martedì 30 giugno 2015

Senza memoria.



C'è come una presenza inspiegabile nel vecchio magazzino degli attrezzi in fondo al giardino di casa sua. A lui piace andare là in questa stagione, quando nel primo pomeriggio oltre la recinzione non si vede proprio nessuno in giro, ed il sole batte forte sopra al tetto di lamiera, tanto che dentro nel gran caldo si sente soltanto l’aria asciutta e immobile, ed una mosca o due che ronzano nell'aria, e poi più niente. Sta lì fermo per un po', come in attesa, nel silenzio, si guarda attorno lentamente per abituare gli occhi alla penombra, e poi, dopo lunghi minuti, finalmente eccolo, il primo piccolo rumore provenire da un angolo zeppo di roba e cianfrusaglie. E’ uno scricchiolio, un movimento di carte e piccoli oggetti, ed arriva sempre insieme come ad un frusciare di stoffa, forse di vestiti.
Potrebbe essere un topo, pensa, o un grosso insetto, ma a lui piace immaginare qualcosa di diverso, anche perché quei rumori dopo un po’ si fanno radi e insoliti, quasi il blando eco di minuti e ordinari movimenti come di una persona probabilmente abitudinaria. O almeno lui qualche volta crede questo, comunque sia, senza neppure cercare di smontare troppo questi suoi pensieri. Ascolta, ed è come vedesse davanti a sé la sagoma di qualcuno che sta lì, nella penombra, in piedi, e forse muove lentamente una gamba, poi appoggia sull'arto tutto il peso del suo corpo, infine tocca qualcosa con la mano, mentre lascia l’altra infilata in una tasca.
Passa un amico da casa, per combinazione, e lui lo porta con sé nel suo capanno, rispondendo probabilmente ad una forte voglia di spiegare, o forse di confidarsi con qualcuno. Stanno immobili, ambedue, ed i rumori non si fanno neppure troppo attendere, dopo che le prime gocce di sudore imperlano le loro fronti. L'amico dice che secondo lui dovrebbe mettere una trappola, c'è sicuramente un piccolo animale da qualche parte, ma lui sorride, nervoso, dice che no, non è così, anche se l'altro insiste. Ascolta, ascolta bene, fa ancora lui. Un fantasma abita qui dentro.
L'amico ride, e lui si arrabbia; porgi le orecchie attente, dice ancora, e intanto gli abbassa la testa mettendogli una mano sopra al collo. L'altro si china, ma è infastidito, vorrebbe quasi andarsene, poi cerca di scansare quella mano con una mossa svelta, poco arguta, ma lui comprende il tentativo e lo pigia ancora di più, a mostrargli netta la propria volontà e ciò in cui crede. L'amico a quel punto scivola, o forse perde l'equilibrio, allunga una mano svelto, ma non ce la fa a riprendersi, e allora sbatte su un attrezzo, e alla fine cade lungo disteso con un grosso taglio nella testa. Sangue, lui non riesce a sopportare quello che all’improvviso sta proprio capitando, quella situazione così inattesa, ed i rumori che adesso sono anche maggiormente intensi di qualsiasi altra volta, mentre tutto trema e sta come sfuggendo a qualsiasi comprensione, così come il suo amico che sembra assurdo mentre si lamenta e contemporaneamente impreca contro di lui, contro quelle sue stupide manie.
Lo colpisce duro con la prima cosa che si ritrova tra le mani: come si fa a non capire tutto questo, dice forte, come si può essere cosi miopi. L'amico giace a terra, tramortito, i rumori intorno sono fortissimi, a lui pare quasi sia già scesa la sera, sia già buio fuori da quel suo magazzino abbandonato, ma si riprende, si guarda attorno, non ha paura, allunga il braccio, aiuta il suo amico a rialzarsi, a rimettersi in piedi: via, gli dice, usciamo subito da qui; va tutto bene, andiamo in casa a medicarci, tutto è già finito, tra poco non ci ricorderemo neanche più di questi fatti, domani forse sarà un giorno qualsiasi, non avremo neppure un debole ricordo di tutto questo, niente, assolutamente, perché domani tutto probabilmente sarà già stato cancellato dalla nostra mente.


Bruno Magnolfi

lunedì 22 giugno 2015

Senso di colpa.

           
            Perché mai devo stare chiuso qua dentro, rimanere dietro ai vetri di questa finestra ed accontentarmi solamente di osservare una realtà in fondo piccola, quasi insignificante? Sono già diversi giorni che lui si pone questa domanda, ed anche se si sente ancora debole per via della convalescenza a seguito di una lunga malattia, e nonostante il medico gli abbia prescritto di non uscire da casa e di non fare alcuno sforzo, guarda l’aria aperta lungo la strada di fronte al suo appartamento provando la sensazione di essere come dentro una gabbia. Si muove sulla sua sedia, a volte legge qualche pagina di uno dei suoi libri, ma poi torna lì, a quella finestra, ad osservare semplicemente la gente che passa, il transito ordinario di uomini e donne lungo la via.
            Suona il telefono, e qualcuno timidamente, presentandosi solamente con il nome di battesimo, dice che lo conosce già da un po’ di tempo, che lo vede praticamente ogni giorno dietro a quei vetri, e che prova quasi pena per lui, costretto come si trova in quella situazione. Lui si scuote, dice che quelle parole sono quasi offensive: che è stato gravemente ammalato, e che per questo e nient’altro si trova in quella situazione che normalmente non avrebbe mai accettato; ma l’altro conserva un tono di appiccicosa comprensione, come se gli argomenti con cui sta replicando non avessero quasi importanza.
Lui si innervosisce, alza leggermente la voce, chiede sgarbatamente che cosa desideri dimostrare con quei discorsi senza alcun significato, e quale sia il motivo finale di una telefonata del genere; ma l’altro dice soltanto che è un senso di solidarietà ad averlo spinto fino a quel gesto, e che se è d’accordo potrebbe addirittura passare a fargli una visita, magari perfino quel medesimo pomeriggio. Lui resta perplesso, non si aspettava di certo una cosa del genere, anzi, gli torna proprio strano che possano esserci delle persone preoccupate in questo modo degli altri, ma dice subito, pur ringraziandolo, che non ne sente affatto la necessità, e che in fondo a lui non serve niente. L’altro non si scoraggia, dice che in ogni caso passerà più tardi, giusto per assicurarsi di persona che le cose stiano effettivamente in quella maniera, e lui non riesce ad opporre alcuna resistenza, anche se forse vorrebbe togliersi volentieri dai piedi quello strano scocciatore.
            Riagganciano insieme, e lui prova il moto immediato di uscire da casa, di non farsi trovare, a dimostrazione di come stia già più che bene, e che non ha affatto bisogno di niente e di nessuno. Ma poi, soprappensiero, torna ad avvicinarsi alla sua finestra, anche se adesso prova come una specie di ostilità per i vetri, come se da quella trasparenza giungesse a lui soltanto la curiosità malata e forse tossica della gente che continua a transitare da quelle parti.
            Si siede, spossato, attende, infine qualcuno suona effettivamente il campanello di casa. Gli tremano le mani mentre apre la porta, ma un uomo all’incirca della sua stessa età, che lui non conosce, gli dice gentilmente: buongiorno, eccomi qua. Così lo fa accomodare, si siedono, e restano in silenzio per qualche minuto. Infine quell’uomo dice che adesso deve proprio andarsene, e all’improvviso lui resta solo, di nuovo, accanto a quella finestra. Avrebbe potuto dire chissà quante cose, pensa, intavolare innumerevoli scambi di idee e parlare di mille e più argomenti; ma non l’ha fatto. Forse, riflette, in un caso del genere è giusto provare almeno un piccolo senso di colpa. 

            Bruno Magnolfi


lunedì 15 giugno 2015

Fiducia latente.

            
            Già al primo gradino della scalinata di pietra che conduce proprio alla piazzetta di sotto, dove si fermano gli autobus, mi sono subito reso conto che qualcosa non stava andando come avrebbe dovuto, racconta Eros dal suo letto d’ospedale. Ero arrivato fin lì forse con una fretta eccessiva, ma l’ho fatto soltanto per evitare di perdere la solita corsa del mezzo pubblico su cui salgo ogni giorno, per non giungere tardi al lavoro insomma, e con altrettanta leggerezza, pensando contemporaneamente a mille altre cose, all’improvviso ho avvertito come il peso del mio corpo che si stava praticamente sbilanciando, ed  a quel punto ero già forse troppo proteso in avanti, tanto che quando ho allungato il mio piede destro per cercare di riequilibrarmi, in quell'esatto momento ho subito immaginato che stavo ormai per cadere sopra ai gradini. La mia scarpa difatti è inciampata in qualcosa, in una sciocchezza qualsiasi, in un niente, proprio nello stesso attimo in cui anche la fiducia nella mia capacità di riequilibrio perdeva del tutto consistenza; e poi naturalmente da lì a rovinare a faccia in giù è stato giusto un secondo.
            Non ha importanza il resto, dice ancora Eros; ora sono qui, e tutti fino adesso sono stati cortesi con me, soccorrendomi e medicandomi come meglio di cosi non potevano fare; ma è in questo momento che sento di aver perso per sempre la convinzione che riponevo in me, nel mio saper muovermi, camminare, correre, andare dappertutto senza problemi, lungo tutte le strade della città, come ho sempre fatto fino ad adesso. Mi sento demoralizzato, questo è il punto, e non ha assolutamente nessuna importanza guarire più o meno in fretta dalla frattura scomposta a questa stupida caviglia.
            Il compagno di stanza lo ascolta, alza le folte sopracciglia, segue per bene il suo ragionamento, ma non dice a sua volta quali siano le  preoccupazioni che lo assillano, quali i suoi malesseri, o i pensieri ai quali si rivolge, come forse lui in un'occasione del genere si sarebbe aspettato. Perché quasi quasi Eros avrebbe voglia di svago, di ascoltare altre cose, liberarsi in parte la mente da quel suo opprimente pensiero. Al contrario, l'altro dice soltanto che in fondo tutto in certi casi assume un suo senso, e che una battuta di arresto ogni tanto forse ci vuole, è quasi benefica, anche per far rientrare nel proprio alveo naturale la troppa spavalderia, quel sentirsi persino troppo sicuri di sé. Eros lo interrompe, sostiene subito che non ha mai provato prima una sensazione del genere, e che in fondo non è neppure mai stato troppo sicuro di sé e delle sue capacità, anche se adesso effettivamente tutto gli pare sfuggirgli di mano, quasi fosse all’improvviso addirittura un’altra persona.
L'altro lo guarda, probabilmente comprende i suoi sentimenti, ma ugualmente sembra non dare troppa importanza a quelle inquietudini eccessive, come se tutto dovesse sistemarsi comunque, indipendentemente da ogni congettura. Non c'è da preoccuparsi, gli dice; l'aspetto che nasce da una piccola vicenda del genere è quello per cui siamo tutti estremamente vulnerabili, inutile pensarla diversamente. Eros ascolta, e infine lo guarda più attentamente: se ci riflette un po' meglio gli pare quasi di avere già conosciuto in passato una persona come adesso gli appare quel casuale vicino di letto. Ma resta in silenzio, pensa qualcosa, ed alla fine dice soltanto: si, è proprio così; senza avere neppure altro da dire.

Bruno Magnolfi


giovedì 28 maggio 2015

Musicalmente.

            
            Certe volte Corrado si accorge di dimenticare qualcosa, ma quasi sempre pare convincersi facilmente che la memoria in fondo non sia un elemento del tutto essenziale. Perciò alza le spalle e spesso ci scherza sopra, senza mai preoccuparsene troppo. Un amico gli dice: Corrado, dovremmo trovare un po’ di tempo per noi, per divertirci, andarcene ad assistere a qualche concerto, o anche ad un cinema, non so. Lui annuisce, alla fine si sente di essere soltanto un abitudinario, uno che non ha mai bisogno di fare cose insolite per sentirsi davvero al proprio posto, però tra i suoi desideri qualcosa sembra sempre restare incompiuto.
            Il suo amico certe volte lo porta fuori, a passeggiare, ed è in quei momenti, con calma, che gli pone delle domande dirette, tanto per sincerarsi di come stia veramente, e se almeno il suo umore sia positivo. Corrado in genere si schernisce, ma qualche volta quasi casualmente inizia a parlare di sé, delle sue piccole quotidiane preoccupazioni, del suo mondo generalmente composto da elementi minuti, da pensieri sparsi, da gesti e comportamenti a cui normalmente non riesce a rinunciare. L’altro sorride: mi sembri in forma, gli dice, non capisco cosa ci sia da preoccuparsi.
            Anche Corrado sorride, ha sempre bisogno di tempo per parlare davvero di sé, delle sue cose che contano, ma alla fine, dopo averci pensato, dice soltanto: sto perdendo la memoria, giorno dopo giorno. Agli inizi non sembrava qualcosa di particolarmente preoccupante, ma adesso che molte cose non ci sono più nella mia testa, e che non ricordo forse anche qualche parte essenziale della mia storia, è come se un lato di me fosse evaporato, ed io praticamente ormai rivestissi soltanto una persona diversa da ciò che sono stato fino a questo momento. Magari è soltanto una sensazione, ma il fatto che tutto si stia come aggravando, mi fa sentire proprio così.
            L’altro annuisce, comprende abbastanza bene quello che gli sta succedendo, ultimamente gli è già accaduto più di volta, parlandogli di qualcosa che magari hanno fatto assieme nel passato, accorgersi di come Corrado non ricordasse quasi niente, e lui avesse la sensazione di confrontarsi con una persona diversa dal suo amico di sempre. Non importa, gli dice senza far pesare troppo le sue parole: quello che conta davvero sono le scelte che si fanno, il desiderio di essere in un modo piuttosto che nell’altro, e la capacità di porsi di fronte a tutto quanto, come una persona veramente in grado di essere e di decidere.
Ecco, dice Corrado: fare; vorrei che emergesse sempre di più, piuttosto che prepararsi a fare. Non importa niente adesso accumulare le cose, credo; importa usarle, inventarsi di nuovo tutto strada facendo. L'altro raccoglie subito le sue parole: bisogna assolutamente andare ad ascoltare della musica, dice; sentire il tempo che scorre interpretato da un arabesco di suoni, perdersi in qualche meandro organizzato di armoniche melodie, e dimenticare così tutto il resto. Forse hai ragione, dice lui, cosa importa in fondo vivere soltanto in mezzo a dei ricordi, per delle nostalgie che sono soltanto delle scuse per riempire i momenti difficili. Meglio spingersi avanti, trovare cose nuove da pensare, nuovi elementi su cui riflettere, e grazie ai quali immaginare ancora un futuro. Certo, dobbiamo andare ad ascoltare della musica, dice ancora Corrado; ma non per ricordarci di qualcosa, ma per sapere che c'è ancora  molto da immaginare di fronte a noi.


Bruno Magnolfi

lunedì 25 maggio 2015

Madre truccata.

            

Anche se fosse vera, è evidente che per lui sarebbe la medesima cosa. Un piccolo pezzo di plastica bianca ed opaca, opportunamente curvo e con la punta arrotondata, che lui sostiene essere stata un'unghia di sua madre, prima di morire; ed anche se nessuno ha mai potuto credere ad una cosa del genere, ugualmente non viene mai messo in dubbio che sia effettivamente così, almeno quando a lui gli va di parlarne. In ogni caso, pur se non si comprendesse il significato di trattenere in un cofanetto una reliquia del genere, a maggior ragione portarsene dietro una scopertamente falsa sembra quasi un segnale di malattia mentale, o qualcosa del genere.
Per il resto lui parla poco, se ne sta sempre in disparte,  ma a qualsiasi cosa gli venga chiesta risponde sempre correttamente, a voce bassa, e con cortesia. Nel locale che frequenta di pomeriggio, nessuno si è mai permesso di prenderlo in giro, anche se tutti sanno cosa tiene dentro alla tasca. Il signor Edgar arriva per la prima volta in un giorno qualsiasi, si siede, si fa portare una birra. Quando attacca discorso con lui che tra tutti gli è il più vicino, qualcuno vede il suo interlocutore frugare dentro alla tasca della propria giacca, quasi per un gesto scaramantico, forse, o per cercare là dentro una maggiore forza con cui affrontare gli argomenti dello straniero.
Infine, dopo alcune birre già tracannate, escono assieme probabilmente per una passeggiata, il signor Edgar e lui, e quando il giorno seguente si ritrovano lì alla medesima ora, in fondo nessuno prova alcuna meraviglia. Pare a tutti che stia nascendo una grande amicizia, anche considerato il fatto che il signor Edgar parla piuttosto male la lingua italiana, e forse la comprende anche peggio, ed in questa fase in molti si chiedono se il suo amico gli abbia già fatto vedere l'unghia finta, o se ancora si sia trattenuto dal farlo per un riserbo che in certi casi analoghi ha già manifestato ampiamente.
Le cose vanno avanti così per un breve periodo: loro due si ritrovano a fine pomeriggio, si fanno qualche birra parlando ad un tavolino, e poi si salutano, prendendo ognuno per la sua strada. Ma stasera non è andata come sempre, il signor Edgar è da solo, e sembra stralunato, quasi alla ricerca del suo strano amico. Lui non si fa neanche vedere, e quando ormai è ora di cena, e tutti si avviano verso la propria abitazione, eccolo infine che arriva, gli occhi bassi, il fare dimesso, le mani sprofondate dentro le tasche.
Ho perso l’unghia, dice al barista dopo essersi accostato al bancone, e sembra quasi sul punto di piangere. Dietro di lui, il signor Edgar lo guarda alzandosi dal tavolino, poi lentamente, come per non disturbarlo, apre la porta e scivolando se ne va via, quasi conoscesse già perfettamente quella storia che sta raccontando. Visto di spalle gli sembra forse un uomo finito, privo anche di qualsiasi volontà per andare avanti. Il barista gli versa una birra, lui la beve quasi d’un fiato, poi, quando sembra sentirsi un po’ meglio, chiede facendosi forza del signor Edgar. E’ appena andato via, gli dice in fretta  qualcuno, come spingendolo ad andargli dietro; vigliacco, fa lui, non vuole neppure starmi vicino, e magari aiutarmi nella mia ricerca disperata del cofanetto.
Tutto così sembra precipitare, ma quando lui poco dopo fa per andarsene da quel locale, ecco che sulla porta ritorna e lo ferma il signor Edgar; lo guarda, gli dice qualcosa, quindi gli stringe la mano, annuisce qualcosa, e infine vanno via insieme. Si dice che qualcosa dovrà per forza succedere, e che forse l’unghia non verrà neppure più ritrovata; ma nessuno sa dire, tra tutte le persone che lo conoscono, se lui da ora in avanti potrà essere soltanto un uomo completamente perduto, oppure se al contrario diverrà più che evidente in lui un suo progressivo e costante miglioramento.


Bruno Magnolfi

mercoledì 20 maggio 2015

Perdente nato.

           

Chi lo conosce lo reputa un uomo in gamba, sensibile, intelligente. Lui difficilmente parla di sé, generalmente lascia sempre agli altri la maniera di formarsi un'opinione. Eppure la sua nascosta debolezza, quasi invisibile perfino quando pare sfuggirgli al controllo, resta proprio l’intimo bisogno del sostegno di tutti, quel sentirsi incoraggiato nell'apprezzamento delle proprie espressioni, dei suoi modi, del suo intuito. Soffre, quando viene trattato come uno qualsiasi, come un uomo-massa qualunque, una persona media senza distinzioni, quale appunto egli è.
Lei lo ha osservato a lungo, quasi ogni mattina, con curiosità, in quello stesso vagone su cui quasi sempre salgono ambedue alla stazione della metropolitana, e alla fine gli è andata vicino, lo ha sfiorato di proposito, lasciando che lui le chiedesse qualcosa di insignificante, l'orario, per esempio, oppure se la sua era la fermata successiva, adesso neppure ricorda cosa, ma lei è sicura di avergli soltanto sorriso, senza neppure guardarlo, sottintendendo già in questo modo mille altre cose. Evidentemente lui ha dovuto iniziare timidamente a salutarla ogni mattina sopra quel vagone, fino a quando lei ha iniziato ad anticipare leggermente il suo orario per andare in ufficio, in maniera da incontrarlo come minimo più raramente.
Lui probabilmente si è così sentito messo da parte, e quindi stamani si è piazzato sul marciapiede della stazione della metropolitana mezz'ora prima del solito, con lo spudorato intento di cercare almeno di incontrarla. Lei è arrivata, con naturalezza, gli si è accostata quasi con spontaneità, e lo ha però salutato senza usare neppure troppa enfasi. Lui le ha subito accennato qualcosa sulla bella giornata, sulle variazioni d'orario dei mezzi pubblici, ed anche sui colori deliziosi del vestito che lei oggi indossa così bene, e lei si è schernita, gli ha sorriso, ha detto semplicemente che le dispiace di qualcosa, adesso non saprebbe neppure dire cosa, ma comunque ha messo in avanti il fatto che in questo periodo sta affrontando dei concreti problemi in ufficio.
Lui le ha chiesto se era possibile vedersi per un semplice caffè magari dopo il lavoro, e lei dopo una pausa gli ha detto: certo; anche se probabilmente non vorrebbe spingersi troppo in avanti con lui. Così gli ha spiegato che quel pomeriggio comunque non sarebbe stato possibile, e che era meglio rimandare ad un giorno non precisato della settimana successiva o quella dopo. Lui si è quasi sentito scansato, ma non ha detto niente, anche se avrebbe avuto voglia  immediatamente di spiegarsi, di chiedere, di scambiare con lei mille altre cose che sull’immediato gli venivano in mente.
Quando poi lei è scesa, lui l'ha salutata accompagnandosi con un leggero sorriso; lei lo ha guardato negli occhi, gli ha sfiorato una mano, e con il suo atteggiamento è parso come se lo abbracciasse, quasi quello fosse un addio. Lui adesso è tutto il giorno che riflette su tutto quanto, forse avrebbe soltanto voglia di voltare pagina, cambiare orario quel tanto che basta per non rincontrarla più con facilità, ma gli pare impossibile non cercare di sciogliere quegli interrogativi che si sono formati intorno a loro due. In fondo non c'è niente di male nel tentare di riempire quel quotidiano piccolo vuoto del viaggio, pensa adesso; lei è una donna interessante, riflette, forse un po' troppo sicura di sé per il suo carattere; e in ogni caso lui prova una spinta naturale a conoscerla meglio, a sapere almeno qualcosa di più della sua storia, anche se è cosciente che non le porrà mai delle domande dirette.
Si potrebbe aprire tra noi un futuro possibile, pensa ancora, anche se tutto probabilmente dipenderà dal mio comportamento, dalla mia capacità di mostrarmi come minimo interessante, e anche capace, forse ricco di idee. Probabilmente però non sarò mai in grado di stare all’altezza della situazione, riflette alla fine: tanto vale ignorarla; sin da domani mattina.


Bruno Magnolfi

domenica 17 maggio 2015

Essere umani.

            
            Piero sta portando fuori il cane, come ogni sera, dopo le dieci. C’è un grande giardino comunale dietro casa sua, giusto duecento metri di marciapiede e poi è arrivato. A fianco parcheggiano le auto, a lisca di pesce, lui costeggia quelle macchine, entra nell’erba, quindi scioglie il guinzaglio, e va a sedersi tranquillo sopra una delle panchine. In genere è da solo, osserva il suo cane, pensa ai fatti propri, si trattiene lì soltanto una mezz’oretta. Poi richiama l’animale, torna ad agganciare il guinzaglio, e infine se ne va, per tornarsene a casa, senza alcuna fretta.
I ragazzi imboccano la striscia del parcheggio lasciando stridere le gomme sopra l'asfalto, il motore sembra mugghiare per l'alto numero dei giri, loro probabilmente ridono delle furbate che riescono a fare quando sono in compagnia. Il cane di Piero si prende una frazione di secondo in cui fiuta il pericolo di quei fari che piombano improvvisamente su di lui, tenta forse  uno scarto, ma ormai non c'è più tempo, la parte destra del paraurti lo striscia su un fianco, lo scaraventa subito a terra, senza dargli alcuna possibilità di difesa. Piero tiene ancora il guinzaglio, guarda il suo cane che mugola, e in un attimo si rivolge verso i ragazzi che all’improvviso sono fermi e forse si rendono conto di quello che hanno fatto. Allora li affronta, il sangue caldo circola in fretta, tutto è immediato, gli manca quasi l’aria mentre apre lo sportello di quello che guida.
Il primo pugno lo sferra in pieno viso, senza attendere niente, poi, quando l’amico scende per difendere l’altro, lui è cosciente di avere ormai lasciato il guinzaglio, di difendere qualcosa estremamente più importante di qualsiasi altra cosa, e non gli importa se ci saranno conseguenze per quello che sta facendo. Stende a pugni e a pedate il secondo, e in seguito anche il terzo, è una furia scatenata la sua, e forse, se avesse solo il tempo per riflettere, non riuscirebbe neppure a ricordare in tutta la sua vita quando si sia sentito un’altra volta così, forse perché non c’è mai stata una volta paragonabile, ma questo non ha alcuna importanza, perché tutta la sua esistenza si è come concentrata in questo momento, adesso, senza alcuna alternativa.
Piero piange di rabbia, alla fine, prova l’importanza di quel momento, sente le mani doloranti, vorrebbe ancora spaccare i fari di quella macchina stupida assurdamente rimasti accesi, aspira quel silenzio fermo dell’aria, guarda i suoi nemici che si divincolano a terra nei loro dolori, vorrebbe distruggerli ancora, schiacciarli, eliminarli completamente, ma il suo cervello in pochi secondi ricomincia a funzionare quasi regolarmente. I ragazzi si rialzano, uno vomita, gli altri due si sorreggono a vicenda. Non sanno neppure se risalire in macchina o cercare di parlare con quell’energumeno che forse ha dato loro la lezione che in fondo si sono meritati, ma proprio in quel momento guardano il guinzaglio che è rimasto lì a terra.
Piero segue d’istinto quel loro sguardo, si volta , ha ancora le mani contratte, forse vorrebbe ancora scatenare sopra di loro una parte di quella violenza provata dentro al suo spirito, ma adesso c’è qualcosa che lo richiama alla realtà, c’è qualcosa che gli chiede un gesto diverso. Il cane è a terra, lo guarda, Piero lo prende, sembra quasi non abbia delle ferite, forse zoppica un po’, ma sembra qualcosa di poco conto. E’ un film sbagliato, dicono tutti, bisogna cambiare, pensare molto a cose del genere, e infine tornare ad essere umani.

Bruno Magnolfi