Non mi ero
ancora ambientato nella casa nuova, e i pomeriggi dopo la scuola li trascorrevo
con semplicità nel giardinetto sul retro, generalmente da solo, divertendomi
con qualche soldatino o facendo correre sul vialetto quei piccoli modellini di
macchina che ancora possedevano le ruote. Ma quel pomeriggio lasciai perdere
ogni altra cosa, e pur senza avere un’idea precisa mi avvicinai al cancello che
delimitava il perimetro di fronte alla facciata della palazzina, e che
naturalmente dava direttamente sulla strada, percorsa molto raramente da
qualche vettura. C’era un bambino che non conoscevo lì davanti, e forse
annoiato proprio come me stava giocando da solo sul marciapiede con un vecchio
pallone sgonfio, probabilmente già forato per un uso poco attento. Quando mi
vide lui si avvicinò lentamente all’inferriata, e così mi chiese come mi
chiamassi, e poi anche da quanto tempo abitassi in quell’appartamento, visto
che non mi aveva mai visto prima di allora. Dopo qualche chiacchiera tramite la
quale confessai di non conoscere ancora nessuno in quei paraggi, considerato
che la mia famiglia si era trasferita in quel quartiere solo da qualche giorno,
lui mi parve contento di poter fare la mia conoscenza, tanto che io aprii il
cancello e lo raggiunsi, anche per compiere con lui qualche passaggio con
quella palla che sembrava proprio l’unico gioco possibile. Mi confidò subito di
avere un anno più di me e che lungo quella strada abitavano diversi bambini
della nostra stessa età, tanto che era difficile là fuori rimanersene da soli
per molto tempo.
Poco dopo
difatti giunse un altro ragazzino, che a dire la verità avevo già visto nel
cortile della scuola che frequentavo la mattina, ed alla fine ne arrivò persino
un altro che riconobbi subito per essere un mio compagno di classe nella prima
elementare, anche se ad un banco lontano dal mio, del quale perciò conoscevo il
nome ma di cui non avevo immaginato che abitasse proprio da queste parti.
Lasciammo perdere subito il pallone, e ci mettemmo seduti ad un gradino per
parlare un po’ di noi, delle cose da fare, delle possibilità che offriva quella
strada, dei giochi che potevamo inventarci visto che a detta di tutti eravamo in
molti a ritrovarsi nei pomeriggi su quei marciapiedi. Gli altri mi indicarono i
caseggiati in cui abitavano, ed io rapidamente spiegai qualcosa di me, anche se
non mi dilungai affatto sulla mia famiglia e su ciò che mi riguardava
strettamente. Poi riprendemmo a passarci con i piedi quel vecchio pallone, ma a
quel punto vidi di sfuggita che dietro ai vetri della finestra di casa c’era mia
mamma intenta ad osservare cosa facessi. Mi sentii subito a disagio, lei non mi
aveva certo dato il permesso di uscire dal perimetro della abitazione, ed
adesso mi aveva guardato senza dirmi niente, come se potessi ricevere una
punizione già così. Dopo poco trovai una scusa con quei miei compagni e così rientrai
senza fretta nel giardinetto di fronte e quindi in casa.
Mia madre
non disse ancora niente, anzi si comportò subito come se nulla fosse successo,
ma in questo modo il senso di colpa parve calare inesorabilmente su di me, che
cercai, per tutto il resto del pomeriggio, di apparire il più possibile
obbediente e attento soprattutto a non ostacolare il suo daffare. Naturalmente
non servì a nulla tentare di recuperare credibilità e comportarmi verso di lei in
un modo il più possibile affettuoso: il guaio ormai era fatto, sembrava ancora
dire il suo modo di fare mentre preparava qualcosa per la cena, ed io da quel
giorno compresi che quella sensazione di delusione nei confronti dei miei
genitori non mi avrebbe facilmente abbandonato. Parecchi giorni dopo tre di
quei ragazzini che avevo imparato a conoscere come miei vicini di casa, vennero
a suonare il campanello. Mia madre aprì il portoncino e probabilmente li
osservò con serietà, tanto che quelli con una certa timidezza chiesero se Marco
fosse in casa, e se poteva uscire per andare un po’ con loro. Sentii, al riparo
nell’altra stanza, che lei diceva con tono fermo: <<Purtroppo non si
sente ancora molto bene, e forse è meglio se rimane dentro la sua casa>>.
I tre se ne andarono, ed io restai perplesso, visto che pensavo di sentirmi
bene, ed anche se forse ero ancora un pochino debole, certo non mi avrebbe
fatto male uscire con loro per un’ora in quel pomeriggio, anche solo per
restare di fronte alle finestre del nostro appartamento a parlare di qualche
cosa senza troppa importanza.
Mia mamma
non disse niente di quella piccola visita e della richiesta di quei miei
compagni, ma io compresi rapidamente che forse la sua premura ed attenzione nel
proteggere la mia salute stava diventando qualcosa di diverso da ciò che
secondo me era proprio necessario. In fondo però, pensai subito dopo, che non
mi interessava troppo stare sulla strada con quegli altri che forse venivano
addirittura spinti fuori casa dalle loro famiglie, e quindi potevo ritenermi addirittura
fortunato ad avere dei genitori che continuavano ogni giorno a preoccuparsi solo
per me.
Bruno
Magnolfi
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