Certe volte
la mamma mi guardava di nascosto mentre inventavo da solo qualche gioco per
passare il tempo. Poi diceva agli altri che in quei casi sembrava non avessi
bisogno quasi di niente e di nessuno, e che mi era sufficiente immaginare una
situazione per immedesimarmi in quel contesto e riuscire ad inventare un mio personalissimo
percorso mentale. Forse era stata la lunga esperienza da ammalato a farmi
sviluppare delle capacità del genere, pensavo io, e in ogni caso la solitudine
in quei contesti era per me una maniera per sentirmi libero di costruire dal
niente dei giochi e dei passatempi la cui spiegazione ad altri sarebbe probabilmente
stata del tutto impossibile. In seguito, però, uscivo sulla strada dove ci
ritrovavamo con gli altri ragazzetti della mia stessa età, e allora ci
mettevamo seduti su un gradino a parlare delle nostre differenti impressioni su
quanto ci poteva accadere ogni giorno, ed io ascoltavo gli altri, difficilmente
portando avanti il mio punto di vista, più spesso cercando di apprezzare le
diverse sensazioni che i miei piccoli amici illustravano a tutti con grande
facilità di spiegazione, al contrario di me, e sempre con parole molto adatte.
Mi pareva,
in quei casi, di possedere quasi uno speciale punto di osservazione e di
ascolto, come se la mia astrazione dagli argomenti trattati, qualsiasi fossero,
mi permettesse di analizzare le cose in una maniera forse a tutti più
difficile, come non fossi lì con loro, seduto sul gradino, ma fluttuassi in
aria attorno con il mio corpo invisibile, capace di apprezzare però ogni
aspetto di quella realtà, senza alcuna necessità di esserci immerso. Alcune
volte qualcuno mi chiedeva se per caso mi fossi incantato nell’osservazione del
niente di fronte a me, ed io all’improvviso cercavo di uscire da quel riserbo, di
mostrarmi interessato come tutti a quegli argomenti, anche se mi sentivo incapace
di esporre e di spiegare il mio personale punto di vista, mescolando facilmente
il mio atteggiamento con quella timidezza che da sempre mi caratterizzava. Immagino
che la mia non fosse considerata una presenza molto significativa all’interno
del gruppo di amici che si ritrovavano in quel pezzo di strada sterrata e priva
di traffico, in ogni caso a me piaceva molto stare lì fermo ad ascoltare ciò
che dicevano tutti, anche senza esporre mai il mio punto di vista.
In certe
giornate era capitato anche che Sandro, o Carlo, oppure qualcun altro, mi
avessero portato a casa loro per non lasciarmi da solo nella strada, magari per
prendere un giornalino o un oggetto da farmi vedere, oppure per qualche altra
motivazione poco importante e che adesso non ricordo, ed io in quei casi mi
fossi piazzato in un angolo in silenzio a misurare con la mia maniera di fare i
componenti presenti di quella famiglia ed anche i loro comportamenti reciproci.
Mi piacevano quelle cucine ingombre di oggetti, dove sorelle e fratelli più
grandi parlavano a voce alta con i loro genitori mentre magari si occupavano
della preparazione della cena o di altre cose di quel genere. Apprezzavo quella
condivisione dello spazio, il fatto di sentirsi tutti parte di uno stesso
insieme, ed anche se mi schernivo nel caso mi venisse offerto qualcosa da
consumare per merenda, in genere un pezzo di pane con l’olio, col burro, o con
la marmellata, alla fine accettavo quanto mi era dato pur di proseguire ancora
quella breve visita dentro a stanze piene di persone così interessanti.
<<Siediti
Marco>>, diceva qualcuno della famiglia, ed io obbedivo anche in virtù
del fatto che credevo di non dovere in alcun caso oppormi al loro invito.
<<Come ti vanno le cose?>>, mi veniva chiesto; oppure: <<come
ti senti ora che non devi più frequentare tutti quei dottori?>>, ed io
allora sorridevo, abbassavo lo sguardo come se tutto quel tempo trascorso negli
ospedali fosse una cosa ormai passata e non avesse più alcuna importanza.
<<Bene>>, rispondevo alla fine sottovoce, e forse mi veniva da
commuovermi per l’importanza che veniva data all’improvviso alla mia vicenda.
Non aggiungevo niente, anche se mi dispiaceva profondamente non poter offrire a
quelle belle persone qualcosa di me. <<E a scuola adesso come
va?>>, insistevano a chiedermi probabilmente anche soltanto per sentire
la mia voce. Così tornavo a sorridere, poi spiegavo in due parole che avevo
recuperato, che a scuola andavo volentieri, che non mi erano rimasti grossi
problemi, e allora veniva fuori la storia di mia sorella che mi aiutava e mi
instradava nei compiti scolastici. Annuivo, anche se non ero troppo d’accordo
su quel punto, e poi mi alzavo dalla sedia, era arrivato il momento di tornare
ad uscire sulla strada, e allora salutavo tutti ed infilavo l’uscio assieme al
mio amico.
Che belle
quelle famiglie piene di vitalità, dove pareva che tutti convivessero con un
proprio ruolo, e bastava un semplice gesto tra di loro per scambiare delle
opinioni anche complesse. Ero contento di quelle apparizioni, di quei piccoli
momenti in cui potevo studiare dei comportamenti, qualche espressione, i modi
di essere; quando poi rientravo a casa mia avrei voluto dire a mia mamma che
cosa avevo visto e sentito, ma poi andavo di nuovo nel mio angolo, e così
restavo in silenzio.
Bruno
Magnolfi
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