mercoledì 10 dicembre 2014

Viaggio della rinuncia.

            

Ho quasi paura, fa lui sottovoce proseguendo a guidare. L'altro finge di non averlo sentito. La donna, al fianco del posto di guida, dice che secondo lei devono in ogni caso spingersi in avanti. Fuori dall'abitacolo la notte appare impenetrabile, i fari della macchina rischiarano di fronte a loro una porzione ridicola di asfalto. Perché accade tutto in questo momento, riprende a chiedersi la donna a voce alta; perché mai proprio in questo momento. Nessuno risponde, tanto appare retorica quella domanda.
Alla fine di questo viaggio sicuramente molte cose saranno diverse, dice l'altro. Lui prosegue a guidare, ma dopo pochi minuti dice che forse sarebbe meglio se si fermassero, almeno per qualche minuto. L'altro non perde neppure tempo a chiedere il motivo della sosta, si limita a sbuffare e lascia che poco dopo la loro auto si immetta nella piazzola di un distributore di benzina ormai chiuso. Accanto all’area, sottolineato da un’insegna luminosa, c'è un piccolo autogrill ancora in funzione; la donna fa cenno che potrebbero andare lì e prendersi almeno qualcosa da bere.
Scendono in silenzio, entrano ordinatamente nel piccolo locale e si siedono ad un tavolo. Bene, dice l'altro con ironia, non ci resta che fare una bella chiacchierata come dei buoni amici. Lui non risponde, si limita a guardare da qualche parte con l'aria di chi vorrebbe essere altrove. La donna ordina al cameriere del caffè per tutti, poi spiega che secondo lei non c’è motivo per farsi prendere dai nervi. L’uomo del bar porta quanto ordinato, osserva tutti con aria quasi di sospetto, ma serve le tazze ed il resto senza dire niente. Lui gli chiede quanta strada ci sia ancora prima di giungere in città, e l’uomo dice semplicemente: non molto, senza aggiungere altro.
Quando tornano a salire sull’auto lo fanno un po’ svogliatamente, quasi provando sofferenza. L’altro dice senza mezzi termini che non ha più molta voglia di spingersi ancora in avanti, ma l’autista riprende a guidare quasi non avesse sentito niente. La donna si sistema sopra al sedile come meglio può, e dopo poco chiude gli occhi, proprio mentre una fila di lampioni a bordo strada mostra le facciate delle case di una piccola frazione.
Proseguono ancora in silenzio per circa mezz’ora o poco meno, infine delle forti illuminazioni mostrano già da lontano che stanno per giungere nella città. La donna si scuote, tira fuori dalla borsa alcune cose insieme ad un piccolo foglio con su scritto l’indirizzo dove devono recarsi; l’altro, sui sedili posteriori, appoggia le braccia agli schienali davanti a sé, quasi per essere maggiormente partecipe di quella fase.
Lui rallenta la guida, le strade cittadine si aprono agli inizi nell’interno di una periferia sostanzialmente anonima, ma poi alcuni viali sfociano invece in larghe piazze, alcune anche alberate. Alla fine la strada che cercano si staglia improvvisamente di fronte a loro, quasi in modo magico, così la macchina rallenta, si accosta, e poi va a fermarsi in un parcheggio libero.
Sono arrivati, adesso devono soltanto scendere, suonare il campanello come pattuito, salire le scale e riunirsi con gli altri che probabilmente sono già tutti arrivati: ma un brivido di fatto sembra attraversarli. Il motore e i fari spenti mostrano un vuoto terribile, il silenzio che si forma sembra quasi parlare per loro. Che facciamo, chiede la donna. L’altro la guarda restando in silenzio. Lui alla fine dice soltanto: andiamocene via, riavviando il motore.

Bruno Magnolfi


venerdì 5 dicembre 2014

Luce nuova.

            

L'immagine non è molto nitida. Lei appare raffigurata di fianco, seduta, china sul tavolo illuminato da una lampada fioca; forse sta scrivendo qualcosa, o magari sottolinea una parola o una frase importante che ha appena finito di leggere. A dire il vero, quella che tiene nella mano destra potrebbe addirittura essere una matita, e lei potrebbe tentare, come altre volte ha fatto, di dare forma ad un disegno che in seguito magari completerà con dei piccoli pennelli e dei colori. Probabilmente, da quello che si riesce a vedere, anche il resto della stanza in cui è immersa in quella penombra è essenziale, proprio come la sua figura, persino priva di inutili elementi di decoro.
Ora, si sa che spesso lei scende le scale del suo appartamento, e certe volte va a trascorrere un'ora nella saletta di un caffè lì vicino, insieme ad una sua amica. Oggi le ha raccontato di un sogno, giusto poco prima, quando si sono viste in quel locale; un sogno di molti anni addietro, ma che lei non ha mai dimenticato, quasi come fosse una cosa preziosa, da conservare.
Spesso lei scrive o disegna i fatti che cerca di tenere a memoria, perché la sua vera paura è che tutto di sé all’improvviso svanisca, evapori, proprio come fosse qualcosa che praticamente non  è mai accaduto. Però è anche vero che molto spesso le sue descrizioni le prendono un po’ la mano, e nello stesso momento in cui le sue parole finiscono sopra la carta, ecco che qualcosa inizia magicamente a cambiare, come se una nuova realtà stesse cercando di sovrapporsi a quell’altra.
Lei in questi casi sorride, prosegue comunque con il suo intento, forse aggiunge anche dei disegni alle sue frasi, tanto per cercare di essere ancora più esplicativa, ma spesso quella fedeltà con la memoria che lei vorrebbe tanto, sembra subdolamente annullarsi, lasciando variare direttamente in lei stessa, poco per volta ma sensibilmente, proprio quei suoi ricordi.
La sua amica leggendo quella pagina di diario che riguarda il suo sogno, le ha detto che qualcosa sembra diverso rispetto al racconto che ne ha fatto a voce, e lei si è come risentita, innervosendosi, tanto da voler cambiare argomento: forse non dovevo proprio parlarti di queste cose, le ha detto secca. Ma quando poi è tornata da sola nel suo appartamento, non ha potuto fare a meno di ripensare a quanto era successo.
Un sogno è qualcosa che appartiene alla tua intimità più profonda, ha pensato. Non se ne può cambiare il senso soltanto perché le parole mal si adattano alla sua descrizione. Chi possiamo mai essere, se non proprio le cose che abbiamo dentro, ciò che più fortemente di tutto il resto abbiamo pensato, desiderato, sperato, tanto da renderle figurate e illuminanti persino durante il nostro sonno, quando la nostra mente è del tutto autonoma.
Poi ha ripreso la sua posizione seduta davanti a quel tavolo: alcune carte davanti, il libro iniziato, la matita, gli utensili di ogni giorno per cercare di essere maggiormente se stessa. Ha tracciato un percorso, una linea contorta e complessa la cui decifrazione forse non riesce a portare la mente da alcuna parte. Ed infine è rimasta così, perplessa, piena di dubbi.
Poi la sua immagine si è fatta più chiara; maggiore luce è come arrivata dalla finestra, il bianco dei fogli ha mostrato ciò che c’era ancora da fare, lei si è scossa, ha ripreso il lavoro iniziato, ha ripensato a quanto aveva cercato di fare fino ad allora, ed infine si è soffermata di nuovo sul suo vecchio sogno: ma ha deciso in un attimo che forse adesso non aveva più alcuna importanza, c’era altro che urgeva, così si è alzata dalla sua sedia ed ha sorriso alla luce.  

Bruno Magnolfi



martedì 2 dicembre 2014

Vertigine momentanea.



Si rannicchia sullo scomodo sedile di quel treno locale, Tonio, ed osserva, senza farsene accorgere, una ragazza sola in fondo al vagone che è salita proprio all’ultimo momento prima della partenza. Non è da molto tempo che la mamma quelle due volte a settimana gli lascia raggiungere il Centro Sanitario senza che nessuno lo accompagni, anche se lei al pomeriggio lo aspetta sempre nella piccola stazione quando torna. Ma lui non ha paura, si sente bene, e quella mezz’ora sul treno tutto sommato gli piace, anche perché in molti lo conoscono e lo salutano sempre.
Non guarda mai fuori dai finestrini, questo è vero, la velocità gli mette sempre una grande apprensione, però dentro al vagone ci sta bene, riesce a trovare quasi sempre delle persone simpatiche che parlano con lui, gli battono una mano sulla spalla, si fanno raccontare tutto quello che fa e che gli passa per la testa. Ma oggi purtroppo non c’è molta gente su quel treno, lui si è sistemato su un sedile vuoto e ad un tratto ha sentito come un brivido, quasi provasse improvvisamente il bisogno di avere la sua mamma vicino, proprio come quando era più piccolo.
Sei proprio un bel ragazzone, gli dicono sempre tutti quanti quando lo incontrano, e Tonio però sa di avere quasi trent’anni, e che quella è l’età giusta per andare da solo fin dove gli pare; ma qualche volta, proprio come adesso, non si sente perfettamente a suo agio, e senza avere intorno almeno qualcuno che conosce, sente di non starci molto bene in giro, persino su quel treno che gli piace. Così guarda di nuovo quella bella ragazza, laggiù in fondo, e forse vorrebbe averla conosciuta precedentemente, averla almeno già vista là sopra, gli piacerebbe magari fosse una di quelle tante persone che a volte gli sorridono, che lo chiamano per nome, che lo salutano con allegria; ma non è così.
Si rannicchia di più, stringe i ginocchi magri con le sue braccia, la ragazza lo nota magari per un momento, ma poi torna con indifferenza a guardare fuori dai finestrini. Sono qui, vorrebbe dirle Tonio: forse potremmo avvicinarci un po’ tra noi, pensa, sorridere insieme, parlare magari di questo viaggio; e forse anche di come si trascorrono le giornate, queste giornate spesso piene di gente e di chiacchiere, e di domande a cui dobbiamo rispondere, e di compiti a cui bisogna far fronte. Si potrebbe diventare amici, magari, scambiarsi i nostri nomi, stringersi la mano come si fa in tutti questi casi. Ma lei non lo guarda, e lui forse adesso inizia a stare male.
Si volta verso il finestrino allora, ma per non vedere tutta quella velocità del paesaggio che fugge, si mette subito una mano sopra gli occhi. Neppure il controllore passa in questa strana giornata, pensa Tonio: sono solo, forse neppure la mamma sarà alla stazione ad aspettarmi. Improvvisamente lui sente che non gli importa più di niente, forse neanche di scendere a quella stazione: vuole soltanto dormire, ecco; sdraiarsi alla meglio sopra al sedile e lasciare che il treno lo porti fin dove vuole, senza lasciare a lui di preoccuparsi più di niente.
Qualcosa sta succedendo, pensa Tonio, non posso farci nulla, le cose accadono senza che nessuno possa interromperle. Sente anche la voglia di piangere, senza che ci sia un vero motivo per farlo. Toglie la mano dagli occhi, guarda per un attimo quella campagna e quelle case che corrono, nel mezzo del niente, che vanno chissà dove, e prova una sottile vertigine. Poi si fa prendere del tutto da quel panorama, si incolla al finestrino, osserva le colline lontane, pensa alle persone ferme che magari vedono il treno passare, e lui dentro, dietro quel vetro.
Tonio prova un grande malessere, forse vorrebbe che tutto improvvisamente si fermasse, desidera fortemente essere già a casa, con la sua mamma, oppure addirittura tornare al Centro, e ricominciare a parlare ancora con il dottore, riflettere meglio sulle sue domande, provare a dargli delle risposte ancora migliori di quello che ha sempre fatto. Poi si gira, torna di nuovo a rannicchiarsi sopra al sedile. Ma neppure la ragazza laggiù è più al suo posto, non c’è, si è spostata, forse è andata via: no, non se n’era neppure accorto, ma lei adesso è li, accanto a lui, proprio vicino, e adesso lo guarda e gli sorride, gli dice di stare tranquillo, e che va tutto bene, e che la prossima fermata sarà proprio la nostra, gli spiega; potremo scendere assieme, gli dice, e ritrovare in un attimo la mamma.


Bruno Magnolfi

venerdì 28 novembre 2014

Adattamenti.

            

In quel quartiere, oltre la piazza con gli alberi e le panchine tra le aiuole, non c'è proprio nient’altro, se non quelle file di case intorno, a due o tre piani, quasi tutte simili, in certi casi con un minuto giardinetto sul davanti. Luciana va a sedersi quasi ogni giorno sopra una di quelle panchine; si porta il libro, legge qualche pagina, si guarda attorno certe volte, e se trova qualcuno che conosce scambia volentieri anche due chiacchiere.
Ha abitato da sempre in quella zona, ed ha visto tanta gente arrivare fino lì, ed anche andarsene; e pure botteghe e negozietti che sono stati aperti e che ora non ci sono più. Ma lei rimane seduta, con le sue maniere, le sue abitudini; e certe volte si chiede cosa mai farebbe se non ci fossero quelle case, quegli alberi, le aiuole e le panchine, tutto quel semplice arredamento di quartiere, quegli oggetti quasi suoi, e anche di tutti, naturalmente, ma che lei conosce così bene. 
Avrebbe tanto voluto che le autorità avessero sistemato un monumento in quella piazza, qualcosa proprio al centro, tra quei pochi alberi, e che abbellisse tutto quanto dandogli importanza. Ne aveva anche parlato con qualcuno, Luciana, con quegli anziani che frequentano le panchine insieme a lei quando il tempo è bello, e parlandone si era convinta che le sarebbe tanto piaciuto un grande oggetto che raffigurasse la perseveranza, come se la resistenza alla modernizzazione e ai cambiamenti di tutto quel quartiere, fosse un elemento da riconoscere, e forse da simboleggiare. Si, si, avevano detto tutti, e lei si era sentita sempre più convinta di quella scelta, tanto quasi da aspettare che da un giorno all'altro iniziassero i lavori.
Invece non è mai successo niente in quegli anni, e tutto alla fine è rimasto esattamente nella medesima maniera. Ma Luciana ha iniziato a pensare un po’ per volta che quella mancanza di cambiamenti fosse essa stessa un monumento: non c’è bisogno di far risaltare quanto rimane costantemente uguale in questa zona, ha detto già a qualcuno dei suoi conoscenti. Queste aiuole, questi alberi che invecchiano, sono loro un vero monumento; le case, i marciapiedi, la forma della piazza, tutto quanto ciò che prosegue a conservare l’identità del luogo, proprio il suo spirito.
Qualcuno le ha anche dato ragione, tanto per farla più contenta, ma altri hanno alzato le spalle, e in due o tre le hanno voluto spiegare che quel quartiere non aveva proprio niente per cui essere invidiato. Luciana se n’è risentita, perché a lei pare quasi impossibile che si possa pensare cose di quel genere. Così è tornata a casa, si è chiusa dentro, e provando una malcelata stizza, ha deciso di non frequentare almeno per qualche giorno quelle panchine della piazza.
Poi non ha più resistito, e c’è tornata, però muovendo i piedi con lentezza, quasi un po’ svogliatamente. Già da lontano si è accorta che qualcosa era diverso, ma neanche a quel punto si è affrettata. Ha atteso, conservando lo sguardo sul verde delle aiuole, di vedere bene coi suoi occhi quanto era accaduto. Un albero, di quelli più grossi, forse malato e pericolante, in quei pochi giorni era stato abbattuto e rimosso dai giardinieri, fino a lasciare al suo posto un vuoto che improvvisamente a lei è parso quasi terribile. Luciana allora si è seduta sopra la sua solita panchina, è rimasta immobile e pensierosa per qualche minuto, ma poi ha estratto dalla borsa il suo libro, lo ha aperto, ed ha iniziato a leggere. Succede, ha detto più tardi ad un conoscente che passando davanti le ha fatto notare quanto era capitato.

Bruno Magnolfi


lunedì 24 novembre 2014

Convinta interpretazione.

            

Mi sento sereno, dice il secondo mentre tutt’e due camminano velocemente verso la barca. Il piccolo molo ricoperto di legno marino scricchiola leggermente mentre raggiungono l’attracco giusto; la giornata è bella, c’è calma di vento. Il primo procede in silenzio, poi sale in barca, l’altro lo segue, lui accende il motore, molla l'ormeggio. C'è una debolissima onda lunga mentre si allontanano dal piccolo porto, che assieme al ronzio del motore sembra calmare i pensieri e rendere tutto più facile. Solcano senza fretta un paio di miglia di mare, prendono le mire su alcuni punti fermi che ancora si vedono a terra, poi dopo circa mezz'ora riescono a triangolare sul giusto braccio di mare, quello precedentemente deciso. Calano l’ancora, e poco dopo anche le lenze, pur restando quasi in un religioso silenzio, scambiandosi appena qualche gesto, ed infine, mentre lo scafo ha finito di posizionarsi con la prua contro quella leggera bava di vento, loro due si mettono seduti e in attesa.
Si dicono ancora qualcosa sulla bella giornata, poi il secondo, dopo un altro lasso di tempo, avverte una vibrazione, ed il primo lo incita a stare calmo e ad avere pazienza. Alla fine il pesce sembra tornargli all'attacco dell'esca, ed il secondo gli assesta un leggero strattone, quindi tira su recuperando con calma la lenza e tenendo sapientemente il filo in tensione.
Loro due vanno avanti ancora per un paio d'ore in questa maniera, ed in tutto tirano fuori dall’acqua appena cinque o sei tra spigole e orate, tutte di taglio piuttosto piccolo, quindi decidono che non è la giornata giusta, ne hanno abbastanza e che forse è ora di rientrare. Si è messo un po' più di vento adesso, la barca si muove su qualche onda più alta. Il primo, mentre passano sullo specchio di mare davanti al molo, dice che tutto sommato si è stufato di giornate come quella, il secondo annuisce, anche se sembra aver conservato ancora qualche entusiasmo rispetto all'altro.
Ormeggiano al solito attracco, spengono il motore e controllano che tutto sia a posto, poi mettono i piedi sul molo. Il primo dice al secondo di prendersi lui quel poco di pesce che hanno pescato, l’altro annuisce, quindi si separano al parcheggio nei pressi delle auto, e se ne vanno ognuno per conto proprio.
Qualcuno li ha seguiti, sin dal momento in cui sono usciti in mare, osservandoli con attenzione mediante anche un grosso binocolo, ed adesso che sono rientrati si è segnato sopra un quaderno gli orari e tutto quanto ha potuto esaminare, quasi come fossero quelli degli appunti preziosi. Qualsiasi cosa si può analizzare, pensa adesso. Ogni più piccolo dettaglio risulta sempre scomponibile in altri elementi più piccoli, fino a perdersi in risultati che presumibilmente non riescono neanche più a tenere conto di un’intera vicenda.
Poi si alza dalla sedia accanto alla vetrata su cui è stato seduto fino ad allora, mette via i suoi appunti, ed infine esce dalla saletta del locale dove è rimasto per tutto il tempo. Camminando riflette che la realtà è qualcosa che non sta per forza dentro alle cose che si riescono a vedere, quanto negli interstizi, nella maniera come si strutturano gli eventi, pur essendo qualche volta minuti ed ininfluenti come quelli a cui ha appena assistito.
Scriverà un articolo su quella semplice battuta di pesca, pensa ancora; ed analizzando quello che ha visto giungerà forse a capire e a spiegare i motivi per cui il primo ed il secondo pescatore probabilmente non usciranno più insieme per mare. Ma quello a cui si dovrà arrendere è il fatto che nella sua ricostruzione metterà per forza anche qualcosa di sé, della sua interiore maniera di concepire tutte le cose, e magari starà forse proprio in questo aspetto il tratto più convincente.


Bruno Magnolfi

martedì 18 novembre 2014

Diversi nemici.

          

Qua attorno ci sono sicuramente i nemici, dei pazzi assassini, dice lui sottovoce parlando tra sé, mentre affila il viso strabuzzando leggermente i suoi occhi, quasi a mostrare la maschera proprio di coloro che teme. Magari quelli mi osservano nell'ombra, senza essere visti, ed aspettano soltanto il momento migliore per colpirmi alle spalle. Non ho paura, dice ancora con convinzione, con voce adesso più forte, perché ho la piena consapevolezza che tutti quanti non siano altro che dei semplici vigliacchi, e non appena saprò dimostrare che riesco a tener testa alle loro stupide azioni, fuggiranno tutti a gambe levate per tornarsene diritti da dove sono venuti.
Mettendosi ad osservarlo, lo si può notare muoversi nervosamente lungo il corridoio, in genere restando sempre lontano dalla finestra sul fondo, come fosse quella la fonte dei pericoli, e quando passa davanti al piccolo specchio appeso sul muro, si capisce che evita persino di guardarsi, proprio perché sa che là dentro, in tutte le immagini riflesse, si possono annidare proprio alcuni degli elementi che lui cerca il più possibile di evitare.
Sto benissimo, dice subito ad un anziano vicino di casa le poche volte che quello va da lui per sincerarsi sulle sue condizioni. So difendermi, sostiene, ed ho intenzione di guardare dritto in faccia chiunque arrivi fin qui ad affrontarmi. L'unico problema sono questi angoli oscuri, gli anfratti, i nascondigli  insidiosi che tengono celati alla vista i veri pericoli infidi, i nemici, gli individui assetati di sangue.
Prima di aprire la porta di casa all’inquilino che abita al suo stesso pianerottolo, e che ormai è l’unico ad andarlo a trovare, mette sempre in opera mille stratagemmi, cercando dapprima di capire se sia davvero la persona che conosce quella che gli bussa alla porta, e poi se per caso non sia accompagnato da qualcun altro; e quando infine lo lascia entrare, si vede senz’altro che non ne è del tutto contento.
Per prudenza o circospezione lo tiene in piedi nel corridoio, in quei pochi metri quadrati dove lui stesso trascorre la maggior parte del tempo. Ho avvertito anche stamani i sottili rumori che provocano gli assassini, gli dice. Strisciano chissà dove, cercano di entrare dalle finestre, magari di farsi largo tra la gente comune per cercare la vittima giusta. Ma io lo so che sono loro il vero nemico, dobbiamo fronteggiarli con tutte le forze che abbiamo. 
Il vicino lo ascolta, poi gli rivolge delle domande banali, e alla fine va via, raccomandandogli come sempre di bussare alla porta, nel caso avesse bisogno di qualcosa. Lui chiude subito l’uscio alle sue spalle, poi controlla con attenzione ogni angolo della cucina e della camera da letto, prima di tornare nel corridoio. Resta fermo in ascolto per qualche minuto, nel caso avvertisse dei rumori sospetti, poi alla fine si siede sull’unica seggiola.
Lo specchio è ancora al suo posto: lui è quasi tentato di girarlo dalla parte del muro, pur di non doverlo più neanche vedere, ma darebbe così la possibilità a tutte le immagini contenute là dentro di nascondersi comodamente alla vista. Così lo copre, semplicemente, mettendoci un asciugamano sopra e quindi girandolo tutto attorno alla cornice. Poi aspira l’aria con maggiore soddisfazione. Nessuno uscirà da là dentro almeno stasera, dice tra sé; devo riuscire a tamponare le possibilità del nemico, sbarrargli la strada, rendergli impossibile qualsiasi comportamento. Solo così sarò sicuro di non avergliela mai data vinta.


Bruno Magnolfi

domenica 16 novembre 2014

Parole senza spessore.

            
            Mario è un uomo. Se gli guardi le mani ti accorgi che non le tiene quasi mai a riposo, e che il suo sguardo è vigile, sempre sulla difensiva, pronto a schivare eventuali attacchi della quotidianità. Puoi anche seguirlo nei suoi innumerevoli giri che compie mentre affronta tante strade diverse, anche se alla fine frequenta sempre i medesimi luoghi, ed accorgerti poco per volta che la sua evidente insicurezza sembra contrarsi o distendersi proprio a seconda dei mutamenti che sopraggiungono nei suoi itinerari.
            Qualche volta entra dentro un noto caffè, Mario, un affollato locale del centro: là dentro si fa accompagnare sempre da una certa signora; normalmente loro due si siedono, si lasciano servire del tè oppure degli aperitivi, e parlano in genere delle proprie difficoltà, e di quello che forse per ognuno di loro sarebbe più giusto da fare, anche se poi generalmente mai niente cambia nei comportamenti che hanno adottato in funzione di tutto il resto che li circonda. Quando escono da quel luogo comunque, appaiono sempre abbastanza soddisfatti, anche se è evidente come non siano riusciti una volta di più a prendere alcuna decisione importante.
            Mentre passeggiano in attesa dell’ora di rientrare, lei certe volte gli dice: Mario, dobbiamo essere maggiormente realisti, comprendere che le cose sono in una certa maniera, e con tutto l’impegno che possiamo impiegarci, non riusciremo certo noi a farle cambiare. Lui scuote la testa, non la guarda neppure, dice soltanto che non è proprio certo con questo spirito che si possono affrontare le avversità. Poi però riconosce che lei forse ha ragione, e che probabilmente è giusto essere più concreti e guardare tutto con maggiore obiettivo distacco.
            A lui piace spingersi a volte fino alla sponda sinistra del fiume, restare appoggiato alla spalletta lungo la strada per osservare l’acqua che scorre sotto il suo ponte preferito, illuminato alla sera da luci calde e giallastre sul fiume grigio e scuro come l’inchiostro, per poi ritornarsene sui suoi passi rinfrancato da quelle immagini così rassicuranti e complete. A Mario piace la solitudine, sostanzialmente, anche se in certi casi si ferma a parlare con qualcuno che passeggia proprio come lui, senza avere mai una meta precisa.
            Non tutto è perduto, dice Mario allora con un sorriso: possiamo ancora impegnarci e tenere in pugno le cose; l’altro non gli risponde, non c’è alcuna necessità di parole a fronte di quei pensieri che vagano dentro la testa. E’ sufficiente lasciarsi un saluto, un gesto qualsiasi che definisca una stessa veduta, forse addirittura una momentanea complicità, quasi una stessa maniera di immaginare come saranno le cose domani, sempre che avvenga un cambiamento apprezzabile.
            Rientrare è sempre un dolore: qualcosa si è concluso ormai anche stasera, pensa Mario; però ho molte speranze per la giornata di domani, riflette; qualcosa dovrà pur accadere, e certamente saprò tener testa a quanto si presenterà come nuovo, insieme a tutto ciò che avrà il noto sapore di vecchio. Non ci sarà nemmeno troppo da preoccuparsi, dice tra sé: tutto quanto potrà mai avvenire, sarà sempre qualcosa che avevo già immaginato, qualcosa di cui ero quasi in attesa, proprio come se ogni possibile variazione possa soltanto restare all’interno di un quadro finito, completo di ogni particolare, appeso al muro, incorniciato da tutte le nostre insignificanti parole.


            Bruno Magnolfi