mercoledì 1 aprile 2026

Al fianco del suo bambino.


            Il marito si trattiene nella stanza da bagno piuttosto a lungo, dapprima osservandosi nello specchio illuminato, e poi radendosi la barba con calma e una certa attenzione, tanto che quando alla fine esce, una volta ripulito e messo a posto tutto ciò che ha adoperato, a seguito anche di un’abbondante sciacquatura della pelle del viso, ed avvicinatosi alla soglia della camera da letto, si accorge che sua moglie si è già coricata, restando supina e con la testa rialzata da due cuscini, impegnata com’è nel leggere qualcosa di una rivista femminile. Senza ancora entrare, allora lui si accende una sigaretta, poi va in cucina per bere qualcosa ed osservare alcuni dati tra i suoi appunti di lavoro che normalmente tiene appoggiati nel cassetto di un mobile. Si siede al tavolo e scorre con calma le cose che gli interessano, e quando alla fine spenge la cicca in un posacenere, torna in camera, con ancora indosso i calzoni a righe del pigiama ed una maglietta con le maniche corte per la notte. Lei non si muove, e la debole luce che le illumina le pagine che tiene tra le mani mostra il profilo del viso ed un’espressione piuttosto seria, di chi è concentrata su qualcosa che sembra assorbirne completamente l’attenzione. Lui scansa un po’ le coperte, si sdraia, poi resta fermo.

            <<Oggi sono riuscita a parlare con il primario>>, dice la moglie muovendo appena le labbra. <<Erano diversi giorni che cercavo di incontrarlo nel corridoio, ed anche stamani ho dovuto attenderlo a lungo fuori dalla sua stanza>>. Il marito non dice niente, attende di sapere le novità che ci possono essere, voltando appena lo sguardo verso di lei, <<Sembra che oltre alle analisi stiano procedendo con le terapie per tenere sotto controllo questa specie di infezione diffusa di Marco, senza ancora riuscire però a debellarla. Non si danno per vinti, sembra che possa essere soltanto una questione di tempo, ma i risultati a suo parere si dovranno vedere oramai tra non molto>>. L’uomo emette un lieve sospiro, si sposta leggermente andando ad appoggiarsi su un fianco per osservare meglio il profilo della donna; quindi, osserva sua moglie che chiude definitivamente la rivista e la ripone sul comodino di fianco al letto. <<Mi sento molto stanca e provata>>, dice lei con il medesimo tono basso di voce; <<questa invariabilità delle giornate che si susseguono, questo cercare di mostrarmi nei confronti di Marco sempre allegra e fiduciosa, e tutto l’andare a venire ogni giorno da qui fino a quell’ospedale pediatrico mi lascia spossata, priva di qualsiasi altra risorsa>>.

            <<Certo>>, fa lui, <<ti capisco perfettamente>>. La moglie allora gli getta uno sguardo, apprezza la sua faccia liscia, la sua espressione comprensiva, ma subito riprende: <<Marco non sembra risentire molto di questo lungo periodo senza la scuola, e poi per lo stare lontano da casa, in assenza dei suoi piccoli amici e dei suoi familiari. Però mi accorgo bene quanto ogni volta non aspetti altro che me in quel preciso momento in cui riesco ad entrare in corsia all’orario del passo, ed è come se trascorresse il suo tempo in una attesa perenne, anche se riesce a fingere bene nel mostrarsi tranquillo e paziente dentro a quel letto. Resta debole, naturalmente anche per via dei farmaci piuttosto forti, ma sembra comunque riesca a sopportare la sua situazione, senza mai mostrare nervosismo o insofferenza per tutto ciò che gli sta succedendo. I libri, i giocattoli, i quaderni dove può disegnare, e anche quelli per i compiti della maestra, sembra per adesso siano un buon diversivo, capace di tenerlo occupato almeno per una buona parte della giornata, ma io sono sicura che lui stia vivendo in una specie di apnea, isolandosi da tutto pur di riuscire a resistere>>.

            Il marito non si sposta adesso neanche di un millimetro, e forse respira appena pur di non intralciare in nessuna maniera le parole della moglie, che ora si lamenta del treno che spesso accumula del ritardo tenendola sulle spine per non farla giungere in ospedale all’orario giusto. <<Lo sai che io non potrei venire con te oltre le domeniche, come già faccio; purtroppo, sai che il lavoro mi assorbe per tutta la settimana, però vorrei che ti sentissi davvero sostenuta, da me, naturalmente, ma anche da Loriana, dalla zia, da tutti coloro che ci conoscono, perché questa fase è assolutamente delicata, e non bisogna lasciarsi andare neppure per un attimo allo sconforto. Tu stai dando il massimo, me ne rendo conto, e tutti quanti siamo affrontando una prova difficile, però sono sicuro che basterà tenere duro ancora per poco, e alla fine tutto quanto tornerà come prima>>. La moglie piange in silenzio adesso, forse anche per la preoccupazione inconfessabile di sentirsi inadeguata, incapace di fare di più, non in grado di sconfiggere la malattia a mani nude, senza quasi necessità d’altro se non la propria volontà incrollabile. Lui le accarezza il viso, la stringe per un attimo a sé, cerca di confortarla pur senza dire neppure una sola parola. Lei poi si riprende: <<dormiamo adesso>>, gli dice, sottintendendo che domani sarà un’altra giornata difficile, alla stessa maniera di quella appena trascorsa, e che lei deve recuperare le forze e tutta quella fiducia in sé stessa per stare ancora al fianco del suo bambino.

 

            Bruno Magnolfi           

domenica 29 marzo 2026

Persona come tante.


            Praticamente ogni serata, escluse quelle rarissime volte in cui si sente troppo stanco, oppure quando addirittura ha un po’ di febbre, l’uomo di famiglia la trascorre all’interno del caffè-biliardo, dove in genere scambia delle chiacchiere poco impegnative con i conoscenti di sempre, oppure si lascia trascinare in qualche piccola sfida con le biglie e la stecca giocando all’italiana su uno dei due biliardi della sala sul retro. Quando giunge nel locale normalmente si lascia servire il solito caffè che sorseggia con calma e in piedi davanti al bancone, magari scherzando con qualcuno, seduto sulle poltroncine di plastica, che prosegue senza interesse a seguire qualche programma leggero alla televisione posizionata in un angolo, e subito dopo poi si affaccia nell’altra grande stanza, per vedere se ci fosse chi stesse già giocando sul panno verde. Non disprezza affatto starsene seduto là dentro a seguire qualche partita, e trascorre la serata commentando con qualche espressione colorita i comportamenti dei giocatori impegnati, ancora prima di apprezzare le loro qualità nell’impostare un preciso tiro di sponda o di rinquarto, ma certe volte viene invitato con insistenza, a seguito forse della sua sottile ironia, a svolgere lui stesso una piccola gara con tanto di piccola scommessa in soldi.

            Ma stasera nel locale sembra non ci sia proprio nessuno, e d’altronde non c’è neppure da aspettarsi qualcosa di diverso in certe giornate uggiose d’inverno durante la prima metà settimana, quando anche tutto quel gruppo maschile, che si ritrova là dentro soprattutto di venerdì e di sabato, preferisce rimanersene a casa propria. Sul retro però c’è un uomo che lui sinceramente non ha mai visto prima, e che sembra si diverta ad impostare da solo le traiettorie delle biglie sul tavolo verde, provando e riprovando le risposte a certi tiri impostati. Quello, dopo un minuto, alza lo sguardo su di lui, lo osserva senza interesse, però sorride e chiede subito se gli possa andar bene di fargli compagnia in una partita senza troppo impegno, giusto per far trascorrere al meglio quella serata. L’uomo di famiglia si fa avanti uscendo da quella penombra che regna vicino alle pareti della sala, e poi annuisce, come a raccogliere con indolenza quella piccola sfida. Nella rastrelliera sceglie la stecca che più gli si addice, ne pulisce il manico con un pezzo di carta, ne tratta con il gesso la punta, poi, senza più dare alcuna importanza allo sfidante, rialza sistemandoli in posizione i cinque piccoli birilli al centro del tavolo. Si stabilisce il tiro di inizio, e lui lascia che l’altro faccia così la prima mossa.

            L’uomo di famiglia si sente allenato, capace di mettere in difficoltà l’altro, ma non ambisce a mettere in luce troppo in fretta le proprie capacità, così lascia che lo sfidante si senta quasi padrone della partita, in grado di dominarla senza neppure troppi tentennamenti. Intanto arrivano due o tre conoscenti che si siedono nell’area di margine e poco illuminata del tavolo da gioco, quasi senza neppure salutare i presenti per non interrompere la concentrazione dei due giocatori. Lui adesso si sente spalleggiato da quel pubblico, quasi sostenuto nell’imbastire quella partita; perciò, mette a segno almeno un paio di tiri piuttosto ricercati, iniziando a mettere in difficoltà l’avversario. L’altro inizia a sudare, si vede che la sua capacità decisionale traballa, che non prova più quella forte convinzione iniziale sulle proprie qualità di giocatore, e in questo frangente commette qualche piccolo errore di cui lui però evita di approfittare, lasciandosi andare a qualche tiro di alleggerimento, senza mettere assieme dei punti preziosi.        

            Così la partita termina con un vantaggio minimo da parte dello sfidante, che adesso si sente quasi un gran giocatore, e ride forte salutando la propria vittoria come una dimostrazione di vera e indiscutibile bravura. La rivincita va avanti più o meno sulla stessa falsa riga, ma adesso è l’uomo di famiglia che si aggiudica la partita grazie ad un semplice tiro fortunato verso il finale, dopo che i due giocatori si sono fronteggiati con un punteggio simile e quasi monotono. L’uomo di famiglia adesso dice che dovrebbe proprio andare via, ma l’altro si indigna, e allora viene lanciata da questi una posta più alta, un bel pacchetto di soldi che mostrino con il loro valore la qualità alta di quella sfida. Così si ricomincia a giocare, mentre altre persone intervengono per seguire quella partita così importante, in grado di segnare nel bene o nel male una serata senza troppe caratteristiche. Inutile dire che l’uomo di famiglia adesso spadroneggia sul tavolo verde: non infierisce sul malcapitato, però lo tiene sotto, lo provoca, si lascia andare persino a qualche espressione ironica, pur senza mai esagerare. Vince, ma tenendo costantemente la partita sul filo delle possibilità, e commentando qualcuno dei propri tiri maggiormente riusciti come un semplice frutto della fortuna che stasera sembra affiancarlo.   

            L’altro alla fine paga quanto era stato pattuito, e soltanto adesso forse si rende conto di aver giocato con qualcuno con delle capacità nettamente superiori alle proprie, bravo anche nell’essersi destreggiato con maestria utilizzando con oculatezza la propria modestia, sicuramente un giocatore navigato insomma, pur nei panni semplici di una persona qualsiasi.   

 

            Bruno Magnolfi


sabato 21 marzo 2026

Pomeriggio da disperati.


            La mamma quel giorno li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, ma niente di troppo impegnativo: <<Una mezz’ora, un’ora al massimo>>, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta, specialmente con Loriana, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi.

Marchino invece, appena rimasto da solo con la sorella, forse per un senso di libertà, si era subito messo a correre avanti e indietro lungo il vialetto del loro giardino e anche intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta sul retro e facendo il diavolo. Loriana lo aveva ripreso più volte: <<Ti viene la tosse>>, gli aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo.

Quando Marchino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe bassa, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte forse un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori esattamente in quel punto, aveva avuto l’idea di pungerlo proprio su una delle sue guance morbide.

La sorella aveva subito portato in casa il fratello per non far sentire gli urli ai vicini, e poi aveva cercato di curarlo bagnandogli la faccia con l’acqua, ma quando si era resa conto che il viso di Marco era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le era venuto da piangere anche a lei, sentendosi persa, incapace, impossibilitata a sistemare le cose.

Rientrò la mamma più tardi e li trovò così, disperati, semplicemente coscienti di non essere riusciti a cavarsela.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 18 marzo 2026

Spiazzo fiorito.


            Lei si prepara del caffè ogni giorno, soprattutto a metà del pomeriggio. Poi, stando in piedi, mentre porta la tazza alle labbra, osserva fuori dalla finestra qualcosa, forse una chiazza di colore indefinibile, ma senza neppure un’idea precisa su che cosa guardare, o che cosa magari le interessi vedere. Resta così piuttosto a lungo, da sola, nella cucina essenziale, sorseggiando la sua bevanda calda e tenendo gli occhi rivolti verso un punto lontano, qualcosa che tra i suoi pensieri probabilmente non ha alcuna importanza, ma che serve soltanto ad allargare la propria mente in un nulla indistinto, vaporoso, offuscato, un vuoto che le permetta di staccare la sua volontà dagli impegni, e dimenticare per qualche minuto i propri doveri di moglie e di madre. È una pausa completa che lei dedica a sé stessa, sicuramente, come un ritrovare il piacere di annullare ciò da cui è circondata, quasi un sentirsi al di fuori dalla vita ordinaria che la stringe per tutto il giorno tra le sue spire.

            Certe volte la figlia maggiore, uscendo fuori dalla stanza dove lei e suo fratello giocano o si occupano dei propri compiti scolastici, la interrompe facendosi sulla soglia: <<Mamma, che cos’hai?>>, le chiede, come se sapesse perfettamente che in quell’istante sua madre non è davanti a sé, ma sta fluttuando in una diversa dimensione, un luogo distante da tutto quanto, che per quel momento ne rende persino l’espressione degli occhi qualcosa di poco riconoscibile. Sua madre lascia lentamente rientrare il suo sguardo dentro la cucina, si sposta quanto basta per appoggiare la tazza ormai vuota sul piano dei fornelli, ed infine, sempre con una lentezza inusuale, si volta verso sua figlia: <<Niente, cara; è tutto a posto>>, le dice, senza la preoccupazione di mostrarsi neppure troppo convincente. I suoi figli non sono dei confusionari, riescono a giocare persino senza produrre rumori, e per diverse manciate di minuti addirittura senza neanche parlare tra loro, generalmente rendendosi autosufficienti, come se non avessero bisogno d’altro che di un piccolo oggetto, di una bambolina di pezza o di un guscio di noce tra le proprie mani minute per fantasticare attorno a qualcosa che appare visibile soltanto a loro due. <<Torna a giocare>>, dice la mamma in un soffio, ed anche se la sua espressione adesso resta seria, la bambina obbedisce, al punto da sapere perfettamente come non ci sia niente di cui preoccuparsi davvero, tanto da tornare immediatamente nell’altra stanza senza ribattere niente, e quindi riprendere le sue occupazioni infantili.

            Altre volte la mamma accende la radio, per tenendola ad un basso volume, e mentre si occupa di affettare qualcosa per preparare la cena, oppure di sminuzzare gli ortaggi prima di metterli dentro la pentola, lascia che suo figlio minore a suo modo la aiuti, mettendo in ordine le foglie degli spinaci, o pulire dei fagiolini, o amalgamare accuratamente un soffritto di cipolla e di carote ancora prima di metterlo al fuoco. La radio trasmette la musica, ma altre volte mette in onda un racconto o una semplice commedia, ed allora ci vuole un attimo per farsi trascinare in un ambiente diverso, dove gli attori che recitano, senza possibilità di farsi vedere, riescono semplicemente con la propria voce a ricreare una situazione del tutto realistica, tanto da attrarre tutta la possibile attenzione di chi sta seguendo il programma. C’è sempre come un’aria malata in questi casi, come se Marco tendesse ad occuparsi di cose da grandi quasi come per spingersi fuori da sé, e addirittura anticipare i tempi della sua esistenza, proiettandosi verso quel mondo che la sua lunga degenza in ospedale certe volte gli ha come cercato di negare, o quasi che lui non trovasse ormai più niente di divertente nei normali giocattoli per i bambini della sua stessa età.  

            Poi la mamma si muove nelle stanze del piccolo appartamento, a volte indagando con lo sguardo su ciò da cui è circondata, ed è allora che i suoi due figli, pur mostrando quasi una velata indifferenza verso di lei, capiscono perfettamente come la loro madre stia rapidamente formandosi un giudizio preciso su quelle loro attività, fino al punto di interromperli ed invitarli ad uscire nel giardinetto di casa, a godersi la giornata tiepida, a prendere l’aria che fa sempre bene, piuttosto che restarsene ancora in quella stanza con le solite cianfrusaglie di ogni giorno tra le mani. Ai due bambini non piace troppo quella sua spinta ad occuparsi d’altro, però generalmente non commentano i suoi consigli, e prendono quelle poche parole come un pensiero espresso soltanto per il loro benessere, ed anche per la propria gratificazione, nonostante il sospetto maggiore che resta dentro di loro sia quello che lei in quel preciso momento desideri restare semplicemente da sola dentro la casa. Fuori, tra le aiuole ed il vialetto lastricato, ci sono comunque molte cose di cui occuparsi, e non è affatto un problema anche soltanto sedersi sopra al gradino di fronte e poi starsene lì, tranquilli, a riflettere a fondo sul tempo che lentamente trascorre intorno ai loro profili e che proietta l’ombra tagliente del sole su tutto quello spiazzo fiorito.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 marzo 2026

Desiderio di normalità.


            La notte normalmente è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma, il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva, utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi accadrà nulla di male.

            Quando giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati, tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche, come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione. Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una parvenza di normalità.

            A me viene imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore, accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro quell’impressione insopportabile.  

            Quando infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia famiglia e a quella normalità che tanto desidero.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 25 febbraio 2026

Musica piacevole.


            Il vecchio appartamento in cui erano nati i due fratelli era ubicato al primo piano di una piccola costruzione molto modesta, che sulla facciata presentava un terrazzino talmente stretto che non era possibile neppure sistemarci una semplice sedia per comodità. Certe volte, nei pomeriggi più caldi e svogliati, i due bambini però si appoggiavano volentieri alla robusta ringhiera, e sbirciavano le poche persone che percorrevano i marciapiedi sottostanti, misurandone il passo, l’abbigliamento, l’espressione; oppure osservando sempre con un certo interesse le scarse vetture che transitavano sferragliando lungo la strada, scommettendo di indovinare della prossima il colore della carrozzeria. Ogni sera passava da lì un largo carro fatto di legno e trainato da un cavallo, con il pianale libero, senza alcuna sponda, e con il conducente seduto là sopra senza un posto esatto dove posizionarsi, ma con le redini fermamente strette tra le mani. Il carro non produceva quasi rumore avendo le quattro ruote tutte gommate, forse asportate in precedenza da un mezzo motorizzato, ma il cavallo, enorme e muscoloso, con le robuste zampe pelose e gli zoccoli larghi come dei vassoi, produceva un fortissimo rumore ritmico sopra il selciato, tirando a sé quel carro a cui era legato, ma senza mostrare alcuno sforzo. Ormai a quell’ora del pomeriggio, sopra a quel grande barroccio, non c’era già più niente, se non quell’uomo seduto con le gambe che penzolavano dal pianale e forse qualche tavola di legno lasciata là sopra, però la mamma un giorno aveva detto a loro due che quello era il carro che trasportava le enormi bobine di carta dalla fabbrica dove venivano prodotte fino alla stazione ferroviaria, dove poi venivano caricate con dei sollevatori fin dentro i vagoni per le merci.     

            I due bambini osservavano sempre con grande attenzione quel passaggio dalla loro strada, ed immaginavano facilmente quel cavallo possente nel suo impegno di ogni mattina nel tirare il pesante carico di carta pronto per essere spedito su un treno che poi filava chissà dove, forse in una città lontana, in un posto dove ogni giorno venivano stampati dalle macchine quei giornali che venivano distribuiti dappertutto. Quel cavallo color zenzero rivestiva con la sua muscolatura un ruolo sicuramente fondamentale in tutta quella operazione, e quando loro due pensavano al loro padre che la domenica acquistava nell’edicola uno di quei semplici quotidiani dalle pagine enormi e la scrittura fitta, pareva quasi impossibile che la sua leggerezza di normale carta potesse paragonarsi al peso che si moltiplicava nelle bobine sopra a quel pianale. Invidiavano quell’uomo sicuro di sé che con grande facilità indicava la velocità e la direzione giusta al suo cavallo, e per trasferimento dell’idea, sembrava anche lui stesso un uomo forte, deciso, grande, quasi un gigante capace di incredibili prodezze, epperò così sensibile da vivere quasi in simbiosi con il suo animale.

            I due bambini osservavano tutto questo restando sempre in religioso silenzio, quasi per non disturbare quel passaggio appena sotto di loro, e quando quel mezzo di trasporto svoltava alla curva in fondo alla strada e spariva alla vista, loro due immaginavano di seguito il suo percorso ancora da compiere, fino a quando riusciva ad arrivare a quella cartiera di fianco al fiumiciattolo d’acqua dove la produzione sembrava non arrestarsi mai, tanto da far svolgere il lavoro agli operai in molti turni diversi, proprio per riuscire a soddisfare tutte le esigenze di carta delle tipografie e delle stamperie di chissà dove. Terminato quel passaggio rumoroso di zoccoli e di fatica la strada ripiombava di nuovo nel suo silenzio naturale, anche se c’erano a volte delle serate, quando ormai il cielo era già scuro, in cui si vedevano e soprattutto si sentivano passare due o tre uomini ubriachi a piedi che si sostenevano l’un l’altro, cantando con voci stonate e in coro qualche ritornello alla moda, mentre con il loro passo malfermo e ondivago si dirigevano probabilmente verso qualche altra bettola dove proseguire a bere, prima di rientrare chissà quando e in quali condizioni nelle loro case.

            Infine, giungeva il babbo, a quell’epoca in sella ad una bicicletta grigia, stanco di una giornata di lavoro e di chissà quante persone incontrate durante tutte quelle ore, e ai due bambini pareva la conclusione e il coronamento di qualcosa di importante, mentre la mamma aveva messo già sopra al fornello qualcosa per la cena, ed il profumo di verdure bollite si spandeva inevitabilmente dappertutto. Allora il finestrone che dava sopra al terrazzino veniva subito richiuso, e tutto nelle stanze della casa assumeva un assetto differente, fatto adesso di intimità, di calma, di piccole domande poste a completare gli aggiornamenti rimasti ancora in aria, di saluti soprattutto, e qualche volta anche di sorrisi. Non ci voleva molto: loro padre si lavava le mani, si cambiava la camicia, le scarpe, gettava qualche sguardo esauriente attorno a sé, e poi alla fine si sedeva al tavolo della cucina, mentre la radio gracchiante in sottofondo spiegava qualcosa di quanto stava accadendo da qualche altra parte, oppure intratteneva tutti semplicemente con della musica piacevole.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 19 febbraio 2026

Recente e affidabile.


            In un primo momento non rimasi affatto contenta quando mio marito mi annunciò la decisione di acquisire la patente di guida e a seguito acquistare quella piccola utilitaria già un po’ vecchiotta, anche se la spesa fu coperta quasi interamente da un certo lavoro straordinario a cui aveva dato corso negli ultimi mesi. Mi pareva qualcosa di superfluo di cui non avevamo alcuna necessità in famiglia, e poi mi sembrava quella una fonte certa di preoccupazioni, considerate le riparazioni, le tasse, l’assicurazione, ed infine la benzina per farla marciare, anche se lui sosteneva che avrebbe potuto aumentare il suo pur piccolo giro di lavoro grazie a quella vettura di seconda mano evidentemente già molto usata in precedenza da chissà chi. Lui aveva sempre sostenuto che io avessi un’avversione innata per qualsiasi novità, e quindi evidentemente non si meravigliò più di tanto quando gli dissi che in quella scatoletta di ferro probabilmente non ci sarei mai neppure salita, anche se dopo poco tempo avrei dovuto ricredermi riconoscendo la comodità di usufruire di una vettura per muoversi. La prima domenica che decidemmo di fare un giro con i bambini naturalmente loro ne furono entusiasti, così salimmo là sopra e ci spingemmo rapidamente fuori dal centro abitato, fino a raggiungere un’osteria di campagna dove ci fermammo per una merenda veloce e anche per bere qualcosa.

            Per tutto il viaggio io mi ero immobilizzata al mio posto, spingendo il tappetino di gomma davanti a me con la punta dei piedi per la paura di una frenata improvvisa, e poi senza mai staccare gli occhi dalla carreggiata di fronte al parabrezza avevo mormorato continuamente a mio marito ora di rallentare, ora di scansare le buche della carreggiata, ora di stare attento a qualcuno davanti che forse doveva svoltare, e tante altre cose del genere, fino al punto che lui, scocciato di quelle osservazioni continue, mi aveva intimato con voce perentoria di starmene zitta una buona volta. Cercai di controllarmi maggiormente e di rimanere in silenzio, ma quell’attenzione verso cui mi sentivo assoggettata e di cui non potevo fare a meno era qualcosa più forte di me, al punto che mi pareva addirittura che se non mi fossi comportata in quella precisa maniera ci sarebbe accaduto sicuramente qualcosa di brutto, probabilmente per una semplice distrazione di mio marito di cui non gli avevo dato opportuna segnalazione, o qualcosa del genere. Così, tutto il viaggio, compreso anche il ritorno a casa, non fu per nulla rilassante, anche se i bambini, posizionati sul sedile posteriore, avevano continuato per tutto il tempo a ridere e a divertirsi, forse anche per il mio comportamento.

            In tutti questi casi, comunque, riconosco che il mio modo di fare di base era sempre stato quello di rassegnazione rispetto alle scelte compiute da mio marito, e quando lui certe volte cercava di spiegarmi i motivi salienti che lo avevano portato a prendere una certa decisione, io mi limitavo ad annuire in silenzio, senza mai mostrare neppure un briciolo di entusiasmo oppure di condivisione. Però, quasi ogni mattino, quando uscivo con i bambini per accompagnarli fino alla scuola che frequentavano, mi accorgevo in quei giorni che le automobili in transito lungo la nostra strada aumentavano abbastanza, e se soltanto l’anno precedente si poteva dire che a parte qualche persona in bicicletta, a piedi, oppure in tre o quattro sopra le rispettive selle delle proprie piccole motociclette, nessun altro mezzo meccanico percorresse la via, adesso mi trovavo ad accorgermi che le cose stavano velocemente cambiando, e che camminare in strada o sul marciapiede iniziava ad essere differente. Anche i nostri più prossimi vicini di casa avevano iniziato ad acquistare qualche macchina, e così verso sera si poteva vederne diverse di queste parcheggiate di fronte alle loro abitazioni. Qualcuna sfoggiava una linea più filante, altre dei colori sgargianti come appena uscite dalla fabbrica dove erano state costruite, e durante la domenica gli uomini spesso si ritrovavano a lucidare i parabrezza e i parafanghi dei propri mezzi citando le meraviglie di quelle proprie vetture.  

            A mio marito non interessava molto far parte di quella combriccola, e dopo che una mattina il motore gracchiando a lungo e sbuffando non riuscì proprio a partire, forse provò un certo disappunto nel riscontrare che aveva probabilmente la macchina più vecchia tra tutte quelle che ultimamente erano state acquistate dalle famiglie del vicinato. Così cercò di preservarla in modo a suo parere adeguato, acquistando una copertina grigia con la quale ogni sera la sua utilitaria veniva coperta, spesso con l’aiuto persino dei bambini, immaginando che restando più calda e protetta potesse dargli la soddisfazione di partire il giorno successivo al primo colpo, anche se la lotta per tenere quel mezzo attivo e marciante era purtroppo soltanto agli inizi, ed il percorso, nei lunghi mesi successivi, risultò cesellato dagli interventi di qualche meccanico con il naso perennemente infilato sotto al cofano del motore, fino a quando non si giunse alla decisione finale per cui dovevamo assolutamente cambiarla, e prendere un modello almeno un po’ più recente e affidabile.  

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 febbraio 2026

Cose importanti.


            La casa della zia è piuttosto piccola, perciò a me fa dormire nel suo salotto, sopra ad un letto improvvisato su quello stesso divano dove si trascorrono molte serate nel seguire qualche programma televisivo che piace a lei, e che insieme alla cucina e alla sua camera mostra un appartamento del tutto essenziale, con un tavolo per la cena talmente ristretto che ci possiamo stare sedute praticamente soltanto noi due. La zia è contenta di occuparsi di sua nipote, abituata com’è a stare sempre da sola, però in molti casi dimostra di avere accumulato una serie di consuetudini che a me sembra impossibile scalfire, tanto che normalmente è subito pronta a rimproverarmi per qualcosa fuori posto, oppure per un semplice gesto compiuto da me in una maniera un po’ differente da come lei lo ha immaginato. In quei momenti quasi sempre io resto ferma e in silenzio, e lei appare un po’ rigida, quasi severa, ma subito dopo poi riconosce facilmente che forse quella semplice cosa che l’ha fatta innervosire non è poi tanto importante, anche se rimane testardamente della stessa opinione. Così, se cerco di aiutarla in qualcosa, devo stare molto attenta a ricordare ognuno dei modi che segue nel dare corso a certe procedure, e poi rispettare quelle piccole regole che sono quasi una legge nel suo appartamento. A me sembra che la zia certe volte si lasci prendere anche troppo la mano, e quando compio qualcosa di diverso da come lo farebbe lei, pare addirittura che in qualche maniera io stia mancandole quasi di rispetto. Ha uno sguardo accigliato, l’espressione seria e anche grave, e poi resta in silenzio, forse per evitare di sgridarmi o di dire cose di cui in seguito potrebbe addirittura pentirsi.

            Però la zia in molte cose è spesso generosa, e sugli aspetti a cui non è particolarmente interessata lascia che io compia le mie scelte, salvo criticarmele, almeno certe volte, ma in maniera tutto sommato abbastanza bonaria. La sua cena è composta di pochi piatti generalmente cucinati con scarso interesse, quasi sempre gli stessi, e per sua abitudine esiste un numero impressionante di cibi che si rifiuta assolutamente di mangiare, tanto che io immagino in vita sua non li abbia mai neppure assaggiati. Allo stesso modo credo di non averla mai né vista né sentita ridere forte, ad esempio, ed anche se qualcosa la diverte parecchio, lei si limita a sorridere stringendo gli occhi e le labbra, mentre le appaiono delle rughe sopra la faccia che normalmente non ha. Non alza la voce, appare sempre piuttosto calma e pacata, anche se è la sua semplice espressione severa che indica in qualche caso qualcosa per cui non prova piacere. Secondo me sicuramente è una persona un po’ strana, ma non le direi mai una cosa del genere in modo diretto, perché sono sicura che ne resterebbe piuttosto offesa, fino a non rivolgermi neppure una parola per chissà quanto tempo. Mia mamma, che ne è la sorella minore, mi ha detto che da giovane la zia aveva avuto un fidanzato, però in seguito, quando quella relazione è terminata, non ha più desiderato tentare dei rapporti sentimentali.

            Io sono convinta che tante manie accumulate da lei derivano proprio dal suo starsene perennemente da sola, frequentare pochissime persone, ed infine non concedere mai delle confidenze ad estranei, restando seria ed in silenzio anche quando il salumiere del negozio accanto a casa le dice qualcosa giusto per scherzo, oppure quando qualche vicino di casa la saluta in un modo a suo parere poco formale. In un paio di pomeriggi mi ha portato con sé fin dentro agli uffici dove svolge il suo lavoro durante la mattina, forse per consegnare qualche documento urgente, non saprei, ed io mi sono immediatamente resa conto che anche in quel luogo nessuno tra i suoi colleghi si permette di dirle qualcosa che non sia dettata dalle strette informazioni professionali. Insomma, è una persona riservata che non concede familiarità, ed io capisco sempre di più la mia mamma quando afferma che la presenza di una ragazzina come me all’interno della sua giornata serve di più a lei che a me stessa. Personalmente non mi dispiace affatto frequentare casa sua, ma non soltanto perché la zia trova sempre delle scuse per farmi qualche piccolo regalo: mi piacciono certe volte i suoi modi di fare e di comportarsi, e soprattutto la sua maniera di non porre mai nei miei confronti delle domande dirette, che a me generalmente mettono sempre un po’ troppo a disagio.

            Con lei scopro ogni volta il valore del silenzio e della solitudine, e poi la potente capacità di caricare anche soltanto un piccolo gesto, oppure un’unica sola espressione, di talmente tanto valore che al confronto forse non sarebbe neppure sufficiente parlare o descrivere qualcosa per un’ora intera. Forse, per esempio, lei mi osserva con grande attenzione mentre sono concentrata sui miei compiti scolastici che svolgo, però ogni volta è come se mi lasciasse, almeno in casa sua, piena libertà di fare e di pensare ciò che maggiormente desidero, e questo per me è già molto importante.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 3 febbraio 2026

Cura efficace.


            Marco ormai è grandicello e frequenta già la classe terza elementare, ed anche se è rimasto piuttosto gracile e pallido di aspetto, però si è inserito piuttosto bene sia tra i compagni di scuola che nel gruppo di quei ragazzetti che si ritrovano nei pomeriggi lungo la strada dove abitano. Certe volte tutti insieme si spingono anche fino ad uno spiazzo incolto poco lontano, e spesso giocano col pallone improvvisando piccole squadre di calcio. Lui crescendo è rimasto abbastanza schivo di carattere, e nei giochi che affrontano non figura mai tra coloro che si pongono in prima fila, e poi non brilla certo per delle doti o un talento particolare, anche se in ogni caso riesce a mostrarsi già più socievole dei periodi trascorsi. Spesso però prosegue come sempre ha fatto a starsene da solo nel giardinetto dietro casa, magari per osservare a lungo le formiche o per svolgere qualche semplice attività per conto proprio. In famiglia tutto procede piuttosto bene, e quelle volte in cui sua sorella porta a casa qualche amica o qualche compagna di scuola, a Marco fa sempre piacere quando quelle ragazze un po’ più grandi di lui si mostrano disposte a coprirlo di complimenti e di parole affettuose, quasi come fosse un piccolo bambolotto da strapazzare, tanto che si lascia incoraggiare spesso nello stare insieme a loro magari a disegnare, mentre semplicemente tutte studiano o ripassano le lezioni scolastiche.

            Poi giungono le festività natalizie, e fuori fa ormai troppo freddo per uscire a giocare in strada con gli amici, per cui lui preferisce starsene in casa, magari vicino alla stufa, e riguardare semplicemente le illustrazioni di qualche vecchio libro di fiabe per bambini. Due o tre giorni prima della fine dell’anno però la mamma un pomeriggio prende per mano Marco e sua sorella per accompagnarli in un cinema poco lontano da casa, dove proiettano una pellicola adatta anche ai bambini. A lui piace molto immergersi nelle storie che vede scorrere davanti agli occhi, e difatti apprezza molto anche quella vicenda ambientata in altra epoca, ma è quando tutt’e tre tornano verso casa che qualcosa inizia a non andare più del tutto bene: tira vento per strada, fa freddo, e Marco prova dei brividi in tutto il piccolo corpo, tanto che una volta arrivati nel loro appartamento sua mamma si accorge che lui ha già un po’ di febbre, e subito lo mette a letto. Il medico viene per visitarlo il giorno seguente, a lui la temperatura intanto non è scesa per niente, anche se non è altissima, ma il dottore è implacabile nella sua diagnosi, e dice che non si tratta di una semplice influenza, ma di una ripresa della vecchia malattia di cui è stato sofferente tre anni prima.

Naturalmente in casa c’è subito aria di sgomento, soprattutto per il consiglio del medico accompagnato da un foglio che ne attesta le motivazioni nel prescrivere un ricovero ospedaliero quasi immediato, al fine di diagnosticare, tramite una serie di analisi cliniche specifiche, il livello della malattia a cui si sono attestate le condizioni di Marco, e poi procedere all’attivazione di una cura il più possibile efficace, anche alla luce dei trascorsi di quel bambino, attività a cui da casa sarebbe impossibile dare corso. Sua sorella Loriana piange, forse avvertendo anche la tensione e il dolore che prova sua madre, e lui appare ancora più piccolo di quello che è, preso in mezzo ad un guaio di cui non riesce neppure a rendersi conto. Quando poi suo padre torna dal lavoro, le cose si fanno ancora più concrete, e quella sensazione di dramma che si respira sembra entrare in quell’appartamento insieme agli ultimi giorni dell’anno, quando tutti si preparano a festeggiare l’inizio di quello nuovo. Lui ha ancora freddo, si stringe nelle coperte del suo lettino, cerca una posizione quasi di riparo mentre sente incombere su di sé qualcosa da cui non può in nessun modo difendersi, e poi ha male alla testa, un dolore forte e persistente che sembra volerlo proprio tormentare.

È esattamente il primo giorno dell’anno nuovo quando suo padre e sua madre lo portano in ospedale, e lui già sapendo cosa trovare tra quelle corsie, tenta di fare una strenua resistenza, come se la sua volontà avesse un peso nella sua condizione. Eppoi piange, ed anche i suoi genitori piangono un po’, anche se a turno trovano parole di incoraggiamento per lui, dando per certo che sarà soltanto per un breve periodo, <<solamente qualche giorno, e poi vedrai, tornerai a casa in piena salute, a giocare con i tuoi compagni, e a riprendere ad andare a scuola come tutti>>.   Marco alla fine ci crede, non può fare altrimenti, e quindi si lascia convincere che tutto questo è soltanto per il suo bene, e che a questo punto non potrà fare nient’altro che accettare quel periodo così odioso, che da lì a poco si rivelerà lungo oltre misura, e disseminato di vari periodi da trascorrere in diversi ospedali della regione, alla ricerca per lui di una cura che si dimostri davvero efficace.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 29 gennaio 2026

Aiuto da tutti.


            Devo confessare che sono ancora troppo piccolo per poter valutare in modo abbastanza preciso le attività di questo genere; però mi è parso proprio che il trasloco di tutti gli oggetti dalla vecchia casa dove io e mia sorella siamo nati, fino a quella nuova dove il giardinetto sul retro mi avrebbe tanto riempito in seguito le giornate, sia avvenuta nell’arco di appena tre o quattro serate. Mio padre si è fatto prestare da un suo conoscente un buffo carretto di legno con le ruote gommate, e considerata la distanza non eccessiva tra un’abitazione e quell’altra, ha iniziato a caricare sopra quel piano la poca mobilia e gli oggetti di cui noi e la mia famiglia siamo in possesso. Naturalmente io gli ho dato un aiuto sistemando là sopra qualche piccola scatola con dentro i pochi giocattoli avuti in regalo durante la mia lunga malattia, e naturalmente anche qualcuna delle bambole con gli occhi chiari di mia sorella, e subito dopo io e mio padre ci siamo lentamente avviati per andare a scaricare tutto le nostre cose tra quelle stanze completamente vuote e immacolate, dipinte di un bianco brillante nei giorni precedenti, stando ben attenti a non far cadere nulla negli spostamenti e a non urtare contro qualcosa lungo tutta la strada. I lampioni hanno illuminato la nostra breve camminata, e quando lui mi ha lasciato a guardia del carretto davanti al cancello, io ho guardato attorno a me per rendermi conto al meglio possibile del luogo in cui ero destinato ad ambientarmi nei giorni a seguire.

            È stato allora che si è affacciata dalla finestra di un palazzetto, proprio dalla parte opposta di quella strada, una vecchia donna con la faccia rugosa come una strega, che con una voce forte e sgradevole ha gridato verso la mia direzione che cosa mai facesse un bambino come me a quell’ora di notte lungo la via. Ho avuto subito una grande paura, così in silenzio mi sono immediatamente nascosto nell’ombra dietro ad una colonnina della recinzione, senza che quella donna peraltro smettesse almeno per un attimo di terrorizzarmi, ed ho atteso trepidante che mio padre tornasse, liberandomi da quella situazione, o almeno proteggendomi in qualche maniera dalle parole di quella vecchia. Quando lui è uscito da casa ha iniziato subito a ridere, spiegandomi che quella donna si comportava in quella maniera soltanto per scherzo, divertendosi spesso a prendere in giro qualcuno che transitava davanti alla sua casa. Sono rimasto in silenzio annuendo, però per diverso tempo in seguito ho provato un vero terrore nei confronti di quella donna, come se le sue parole riuscissero a scalfire ogni mia certezza possibile, mettendo in un attimo a nudo tutta la mia debolezza infantile.

            Poi, la mattina della domenica seguente, i miei genitori hanno sistemato sopra al carretto anche i letti, e quello è stato l’ultimo atto del trasferimento di tutta la mia famiglia, iniziando da quel giorno a vivere, mangiare, giocare, e anche dormire, nella nostra nuova bellissima abitazione. Nei giorni successivi la vecchia strega si è affacciata altre volte alla propria finestra, ma io ho subito imparato a non darle alcuna importanza, e a non guardarla neppure, esattamente come se non esistesse, nonostante lei tentasse ancora di urlare qualcosa verso di me, e pur lasciandomi provare ancora quella paura ancestrale che molto più tardi, naturalmente tenendo mia mamma per mano, avrei imparato di più a controllare, immaginando lei come una persona qualsiasi mentre la incontravamo per strada, accorgendomi di come parlava normalmente con tutti coloro del vicinato a cui dava confidenza, e scambiando con quei conoscenti qualche ordinario saluto o qualche opinione sul tempo e sulla stagione corrente. Mia sorella in quei giorni del trasloco è rimasta sempre dalla zia, forse per non intralciare il lavoro con le sue continue domande e tutte quelle opinioni a sproposito tipiche del suo comportamento. Però, quando infine ci ha raggiunto, è rimasta molto contenta della nuova sistemazione, anche se si è come appropriata immediatamente di quasi tutti gli spazi della cameretta destinata a noi due, appoggiando in ogni angolo i suoi libri, le sue bambole, tutte le sue inutili cose.

            A me personalmente la stanza che più di tutte le altre in quella casa mi ha subito attirato è stata la spaziosa e ingombra cantina da cui si accede facilmente da una scala adiacente al finestrone che dalla cucina porta in giardino, e che è diventata in pochissimo tempo il mio vero luogo di ritiro, dove in mezzo agli scaffali carichi di oggetti, poter scoprire sempre qualcosa di nuovo ogni giorno. Infine, in giardino è arrivata la gatta, una micia dal mantello grigio e molto socievole, sempre disposta ad accettare le carezze e a mangiare qualcosa, abituata da sempre a trascorrere i giorni e le notti all’aperto, in grado di badare perfettamente a sé stessa e a non riconoscere tra tutti i vicini proprio nessuno come diretta persona di riferimento, e comportandosi così da animale completamente indipendente da tutti, in grado di badare perfettamente a sé stessa, pur con l’aiuto di ognuno.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 27 gennaio 2026

Durante la giornata.


Mio papà non sorride molto, però io e mio fratello sappiamo che nella sua mente circolano ogni giorno sempre molte preoccupazioni, per cui quasi non ci facciamo più caso se certe volte sembra quasi assente, preso come dev’essere dai tanti problemi da risolvere, quasi tutti immagino provenienti dal suo lavoro. La vecchia casa sicuramente costava di meno, e forse non avevamo molte comodità, però era bello abitare in quelle tre piccole stanze, perché ci sentivamo vicini, al punto che tutto pareva girare intorno al tavolo di cucina e a quel grande acquaio di granito presso cui la mamma preparava le cose e noi dovevamo anche lavarci, aggiungendo in inverno un po’ d’acqua calda proveniente da una grossa pentola in disuso lasciata perennemente sul piano caldo della nostra stufa a legna. Il gabinetto era sulle scale condominiali, ed io e il mio fratellino ci andavamo soltanto quando appariva assolutamente indispensabile, anche perché ci faceva un po’ paura. Nella casa attuale invece abbiamo tutta per noi una comoda vasca da bagno con l’acqua calda, anche se forse un briciolo di nostalgia per quelle vecchie mura a me perlomeno è rimasto addosso. Nel futuro non abiteremo a lungo neppure in questa nuova casa, ed un improvviso e definitivo trasloco so per certo che dovrà avvenire nei prossimi anni, proiettando tutta la nostra famiglia da un appartamento al piano terra con un meraviglioso giardinetto sul retro praticamente tutto per noi, fino al quarto piano di un palazzone anonimo dove l’elemento innovativo fino ad allora sconosciuto e rivoluzionario ai nostri occhi, oltre alla grande terrazza con vista panoramica, sarebbe stato l’ascensore, sopra al quale però salivamo soltanto quando eravamo in compagnia di almeno uno dei nostri genitori.   

Mio fratello Marco adesso prosegue a consumare i propri pasti cucinati apposta per lui con alimenti privi di molte cose a mio parere estremamente buone, però non si lamenta mai, continuando ad ingurgitare lentamente per conto proprio delle minestrine liquide senza alcun sapore, come se oramai le sue abitudini non gli facessero desiderare niente d’altro. Al contrario di lui io sono sicuramente molto ciarliera, come se avessi continuamente necessità di spiegare alla mia famiglia ogni dettaglio possibile su ciò che accade durante le mattinate dentro la mia scuola, descrivendo con minuzia di particolari i miei compagni di classe ed i vestiti che indossa la nostra maestra elementare, oltre a parlare a lungo delle lezioni e dei progressi didattici che vengono fatti tra quei banchi e accanto alla cattedra un po’ austera. I miei voti sono sempre ottimi, e per me sicuramente è un vanto essere riconosciuta da tutti come una studentessa dai risultati spesso da prima della classe. I miei genitori si dimostrano sempre molto contenti quando io mi prodigo nelle spiegazioni su ciò che accade a scuola e sugli incoraggiamenti da parte della mia maestra per fare sempre meglio, ma ogni giorno sembra aumentare sempre di più il divario con mio fratello, giudicato da tutti a scuola sempre troppo silenzioso, quasi isolato, con quella corporatura troppo magra, da ammalato cronico, al punto che l’insegnante sembra non gli chieda mai un bel niente, forse anche per non imbarazzarlo.

La mamma spesso cerca di incoraggiarlo dicendo, a conclusione delle mie delucidazioni sulle vicende scolastiche, che anche Marco molto presto porterà a casa nostra delle sicure soddisfazioni, ma lui sembra sempre come indifferente a certe espressioni, quasi che il suo mondo fosse un altro, probabilmente scolpito giorno per giorno in quei lunghi periodi trascorsi nel suo letto rabbrividendo di freddo, persino nel periodo estivo. Mio padre certe volte gli tocca ancora la fronte, e poi gli dice per incoraggiamento che lui è il suo piccino, come a spiegare in una parola che lo compatisce, o che prova per lui una pena che forse non riesce neppure ad esprimere, oppure che non desidera del tutto prendere in esame. Però, a volte ripenso che nel periodo in cui abitammo nella casa al piano terreno forse mio fratello mostrò i suoi momenti migliori. Dopo il primo lungo periodo che si potrebbe definire nel suo caso assolutamente necessario per farlo sentire a proprio agio anche con gli altri bambini di quella strada, lui iniziò poco per volta ad uscire insieme agli altri ragazzini senza porsi mai troppi problemi, e a comportarsi in maniera sostanzialmente adeguata tra quei compagni del quartiere che forse gli stavano insegnando qualcosa di importante giorno dopo giorno.

Lui adesso non dice mai niente quando rientra in casa, ma si capisce immediatamente dai graffi e dai segni di sporcizia che porta sui calzoni corti e sulle gambe che probabilmente ha fatto la lotta con qualcuno, che ha corso come un matto magari giocando col pallone insieme agli altri, che forse si è nascosto dietro a qualche cespuglio nella parte più incolta alla fine della loro strada. Si potrebbe dire insomma che alla fine sia proprio riuscito ad integrarsi e a ricominciare ad essere un bambino del tutto normale, esattamente come tutti, anche se lui non spiega mai niente di sé o di quel che ha fatto durante la sua giornata.

 

Bruno Magnolfi

sabato 24 gennaio 2026

Risultati scolastici.


            A lui piace molto, nella tarda domenica mattina, prendere i suoi due figli per mano, precedentemente vestiti e preparati di tutto punto da sua moglie, e portarli a fare una passeggiata nel vicino parco pubblico, intrattenendosi durante il percorso a salutare certe volte le persone del vicinato che magari conosce anche soltanto di vista, oppure fermandosi per parlare con qualcuno con cui, per un  motivo o per l’altro, ha dei rapporti più stretti, e che naturalmente non lesinano mai di fare qualche complimento verso i suoi due bambini. Forse questa è addirittura una scusa per fare qualcosa che senza i suoi figli probabilmente non farebbe, e in ogni caso appare sempre piuttosto soddisfatto in quel suo apparire agli occhi di tutti, almeno nei giorni festivi, come un buon padre di famiglia che si preoccupa di accompagnare i suoi bambini a prendere un po’ d’aria quando gli torna possibile. Al parco poi generalmente si intrattiene seduto su di una panchina leggendo un giornale che ha precedentemente acquistato all’edicola del quartiere, mentre i bambini normalmente si dondolano sulle piccole altalene insieme ad altri coetanei, ma questo avviene soltanto nel caso in cui non ci sia qualcuno disposto a parlare con lui anche di cose minori o addirittura insignificanti.

            Sotto a quegli alberi, comunque, non ci trascorre mai molto tempo, e dopo poco, con una scusa oppure con l’altra, rapidamente richiama i suoi figli affinché salutino tutti i propri compagni di gioco e lo riprendano per mano, incamminandosi con loro lungo lo stesso percorso a ritroso che termina con il rientro nella propria abitazione, dove è certo di trovare la tavola già apparecchiata ed il pranzo quasi pronto. In un paio di casi, durante la bella stagione, si è persino fermato ad acquistare un piccolo cono gelato per i suoi due bambini, ma in considerazione del fatto che ambedue tendono immancabilmente a sporcarsi le mani e anche la faccia, è deciso a non ripetere più l’esperienza, a meno che non siano proprio loro a richiedere con viva voce e con una certa insistenza quella possibilità. Già diverse volte comunque ha pensato che la casa dove la sua famiglia abita con una certa soddisfazione, anche se soltanto da poco tempo, secondo il proprio parere sia sufficientemente confortevole e completa di tutto da permettere ai suoi figli di restarsene nel giardinetto sul retro piuttosto che essere accompagnati ancora fino a quel parco, per cui immagina che tenderà nelle prossime domeniche ad impiegare quelle vuote mattinate probabilmente in altra maniera.  

            Immancabilmente, appena rientrato in casa, sua moglie gli chiede come sia andata quella passeggiata, e lui, che fino a quel momento non si è preoccupato affatto di ciò che gli è stato riferito dai conoscenti con cui si è fermato a parlare, adesso spiega subito con un certo fastidio che quello o quell’altro gli ha detto che Marco appare pallido e gracilino e che probabilmente ci vorrà del tempo affinché si rimetta in pieno. Lui non ha dato peso a quelle parole, anzi ha subito annuito sorridendo come fossero dei pareri scontati di una verità più che evidente, ma adesso che è a casa si sente quasi umiliato da quelle opinioni, proprio lui che vorrebbe tanto avere il figlio minore pieno di vita e un po’ meno timido di come appare a tutti quanti. <<Dagli più tempo>>, dice la moglie sottovoce, ma lui ha quasi deciso che per evitare nuovamente di ascoltare quel tipo di commenti è disposto a restarsene a casa il prossimo giorno festivo, e smetterla una buona volta con quell’abitudine della passeggiata domenicale. <<Come vuoi>>, dice lei, mentre toglie i cappottini leggeri ai bambini, rendendosi conto che Loriana, la figlia più grandicella, non è contenta di quanto ha appena ascoltato, soprattutto perché quella decisione da parte di suo padre non è in sua diretta funzione, anche se dovrebbe essere anche lei a subirne le conseguenze. Poi, dopo essersi lavati le mani, i due fratelli si siedono a tavola, ed in silenzio e senza mai alzare troppo lo sguardo dal piatto che la mamma pone loro di fronte, lasciano che i genitori proseguano a parlare dei loro problemi e delle difficoltà da cui sono afflitti.

            Anche se Loriana in genere è molto più espansiva di suo fratello, e molto volentieri ad esempio parla della scuola entrando nel dettaglio di come si svolgono le lezioni del mattino in classe con la sua maestra e con le proprie compagne, difficilmente decide di affrontare a tavola, in presenza di suo padre, un argomento del genere, come anche di qualsiasi altro, conservando le sue considerazioni di bambina per i momenti in cui resta da sola con sua madre, normalmente nei pomeriggi in cui sistema con cura i libri e i quaderni sul piano del tavolo e svolge i piccoli compiti che le sono stati assegnati. È sua madre in seguito che aggiorna il marito con un breve riassunto di quei suoi progressi, anche se lui difficilmente mostra di apprezzare troppo quei buoni risultati scolastici.  

 

            Bruno Magnolfi

sabato 17 gennaio 2026

Forte preoccupazione.


            Non mi ero ancora ambientato nella casa nuova, e i pomeriggi dopo la scuola li trascorrevo con semplicità nel giardinetto sul retro, generalmente da solo, divertendomi con qualche soldatino o facendo correre sul vialetto quei piccoli modellini di macchina che ancora possedevano le ruote. Ma quel pomeriggio lasciai perdere ogni altra cosa, e pur senza avere un’idea precisa mi avvicinai al cancello che delimitava il perimetro di fronte alla facciata della palazzina, e che naturalmente dava direttamente sulla strada, percorsa molto raramente da qualche vettura. C’era un bambino che non conoscevo lì davanti, e forse annoiato proprio come me stava giocando da solo sul marciapiede con un vecchio pallone sgonfio, probabilmente già forato per un uso poco attento. Quando mi vide lui si avvicinò lentamente all’inferriata, e così mi chiese come mi chiamassi, e poi anche da quanto tempo abitassi in quell’appartamento, visto che non mi aveva mai visto prima di allora. Dopo qualche chiacchiera tramite la quale confessai di non conoscere ancora nessuno in quei paraggi, considerato che la mia famiglia si era trasferita in quel quartiere solo da qualche giorno, lui mi parve contento di poter fare la mia conoscenza, tanto che io aprii il cancello e lo raggiunsi, anche per compiere con lui qualche passaggio con quella palla che sembrava proprio l’unico gioco possibile. Mi confidò subito di avere un anno più di me e che lungo quella strada abitavano diversi bambini della nostra stessa età, tanto che era difficile là fuori rimanersene da soli per molto tempo.

            Poco dopo difatti giunse un altro ragazzino, che a dire la verità avevo già visto nel cortile della scuola che frequentavo la mattina, ed alla fine ne arrivò persino un altro che riconobbi subito per essere un mio compagno di classe nella prima elementare, anche se ad un banco lontano dal mio, del quale perciò conoscevo il nome ma di cui non avevo immaginato che abitasse proprio da queste parti. Lasciammo perdere subito il pallone, e ci mettemmo seduti ad un gradino per parlare un po’ di noi, delle cose da fare, delle possibilità che offriva quella strada, dei giochi che potevamo inventarci visto che a detta di tutti eravamo in molti a ritrovarsi nei pomeriggi su quei marciapiedi. Gli altri mi indicarono i caseggiati in cui abitavano, ed io rapidamente spiegai qualcosa di me, anche se non mi dilungai affatto sulla mia famiglia e su ciò che mi riguardava strettamente. Poi riprendemmo a passarci con i piedi quel vecchio pallone, ma a quel punto vidi di sfuggita che dietro ai vetri della finestra di casa c’era mia mamma intenta ad osservare cosa facessi. Mi sentii subito a disagio, lei non mi aveva certo dato il permesso di uscire dal perimetro della abitazione, ed adesso mi aveva guardato senza dirmi niente, come se potessi ricevere una punizione già così. Dopo poco trovai una scusa con quei miei compagni e così rientrai senza fretta nel giardinetto di fronte e quindi in casa.     

            Mia madre non disse ancora niente, anzi si comportò subito come se nulla fosse successo, ma in questo modo il senso di colpa parve calare inesorabilmente su di me, che cercai, per tutto il resto del pomeriggio, di apparire il più possibile obbediente e attento soprattutto a non ostacolare il suo daffare. Naturalmente non servì a nulla tentare di recuperare credibilità e comportarmi verso di lei in un modo il più possibile affettuoso: il guaio ormai era fatto, sembrava ancora dire il suo modo di fare mentre preparava qualcosa per la cena, ed io da quel giorno compresi che quella sensazione di delusione nei confronti dei miei genitori non mi avrebbe facilmente abbandonato. Parecchi giorni dopo tre di quei ragazzini che avevo imparato a conoscere come miei vicini di casa, vennero a suonare il campanello. Mia madre aprì il portoncino e probabilmente li osservò con serietà, tanto che quelli con una certa timidezza chiesero se Marco fosse in casa, e se poteva uscire per andare un po’ con loro. Sentii, al riparo nell’altra stanza, che lei diceva con tono fermo: <<Purtroppo non si sente ancora molto bene, e forse è meglio se rimane dentro la sua casa>>. I tre se ne andarono, ed io restai perplesso, visto che pensavo di sentirmi bene, ed anche se forse ero ancora un pochino debole, certo non mi avrebbe fatto male uscire con loro per un’ora in quel pomeriggio, anche solo per restare di fronte alle finestre del nostro appartamento a parlare di qualche cosa senza troppa importanza.

            Mia mamma non disse niente di quella piccola visita e della richiesta di quei miei compagni, ma io compresi rapidamente che forse la sua premura ed attenzione nel proteggere la mia salute stava diventando qualcosa di diverso da ciò che secondo me era proprio necessario. In fondo però, pensai subito dopo, che non mi interessava troppo stare sulla strada con quegli altri che forse venivano addirittura spinti fuori casa dalle loro famiglie, e quindi potevo ritenermi addirittura fortunato ad avere dei genitori che continuavano ogni giorno a preoccuparsi solo per me.

 

            Bruno Magnolfi   

martedì 13 gennaio 2026

Convinzioni.


            In questo primo anno del 1960 l’andamento economico per quanto mi riguarda sta leggermente migliorando: difatti ho appena acquistato persino una motocicletta, anche se usata, giusto per non recarmi a piedi a lavorare, e in ogni caso mi pare proprio che il mio mestiere di artigiano riesca a dare ultimamente maggiori frutti, tanto che mi sono impegnato a lungo nel cercare una nuova abitazione in affitto per me e per la mia famiglia, con maggiore spazio per noi anche se purtroppo più costosa di quella vecchia, ma insomma una casa che si possa dimostrare più confortevole ed utile anche per i miei due figli piccoli. Credo proprio che per Marco la malattia che lo ha tenuto per diversi mesi lontano da tutto quanto sia oramai alle spalle, anche se lui appare ancora debole e certe volte mostri ancora delle difficoltà nelle proprie relazioni con noi e soprattutto con gli altri. Stasera, terminato il lavoro, l’ho portato con me per fargli visitare la nuova casa dove abiteremo nei prossimi anni, e lui mi è parso piuttosto contento, sempre però con le sue maniere timide e poco espansive. Mi ha fatto capire comunque che avere un giardino tutto per noi, pur piccolo, gli pare qualcosa di molto bello, e che non vede l’ora di potersi muovere in piena libertà in quelle contenute aiuole erbose. Ha molto apprezzato anche la mia motocicletta, ed anche se ho guidato con molta prudenza tenendolo davanti tra le mie braccia durante quel breve percorso, Marco mi è sembrato felice di sentire in faccia l’aria della velocità, e nelle orecchie il rombo del motore. A volte lo vorrei già grande, capace di stupirmi con le sue uscite che persino adesso sembrano a volte da persona adulta, ma mi rendo conto che per lui sarà un percorso piuttosto lungo quello volto a recuperare tutto il tempo della malattia che lo ha tenuto a casa nel letto, senza parlare di quello trascorso in ospedale.  

            Sua sorella Loriana mostra invece una grande vitalità; eppoi è molto studiosa, ed anche se per quest’anno frequenta soltanto la seconda classe elementare, già la sua maestra, così come mi ha spiegato mia moglie che va ad accompagnare e a riprendere la bambina ogni giorno, dice che per sua esperienza difficilmente ha visto degli alunni così interessati a ciò che viene spiegato ed insegnato da chi sta in cattedra. È diligente, ordinata, cortese con gli altri compagni, e soprattutto attenta, ed è sempre tra i primi alunni a comprendere tutte le nozioni che vengono affrontate. Pur impegnandomi nel mio lavoro piuttosto a fondo per tutta la giornata, però certi apprezzamenti mi ripagano ampiamente di tutti i sacrifici che devo affrontare, così spero davvero che il prossimo anno, quando anche Marco inizierà a frequentare la scuola elementare, ci siano per lui le stesse parole lusinghiere da parte di chi ci sarà a fargli da insegnante. Ed è naturale che io mi affidi al fatto che anche lui riesca a seguire le orme della sorella dal punto di vista sia didattico che del comportamento, dimostrandosi altrettanto studioso e diligente. Anzi, spero tanto che Loriana svolga nei suoi confronti un ruolo da apripista delle varie materie scolastiche, controllando a casa i suoi compiti e dandogli qualche spiegazione aggiuntiva sui tanti aspetti affrontati in classe. Anche se per i miei figli non sogno certo grandi carriere da chissà quali geni di certe materie di cui adesso non conosco neppure il nome, spero però che in seguito siano davvero in grado di studiare almeno fino a quando ne avranno voglia, in modo da comprendere il mondo e la realtà molto meglio di me e di mia moglie, che al contrario di loro non abbiamo potuto frequentare la scuola molto a lungo.

            Riconosco che per Marco il percorso scolastico sarà forse più arduo, almeno per quanto riguarda questi primi anni che avrà di fronte, sentendosi sicuramente a disagio rispetto ai suoi compagni così in piena salute da permettere loro di maturare quelle piccole conoscenze e quelle buffe amicizie tra bambini assolutamente importanti e in certi casi addirittura necessarie per ciascuno, ma riconosco che il suo essere stato ammalato per tutto questo tempo può spingerlo in seguito a provare dentro di sé una qualche forma di riscatto nei confronti della sfortuna capitata a lui. Già, perché una malattia infantile si può solo interpretare come una casualità negativa, una sfortuna maledetta della quale non si può certo incolpare nessuno, e che può capitare tra capo e collo senza che tu abbia mai fatto nulla per meritarti una disgrazia di quel genere. Per questo confido in mia figlia Loriana, affinché con il suo impegno riesca a colmare ogni possibile o eventuale lacuna di suo fratello, e a controbilanciare il momento difficile da lui trascorso. Certo, sono convinto che le cose andranno sicuramente per il meglio da ora in avanti, e già l’impegno manifestato da parte di lei è una riprova precisa del suo forte desiderio di spianare la strada per quanto è possibile al piccolo Marco. Ce la faremo, ho detto a mia moglie qualche giorno addietro, e più andiamo avanti e più ne sono convinto.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 8 gennaio 2026

Personalità vera.


            Ogni due o tre giorni mi impegno a fare il bucato, mettendo i panni a bagno in un grosso mastello dove in seguito, in genere la mattina seguente, li strofino con molta cura e quindi li risciacquo, per poi strizzarli abbondantemente per più di una volta. Alla fine, prendo una cesta con i panni ancora umidi e quindi scendo giù, nel cortile sul retro della casa, dove stendo con attenzione la biancheria, e naturalmente anche il resto, sopra a dei cordini appropriati che mio marito tempo fa ha fissato da un muro a quello di fronte. <<Vieni a farmi compagnia?>>, gli dico a Marco che ha deciso quest’anno di non andare più alla scuola materna, visto anche io preferisco tenerlo a casa, considerata la persistente debolezza del suo stato fisico e la dieta alimentare prescritta dai medici da quando è stato dimesso dall’ospedale. Lui non dice niente di particolare, però in genere mi segue con i suoi modi remissivi ed il suo comportamento da timido, come se preferisse probabilmente restarsene in casa, ma per farmi quasi un favore fosse pronto a venire con me. Si scendono due rampe di scale, Marco porta le mollette che servono per fissare i panni lungo i fili; quindi, apriamo una porticina in fondo all’ingesso del palazzetto dove abitiamo ed eccoci subito nel vasto spiazzo per metà lastricato dove su un fianco ci sono una serie di piccole case abitate ad un solo piano, e dall’altro una fila di stanzini generalmente usati per ricoverare la legna che serve per le cucine economiche.

            Marco si siede sempre sopra una grossa pietra, e da lì si fa attirare la propria attenzione o da un rametto che trova per terra oppure da un sassolino da cui è attratto, ed anche se io mi metto a parlare con qualcuna delle nostre vicine che intanto escono fuori dalle loro abitazioni per un motivo o per l’altro, lui non alza neppure la testa, e generalmente le saluta a voce bassa, limitandosi a sorridere quando qualcuna gli chiede come si senta. Sollevo le spalle, lascio correre e spiego io al posto suo come vadano le cose. Al centro del cortile c’è un pozzo chiuso con una grossa manovella per far sgorgare l’acqua azionandola, ed accanto un vecchio lavatoio ormai andato in disuso da dove ogni tanto fa capolino qualche piccola rana. Marco si diverte semplicemente ad osservare la poca vita che si svolge attorno a questi elementi, fatta di girini e di lucertole, certe volte affondando il rametto nella poca acqua o pescando una foglia secca rimasta in superficie. Non sembra mai interessato ai nostri vicini di casa, ed anche se c’è una bambina della sua stessa età che in qualche caso viene da lui per parlargli, non sempre lei riesce a trovare l’argomento giusto per fargli aprir bocca.  

            In casa di una signora che abita una casa in fondo al cortile hanno acquistato una delle prime televisioni che ancora in questi anni quasi nessuno possiede, e lui la prima volta che è entrato con me, dopo molte insistenze, per osservare questo nuovo elettrodomestico che stava trasmettendo un programma di notizie, è rimasto incantato, al punto da mettersi seduto a guardare ammirato le figurine sopra lo schermo e non accorgersi neppure chi ci fosse attorno a lui. Qualcuno continua a dirmi che Marco è molto chiuso in sé stesso, forse anche troppo, ma a me sembra solo un bambino che ha sofferto per essere rimasto a lungo da solo dentro un grande ospedale, ammalato al punto da non riuscire per molto tempo neppure a muoversi dal suo letto. Adesso sta meglio, è evidente, ma ci vorrà del tempo prima che torni a mostrarsi sociale e amichevole con chi gli sta attorno. Con sua sorella va molto d’accordo, anche se lei, che è un po’ più grande, non ha sempre la pazienza di inventare qualche attività di gioco per coinvolgerlo. Qualche volta la sera lei nasconde un piccolo oggetto in qualche angolo dentro la stanza, e lui viene invitato a scoprire dove sia quell’oggetto. Allora si anima, a Marco piace quel gioco, forse perché non ha bisogno di molte parole da dire, e poi certe volte tira fuori un fiuto particolare per risolvere quel piccolo segreto, come se avesse una sensibilità tutta sua nel comprendere con grande rapidità dove andare a cercare l’oggetto nascosto.

            Il prossimo anno inizierà per lui la scuola elementare, ed io credo che avere dei compagni di classe, impegnarsi a svolgere i compiti che la loro maestra avrà da sottoporre a tutti loro, e poi stare in un banco dove scrivere e tenere in ordine quaderni e matite, saranno tutte cose che potranno attirarlo al punto da modificarne facilmente il carattere. Suo padre quando rientra dal lavoro gli tocca ancora la fronte, come per rendersi conto se ancora scottasse per la febbre alta, proprio come nei mesi trascorsi, e a lui forse piace quel gesto, anche se non dice mai niente, e probabilmente dentro di sé sente ancora di essere in parte ammalato. Qualche volta, quando sta seduto, lo osservo da dietro, senza che lui mi veda, e mi convinco sempre di più che Marco nei prossimi anni sarà un bravo bambino, giudizioso, capace, obbediente, e prima o poi mostrerà a tutti la sua vera personalità.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 5 gennaio 2026

Grave situazione.


            Mio fratello sicuramente è sempre stato un bambino timido e di poche parole. Ancora prima dell’insorgere della malattia ha sempre amato isolarsi e giocare per conto proprio, anche durante il periodo in cui ha potuto frequentare la scuola materna, proprio quando tutti gli altri piccoli compagni parevano voler solo ridere e scorrazzare, e poi adesso che è uscito da poco tempo dall’ospedale dove è rimasto ricoverato per ben più di un mese, appare ancora più schivo, chiuso in sé stesso, come se quel pallore del visino sempre serio e smunto, insieme a quella magrezza che gli regalato la dieta curativa, data probabilmente anche dalla sofferenza che si è trovato ad affrontare, fossero il proprio tratto distintivo addirittura anche del suo carattere. Come sorella maggiore ho pensato molto a come poterlo aiutare e sostenere magari proprio nello spingerlo ad integrarsi con i suoi compagni e con il gruppo dei bambini vicini di casa nostra, ma anche per me non è mai stato troppo semplice, soprattutto perché non vorrei forzare la sua misteriosa volontà cercando di fargli compiere dei giochi e delle attività che non gli interessa proprio svolgere. Per quanto mi riguarda, almeno dopo tutto il periodo in cui ho abitato dalla zia, quelle lunghe giornate trascorse senza la mia famiglia hanno lasciato sicuramente degli strascichi che probabilmente sono stati capaci di cambiare almeno in parte i miei comportamenti. Anche il distacco da mio fratello ha comportato per me un leggero allontanamento dai suoi modi di fare, soprattutto quando ho scoperto con disagio, al suo rientro a casa, che alcuni atteggiamenti in lui erano variati, senza che fossi capace di comprenderne del tutto il motivo.

La mia maestra di scuola come sempre è molto paziente e comprensiva con me, e mi incoraggia quasi ogni giorno nelle varie attività didattiche, probabilmente rendendosi conto che è appena trascorso un periodo piuttosto complicato anche per tutta la mia famiglia. Io da parte mia credo di impegnarmi al massimo, e cerco sempre di essere all’altezza delle aspettative che sembra abbiano tutti nei miei confronti. Osservo a lungo la maestra, i miei compagni, tutte le persone che incontro ogni giorno, e mi pare quasi che tutti sappiano sempre qualcosa più di me, qualcosa che soltanto con grande impegno e con tanto sacrificio, specialmente negli studi, ma anche nel rispetto per gli altri, probabilmente potrò riuscire a conoscere. Anche la mia mamma poi sembra più assente rispetto a qualche tempo fa, come se fosse stanca, quasi svogliata nel riprendere le attività di sempre. Mio fratello Marco naturalmente ha ancora necessità di cure e di controlli, ma soprattutto è quel suo dover essere alimentato ogni giorno con dei cibi semplici, essenziali, senza olio, grassi, e senza neppure un pizzico di sale, che pone lei ed anche tutti noi stessi in una condizione un po’ particolare. Lui non si lamenta, sembra accettare tutto quanto senza ribellarsi mai, anche se io sono convinta che prima o dopo tirerà fuori il proprio carattere che reputo poco remissivo.

Mio padre sta cercando per noi una casa nuova, e questo fornisce alla nostra famiglia un minimo di curiosità e quel pizzico di aspettativa per il futuro che forse difficilmente riusciamo a trovare in altri aspetti della giornata. Io non mostro mai delle gelosie per le attenzioni che i nostri genitori impiegano nei confronti di mio fratello, però certe volte mi pare addirittura che siano esagerati nel comportarsi con lui come se fosse ormai fragilissimo e addirittura incapace nel provvedere da solo almeno ad alcune delle piccole cose di ogni giorno. Siccome mostra oltretutto ancora una certa disappetenza dopo il periodo ospedaliero, certe volte pare che il desiderio più forte di mia mamma sia addirittura quello di mettersi ad imboccarlo, come fosse ancora un neonato che non sa badare a sé. Invece ha quasi cinque anni, ed ormai i medici lo hanno giudicato guarito dalla malattia, anche se ha ancora necessità di qualche cura. Anche mio padre credo che mal sopporti l’atteggiamento che assume la mamma certe volte, però non dice niente, si limita a guardare da un’altra parte lasciandola da sola ad occuparsi del suo bambino.

Spesso viene a farci visita la zia, credo soprattutto per stare un po’ con me, tanto che in certi pomeriggi è lei a portarmi fuori per qualche passeggiata, e qualche volta anche per comperarmi qualcosa che secondo lei mi serve, o è addirittura indispensabile, sostiene. Così mi giungono a volte dei regali inaspettati, soprattutto costituiti da qualche vestitino, ed io sono sempre un po’ restia a mostrarli ai miei genitori, perché riconosco che è come se fossi trattata in un modo privilegiato rispetto a mio fratello, e questo naturalmente non va bene, anche se a Marco non interessa niente di tutto ciò e lascia che attorno a lui tutto accada senza tirare mai fuori la propria opinione. Mia mamma durante certe sere l’ho sentita piangere, ma non ho compreso mai del tutto per quale motivo lo facesse, e in ogni caso ho sempre fatto finta di niente, proprio per non aggravare la sua situazione.

 

Bruno Magnolfi

sabato 3 gennaio 2026

Lungo periodo.


            Suo padre è una persona semplice, assiduo frequentatore di un vicino caffè con biliardo dove spesso si intrattiene nelle serate a scherzare con gli amici e i conoscenti di sempre. Non è abituato ad affrontare degli argomenti un po’ troppo complicati, e quando si trova a dover spiegare a Loriana, la propria figlia maggiore, che quel suo fratello da settimane febbricitante dovrà essere internato in un ospedale e probabilmente per un lungo periodo, lo fa con parole dirette, senza mezzi termini, pur in parte cedendo alla commozione del momento. Lei reagisce in maniera quasi inaspettata, iniziando subito a piangere a dirotto e spiegando tra le lacrime che si sentirà sicuramente troppo sola senza di lui, e che per tutto quel periodo non saprà proprio neanche con chi giocare e trascorrere il suo tempo libero dalla scuola. Che la mamma poi si trasferisca in città da certi parenti per assistere quel figlio ricoverato, è un’altra batosta che lei riesce a malapena a sopportare, anche se suo padre le dice subito che per tutto il periodo sarà sua zia a prendersi cura di lei, e che per questo impegno sistemerà le cose in maniera da darle nella propria abitazione non molto distante tutta l’accoglienza possibile. Loriana è sempre andata d’accordo con la zia, che per altro abita da sola, anche se adesso per lei dover affrontare questi cambiamenti improvvisi è sicuramente qualcosa da cui si sente spaventata, ma alla fine comprende benissimo che tutto dovrà essere svolto in funzione del piccolo Marco e della sua guarigione completa che tutti naturalmente si augurano avvenga in fretta.

            Lei quell’anno ha appena iniziato a frequentare la prima classe elementare, ma a scuola la maestra è molto contenta dei suoi risultati: la ritiene una bambina giudiziosa, intelligente, capace di grande attenzione e di impegno. Però adesso tutti i cambiamenti che deve affrontare non saranno cose semplici da superare, e soprattutto il pensiero del suo fratellino internato in un grande ospedale dove per lui ritrovarsi per gran parte della giornata completamente da solo le pare qualcosa di cui da ora in avanti lo immagina già spaventato. Marco però prima di tutto sta male, e adesso non gli importa quasi nulla del proprio futuro, visto che da molti giorni trascorre gran parte del suo tempo dentro al proprio letto e forse non si ritrova neppure le forze per riflettere su ciò a cui dovrà andare incontro. La mattina seguente poi sua mamma lo avvolge in una spessa coperta ed insieme salgono su un treno freddo e rumoroso, e lui, pallido e rassegnato, si lascia sballottare senza lamentarsi di nulla, non trovando neppure la forza di reagire agli eventi. Ma è nel preciso momento quando giunge in clinica, e nell’istante in cui gli viene assegnato un letto dove la mamma lo sistema con l’aiuto di un’infermiera gentile che comprende quanto le cose stiano rapidamente precipitando. Ci sono altri bambini nella sua stanza, ma ognuno sta per conto proprio e in silenzio, e per Marco l’osservazione della notte che scende fuori dal vicino finestrone vetrato all’interno di una città che neppure conosce gli pare addirittura un viaggio intrapreso senza neppure immaginarne itinerario e destinazione.

            Ci vorrà quasi un mese per comprendere da parte dei medici e dei sanitari l’origine della malattia di Marco, e in quelle domeniche in cui suo padre e sua sorella Loriana si recano da lui a fargli una visita, Marco si sente oramai quasi al di fuori da quella famiglia, come se il suo viaggio fosse in pieno svolgimento e tutto ciò che sono stati fino ad allora i dettagli della sua piccola vita fossero diventati ormai elementi rimasti alle spalle. Persino sua sorella non gli sembra più quella che conosceva fino a pochi giorni addietro, e l’unica cosa che riesce a farlo sorridere sono quei piccoli giocattoli e i piccoli libri di figure che gli vengono donati. Dopo molti giorni, presso a poco identici, viene però preso in braccio da un infermiere forte e gentile, che senza dirgli neppure una parola di troppo lo porta in ascensore con sé, fino ad un padiglione attiguo dove vengo sistemati i bambini ormai convalescenti. Tutti ridono là dentro, il clima è molto migliore, sembra che tutto il malessere accumulato nell’ospedale pediatrico svanisca dietro a quella vitalità miracolosamente ritrovata da tutti. Anche Marco naturalmente sta meglio, e forse sta iniziando persino ad affezionarsi a quell’ambiente, a fare qualche amicizia con i malatini della sua età, e a trovarsi maggiormente a proprio agio, tanto che quando viene dimesso prova persino un certo dispiacere nel dover abbandonare così all’improvviso tutto quanto, anche se c’è la sua mamma a guidarlo, e lui si comporta esattamente come lei gli chiede di fare. Tornare a casa, in famiglia, agli oggetti e agli affetti che conosce è una gioia che quasi non si aspettava, e Loriana è lì, pronta ad abbracciarlo, anche se tutto quel periodo a suo modo di vedere si è rivelato anche per lei troppo lungo.

 

            Bruno Magnolfi