sua amica al telefono, e che le può passare subito la comunicazione al ricevitore sistemato sulla sua scrivania. Vorrei venire da te ad incontrarti alla fine del tuo orario di lavoro, dice Chiara, tanto stamani non è molto importante la mia presenza in negozio, così posso assentarmi, e magari quando sono lì da te puoi indicarmi quale sia tra gli operai questo Andrea che lavora là dentro e di cui parli tanto.
Va bene, fa Anna, tanto sai dove sono; ci vediamo alle dodici. Riattacca, poi riflette un momento, quindi riprende con il suo lavoro. Andrea a dire la verità non si è visto in tutta la mattina, e forse l’atteggiamento che aveva tenuto nei suoi confronti in quegli ultimi tempi è già tramontato, probabilmente ha altri pensieri che gli passano in testa, non ha più voglia di stare a guardare verso una sciocca impiegata un po’ sognatrice come sembra essere lei. Poi un cliente viene per ritirare la sua vettura, Anna ha già preparato il libretto di circolazione dell’auto e la fattura per il pagamento, ma qualcosa non torna, interviene così il titolare della carrozzeria, si discute di alcune cose, si tratta, alla fine viene trovato un accordo: va tutto bene, si sentenzia, e le cose procedono più o meno come sempre devono andare.
Verso la fine della mattina lei si alza dalla sua scrivania, indossa la sua giacca sopra le spalle e prende la borsa: devo passare di banca, dice rapidamente al titolare senza neanche guardarlo, lasciando che annuisca come fa sempre, poi lo saluta con maggiore cortesia, e quindi si avvia lungo la strada, la stessa che Chiara dovrà percorrere per venire da lei. Difatti dopo poco la incontra sul marciapiede: non hai voluto aspettare per farmi conoscere Andrea, le dice l’altra con un sorriso. Tanto non c'è, dice Anna, è fuori con un cliente, quindi non aveva senso che continuassi ad aspettarti ancora. Qualcosa mi sembra non quadri, dice Chiara, in ogni caso ti accompagno volentieri per un tratto, così mi parli di come vanno le cose.
Niente di nuovo, dice Anna, se non che in casa con Corrado non va molto bene: lui è spesso nervoso negli ultimi giorni, non so perché visto che non parla quasi mai, ed in compenso sembra continuamente perso tra i suoi problemi. Ho provato a fargli qualche domanda senza mai insistere e girando attorno alle cose, ma lui si trincera immediatamente dietro ai suoi soliti argomenti, e non dice niente. Anche con Francesco tiene un atteggiamento molto distaccato, e così il poco tempo che trascorre tra le mura domestiche non è incoraggiante. A volte vorrei proprio andarmene, dice Anna, e se non fosse per il mio bambino che ha bisogno di me, forse lo avrei anche fatto. Ma devo resistere, cercare sempre il lato positivo che c’è in tutte le cose, e tenere insieme le persone che siamo, ad ogni costo.


Bruno Magnolfi  

venerdì 3 novembre 2017

Coscienza indiretta.

          

La si può notare spesso mentre resta affacciata a quella solita finestra del suo appartamento che si apre proprio sopra la strada, la nostra vicina di casa del secondo piano, e lei in quelle volte sembra sempre osservare con un certo interesse chiunque per un motivo o per l’altro si trovi a passare da queste parti. Non mostra l’espressione di chi si preoccupa davvero di coloro che stanno transitando da qui, e forse non è neppure troppo curiosa delle cose che fanno o che accadono agli altri, in ogni caso spesso lei si fa vedere con le braccia conserte sopra al suo davanzale, a quella medesima finestra, ma con la testa forse perduta dietro chissà quali altri pensieri, ad osservare in modo generico ciò che succede lungo la strada. Certo, si sarà fatta senz’altro un’opinione completa di ognuno di noi, ma è anche probabile che non sia esattamente questo che la interessi davvero.
Sicuramente conosce abitudini e orari di tutte le persone che abitano in questo nostro palazzo, ma in fondo non c’è niente di male nel suo pensare qualcosa di tutti noi che abitiamo tra queste mura in comune. Anna per esempio la saluta sempre, quando torna da fuori, mentre Francesco e Corrado sembrano fingere di non vederla neanche, magari per motivi assolutamente diversi. Lei osserva senza insistenza, e forse pensa a quello che stanno facendo tutti gli altri lungo la via: persone che tornano da una passeggiata, oppure dal lavoro, o dalle normali faccende quotidiane, Probabilmente si immedesima in loro, riflette direttamente su quello che secondo lei stanno pensando, e magari riesce ad avvertire dentro di sé la stessa piccola emozione che può dare quel ritornarsene a casa di qualcuno, oppure la soddisfazione di aver fatto qualcosa di utile, da parte di un altro, oppure avere vissuto delle ore particolarmente importanti.
E’ una persona qualsiasi, indubbiamente, lei è un tipo di donna che generalmente non rimane neanche un attimo nella nostra memoria, perché è proprio una qualunque vicina di casa che puoi incontrare in ogni momento sul portone mentre stai uscendo, e magari in quel caso la saluti con un cenno del capo, ma lo fai solamente per ordinaria abitudine, perché devi pensarci almeno un momento per ricordare davvero chi sia. Invece quando sta là, incorniciata in quella finestra, sai perfettamente chi sia quella figura che adesso ti guarda, ed anche se possono darti fastidio i suoi modi di scrutare le tue abitudini e tutte quelle degli altri, è come se il suo sguardo si mostrasse in qualche maniera rassicurante, capace di ricordarti che quella è davvero casa tua, e che lei almeno virtualmente ne è la guardiana.  
Forse la nostra vicina riesce addirittura a vedere qualcosa che per noi non è più presente, e nel suo mondo di immagini è come se tutte le figurine che si muovono sotto quella finestra fossero comprese all’interno di una grande regia, di cui solo lei riconosce linee guida e dettami. Inutile sperare di sfuggire al suo occhio: il suo pensiero finale comprende probabilmente già ognuno dei nostri gesti di persone normali, e i nostri passi lenti o affrettati che siano, restano sicuramente all’interno di ogni sua considerazione preventiva. È soltanto una vicina di casa, questo è sicuro, ma nello stesso tempo è anche una parte della nostra coscienza.


Bruno Magnolfi

martedì 31 ottobre 2017

Uomo precoce.

            

A lui da piccolo certe volte gli bastava anche soltanto starsene seduto davanti al tavolo della cucina, oppure rimanere in piedi lì davanti, per poi girare lentamente attorno al piano orizzontale, giusto per arrivare là sopra con gli occhi e quando serviva con le mani, e disporre così su quella superficie gli oggetti che conosceva meglio o che aveva più facilmente a disposizione in casa, sistemandoli in buffe combinazioni di cui conosceva il senso solo lui, spesso forse in modo del tutto casuale, oppure secondo degli accostamenti che forse aveva visto già da qualche parte, inventandosi comunque in questo modo dei giochi e dei divertimenti tutti inediti, che duravano spesso anche a lungo, cambiando ogni tanto posizione a qualche pezzo e modificando in qualche modo il panorama, restando poi ad osservare tutto quanto da diverse angolazioni, fino a vederci là in mezzo chissà quali operazioni insolite, chissà quali prospettive. Francesco era fatto in questo modo quando aveva cinque anni, e sua mamma ogni tanto lo guardava e sorrideva, mentre suo padre in quei lunghi pomeriggi in casa non c’era quasi mai.
Ma guarda che cosa sei riuscito a mettere su oggi, gli diceva Anna con la sua voce molto pacata e anche rassicurante, chiedendogli con garbo che cosa rappresentasse quella tale messinscena; e Francesco qualche volta se ne usciva fuori con delle immagini che indubbiamente vedeva solo lui: una strada, diceva; oppure: il mare; o anche: tutti i parenti di una famiglia grande. Impossibile ribattere qualcosa, la sua fantasia probabilmente lo faceva arrivare in luoghi impossibili da raggiungere per gli altri. Tutto poi perdeva velocemente di consistenza, e in un attimo, una volta stufo delle disposizioni di quegli oggetti già adoprati, Francesco si interessava d’altro, lasciando tutto quanto al suo destino.
Sua mamma in quegli anni si sforzava di comprendere cosa mai volesse esprimere quel suo bambino, oppure se dietro quei suoi comportamenti ci potesse forse essere un piccolo disagio di chissà quale natura, ma lui appariva sempre tranquillo, si comportava ogni volta con normalità, e se forse qualche volta era leggermente taciturno anche con i suoi piccoli amici della scuola materna, tutto questo secondo Anna faceva soltanto parte del suo carattere, niente di più. Lei quando poteva lo portava sempre con sé fuori da casa, in luoghi pubblici: ai giardini, a passeggiare lungo le strade del quartiere, per negozi, al supermercato, e certe volte gli faceva compiere qualche piccola azione anche da solo: recarsi da un vicino, oppure in un negozio non troppo lontano dalla loro casa, e poi anche rispondere al telefono ed aprire la porta di casa quando qualcuno veniva  a suonare il campanello, proprio per dargli sempre dei compiti, impegnarlo, stimolare la sua personalità, per vedere quali fossero mai le sue reazioni, anche se lui si dimostrava sempre assolutamente all’altezza e capace di svolgere ogni cosa, senza mai manifestare alcun problema, mostrando intelligenza, attenzione e soprattutto grande sensibilità.
Poi smise di fare tutto, da un giorno all’altro, ed anche riuscendo a mostrare un comportamento in qualche modo simile a prima, si vedeva che qualcosa dentro di lui stava cambiando, ed anche un po’ troppo velocemente, quasi per farne precocemente proprio un uomo.


Bruno Magnolfi

sabato 28 ottobre 2017

Sentieri quotidiani.

            
Davanti ad una buona tazza di caffè, ad un tavolo appartato, dentro un piccolo locale dove a quest’ora regna la calma, certe volte la lingua sembra sciogliersi come per magia, ed anche tutto quello che sembrava quasi destinato a rimanere segreto, al contrario viene fuori così, spontaneamente, in una maniera del tutto naturale. Chiara, dice Anna alla fine dei suoi distinguo, guardandola con un sorriso leggermente impacciato, forse soltanto perché non è certo abituata a parlare di cose di quel genere. Però si fa coraggio, prende fiato, superando di slancio anche la propria timidezza: questo ragazzo, spiega inserendo qualche pausa; Andrea, come si chiama; mi saluta ogni giorno con un’espressione dolce e particolare, con il sorriso di chi è davvero contento di vedermi, senza insistenze, forse senza alcuno scopo, arrivando perfino ad attendere qualche volta il momento esatto in cui termino il mio orario di lavoro per incrociarmi casualmente sulla porta della carrozzeria, e potermi dire in questo modo sottovoce: ci vediamo domani, quasi dandomi un appuntamento, a me che in quella piccola azienda ci lavoro da tanti anni; come fosse un appuntamento soltanto per noi due.
Chiara sorseggia dalla sua tazza, e forse un moto di sottile invidia la coglie, perciò quando chiede ad Anna: ma tu pensi che tutto questo possa avere un seguito, probabilmente spera dentro se stessa che le cose si concludano in fretta, mostrando soltanto il volto di una ragazzata, di qualcosa senza importanza, e soprattutto che lascino Anna esattamente la medesima di come è sempre stata fino ad oggi. Dentro di lei sente il pungolo di qualcosa nella sua amica che forse potrebbe sfuggirle di mano, una realtà nuova che adesso la coglie impreparata, finendo per mettere in difficoltà persino lei stessa, anche se cerca di frenare quel moto, riflettendo che il suo atteggiamento non dovrebbe mai essere così egoistico.
Non lo so, fa lei; improvvisamente mi sento un’altra, piena di energia, serena, anche curiosa, e forse soltanto perché il sorriso di Andrea è qualcosa che mi fa stare bene, come se tutte le cose che mi trovo ad affrontare durante la giornata diventassero improvvisamente più leggere e anche più semplici. Ma è soltanto una simpatia, anche Andrea sa perfettamente che non ci potrebbe mai essere qualcosa più di questo. Allora non ha senso incoraggiarlo, dice Chiara. Non sto incoraggiando nessuno, ribatte Anna, però credo sarebbe molto peggio se la nostra reciproca simpatia dovesse restare nell’ombra senza alcuna manifestazione. Chiara sente perfettamente di essere una zavorra nelle parole di Anna, però in casi come questo è convinta che qualcuno ci deve essere a far tornare le persone con i piedi sulla terra.
Poi si alzano, le due amiche, ci sono tante altre cose da affrontare, e poi si è fatto tardi, non è proprio il caso di perdersi in sciocchezze per l’intero pomeriggio. Si salutano perciò, esattamente come hanno fatto sempre, ma Anna adesso si sente maggiormente sollevata per aver messo al corrente almeno lei. Si abbracciano velocemente sul marciapiede, sentendo forse di essere vicine a qualcosa di importante, ma poi ognuna se ne va dietro ai propri piccoli problemi, andando a ripercorrere con determinazione magari accentuata i sentieri di ogni giorno.


Bruno Magnolfi

lunedì 23 ottobre 2017

Vittoria prevista.

            

Ci sono circa venti centimetri tra il piatto e l’insalatiera, mentre il bicchiere sta a circa due dita dalla piccola cesta con il pane già affettato. Sopra la tovaglia dai colori tenui tutto sembra quasi perfetto, o perlomeno pare che un ordine dato da alcune consuetudini ormai consolidate fornisca di senso anche una cena qualsiasi come questa, dove nessuna delle tre persone che compongono la famiglia, sembra abbia neppure troppa voglia di parlare con gli altri, limitandosi ognuna a guardare soltanto il proprio piatto e poco altro. Tra i piccoli tintinnii delle  stoviglie ed il movimento calmo e garbato degli oggetti che stanno sopra la tavola, la scura bottiglia di vino, la bianca saliera, il vassoio lucido, la zuppiera corposa, si ravvedono quasi le mosse di una lenta partita agli scacchi, dove ogni pezzo assume magicamente un proprio significato, sicuramente anche dettato ogni volta dalla persona che lo muove di fatto o che comunque in quel momento lo sta adoperando.
La radio in sottofondo trasmette il notiziario, un leggero monotono parlare, quasi un brusio che nasconde dietro un mucchio di parole standard i piccoli e i grandi fatti del giorno degni di un qualche rilievo. Come sono andate le cose a scuola oggi, chiede a un certo punto Corrado a suo figlio, che lo guarda per un attimo, muove la forchetta, poi gli risponde: bene, provando forse un leggero moto di fastidio per quella pur debole ingerenza nei propri segreti e nei suoi soffici pensieri. Anna sorride guardandolo: in fondo non gli ha risposto niente pensa, ma forse era lui fin dall’inizio che voleva soltanto essere rassicurato di qualcosa, e non di avere una cognizione qualsiasi di come andassero davvero i suoi studi scolastici. Poi si versa l’acqua nel bicchiere, quasi una mossa del cavallo che vada ad insidiare leggermente il pane.
Volete ancora della verdura, dice la mamma meccanicamente sollevandosi dalla sua sedia, come ad incoraggiare, con il suo movimento già proteso verso la pignatta all’altro capo del tavolo, una risposta positiva. Corrado dice di no con la testa mentre porta alla bocca un sorso di vino dal suo bicchiere, ed anche Francesco fa un piccolo gesto di diniego, ed è così che si cede spazio ad un vassoio pieno di frutta che Anna, spostatasi presso il piano della cucina, porta subito in tavola tenendolo con le due mani, e sistemando con rapida mossa l’uva, i mandarini e le pere al posto di un grosso piatto di portata ai margini della tovaglia.
Le briciole di pane e le bucce della frutta lasciano comunque dietro di loro un senso di vissuto, quasi i segni di una nuova ma eterna piccola guerra portata a termine come di consueto sopra questo piccolo campo di battaglia. Un odore di vittoria leggero ed essenziale sembra quasi aleggiare nella stanza dei combattimenti, anche se nessuno potrebbe dire con precisione come siano andate realmente le cose, quali possono essere state le mosse e le contromosse dei contendenti. Ci saranno stati dei feriti e probabilmente anche delle perdite, questo è innegabile, ma in ogni caso il punto principale è stato come sempre quello di non mostrare da parte di tutti alcuna tendenza alla codardia, e quello soprattutto di andare avanti ciascuno sempre con la testa alta, portando la propria bandiera verso gli onori che fuori di dubbio si merita, esattamente come con normalità succede ogni giorno.


Bruno Magnolfi

giovedì 19 ottobre 2017

Favori amichevoli.

          

Fuori dal bar le cose sembrano scivolare tranquille. Lui si è seduto come sempre, si è fatto dare una birra, ha atteso con pazienza l’ora dell’appuntamento senza neppure guardarsi troppo attorno. Adesso non riesce neppure a rendersi conto come possa aver fatto ad infilarsi in una situazione del genere, ma è cosciente di passare attraverso momenti in cui si sente ancora una persona sicura di sé, fino a giungere ad altri in cui viene praticamente sfiorato dai brividi di una certa disperazione. Perciò si fa forza. Non gli sono mai piaciuti i debiti, anche se qualcuno dei suoi amici in qualche occasione se ne è fatto quasi un vanto; però adesso gettare via i suoi soldi messi da parte con grande sacrificio gli pare una cosa praticamente contro natura. Perciò quando arriva il Màghero a riscuotere la rata settimanale del suo debito di gioco, Corrado prova quasi un moto di ripulsa verso di lui.
Ehi, gli fa l’altro appena seduto: non voglio neppure contarli, lo sai che mi fido di te, gli dice prendendo la busta e parlando sottovoce pur con una certa spavalderia. Piuttosto dimmi quando ci possiamo rivedere, che con te è sempre difficile incontrarsi. Si, fa lui dopo una pausa, ma stavolta mi devi concedere qualche giorno di più, dice Corrado, altrimenti non riesco proprio a mettere insieme la somma. Lo sai che questi discorsi non mi piacciono per niente, fa l’altro, non vorrai che i soldi debba venire a chiederli a tua moglie, no? Cosa c’entra mia moglie, dice Corrado mentre si netta con una mano la fronte sudata; tutto questo è un discorso che deve sempre rimanere tra me e te, come d’accordo. Lo sai che non voglio farti del male, fa l’altro, però i patti sono precisi, i miei soldi devi restituirli con una certa cadenza, non voglio neppure tornarci più su questo argomento.
Hai ragione, dice Corrado, in qualche modo mi arrangerò, e ti darò tutto quello che devi avere, non c’è bisogno di farne una storia, soltanto se ci rivedessimo tra due settimane non rischieresti di prendere soltanto una parte della tua somma, tutto qua. L’altro si guarda per un attimo attorno, sorride come per trattare la faccenda con camuffata leggerezza, infine dice: senti, va bene, voglio fare uno strappo a tutte le regole, soltanto perché sei tu, non lo farei mai con nessun altro, però non mi costringere a diventare cattivo, perché ho tutti i sistemi per farti rimpiangere la fiducia che in questo momento ti sto accordando.
Certo, dice Corrado, non preoccuparti, devo soltanto sistemare qualcosa, nient’altro, in questo modo riuscirò a darti tutti i tuoi soldi e la faccenda sarà sistemata una volta per sempre. L’altro sorride, gli dà una piccola pacca sopra una spalla: vediamoci di lunedì, gli dice, e la prossima settimana così hai tutto il tempo di fare le tue cose. Benissimo, dice Corrado mentre l’altro va via, poi si guarda attorno con un improvviso senso di disperazione, infine paga velocemente la sua bevuta e se ne esce da lì. Qualcosa mi inventerò, pensa ormai sulla strada; in fondo ho ancora delle amicizie che posso vantare, non mi negheranno certo un favore.

Bruno Magnolfi 


venerdì 13 ottobre 2017

Cavalli imprevedibili.

           

Anna sono qua, ha detto la sua amica durante il pomeriggio della scorsa domenica, parlando nel citofono per invitarla a scendere come già d’accordo, restando poi ad aspettare davanti al suo portone condominiale proprio a quell’ora pattuita, piuttosto che salire in quell’appartamento dove quando c'è lui in giro riesce sempre a farle provare un sicuro senso di disagio. Dopo un attimo difatti Anna è scesa, così le due amiche si sono salutate con qualche parola scherzosa e poi si sono avviate verso il cinema per assistere al film che da giorni avevano scelto di vedere.
Suo figlio è rimasto in casa nella sua cameretta come sempre, probabilmente a leggere qualcuno dei suoi amati libri, e Corrado quasi sdraiato sopra al divano con la televisione sintonizzata su un canale sportivo. Forse è il peggiore giorno di ogni settimana quello festivo, quando la mancanza di orari più precisi e di impegni lavorativi e scolastici porta la famiglia allo strascinamento insulso delle ore.
Francesco ha preso uno dei suoi fogli e la matita, ed è partito con tratti leggeri a disegnare un volto, senza sapere chi dovesse essere. Bocca, profilo del naso, gli occhi; poi si è fermato. L’espressione che subito trapela da quel foglio sembra corrucciata, ombrosa, quasi triste. Non c’è la sua precisa volontà di dare a quel viso queste esatte connotazioni, eppure escono fuori in modo quasi automatico, come se fosse questa la realtà che lui si immagina quando disegna, oppure quella che semplicemente vede quotidianamente attorno a sé.
Neanche a lui piace la domenica, anche se avere molto tempo libero è qualcosa che quasi lo intriga, permettendogli di compiere giri di pensiero che normalmente non riesce proprio ad affrontare. Poi sente suo padre che lo chiama dall’altra stanza, così Francesco si alza dalla sedia, si affaccia alla porta, si ferma appena un attimo per comprendere bene quello che in fondo conosce già dentro di sé: la proposta è quella di uscire per un giro in macchina, annusare la giornata da qualche angolazione che Corrado conosce meglio, ed infine ritornare a casa nel tardo pomeriggio, quasi come due amici che se la siano spassata. 
Va bene, dice subito, due minuti e sono pronto. Non gli piace andare in giro con suo padre, ma non vuole neanche creare una rottura che farebbe soltanto peggiorare le cose nella sua famiglia. Si sacrifica, magari soltanto per renderlo contento, o solo per avvallare un’idea forse anche un po’ sbagliata che Corrado ha di suo figlio: uno senza amici, ombroso, perso dietro a riflessioni incomprensibili che gli scaturiscono probabilmente dalla lettura di libri strani e complicati che sua madre tollera in modo incomprensibile. Niente sport, nessuna passione, né amici né ragazze, lo sguardo sempre basso oppure perso chissà dove.
Corrado mette in moto la sua macchina, Francesco si sistema sul sedile senza dire niente. Magari potremo andarcene a vedere le corse dei cavalli, dice col tono di chi comunque ha già deciso. Francesco annuisce, in fondo gli piace l’idea: l’ippodromo è un luogo affascinante, pieno di gente particolare, ed i cavalli da corsa sono animali stupendi persino se ammirati da lontano. Così entrano ai cancelli e vanno a sedersi sulla tribuna coperta, e tutto sembra andare bene, anche se dopo un po’ suo padre saluta nervosamente qualcuno che conosce. Poi si alza, dice che torna fra un momento, e così si perde in mezzo a tutta quella gente in perenne movimento. Quando torna però sembra peraltro più tranquillo: suo figlio vorrebbe forse chiedergli qualcosa, ma si trattiene, probabilmente perché non hanno alcuna importanza le sue presunte considerazioni: la giornata in fondo scorre bene, le corse dei cavalli vanno avanti, la gente parla e sembra divertirsi, tutto è a posto insomma: non c’è da preoccuparsi proprio di niente.


Bruno Magnolfi 

lunedì 9 ottobre 2017

Natalità.

            

Prendi la mia mano, aveva detto Anna. E lui, inizialmente titubante, l’aveva infine stretta tra le sue pur con una certa delicatezza ed attenzione, pensando comunque di dover trasferire a lei qualcosa della sua forza, della sua determinazione, anche se subito era stato raggiunto tramite quelle dita tese come da una scarica elettrica, e si era immediatamente reso conto che in tutta la faccenda era proprio lui l’anello debole della catena, quello meno tenace, quello più lontano dall’idea fondamentale, tanto che si era ritrovato in un attimo quasi ancorato a quella stretta, provando davvero per la prima volta tutta l’importanza del momento. L’infermiera poi si era affacciata già due volte nella stanza per rendersi conto del tempo che ancora le occorreva a quella paziente frettolosa, ma Corrado intanto sudava, si sentiva teso, ed adesso le aveva detto senza mezzi termini che Anna non ce la faceva più a proseguire con quella respirazione come le era stato spiegato, e che si avvicinava velocemente quel momento, perché ci siamo, ci siamo, aveva quasi urlato, e così quasi per dargli retta in due del personale l’avevano trasferita poco dopo in sala parto con la sedia sulle ruote. Lei vuole assistere, gli avevano chiesto duro, senza perifrasi, e lui si era sentito quasi un vigliacco nel dover dare una risposta negativa, per questo aveva detto di sì, quasi senza una riflessione seria, ma pensando solo a se stesso e a poco d’altro.
Una volta dentro invece aveva colto velocemente tutta l’importanza di quella scelta, e subito aveva cercato lo sguardo della sua Anna accanto a lui, anche se lei già non riusciva più a sentire e a guardare niente intorno a sé. Urlava invece, strozzando i suoi gemiti per le doglie, respirando a grandi boccate soltanto affannose, coi pugni stretti intorno a ciò che per lunga esperienza le avevano dato da stringere, una volta sistemata sopra al lettino. Continuava a guardarla Corrado, non sapendo e potendo fare altro, sentendosi però coinvolto, vicino a qualcosa che non avrebbe mai dimenticato, mentre lei continuava a spingere proprio come le dicevano di fare, quando tutto poi avveniva in un attimo incredibile, e non importava già più niente di quelle piccole preoccupazioni che c’erano state fino a un’ora prima, e la corsa con la macchina, il parcheggio poco consono, le sue scarpe che avevano pestato qualcosa che proprio non doveva esserci, quasi un portafortuna però.
Adesso era lì quel fagotto rosa, quella piccola vita che scalciava già, e che chiedeva attenzione, protezione, cure, tutto ciò che ci voleva per portarsi avanti da ora in poi, giorno dopo giorno. Corrado si sentiva provato, stremato, stanchissimo, e gli pareva impossibile che potesse accadere una cosa così grande in così poco tempo, senza una vera preparazione emotiva, senza essere riuscito a immaginarsi davvero quel giorno soltanto il giorno prima, ed adesso non sapeva più che cosa dire, né cosa pensare, dove rivolgersi, a chi, immedesimandosi in un nulla di fronte a quella donna che in quel momento diventava meravigliosamente mamma.  
Anna, aveva detto poi Corrado riprendendole la mano, e la commozione con naturalezza aveva fatto il resto, che non aveva bisogno di parole, di espressioni, di gesti, solo di sguardi lacrimosi e sinceri, e di nient’altro.


Bruno Magnolfi

sabato 7 ottobre 2017

Amico sconosciuto.

            

Ehi, gli fa uno che lui neppure conosce toccandogli leggermente una spalla mentre sta seduto a bere qualcosa nella solita bettola di ogni sera. Lo so chi sei, ti avrei riconosciuto tra mille, fa quello, però guardami bene e forse anche tu puoi ricordarti di me. Lui si volta, guarda l’altro in faccia con attenzione, poi dice che gli pare qualcosa, ma non saprebbe proprio dire dove e perché. Diciamo che sono passati circa dieci anni, fa l’altro mentre si siede al bancone nel posto libero accanto. Eri magari uno della commissione che venne in agenzia per l’inchiesta interna, fa lui. Bravo, fa l’altro, sono Massimo, ci vedemmo di sfuggita diverse volte a quell’epoca, poi però ho cambiato mestiere, non me la sentivo più di fare la carogna con gli altri per uno stipendio da fame. Io sono Corrado, fa lui, ma a quell’epoca stavi con Righetti quindi. Certo, dice l’altro, ma secondo me non era una brava persona, riusciva sempre a pensare soltanto ai suoi affari. Ma tu lavori ancora da quelle parti, immagino. Si, certo, fa lui, però Righetti in quel periodo mi piaceva, era uno di quelli che ci sapevano fare.
Si, è vero, pure io non avevo niente da dire su di lui, fa l’altro, solo che certe volte le cose prendono una piega diversa da quella che si vorrebbe; poi però personalmente ho avuto la fortuna di trovare una ragazza che mi ha fatto girare la testa, e siccome la sua famiglia era piena di soldi ho potuto uscire tranquillamente da quell’ambiente, ed adesso semplicemente dirigo la società di esportazioni di mio suocero. Complimenti, dice lui. Ma insomma dobbiamo festeggiare, fa l’altro, non capita tutti i giorni di incontrare delle vecchie conoscenze. Il cameriere con un’occhiata serve subito due birre appoggiandole sul banco davanti a loro. Questo giro lo offro io, fa quello, però avrei bisogno soltanto di un piccolo piacere; vedi non so come sia accaduto, ma poco fa ho perduto il portafogli, e così sono rimasto soltanto con qualche spicciolo che avevo nelle tasche, ed adesso per tornarmene a casa avrei bisogno di mettere del carburante nel serbatoio della mia macchina. Mi basterebbe mi facessi un piccolo prestito, che naturalmente ti restituirò già domani o un altro giorno se ripassi da qui.
Va bene, fa Corrado leggermente perplesso, posso darti un cinquantino, perché di più non ne ho. Benissimo, fa l’altro mentre beve un lungo sorso di birra, mi sono più che sufficienti. Però adesso devo lasciarti, perché davvero vado di fretta, comunque domani a quest’ora io passo da qui, e se ti fai trovare ci facciamo insieme un’altra bevuta. D’accordo, dice Corrado mentre tira fuori la sua banconota. Così si stringono la mano velocemente con un gran sorrisone da parte soprattutto dell’altro, e poi quello se ne va, quasi di corsa, a mostrare che davvero aveva una gran fretta di andarsene da qualche altra parte.
Lui si sistema di nuovo sul suo panchetto, guarda il cameriere davanti a sé, poi gli chiede: ma ha pagato qualcosa? No, fa quello. Ma lo avevi forse già visto qua dentro? No Corrado, era la prima volta che lo vedevo, ma per quanto sono riuscito in questi anni a conoscere a prima vista la gente, quello non ci torna di certo da queste parti.


Bruno Magnolfi

giovedì 5 ottobre 2017

Piano di scavi.

        

Ci sono delle sere in cui l’aria si mostra pesante. Anna ha preparato la cena, Corrado le ha dato una mano per apparecchiare la tavola, Francesco se ne sta lì in un angolo, il suo compito in genere è quello di affettare del pane e mettere sulla tovaglia le bottiglie d’acqua e del vino, attività cui in perfetto silenzio ha già adempiuto. Non ci sono molte cose da dire, la radio a basso volume riempie come può quel senso di vuoto che aleggia. Stamani ho incontrato l’amministratore di condominio, dice poi Anna come tra sé. Corrado la guarda, si porta un pezzetto di pane alla bocca, poi dopo un attimo dice soltanto: immagino stia studiando come farci spendere altri soldi. No, fa lei, mi ha detto solo che qualcuno dei nostri vicini sta pensando di far tinteggiare la facciata di questo palazzo. Allora non è preoccupante, fa lui; prima di mettere tutti d’accordo ci vorranno come minimo altri dieci anni.
Poi si siedono, Anna serve nei piatti, Francesco dice basta appena vede che la porzione a suo parere è già più che sufficiente. Mangia qualcosa in più, dice sua mamma senza convinzione; lo vedi come sei magro. Lui si schernisce, Corrado lo guarda un momento, ma non aggiunge nient’altro. Oggi ho litigato di nuovo con Torrini, dice tanto per parlare di qualcosa. Sosteneva che il capo avesse detto una cosa che io ero sicuro non avesse mai neppure pensato.  Così siamo andati fino al suo ufficio, e lui ha detto a Torrini che probabilmente aveva proprio capito male, e che non c’era altro da aggiungere, anche se gli faceva piacere naturalmente sentirsi così lusingato, e quindi alla fine pur sbagliando lui è riuscito a fare una bella figura.
Non preoccuparti, dice Anna: il tuo capoufficio sa quanto vali; non saranno certo sufficienti delle sciocchezze del genere per metterti in una cattiva luce. Forse, fa lui, però dover passare ogni giorno tra quei corridoi stando attento continuamente a ciò che viene detto, o anche  meglio, a quello che spesso viene semplicemente accennato, tenendo sempre le antenne bene in funzione, è del tutto snervante. Certo, fa lei, lo capisco; ma in fondo è il tuo lavoro, e tu non devi far altro che vedere il lato positivo delle cose, senza continuare a creare presupposti per delle scaramucce insignificanti con i tuoi colleghi. Va bene, fa lui, tanto con te non riesco mai ad ottenere una qualsiasi gratificazione.
Il figlio lì ascolta con interesse, mentre con la forchetta smuove lentamente i pezzi di cibo dentro al suo piatto, senza decidersi mai a mangiarli davvero. Il suo sguardo accarezza le espressioni che immagina, elabora in figurazioni mentali quasi complete i personaggi che entrano ed escono in quelle piccole storie. Non parteggia mai per nessuno in quelle che reputa ostilità di poco conto, ma immagina con grande chiarezza i pensieri che ognuno di loro riesce ad avere mentre stanno esternando con forza i propri convincimenti. Questa sembra a lui la forza maggiore: immettere dentro uno dei suoi tanti disegni che sta mentalmente elaborando, pur privo di orpelli e contorni,  tutti quei significati che una semplice espressione riesce a sottendere. È ancora un ragazzo, certamente ne è consapevole, ma il punto di vista che adopera è già quello di un disegnatore con esperienza, uno che non ha certo paura di scavare, persino dentro se stesso.


Bruno Magnolfi

lunedì 2 ottobre 2017

Osservatorio.

            

Non ha poi molta importanza per Francesco che i suoi compagni di classe si mettano a fare tanto gli spiritosi, e che continuino magari a dirsi a voce alta momento dopo momento tutto quello che passa loro per la testa; al punto che poi ridendo spesso si ritrovano a darsi dei grandi spintoni proprio durante quei pochi minuti caotici al termine di tutte le lezioni, quando ogni studente ha solo voglia di uscire dalla scuola e di sentirsi finalmente libero. In quell’enorme corridoio che porta all’uscita dall’edificio, quando i ragazzi quasi corrono con i loro zaini già indossati, anche in quei momenti lui resta normalmente indietro e sulle sue, solo e da una parte, come fa quasi sempre durante tutta la mattinata scolastica, tanto che persino se qualcuno gli pone una domanda anche generica ecco che lui la maggior parte delle volte risponde soltanto a monosillabi, senza incoraggiare mai in chiunque alcuna conversazione.
Non è che lui si trovi troppo male con gli altri compagni, anche se gli danno un certo fastidio i tipi troppo esuberanti, soltanto si sente almeno in parte uno spirito solitario, un semplice osservatore della realtà ecco, un tipo a cui piacerebbe certe volte poter diventare addirittura trasparente pur di proseguire a stare con tutti, ma limitandosi a guardare e a prendere nota dei comportamenti di chi riesce ad osservare. In classe sua lo sanno, anche gli insegnanti hanno imparato bene a conoscere quel suo carattere, e generalmente lo lasciano in pace quasi tutti, anche se quando è l’ora dell’uscita può capitare che lui rimanga indietro a guardare gli altri andarsene rapidamente. Forse a lui interessa meno quella specie di evasione quotidiana, oppure non sente di avere come gli altri studenti tutta questa fretta di tornarsene a casa sua.
Francesco disegna quando è da solo, e da qualche parte ha avuto modo di leggere come secondo alcuni la forma è sempre superiore al colore, e che sopra la carta con una semplice matita si può fermare l’espressione più spontanea, quella che generalmente sta sopra la maschera. Così lui tratteggia delle facce, quei semplici visi che più spesso si ritrova attorno, le loro espressioni, i profili di chi conosce maggiormente, cercando di sviluppare il massimo della rappresentazione con il minimo dei segni utilizzati. Prende appunti certe volte, pochi rapidi fregi in chiaroscuro, ma poi sviluppa le sue idee soltanto quando infine è a casa, nel chiuso della sua cameretta, dove il silenzio e la tranquillità gli permettono di essere davvero a proprio agio.
Il momento esatto in cui si ferma e mette via tutti i lavori dentro una grossa scatola tenuta ben nascosta, è quando sta per rientrare in casa anche suo padre: con sua madre naturalmente è un po’ diverso, comunque non vorrebbe mai farsi trovare da nessuno dei due mentre sta lavorando ad un ritratto, perché il suo è come un segreto da tenere celato dentro di sé, considerando oltretutto che non riuscirebbe mai in nessun caso a tenere in mano neppure la matita in loro presenza. È un blocco quello che prova, una sensazione di ostilità profonda che è sicuro verrebbe fuori immediatamente da parte loro, se solo fosse scoperto a svolgere un’attività di questo genere. Così sua madre non soltanto non lo disturba mai, ma lo avverte, quando sa che il suo piccolo segreto sta per essere messo in pericolo da suo padre. Velocemente Francesco mette via tutto, ed è contento di farlo, di custodire in questo modo qualcosa che è soltanto suo, che gli appartiene: un osservatorio privilegiato quasi inespugnabile.


Bruno Magnolfi