venerdì 13 gennaio 2017

Silenzio naturale.

            

Vorrei abbassare la voce io per primo, dice Luigi; e naturalmente mi piacerebbe lo facessero anche gli altri. Parlare soltanto per sussurri, riferirsi essenzialmente a chi ci è più vicino, e scegliere con calma ogni parola da pronunciare, in modo da sprecarne il numero minimo possibile. C'è troppo rumore in giro, tutti dobbiamo impegnarci ad abbassare i toni, e rendere maggiore dignità a quei suoni che purtroppo restano appena sullo sfondo, quasi incapaci per propria natura di farsi ascoltare ed apprezzare dalla maggior parte delle persone. Non ci trovo il minimo senso in tutto questo, dice il suo collega e amico di sempre. Le cose si livellano da sé, senza interventi esterni. Il vento tra gli alberi puoi apprezzarlo soltanto se ti trovi da solo in mezzo a un bosco. Tra la gente comune certe cose divengono impossibili.
Ci sono delle volte, dice ancora Luigi, che il nostro parlare si fa inutile, del tutto insopportabile e anche dannoso; si sprecano opinioni su qualunque argomento, e spesso risultano dettate da un modo di pensare così superficiale da non avere quasi significato alcuno. Ma forse solo qua dentro tutto questo che sto cercando di farti comprendere ha davvero un senso, proprio sopra questo palco, dove ogni espressione deve essere pensata, elaborata, forgiata, come se il proseguo di qualsiasi piccolo o grande dramma che portiamo avanti, fosse affidato esclusivamente a certe inequivocabili parole chiave, ed a piccole frasi piene zeppe di significati, o certe volte persino a piccoli gesti, che riescono a rivestire anche da soli molto di più che qualsiasi grande discorso.
Tu Luigi vorresti forse portare il teatro nella vita quotidiana, dice l’amico, ma questo è già stato tentato molte volte, dando sempre risultati deludenti. Niente affatto, dice Luigi con un piccolo scatto; vorrei che si parlasse poco, si pensasse molto di più a che cosa dirsi, e si rendesse giustizia una buona volta ad ogni minima parola, usandola ognuna come pietra preziosa incastonata in un discorso. E’ il silenzio quello che vorrei, rotto soltanto in certi casi da qualcosa di importante, usato come base fondamentale di ogni giornata, ed in mezzo a questo silenzio lasciar sconfinare la riflessione attenta su tutto ciò da cui siamo circondati.
Qualcuno tossisce leggermente in terza o quarta fila, altri paiono annoiati da questo dialogo in fondo poco fruttuoso, ma ad un tratto una luce soffusa viene accesa in platea, meravigliando oltre al pubblico anche gli stessi attori. Una donna, in completo silenzio, dal fondo della sala si avvicina al palco, si ferma ai gradini che stanno ai lati ed osserva con tutta calma il palcoscenico. Luigi con un gesto eloquente la invita a salire, ma lei sembra restia, come non ci fosse niente che le interessasse veramente là sopra al boccascena. Allora è l'altro a scendere i gradini, avvicinarsi a lei, prenderla per mano, ed accompagnarla con gesto aggraziato fin sulle tavole del palco.
I tre si osservano, fingono una certa meraviglia pur continuando a non parlarsi, e infine sorridono, come non ci fosse niente di particolare nei loro atteggiamenti. Lei tira fuori un piccolo libro, quasi un opuscolo, e lo mostra a tutti, come se là dentro fosse raccolto tutto ciò che ci sarebbe di importante da dire in quel momento; così Luigi lo prende, ne apre una pagina praticamente a caso, e con stupore sembra comprendere subito l’importanza di ciò che vi sta scritto. Ovviamente, dice riferendosi alla donna e anche all’amico; poi chiude il libro e lo consegna nelle mani di quest’ultimo, affinché anche lui ne scruti qualche pagina. Ovviamente, dice subito anche l’amico, quasi con lo stesso timbro della voce. Quindi tutti e tre sorridendo si prendono per mano, ed il sipario si chiude lentamente.


Bruno Magnolfi

giovedì 12 gennaio 2017

Epiche lotte.

          
            Va bene, diceva timidamente certe volte la ragazza al microfono. Gli altri praticamente erano quasi assenti, sdraiati come stavano nelle loro scomode sedie, ad ascoltare giusto qualche parola di ciò che si cercava con grande fatica di stabilire. Però quelle semplici frasi poteva sembrare all’improvviso come tuonassero nella grande sala dove si bivaccava, e tutti allora si mostravano pronti, presenti, disposti a seguire meglio quell’intervento, e a darne subito un seguito, come pareva davvero meritasse.
            Poi però tutti tornavano velocemente a perdersi di nuovo, in modo scomposto, disimpegnato, lasciando ogni cosa proprio com’era sempre stata, ed ogni buona idea, pur lanciata con grande entusiasmo, in questo modo si andava a mescolare alle altre, senza brillare cioè, come ingolfata dentro una melassa composta soltanto da superficialità ed indifferenza. Lei era lei, certo, e sapeva sicuramente come scaldare il cuore di ognuno, ma c’erano delle volte in cui le sue parole non parevano affatto sufficienti.
            Così si usciva dall’istituto, poco per volta, e l’occupazione permanente diventava appannaggio di pochi, non perché questi meritassero di dominare la scena, quanto per la grande  disaffezione degli altri. Evidente che diventavano più importanti, anche se poco per volta, i propri personalismi, piuttosto che le grandi opinioni comuni e le battaglie da affrontare insieme con tutti, ma sembrava impossibile fare altrimenti.
            Dopo, magari proprio il giorno seguente, tornava la ragazza, si riprendeva il microfono, guardava tutti negli occhi, e diceva senza mezze parole che adesso le sembrava doveroso accettare qualcosa, pur di portare avanti l’idea principale di fondo. Alcuni fischiavano, altri si alzavano, in molti erano disposti anche a liquidarla una volta per tutte. Ma dopo un attimo tutto era blando come prima, nessun entusiasmo, ognuno riprendeva i propri fili da tessere, e tutto era perso di nuovo.
            Alla fine la ragazza non si fece più neanche vedere: qualcuno disse che non stava bene, altri che aveva perso il carisma, o che erano gli argomenti ad esserle venuti a mancare. Di fatto aveva ripiegato, e in diversi erano persino disposti a comprenderla, ma in poco tempo l’occupazione era davvero fallita, e qualcuno adesso dava tutta la colpa ai suoi modi, a quel suo essersi arresa proprio quando forse sarebbe stato il momento di insistere. Dimenticarla in fretta era imperativo, e se proprio veniva da parlarne, era soltanto in termini negativi, sia da parte di chi non l’aveva apprezzata, sia da parte di coloro che l’avevano sempre sostenuta, e magari aveva pure condiviso molte delle sue opinioni.
            Tutto riprese poi com’era sempre stato, e voltando la pagina si decise che forse i tempi non erano affatto maturi per ciò che in quel lungo periodo aveva infiammato la lotta. Così si tornò a disinteressarsi di ogni questione, fino a quando la ragazza decise un giorno di esserci ancora, mostrando tutto il suo pensiero in un lungo articolo pubblicato da un diffuso giornale. Si diceva che nessuno aveva tratto benefici da quel lungo periodo, e proprio per questo tutti adesso potevano trovare una ragione per tirare ancora in avanti le cose, senza alcuna autocritica, senza rimpianti, e magari senza riflettere troppo su quel passato purtroppo assente sia di vincitori che di vinti.


            Bruno Magnolfi

domenica 8 gennaio 2017

Amico di sempre.

          

Carlo sta fermo, in piedi, in mezzo agli altri. Alcuni ridono, ma nessuno sembra notare che lui lentamente ha tirato fuori dalla tasca una pistola. È una pistola piccola, forse un giocattolo, in ogni caso è sicuramente scarica, e lui non sembra proprio voglia fare del male a qualcuno tra i presenti. Uno dei ragazzi gli chiede sorridendo che cosa intenda dimostrare, ma Carlo lo guarda senza il minimo interesse, e si limita a scuotere leggermente la testa sorridendo, come a mostrare che non c’è niente di serio, solo uno scherzo. Poi torna ad infilare la pistola nella tasca, ed alla fine a muoversi da lì, per raggiungere con calma il bancone del chiosco per le bibite, poco più avanti. Si fa servire una birra semplice, ne beve un sorso, poi si volta ad osservare il gruppo di musicisti che sta suonando su di un palco improvvisato sopra al prato.
Non suonano male, pensa Carlo, o forse sono io che non so giudicare per niente questa musica. In ogni caso mi piace una serata come questa, forse basterebbe non avere i dubbi che mi ronzano per la testa quasi sempre, persino in questo esatto momento. Poi, senza parlare con nessuno, finisce la sua birra e se ne va, giusto per allontanarsi un attimo dagli altri e pensare a qualcosa con più calma. Difficile prendere delle decisioni, difficile capire cosa sia meglio fare in un momento complicato come questo. Qualcuno lo chiama alle sue spalle, Carlo si volta e subito sfoggia una risata, forse solo per mostrare che le cose vanno bene, davvero, e che lui non sta andandosene via, ma gli basta assaporare per qualche attimo quel poco di silenzio che sicuramente c’è dietro quelle case, in questo quartiere senza stile. L’altro invece lo accompagna, senza neppure dire niente, come condividendo il suo stesso bisogno, piuttosto che cercare di stare semplicemente insieme a lui. Bella la serata, gli dice sottovoce senza attendere risposta, anche se non sembra poi molto convinto. Qualcuno passa poco lontano, l’altro si ferma, dice qualcosa a voce alta, infine torna indietro, e lascia solo Carlo, senza dare alcuna spiegazione, perché è evidente come non ce ne sia alcun bisogno.
La serata presenta una piacevole temperatura, ma forse a Carlo piacerebbe quasi sentire un po’ di freddo, rannicchiarsi magari dentro un portone, tenendosi le ginocchia tra le braccia, come qualche volta ha fatto; ma non tira neppure una folata di quel vento che ha soffiato per tutto il pomeriggio, ed adesso ogni cosa sembra ferma, tanto che anche la musica, ora piuttosto lontana, giunge fin lì come un brusio calmo, indistinguibile, seppure ancora presente. Devo tornare indietro, pensa Carlo, parlare con qualcuno, mescolarmi agli altri, fingere che tutto vada bene, che non ci siano assolutamente dei problemi da risolvere. Invece si siede su un gradino, si guarda le mani con quel minimo di luce, poi pensa che nessuno starà mai dalla sua parte, e scoppia a ridere, quasi come faceva tanto tempo addietro, quando era molto più giovane, e stava del tutto fuori da quei giochi che invece lo hanno risucchiato in quegli ultimi tempi.
Poi si alza, deciso a ritornare verso quella festa all’aperto, magari farsi vedere allegro, come sempre, lontano dalle preoccupazioni che invece lo attanagliano. Gli altri adesso ballano nella piccola piazza, si divertono con poco, lasciandosi andare alle sciocchezze spensierate che a lui in questo momento forse piacerebbero, ma che gli sembrano del tutto irraggiungibili. Torna a tirare fuori la pistola, nessuno lo nota, nessuno immagina che cosa abbia in mente in quegli attimi del tutto disperati. E Carlo spara in aria, verso il cielo, come se fossero dei petardi quei suoi colpi, dei mortaretti per rendere completa quella festa, per dare anche il suo apporto al divertimento di tutti quanti. Molti ridono, lo guardano, tanto che quando lo vedono cadere, si immaginano che sia solo uno scherzo, un’altra trovata per far ridere gli amici, per rendere più allegra una serata, alla fine, senza poi grandi pretese; una serata proprio come quella.


Bruno Magnolfi 

mercoledì 4 gennaio 2017

Conoscenze superficiali.

           

Ne sono certa, dice lei alla sua amica mentre stanno passeggiando lungo il corso della loro cittadina. La giornata tutto sommato appare bella e sufficientemente luminosa, e le persone in giro sembrano quasi tutte allegre e sorridenti. E poi, fa ancora lei, se anche non li ho visti proprio teneramente insieme, con questi miei occhi, so che mi posso assolutamente fidare di chi si è preso la briga di descrivere con accuratezza tutti i dettagli della loro scena pseudoamorosa. L'amica si limita ad annuire; è evidente come non sia rimasta troppo convinta dalle parole che ha ascoltato, in ogni caso registra attentamente le certezze che le vengono passate, e poi sorride, quasi per superare le parole che le ha detto lei, e riappropriarsi subito, con personale ironia, delle proprie convinzioni. In fondo, fa ancora lei dopo una pausa, non ci sarebbe neppure niente di male, se non fosse che tutto quanto sembra venga costantemente consumato nella più grande e sciocca segretezza. L’amica la guarda per un attimo: è evidente che il suo parere rimane comunque diverso, in ogni caso di quanto ascoltato non c’è niente di troppo importante per cui non essere d’accordo.
Le due proseguono a camminare senza fretta, e lungo il percorso qualcuno le saluta, così loro ricambiano ogni volta con un largo sorriso, giusto per scambiare dei gesti di convivialità con tutti coloro che le conoscono, ed anche in modo che nessuno di questi pensasse a loro come a due mezze scorbutiche, cercando insomma l’equilibrio massimo con quanti le circondano. Uno poi si ferma, e costringe in questo modo anche loro due a fare una breve sosta per un saluto meno frettoloso. Ci sono novità, chiede quello, come per stuzzicare la loro voglia di parlare. L’amica si limita a dire con una certa timidezza che tutto procede come al solito, ma lei invece nomina subito la coppia di cui ha parlato fino adesso, senza aggiungere niente oltre i loro nomi, giusto per comprendere quanto sappia lui della faccenda. Quello sorride in modo molto evidente, come a mostrare che sa tutto, e che forse non è neppure il caso di parlarne troppo, ad evitare di essere presi per dei tremendi chiacchieroni. Ma lei lo incalza, e lui dice qualcosa ma senza essere troppo esplicativo.
Infine si salutano, e le due donne tornano a camminare esattamente come prima, senza fretta, come per una convinta passeggiata. Visto, fa l’amica, non è proprio del tutto come poteva apparire, forse non c’è una vera e propria storia in atto, solo una simpatia, uno scambiarsi qualche effusione senza troppo impegno. Conosco le persone, fa subito lei: può darsi che per il momento le cose non si siano spinte troppo avanti, ma è soltanto una questione di qualche tempo, e tutto alla fine diverrà esattamente come pensiamo tutti. L’amica annuisce, ovviamente ancora in disaccordo, ma senza darne alcuna prova.
A me piacerebbe si mettessero insieme seriamente, dice alla fine per provocazione: mi pare una bella coppia, può darsi che alla lunga riescano persino a fare una famiglia. Sei pazza, dice lei: hanno due caratteri assolutamente contrastanti, non riuscirebbero mai a sopportarsi a lungo. Dobbiamo anzi fare in modo che se ne rendano conto il più presto possibile, in maniera da evitare loro delle sicure sofferenze. L’amica scoppia a ridere: e come intenderesti fare, le chiede, spedendo ad ognuno dei due una lettera anonima per informarlo dei rischi a cui si sottopone? Può essere un’idea, fa lei, in ogni caso forse è sufficiente che tutti coloro che li conoscono cerchino di scoraggiare questa relazione, magari forzando un po’ i piccoli difetti che ognuno di loro due mostra più evidenti. Hai proprio ragione, fa l’amica; e tutto questo alla fine, oltre che utile, può essere persino divertente.  


Bruno Magnolfi

lunedì 26 dicembre 2016

Cena indispensabile.

            

Lei appare triste, specialmente in giornate come questa; lui invece no, ma forse soltanto perché riesce a fingere meglio. Le dice: dai, usciamo, si fa un giro a vedere chi c'è lungo la strada, e magari ci fermiamo a prendere un caffè. Così escono e trascorrono il pomeriggio in questo modo. Quando tornano indietro la casa è sempre la medesima, ed un certo grigiore, intorno alle lampade dell’ingresso che si accendono al loro rientro, sembra creato apposta per rendere tutto quasi insopportabile.
Qualche volta vorrei andarmene, fa lei quasi sottovoce; poi si mette a sistemare qualcosa di poco impegnativo, senza posare gli occhi su niente di particolare. Lui invece la guarda, sorride forzatamente, poi dice che non è il caso di esagerare se anche questo non sembra il periodo migliore della loro vita. Accende la radio, forse per riempire un vuoto colmo di silenzio, e infine si siede sulla sua poltrona, nell’attesa che lei lo raggiunga e gli dica ancora qualcosa intorno alle parole pronunciate poco prima.
Invece non avviene niente: lui prosegue a starsene seduto, lei gira per la cucina sistemando delle cose che probabilmente potrebbero preludere alla cena. Così lui si alza e la raggiunge, proprio nello stesso momento in cui lei esce dalla stanza per andare in bagno. Lui si accorge che sul tavolo non è stato predisposto niente, così apre il frigorifero e controlla cosa sia possibile mettere ai fornelli. Ma non fa niente, non ha nessuna idea particolare, e dopo qualche minuto torna di là, sedendosi nella stessa poltrona dove stava prima.
Apre una rivista, la sfoglia, ascolta una musichetta che gli ricorda piacevolmente qualche cosa, e intanto attende che lei si ripresenti, che lo abbracci da dietro, come fa sempre. Invece, quando lei torna, va diretta in camera da letto, e quando poi apre la porta mostra che si è cambiata d’abito, e indossando sopra tutto la sua giacca pesante, dice semplicemente: esco; ci vediamo più tardi. Lui si alza, la raggiunge lentamente nell’ingresso, e mentre sta per chiederle qualcosa su quella sua uscita improvvisa, lei apre la porta e sparisce in fretta, senza guardare indietro.
Lui torna a sedersi: qualcosa gli è sfuggito nella comprensione di quel comportamento, così ripensa alle parole che si sono scambiati loro due nelle ultime ore, ma gli pare che niente ci sia di sbagliato o di pesante da parte propria. Attende una mezz’ora, si sente agitato, infine si piazza alla finestra, da dove è possibile tenere d’occhio la strada prospiciente. Niente accade sopra ai marciapiedi là di fronte, se non le solite cose di ogni giorno. Lei torna più tardi, quando lui ormai si sente quasi disperato. Accende le lampade all’ingresso, lo guarda mentre si sfila la giacca dalle spalle: dovremo prendere un cane, gli dice con profonda serietà. Mi piace uscire per arrivare a piedi fino ai giardini, per poi starmene lì, a girare tra le aiuole fino a quando non mi sento stanca: non sarà il massimo della vita, però mi fa sentire libera, almeno per qualche minuto; lontana dal grigiore di sempre, da queste stanze senza più un briciolo d’aria fresca.
Lui la guarda, annuisce, infine va in cucina per evitare di appesantire ulteriormente il clima; si potrebbero cucinare degli spaghetti per stasera, le dice senza grande convinzione. Va bene, fa lei, lascia tutto sul tavolo, che ci penso io a preparare qualcosa per la nostra cena.


Bruno Magnolfi  

mercoledì 21 dicembre 2016

Incontro furtivo.

            
            Guardo avanti in questi giorni, dice Leo con serietà ma senza dare troppa enfasi alle sue parole pronunciate comunque a mezza voce. Prima o dopo dovrai fermarti, dice lei in un sussurro, dopo che ha accettato di incontrarlo, anche soltanto per una manciata di minuti, in quel locale tranquillo, fuori mano, dove nessuno evidentemente la conosce. E intanto sono già sulle tue tracce, dice ancora lei; prima o dopo dovrai mostrarti, non puoi stare sempre con la faccia coperta dagli occhiali scuri. Ti tradirai: basta solo una telefonata, qualche curioso che si pone una domanda di troppo su di te, o che magari fa controllare la tua vera identità, prende qualche informazione circa il tuo passato, concedendosi un’incursione veloce in qualcuno dei segreti che nascondi. Tutto sarà perduto in un momento, proprio mentre stai forse cercando quel briciolo di normalità che adesso ti manca, comprando qualcosa da mangiare, o camminando semplicemente in una strada.
            Va bene, fa lui, hai reso l’idea; però mi sembra adesso di dover fare ancora mille cose, di aver bisogno di sviluppare appieno i miei pensieri, soprattutto le mie idee; da quando mi trovo in questa situazione da braccato, pare che tutte le mie riflessioni girino molto più velocemente dentro la mia testa, e che tutto per me si faccia più a portata di mano, quasi facile, spesso almeno fattibile. Mi pare quasi di poter affrontare qualsiasi cosa, di riuscire ad esprimere con i miei semplici sotterfugi, un segnale forte per me e per tutti quanti, tanto da farmi sentire leale, battagliero, consapevole persino dei miei limiti. Certo Leo, dice la ragazza, ma è proprio questa tua sensazione di grandezza e di imprendibilità che probabilmente ti sarà fatale. E’ normale immaginarsi che le cose per te si faranno negative da un momento all’altro, perché sarà così, ed improvvisamente sarà anche tardi, e non potrai proprio farci più niente.
            Lo so, fa lui, ma in ogni caso, per quanto assurdo sia, mi sento bene in questa fase: è come se finalmente avessi trovato una dimensione particolarmente giusta per me, quella che sapevo esserci da qualche parte, ma che fino ad ora non avevo mai tentato; devo guardarmi attorno, questo è chiaro, stare sempre nascosto e sulla difensiva, cercare continuamente coi miei sensi dilatati delle vie di fuga; ma questo non essere esattamente calato nel sistema mi fa sentire a posto, finalmente io, come effettivamente sono sempre stato. Non può durare molto, lo capisco benissimo, ma in ogni caso devo andare avanti in questo modo, perché se non percorressi fino in fondo questa strada, rinnegherei una parte di me, che adesso grida per stare qui al mio passo.
Qualcuno lo guarda dall'altra parte del locale, lei furtivamente prende dei soldi che aveva preparato, e glieli passa rapidamente sopra al piano del tavolo, nascosti dentro un libro. Leo sorride, è una situazione che, per quanto assurda sia, quasi gli piace, come se finalmente avesse trovato la giusta lotta da portare avanti, contro un nemico diffuso e inafferrabile, che lo fa sentire solo ma importante. Scatta un meccanismo, da qualche parte, lei si volta indietro, avviene qualche cosa in fondo a quel locale, come un colpo d’aria che d’improvviso facesse volare le tovagliette via dai tavoli, e mettesse tutti quanti i presenti di fronte ad una realtà non calcolata. Leo è sparito; quando lei si volta verso di lui, lui non c’è più, volatilizzato insieme al libro, e sopra al tavolo è rimasta solamente un’ombra, un’orma di qualcosa che non sarà più nemmeno tanto facile incontrare.


Bruno Magnolfi

lunedì 19 dicembre 2016

Distanze apprezzabili.

            
            E’ proprio lei, dicono alcuni senza aggiungere altro. Dentro al supermercato, tra gli scaffali, in due o tre poi si voltano con curiosità al suo passaggio, ed uno dice subito a bassa voce, con espressione sincera ma con un tono vagamente canzonatorio, che si stenta perfino a crederci. La donna col suo carrello prosegue impassibile, anche se si è accorta benissimo di attrarre per qualche motivo l’interesse su di sé. Le attività del giorno proseguono per alcuni minuti senza troppe incertezze, fino a quando qualcuno, casualmente accanto a lei, sorride al suo indirizzo, anche in modo vagamente sforzato, come a mostrare in una certa evidenza che forse al suo posto ci sarebbe da sentirsi un po’ in imbarazzo. Lei si ferma, lo squadra, gli concede appena un secondo del suo tempo, forse due, poi riprende a camminare con piena normalità.
            Quando esce è da sola dentro al parcheggio subito di fronte; carica sulla sua auto le borse della spesa, e poi sistema il carrello nella rastrelliera, infine però chiude la macchina, e torna sui suoi passi, con andatura calma, fino alle porte scorrevoli del supermercato. Adesso le pare non ci sia più nessuno delle persone che la tenevano d’occhio poco prima, ma lei si accorge come al loro posto una signora, dall’interno delle vetrate, si sia voltata proprio per osservarla, come se già si aspettasse di vederla là fuori. Lei sostiene quello sguardo, ma quella subito mostra forzata indifferenza, pur iniziando a parlottare di qualcosa con le persone che le stanno vicino.
Lei rientra dentro, ed una cassiera sembra subito la guardi, così scorre lungo il corridoio nell'attesa di affrontare la prima persona che, esattamente come poco fa, mostri dipinta sopra il viso quell'espressione giudicante che ha notato in tutti gli altri. Un ragazzo ride mentre si muove rapidamente e quasi di fretta vicino a lei, e lei lo ferma, senza incertezze, prendendolo per un braccio con la mano, senza neanche stringere, ma con un gesto più che eloquente. Quello si ferma, subito si rannuvola, assume di colpo un'espressione seria, quasi preoccupata. Cosa sai di me, gli chiede lei, guardandolo negli occhi con estrema decisione. Non so, fa lui, però dicono tutti che sei una strega, o una donna senza morale, forse una persona completamente diversa da noi; ma a me non importa, lo giuro, mi diverto così, a dare retta a chi ha soltanto voglia di chiacchierare, e dopo basta, non so altro. Lei lo lascia, senza smettere di guardarlo attentamente. Però, dice ancora lui, forse non c’è niente di vero in quanto dicono, non saprei proprio giudicare. Comunque a me in fondo non interessa niente di tutta questa storia.
Lei si volta mentre il ragazzo se ne va, qualcuno la sta ancora osservando, ma non è possibile fare nulla, qualsiasi cosa avvalorerebbe probabilmente quelle dicerie, e poi lei si metterebbe in una luce ridicola dando peso a cose di quel genere. Così esce, mentre qualcuno continua ad osservarla con uno sguardo nascosto. Dovrei smettere di frequentare questo posto, e probabilmente sarebbe la cosa più sensata da fare, ma così sarei esattamente la persona che vogliono dipingere; perciò mi comporterò esattamente come sempre ho fatto, in modo da non dare alcun seguito a quanto viene millantato. E poi che cosa importa: chi vive appresso a cose del genere, con certezza è qualcuno estremamente distante da ogni mio pensiero.

Bruno Magnolfi