mercoledì 31 dicembre 2025

Sconfitto dalla volontà.


            Il bambino confusamente ricorda che durante quel periodo era così piccolo d’età che la sua mamma riusciva ancora agevolmente a tenerlo a lungo in braccio, e nel mentre sua sorella, di qualche anno più grande di lui, tornata da scuola quel giorno con una pellicola scura fornita dalla sua maestra e da posizionare sugli occhi, quel giorno era scesa fin nel cortile posteriore della loro piccola casa per andare ad osservare il cielo in quel momento ancora sereno. Lui invece, dalla finestra del primo piano dove abitavano, continuava a guardare incuriosito gli eventi che stavano per verificarsi, proprio mentre lei appariva immobile insieme ad altre tre o quattro persone del vicinato, e forse un po’ le invidiava quella libertà di andare all’aperto e di godere in piena tranquillità di quelle giornate tiepide e al momento senza alcuna nuvola in cielo. La sua febbre persistente, data da quella malattia che gli procurava persino dei continui e terribili dolori alla testa ed anche alle ossa, da diverso tempo non gli concedeva questa possibilità, e nonostante le sue giornate proseguissero a trascorrere quasi interamente nel suo letto di bambino, a lui difficilmente veniva voglia di proiettarsi verso l’esterno, pur soltanto con la semplice fantasia, proprio come nel corso di quel pomeriggio. Gli animali da cortile che qualche famiglia allevava dentro ad alcuni recinti poco distanti da lì, avevano poi iniziato ad emettere degli strani versi, come avvertendo uno strano pericolo imminente, e quando il sole, fino a quel momento brillante come sempre, aveva infine iniziato ad oscurarsi, pareva che un grido continuo e prolungato di dolore iniziasse a percorrere come un tremito qualsiasi creatura vivente.

            Da dietro ai vetri della finestra il sole non si riusciva a scorgere, restando in una posizione troppo alta in cielo, ma quel buio progressivo e innaturale che era giunto, addirittura pauroso per la sua repentinità, pareva adesso qualcosa di talmente fuori dall’ordinario da far persino tremare quel bambino malato, come preda di una febbre aggiuntiva, fino a giungere al punto, quando l’apice dell’eclisse fu oramai evidente a chiunque ed il buio infine così denso e profondo da assomigliare del tutto a quello notturno, di farne voltare lo sguardo verso l’interno della stanza in cui si trovava, quasi a voler evitare o esorcizzare quella visione addirittura terrificante. Fu esattamente in quel momento che a sua madre venne da piangere con una certa spontaneità, forse scorgendo in quel gesto irrazionale di suo figlio il rifiuto stesso di una prossima vita un po’ crepuscolare, condannata dalla malattia; un’esistenza minore, alle spalle dei sacrifici di qualcuno della famiglia, oppure di qualche istituto ospedaliero, che con l’andare degli anni avrebbe dovuto sorreggere una situazione inguaribile, e un’esistenza destinata ad un lento e inesorabile declino. Il loro medico di famiglia insieme al pediatra avevano prescritto per i giorni seguenti il suo ricovero urgente in ospedale, ed anche se il bambino non era a conoscenza di quanto realmente l’attendesse per il prossimo periodo, sua mamma si sentiva già quasi disperata, e tenerlo in braccio per fargli assistere a quello spettacolo della natura le aveva fatto riflettere su cose un po’ penose, pur mostrandosi come uno svago.

            Il buio improvviso durante il giorno sembrava come l’inizio di una fine imminente, e molti si erano già espressi con popolare superficialità in quel senso, anche se per i più informati era soltanto un avvenimento che si verificava ad intervalli lontanissimi tra loro, tanto da poterne assistere, durante tutta un’intera vita, solamente una volta. Qualcuno con convinzione aveva spiegato addirittura che quello era solo l’inizio del cataclisma, la dimostrazione chiara che la specie umana, con la propria evidente mancanza di solidarietà che si era manifestata con la guerra, non era stata capace di adempiere ai compiti per cui era stata creata, e quella punizione data dalla natura stessa era qualcosa di evidentemente conseguente. La madre si sentiva disperata, ma nonostante tutto riusciva ad essere adesso quasi gioiosa nei confronti del suo malatino, sapendo che il distacco, dopo aver consegnato il suo bambino nelle mani dei medici ospedalieri di una città lontana, sarebbe stato un trauma per tutta la famiglia, e specialmente per lui, improvvisamente solo in una camera del tutto estranea, con le lenzuola troppo bianche, e i profilati delle attrezzature di un acciaio persino troppo freddo e insidioso.

            Tutto pareva convergere verso una situazione di una tristezza sconcertante, ma nessuno aveva intenzione di aggravare la vicenda in corso: la sorella si era voltata ad un tratto verso la finestra, forse attratta da quegli sguardi familiari, ed aveva salutato il bambino con un sorriso divertito accompagnato da un gesto della mano, mentre la mamma aveva salutato a sua volta, quando l’oscurità era ormai incombente. Infine, il buio aveva avvolto tutto quanto, e la paura aveva reso più piccoli tutti gli esseri viventi, anche se quell’attimo era durato poco tempo, e dopo poco la visione di ciò che si poteva osservare da quella finestra del primo piano era tornata quella di sempre. La mamma poi si era allontanata dai vetri ancora con il bambino in braccio, e poco dopo lui era stato coricato di nuovo nel suo letto, come se qualcosa fosse ormai alle loro spalle; già superato, sconfitto dalla volontà.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 23 dicembre 2025

Motivi oscuri.


            Lo immagino ancora oggi quest’uomo robusto, fermo sulle gambe, mentre osserva le stanze dell’appartamento completamente vuoto di qualsiasi tipo di mobilia, e che in seguito, guidato dal proprietario della casa, resta lì a valutare attentamente i vani, l’ampia cantina, il vasto giardinetto sul retro, e poi la comodità di abitare ad un piano rialzato di una villetta di soli due piani, persino con due ingressi separati, anche se il canone d’affitto purtroppo è un po’ troppo elevato per le sue risorse. Però la strada è tranquilla, proprio vicina ad un grande parco pubblico, ed alla fine ci sono tutte le caratteristiche per far crescere bene i suoi due bambini ancora un po’ piccoli, ma che sicuramente sarebbero molto contenti di abitare in un posto di quel genere, dove almeno c’è un bagno con la vasca e tutto sembra proprio come lui e sua moglie hanno sempre sognato per far vivere la loro famiglia. Dopo tanti anni riesco quasi a vederlo mio padre, ancora giovane e nel pieno delle forze, mentre appare riflessivo in mezzo a quegli ambienti, lento e anche silenzioso, quando sembra prendere sempre più tempo per quella decisione importante, cioè prima di fornire al proprietario che lo accompagna e che gli mostra la casa una risposta certa e definita, perché sa che dopo di lui sicuramente ci saranno altre famiglie come la sua, pronte a visionare quelle stesse stanze, e che forse saranno più convinte di lui nelle proprie decisioni. Alla fine, lo vedo proprio, mentre già annuisce, e quando poi dice che va bene e che si sente disposto ad impegnarsi nel pagare quel canone d’affitto che gli sta chiedendo il proprietario, anche se desidera che le pareti siano almeno imbiancate di fresco, considerato che è disposto a fare lui stesso quel lavoro, naturalmente con una leggera dilazione della pigione, o meglio ancora con un piccolo sconto sulle mensilità almeno del primo anno. 

            Sia accordano poi senza troppo discutere alla fine, probabilmente anche perché mio padre fa persino un po’ di pena a quel proprietario, e lui comunque torna poco dopo nella nostra vecchia casa dove abitavamo fino a quel momento, mentre gli gira nella testa quella notizia così importante di cui informare sua moglie, tanto da non riuscire quasi a trovare le parole giuste per descrivere quella che sarà la loro nuova abitazione, e che si trasferiranno presto, tra poco tempo, giusto dopo qualche settimana, utili per dare la pittura alle pareti e poi per traslocare i pochi mobili, magari durante la sera, dopo il lavoro, quando c’è più calma in giro e meno sguardi indiscreti che occhieggiano dalle finestre del nuovo vicinato. Io sono ancora piccolo per comprendere queste cose, non dico niente mentre consumiamo la cena al tavolo della vecchia cucina, però sto già sognando il giardinetto di cui parla adesso mio padre, dove probabilmente impostare dei nuovi giochi, e dove fare delle esperienze che ancora neanche immagino, con le formiche, con i grilli estivi, le lucciole, e con quei gatti che sembrano incrociarsi con tranquillità da quelle parti, anche se amano starsene spesso per i fatti propri, e come dice mio padre sembrano piuttosto sospettosi degli estranei. Ma a me piace cambiare, aggiustare i miei pensieri all’interno di questo nuovo ambiente, far volare la mia fantasia, e ora resto del tutto in silenzio, lo sguardo dentro al piatto che ho di fronte, l’espressione del viso immodificabile.

            Mi chiedo anche quale sia il vero motivo per cui abbandonare la vecchia casa, ma mio padre e mia madre sembrano così entusiasti di trasferirci che non è proprio il caso di avanzare delle domande o dei dubbi: ci proiettiamo tutti verso quel nuovo mondo, e mia madre sorride come non fa tanto spesso, e questo mi pare già la cosa più importante che possa avvenire in questo momento. Se loro sono contenti, ebbene lo sono anch’io, e mi sembra entusiasmante poter conoscere dei nuovi amici, dei nuovi vicini, e forse cambiare scuola, anche se frequento solo la terza classe elementare, e mi pare che tutto sia proiettato con queste novità verso un miglioramento generale, una variazione che porterà soltanto maggiori benefici per tutti noi. Mio padre poi parla di soldi insieme a mia madre, e le loro espressioni improvvisamente si fanno più serie, ma a me non interessano affatto queste cose, mi basta sapere per certo che la decisione ormai è presa, e che se anche ci saranno prossimamente dei sacrifici da affrontare, sorò anche disposto a non ricevere alcun giocattolo per il mio compleanno, considerato che avrò la possibilità di scorrazzare per un vero giardino, e rincorrere quei gatti, e giocare con la palla fino allo sfinimento. Mia sorella ha due anni più di me, mi guarda con la faccia di chi non sa cosa pensare, ma a me adesso non interessa il suo parere, mi basta che non si metta di traverso con le sue sciocche polemiche che spesso neppure comprendo e delle quali non ne afferro soprattutto la necessità. Dice mio padre che dovrò sicuramente aiutarlo con il trasloco, ed io gli dico: <<certo, sono pronto, sono a disposizione>>, e tutti ridono anche se non ne capisco del tutto il motivo.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 8 dicembre 2025

Passerò da qui.


            All’interno della bottega piuttosto vasta ma notevolmente disordinata, lei sta ascoltando suo padre, l’anziano titolare di quello strano e antico negozio adibito soprattutto alla vendita di pregiati colori per pittori e naturalmente di pennelli, ma anche al commercio di quadri d’autore già incorniciati e diversissimi tra loro, tutti esposti alle pareti e sui variegati cavalletti, e poi persino nell’attività di restauro di qualche vecchia tela adesso sistemata su di un lungo e pesante tavolo imbrattato di pennellate ad olio ormai secche e disposto un po’ in disparte, mentre le parla pur continuando apparentemente a preoccuparsi soltanto delle proprie attività, magro com’è, vestito con uno spolverino grigio e sporco di parecchi schizzi e ditate dei tanti pigmenti. <<Devi andare a Praga, te l’ho già detto>>, le fa, mentre proprio in quel momento entro io dentro al negozio con la curiosità di chi non acquisterà mai un bel niente, però è disposto ad annusare a lungo e con soddisfazione il profumo dei quadri e degli attrezzi da pittura. Il vecchio non mi guarda neppure, probabilmente è abituato a veder gironzolare nel suo esercizio persone come me, ed anche sua figlia, una donna di circa quarant’anni con una bisaccia di pelle che le pende da una spalla, sembra preoccuparsi soltanto di ciò che le dice suo padre. <<Ma non ci sono mai stata, non parlo la lingua, e devo andare a cercare qualcuno che neppure conosco. Non ti sembra un po’ troppo?>>. Suo padre non sembra neppure disposto ad ascoltarla, ed io intanto mi muovo verso di lei, con il modo di fare di un indifferente.

            <<Devi soltanto incontrare una persona che produce degli ottimi colori ad olio, e definire il contratto con il quale la sua impresa artigiana si impegna a fornire in esclusiva, almeno per questa nostra città, i suoi materiali, che io ritengo ovviamente migliori di tutti. È semplice, e sarà sufficiente per te restare a Praga per un paio di giorni, tre al massimo, e poi riprendere il treno e tornartene qua>>. Lei va verso la vetrina del negozio come attratta da qualcosa che adesso si muove da qualche parte sopra al marciapiede. Probabilmente la faccenda è già stabilita, e lei non può fare niente per evitarla, anche se non ritiene troppo giusto far passare tutto in maniera così semplice; perciò, è disposta a battagliare quanto le è possibile con suo padre, pur di non dargli una vittoria così facile e scontata.

            <<Posso venire con te>>, le dico improvvisamente sottovoce avvicinandomi a lei, in maniera che suo padre non mi senta. Lei mi guarda con occhi increduli, come se stessero succedendo contemporaneamente tutte le cose più improbabili possibile, tanto da esserne incredula. Mi muovo, lei naturalmente segue il mio ciondolare mentre osservo una tela oppure l’altra, come potesse comprendere qualcosa di più di quelle semplici parole, e tutto comunque fosse apparentemente tranquillo, come se si svolgesse un normale dialogo tra persone perbene. Poi, le vado vicino di nuovo: <<Sono già stato a Praga, e poi non ho niente di meglio da fare in questi giorni>>, le dico per confermare ciò che le ho già riferito, e intanto mi muovo lentamente, e senza dire altro aziono la maniglia della porta di quella bottega, ed infine esco, come se lei al momento non avesse neppure troppo tempo per prendere le sue decisioni, almeno prima che io sparisca. <<Va bene>>, sento che dice a suo padre prima che io chiuda la porta alle mie spalle; <<ti darò una risposta stasera, prima devo soltanto pensarci>>. Poi attende un attimo, raccoglie qualcosa che aveva con sé, e mi raggiunge sul marciapiede, dove io mi sono fermato tre o quattro metri più in là, appoggiato al muro che costeggia la strada del centro. Lei si avvicina con sguardo interrogativo, si ferma, e non dice niente, così io mi stacco con calma dalla parete, e visto che abbiamo la medesima altezza, sfioro il suo naso con il mio, quasi a dimostrare che è possibile con me avere facilmente delle piccole intimità.

            Lei mi lascia fare, prosegue a guardarmi fisso come preparandosi a scagliarmi contro chissà quali interrogativi, ma io la prevengo, dicendo: <<Che male c’è: ci facciamo un viaggetto, possiamo parlare, cenare assieme, visitare la città senza problemi>>. Lei adesso sembra confusa, forse il mio progetto inizia a girarle nella testa come non avrebbe mai immaginato, ed alla fine dice ciò che attendevo fin dall’inizio. <<Ma io non ti conosco>>, mi dice finalmente con fermezza, parlando però sottovoce, come ci fosse ancora suo padre lì accanto, pronto ad ascoltarla. <<Questo non ha alcuna importanza>>, ribatto io, <<ed anzi, come ti ho già detto avremo così un po’ di tempo per fare una certa conoscenza tra di noi>>. Lei cerca qualcosa nella sua borsa d’altra epoca, poi tira fuori una sigaretta, anche se non l’accende, ed in questo daffare si appoggia a sua volta alla parete, come se dovessimo sbrigare quella faccenda e prendere una decisione definitiva prima di salutarci. Perciò io muovo un passo verso di lei, come a sfiorare di nuovo il mio naso contro il suo, ma stavolta la bacio, senza insistenza, solo sfiorando le sue labbra con le mie, e lei mi lascia fare, come se le tornasse naturale comportarsi così. <<Dammi una risposta tra un’ora>>, le dico tranquillo, <<quando mi troverò a passare ancora da qui, davanti a questa bottega di tuo padre>>, e lei annuisce.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 novembre 2025

Almeno per adesso.


            Sicuramente lui è un uomo calmo e riflessivo, un tipo di persona di cui è certo che ti potresti fidare ad occhi chiusi, se non fosse magari per la sua indole persino troppo chiusa e taciturna che tende a non rivelare mai a nessuno il proprio vero pensiero. <<Buongiorno>>, gli dicono al mattino i suoi colleghi, quando con puntualità proverbiale arriva sul posto di lavoro, un enorme capannone in periferia adibito alla logistica ed al deposito delle merci; e mentre gli altri scherzano tra loro o si danno delle gran pacche sulle spalle, tutti davanti a lui si fermano sempre un passo indietro, visto che nessuno riesce mai a farlo sorridere, mostrando così di non accettare certe confidenze. In genere avvia per primo il proprio muletto, per iniziare subito dopo a movimentare gli innumerevoli bancali, senza mai stancarsi, senza quasi permettersi una sola sosta, però svolgendo ogni manovra sempre con calma, senza pretendere da sé stesso una fretta pericolosa e fuori luogo. Qualcuno forse pensa che lui esageri, che il suo modo di lavorare sia fuori dal tempo, che le sue invidiabili capacità non siano mai state in grado di rinnovarsi in tutti questi anni. Ma quando un collega si rovescia su di un fianco con il proprio mezzo uscendo con una ruota dal piano di carico, lui è l’unico che sa come rimettere le cose a posto, con metodo, con impegno, con forza, e con l’aiuto del suo fedele muletto.

            Ed è quella mancanza nel relazionare ai superiori su quanto è appena accaduto sia dentro gli uffici che verso i propri caposquadra, nonostante non ci siano state delle gravi conseguenze sia umane che materiali, che immediatamente lo mettono in una posizione piuttosto difficile. Gli viene notificata una lettera con nota di demerito che lui peraltro non accetta strappando il foglio in mille pezzi; perciò, interviene con forza il sindacato che però non sa aiutarlo, come i suoi colleghi che restano praticamente muti di fronte a quei fatti così come si sono svolti. Lui per la prima volta alza la voce, dice che non potrà restare in un luogo di lavoro dove la solidarietà è soltanto una parola a cui non conseguono dei fatti, e così in quel giorno rassegna con stizza le proprie dimissioni, tra la sorpresa generale. Immediatamente presenta richiesta di occupazione in altre imprese dove la sua esperienza può avere un peso determinante, ma quando vengono richieste le relative credenziali, nessun capo del personale può dar seguito alla sua domanda. <<Gino>>, gli dice un amico che lo conosce da tempo immemorabile, <<certe volte bisogna abbassare la testa e riconoscere l’opinione generale. Probabilmente sarebbero pronti a riprenderti subito nel tuo posto di lavoro, ma tu devi fare ammenda, e dichiararti pentito di aver cercato di risolvere le cose per conto tuo, senza avvertire nessuno>>.       

            Gino guarda il suo bicchiere mentre sta seduto davanti al bancone del locale dove va ogni tanto, e rimane in silenzio, pensieroso, riflettendo senza darsi pace su quel divario che forse il caso gli ha messo di fronte per renderlo impotente. Sul posto di lavoro immagina che gli altri abbiano a lungo parlato di lui e di quanto gli è accaduto, ma sa anche perfettamente che le continue attività della logistica copriranno presto tutte le opinioni, e che in poco tempo lui sarà dimenticato, ed il suo modo di comportarsi diverrà solo un grave errore di un bravo mulettista. Lascia trascorrere un’altra intera settimana lottando contro il proprio orgoglio, e infine si presenta alla direzione della vecchia società, chiedendo un colloquio con il capo del personale. Si siede di fronte a quella scrivania, toglie il berretto inseparabile dalla sua testa calva, e dice soltanto che ha necessità di tornare a lavorare. L’impiegato gli pone delle domande, lo incalza, gli chiede i motivi veri che lo hanno portato a comportarsi senza mostrare una vera fiducia verso la propria azienda, e Gino dice soltanto che ha agito d’impulso a difesa di un collega, e che adesso però è pronto a riconoscere le proprie mancanze.

            Gli dicono che lo contatteranno, la direzione prenderà in esame la sua richiesta, che gli faranno sapere che cosa verrà deciso, però tra qualche giorno, appena ne potranno parlare tutti insieme. Gino si alza dalla sedia, si sente ferito, sente che quella è l’ultima volta in cui è potuto entrare dentro quella azienda, e che probabilmente nessuno gli darà di nuovo il mestiere che ha esercitato per tanti anni. Ma il giorno seguente, nella serata, vanno a trovarlo a casa quattro o cinque dei suoi colleghi, compreso quello che aveva combinato l’incidente del muletto, e c’è anche un sindacalista, e tutti gli chiedono di sedersi, di parlare con calma, ora che è trascorso qualche tempo e che le cose sembra proprio che abbiano assunto un diverso sapore. <<Gino, sono disposti a coprire questo periodo come ferie>>, gli dicono, <<e tu se vuoi puoi riprendere da subito il tuo posto di lavoro, dopo che avrai stracciato quella tua lettera di dimissioni>>. Lui solleva lo sguardo, ringrazia, ma senza commentare. Forse è una vittoria per qualcuno, pensa; ma non per lui, che resta comunque della stessa opinione che aveva prima, anche se è la parte più debole del sistema, e deve adeguarsi, almeno per adesso.

 

            Bruno Magnolfi  

mercoledì 12 novembre 2025

Semplice reliquia.


            Lei, Irma Neri, un’età che sfiora il mezzo secolo, orgogliosamente sola dopo che il suo ultimo fidanzato qualche tempo addietro si è rivelato poco per volta una persona quasi inconsistente per personalità, da qualche mese durante le nottate di sonno regolare dentro la camera da letto del piccolo appartamento dove abita, pur decisa e convinta nelle scelte della propria vita, ha iniziato ad avvertire delle voci che non riesce in nessun modo a spiegarsi. Inizialmente sono state quasi un brusio incomprensibile che nel buio del dormiveglia parevano provenire dall’appartamento accanto oppure da quello al piano superiore, ma dopo aver origliato a lungo appoggiando la testa in tutte le pareti della camera, Irma si è resa conto che non era così, e che quei tenui bisbigli provenivano esattamente dalla propria stanza. Così ne ha parlato con il suo medico, un dottorino giovane molto serio e preparato che ha cercato di rassicurarla, anche se lei, senza neppure in seguito parlargliene più, ha iniziato in quello stesso periodo ad acuire la propria attenzione, cominciando a percepire nel buio notturno anche delle parole quasi definite, pur immerse in frasi inconcepibili e confuse. <<Probabile>>, sembra che dica certe volte quella voce; oppure: <<indubbiamente>>, ed anche <<domani>>, e certe volte insiste a dire persino <<è inutile>>. Sembra proprio come se qualcuno tenga un dialogo con qualcun altro, che però non gli risponde, o magari risponde in altro modo, con dei gesti o chi sa come, evitando in certi momenti di emettere il più piccolo suono.

            Così lei ha provato ad amplificare alle sue orecchie quella voce inconcludente e per certi versi monotona, arrotolando un cartoncino in modo da farne un cono piuttosto rigido, di cui applicare ad un suo padiglione auricolare il foro piccolo, lasciando la parte più aperta libera di captare dall’aria della stanza ogni gemito ed ogni sillaba. Si è rapidamente resa conto di come la voce molto probabilmente stia leggendo qualcosa, forse un libro o anche qualche opuscolo, espressi però con una piccola enfasi, tanto da rendere anche indecifrabile a chi desideri riferirsi. Nella stessa giornata lei è passata da una farmacia ed ha acquistato dei tappi in gomma per le orecchie, sostenendo con il farmacista che i vicini di casa erano soliti provocare dei rumori molesti durante il suo sonno. Così ha cercato di disinteressarsi del tutto di quei bisbigli, di quei dialoghi, e di quella voce in gran parte incomprensibile, talmente presente però dentro alla sua camera da risultare quasi frutto di qualche magia. Per alcune notti le cose sono assai migliorate, ma la curiosità di ascoltare ancora quella strana presenza ha indotto Irma ben presto a togliere i tappi per tornare ad ascoltare la voce.

            Lei a questo punto si è resa conto immediatamente che quei suoni, quella forma verbale leggera ma diventata quasi un’abitudine, adesso sembra scomparsa. Perciò si è coricata nel proprio letto con una maggiore rilassatezza rispetto agli ultimi tempi, e in questo modo ha trovato un riposo migliore. Ma una delle sere seguenti, inizialmente quasi senza rendersene conto, ha compreso che la voce di nuovo era lì, da qualche parte, sempre con quel tono sommesso, delicato, quasi un brusio indefinito come si è sempre manifestato. Allora è tornata dal suo medico, giusto per spiegargli in ogni dettaglio di come si fosse convinta che c’era una voce nella sua mente, e che lei stesse perdendo giorno per giorno il proprio riposo e forse anche il senno. Il dottore, pur giovane ma con una certa saggezza, le ha spiegato con calma che tutto poteva dipendere dagli ossicini dentro al suo orecchio, che vibrando in maniera del tutto inconsueta avessero cominciato a proporre dei sottili rumori simili al bisbiglio di una persona. <<Ma io distinguo qua e là delle parole>>, ha detto Irma con fermezza. <<Non può derivare tutto quanto da ossa, cartilagini o flusso del sangue; dei leggerissimi rumori probabilmente è normale avvertirli all’interno della propria testa, ma non delle frasi composte, non delle parole significanti, decifrabili, del tutto simili a quelle di una qualsiasi persona che parla>>.

            Il medico si è grattato la testa, ha detto che avrebbe chiesto a degli specialisti se si fosse mai verificato nei loro pazienti un caso del genere, e poi le ha detto di usare i tappi per avere un riposo adeguato, nell’attesa di trovare un luminare della scienza in grado di sciogliere quell’enigma. Ed è stato in quel momento, fermandosi un attimo nel bagno dell’ambulatorio che Irma si è resa conto che in quel piccolo vano ricoperto da piastrelle bianche e molto silenzioso, la voce di sempre non c’era, e che quindi non era nella sua testa, e che quella non era esattamente la strada per scoprire quale fosse il suo inconsueto problema. Rientrata in casa ha spostato dei mobili, li ha allontanati dalle pareti, ed alla fine ha scoperto dietro un armadio che vi era rimasta una radiolina minuscola ancora collegata alla rete elettrica, sintonizzata su un programma di sole notizie, senza né musica né pubblicità. <<Una reliquia del mio fidanzato>>, ha subito pensato, e dopo un attimo naturalmente è scoppiata a ridere.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 20 maggio 2025

Anche di te.


Chissà, in tutto questo periodo, quanto è cambiata, mi chiedo. Probabilmente già in precedenza aveva iniziato ad essere sempre più distante da me, anche se io non mi ero accorto praticamente di nulla, almeno fino a quel confuso momento in cui aveva cominciato a non considerarmi quasi per niente. Un periodo incerto, per me. Per lei invece un periodo di scelte importanti, di desideri nascosti fino ad allora, ed improvvisamente affiorati di colpo alla superficie della sua volontà. Forse non la riconosco neppure quando la vedo, o magari è talmente freddo il suo comportamento nei miei confronti da lasciarmi la sensazione di una persona che io non abbia mai neppure conosciuto. Certo, un figlio cambia completamente qualsiasi prospettiva. Forse è proprio questo il divario più forte che si è stabilito adesso tra me e lei. In ogni caso, sono curioso di vedere questo bambino, e di osservare Monica mentre lo accudisce, lo culla, si prende cura di lui, insomma fa la sua mamma. In clinica mi hanno tolto anche i pensieri che mi potevano essere rimasti impigliati nella mente durante l’ultima volta che sono stato nel suo appartamento. Mi hanno spinto lontano, opacizzando nella mia testa tutta quella zona che ancora si occupava di lei. Adesso ho soltanto dei ricordi lontani nei suoi confronti, qualcosa che forse non è più neppure in relazione con Monica.

Credo mi piacerebbe comunque restare in buoni rapporti, farle una telefonata ogni tanto, parlarle del lavoro, dei colleghi, delle mie giornate, e poi chiederle della crescita del bambino, dei suoi progressi, delle piccole soddisfazioni che offre. Ma forse è meglio lasciare direttamente a Monica la scelta su quali vecchie conoscenze conservare oppure no, anche se io nei suoi confronti sarò sempre disponibile, non foss’altro in memoria di ciò che avrebbe potuto essere, e purtroppo non è stato. Non mi sento rassegnato a perseguire un’esistenza piatta e senza interessi, però sono pronto a non sacrificare niente di quel poco che mi è riuscito di coltivare nei periodi trascorsi. Ai miei genitori non ho detto che sarei andato a casa di Monica a far visita a lei e al suo bambino; forse non avrebbero compreso affatto il mio stato d’animo attuale, il mio bisogno di aggiornare i miei sentimenti, di dare uno sbocco a ciò che, pur lievemente, resta ancora acceso dentro di me. No, loro no; forse Monica potrebbe riuscire a capire qualcosa in questo momento di quello che provo, ma io non le parlerei mai di tutto questo, e di fronte a lei cercherei sempre e in ogni caso di sminuire qualsiasi riferimento ai miei sentimenti trascorsi, pur residuali.

Poi giungo alla base dell’elegante palazzo, parlo un attimo con il portiere che mi guarda con un certo sospetto, infine attendo immobile e in silenzio che lui citofoni alla governante di Monica, e che alla fine mi faccia segno di passare, e di usare l’ascensore di destra, quello che sale direttamente fino al vasto attico dove abita lei. Le porte automatiche si chiudono con un fruscio rilassante, e lo specchio di lato dentro la cabina metallica, impreziosita da qualche cornice in legno scuro, rimanda un’immagine di me che forse non sembra neppure del tutto autentica, come se stessi cercando di impersonare qualcuno che sicuramente non sono, anche se, subito dopo aver pensato una cosa del genere, mi giro di fianco, nel tentativo di superare un’idea così fuorviante. Sono quello che sono, cerco di riflettere, provando a convincermi che niente mi farà mai cambiare. Le porte automatiche, infine, si aprono con lo stesso identico fruscio, ed io esco dalla cabina, anche se all’improvviso non sono del tutto sicuro di aver fatto la cosa migliore possibile arrivando fin lì.

La governante mi accoglie, prende dalle mie mani il mazzo di fiori che ho portato per Monica e per l’occasione, ma la sua espressione non è rilassata, e forse prova sicuramente ancora qualche sospetto nei miei confronti. Poi mi fa strada verso l’ambiente che già conosco, dove Monica si mostra adesso presa nel ruolo di madre e di donna forse ferita, però capace di superare qualsiasi incidente. <<Buongiorno>>, dico quasi per automatismo, e lei si volta verso di me, si alza, prende la confezione di fiori dalle mani della governante, e li apprezza aspirandone il profumo con un sorriso. Poi torna a voltarsi verso Giacomo, dimostrando perfettamente che non c’è niente che possa distogliere ogni sua attenzione da quel bambino bello e sorridente, posizionato in mezzo ai tanti cuscini. <<Si vede, che è tuo figlio>>, le dico in un soffio. Lei si fa seria, mi ringrazia, mi dice qualcosa di quel bambino, me lo presenta, mi mostra tutto il suo amore che riesce a provare per quel suo figlio.

Quando, alla fine, dopo aver considerato ormai tutto quanto, decido che è meglio se vado, Monica fa un cenno alla sua governante, e mi accompagna fino alla porta: <<Puoi tornare, se ne avrai voglia>>, mi dice. <<In fondo, questo bambino, possiede sicuramente qualcosa anche di te>>.  

 

Bruno Magnolfi    

lunedì 19 maggio 2025

Verità manifesta.


            Giacomo cresce, e dato che sono trascorsi oramai alcuni mesi da quando è venuto alla luce, forse sta già formandosi un’idea abbastanza precisa su queste persone grandi che lo circondano e che appaiono tanto sicure di sé quando vengono certe volte a fargli dei larghi sorrisi e a toccargli i piedini o le mani. Se potesse già parlare direbbe sicuramente che è buffo vedere intorno una corte così colorata di persone che sembrano nuotare come dei pesci tropicali dentro un acquario; certi individui generalmente monotoni nei loro gesti, che imitano sempre una specie di vocina sgraziata e innaturale quando si riferiscono a lui. Verso la mamma, e quando è con lei, il suo pensiero invece è del tutto diverso: lei lo ha tenuto con sé quando ancora si muoveva solo leggermente nel buio, e Giacomo adesso però ne riconosce immediatamente la voce, i modi di fare, l’odore, ed ogni espressione della sua faccia, che resta quella più rassicurante di qualsiasi altra cosa, in un mondo dove probabilmente non c’è mai da stare troppo tranquilli. Non c’è da avere paura, si sta bene quando siamo circondati da affetto e da attenzioni, anche se probabilmente da qualche parte sembra già annidarsi maliziosa qualche piccola fregatura che prima o dopo sortirà sicuramente fuori a rompere almeno una parte di questo fantastico ma momentaneo incantesimo.

            Renato da tempo è tornato ad abitare nella casa dei propri genitori, e in seguito ha anche ripreso il suo solito mestiere di impiegato comunale; i colleghi lo hanno abbracciato, o meglio hanno sbattuto con attenzione una mano sulla sua spalla, come nel tentativo di congratularsi con lui per essere stato capace di uscire da una situazione sicuramente difficile, che con tutta evidenza lo ha messo alla prova, lo ha spinto quasi con cattiveria verso i limiti più estremi delle proprie certezze. Nessuno gli chiede niente di troppo preciso, almeno per adesso, e lo accolgono semplicemente come se il suo fosse un ritorno che tutti attendevano, e con grande interesse rivolgono a lui qualche domanda, pur con estrema semplicità: <<Come stai? Come va? Hai bisogno di qualcosa?>>, e Renato risponde cercando di sminuire la sua importanza, tirando fuori la sua solita timidezza, senza mai usare molte parole, anche se le domande che gli altri impiegati gli pongono servono soltanto a farlo parlare e a vedere come reagisce al cospetto dei colleghi e del suo luogo di lavoro dove dovrà ricominciare a trascorrere parecchie ore di ogni santa giornata. <<Mi sento bene, adesso>>, dice Renato alla fine; <<Non so neanche spiegare che cosa mi sia successo in tutto questo periodo, però sono sicuro di sentirmi bene in questo momento, ed è la cosa per me più importante di tutte>>.

            Trascorrono diversi giorni e tutto sembra riprendere l’andamento di sempre, tanto che a Renato, durante un giorno qualsiasi, una volta terminato il suo orario lavorativo e dopo essere uscito dal suo ufficio, viene voglia di fare una semplice telefonata a Monica. <<Ciao, non voglio disturbarti>>, le dice subito con voce bassa, <<però vorrei chiederti scusa, con il profondo del mio cuore. So di avere compiuto qualcosa di assurdo e di riprovevole, anche se mi trovavo al momento in una condizione di completa irrazionalità>>. Monica annuisce, lo lascia parlare, lo ascolta, comprende che forse non c’è alcun bisogno di conservare contro di lui un risentimento che forse non ha neppure mai provato del tutto. Ed alla fine restano quasi senza parole, ascoltando per un attimo il flebile ronzio della linea telefonica. <<Se vuoi, puoi venire a vedere mio figlio>>, gli dice lei all’improvviso, in uno slancio improvviso di generosità che anche lei non si sarebbe aspettata mai di proporre fino ad un attimo prima. Renato accetta, salirà sopra l’ascensore che porta fino all’appartamento di Monica nel pomeriggio del giorno seguente, le assicura, e poi la ringrazia, più volte, e infine aggiunge soltanto, misurando con un lieve tremore ogni parola, che ne sarà assolutamente felice.     

Poi, ognuno dei due riaggancia l’apparecchio. Anche Monica adesso si sente bene; le pare persino che il suo gesto di generosità sia qualcosa che lei prima o dopo doveva pur avanzare, e in ogni caso sente di non provare alcun timore adesso da parte di Renato, che le sembra anzi abbia assolutamente compreso e addirittura accettato in pieno la situazione attuale. Però in fondo lui resta il padre naturale di Giacomo, anche se non ne è consapevole, e quindi è assolutamente giusto che lui veda con i propri occhi ciò che in fondo è parte di sé. Prima o dopo qualcuno forse noterà anche una certa somiglianza nei tratti somatici di Renato con questo bambino, ma sarà solamente un caso, la combinazione fortuita di geni e di ormoni, niente di concreto da considerare o smentire da parte di Monica. L’umanità alla fine è composta da strane coincidenze, e qualcuno forse può leggere all’interno della propria fantasia ciò più gli appare con maggiore evidenza che ad altri, ma non sarà certo questa lettura delle cose a cambiare neppure di una virgola ciò che è stato già definito. Giacomo è un bambino nato da sua madre, e non si può certo contraddire una verità così manifesta.

 

Bruno Magnolfi  

sabato 17 maggio 2025

Nessun sostegno.


            Gli ex colleghi di Monica Moroni, negli Uffici Comunali attraverso i quali si gestiscono i Servizi Sociali dell’ente, in questo periodo si scambiano a mezza voce le ultime novità. <<È stata brava, nei giorni scorsi ha partorito un bel maschietto>>, dice qualcuno, ed immancabilmente qualcun altro dice subito che sfortunatamente non si sa chi sia il padre. C’è chi sorride tra i corridoi, non comprendendo la scelta importante ed impegnativa della ex-impiegata e loro ex-collega di generare un figlio tutto per sé, senza alcuna necessità di avere vicino un uomo a cui darne la paternità. <<Ha dimostrato a tutti che l’umanità è interamente in mano al mondo femminile, e che probabilmente in futuro non ci sarà più neppure la necessità degli uomini ad ingombrare le case e le famiglie con la loro presenza, se alla fine lo scopo fondamentale di tutto quanto resta quello della procreazione>>, cerca di spiegare qualcun altro con un sorriso ironico. Il capufficio di Monica, comunque, le ha telefonato a nome di tutti, riuscendo a parlarle e a farle le proprie felicitazioni, ed ha fatto anche recapitare al suo indirizzo un grande mazzo di fiori bianchi, cercando nuovamente con un biglietto di congratularsi con lei e di ringraziarla, forse anche per aver dato una lezione di determinazione a tutti quanti, compreso quel Renato che adesso sta in malattia, addirittura ricoverato in una clinica per depressi, e che probabilmente tornerà alla sua scrivania, così almeno dicono i suoi genitori, soltanto fra qualche mese. In ogni caso tutti hanno iniziato a riflettere, chi in un modo più profondo, e chi in maniera più superficiale, su quella scelta radicale di Monica, ed i pareri che ne sono emersi sembrano spesso abbastanza discordanti tra loro.

Monica intanto è felice: è tornata a casa con il suo piccolo Giacomo e subito, con l’aiuto della sua governante, ha organizzato quasi ogni ambiente del suo vasto appartamento proprio in funzione di quella nuova presenza. Adesso non c’è proprio altro che are le interessi, nulla che possa distogliere la sua attenzione dalle necessità grandi e piccole del suo tesoro, un bambino tranquillo, capace di regolarsi facilmente ai turni di nutrizione e a quelli di riposo. Molti hanno salutato con gioia quella nascita, soprattutto in considerazione del coraggio mostrato da Monica nel voler allevare un figlio da sola, senza nominare mai chi sia il padre del bambino che ha collaborato alla nascita. Alcuni poi hanno iniziato a dire che la nuova mamma si è semplicemente rivolta ad una banca del seme, e Monica ha sorriso nell’ascoltare questa supposizione, senza smentirla né confermarla. <<È mio figlio>>, ha continuato lei a ripetere a tutti, <<e porterà il mio nome, come è giusto che sia>>. Caterina si è mostrata assolutamente d’accordo con l’amica su tutto quanto, e più di una volta, tenendo in braccio quel pargoletto, si è ritrovata a commuoversi, tanto le è apparso come un vero miracolo per come è venuto al mondo. Persino Mauro si è mostrato d’accordo nella scelta di Monica, e quando è andato a farle una visita ha usato con lei parole di grande sostegno e di assoluta comprensione per la sua scelta.

Comunque, dopo quei primi giorni trascorsi da Monica Moroni come un forte scombussolamento per qualsiasi assodata propria abitudine, le cose rapidamente sono andate normalizzandosi a casa sua, e tutto velocemente ha trovato una certa regolarità. Ormai lei già si proiettata nel futuro, sia per i giorni in cui potrà portare fuori Giacomo con la carrozzina, sia per quando lui inizierà a muovere i primi passi, e a nutrirsi con delle cose diverse dal latte materno, e più in là anche a parlare, e a formulare le prime dolci parole che mostreranno la sua voglia innata e istintiva di comunicare col mondo. Una madre non può desiderare nient’altro da un figlio, se non apprezzare quella propria spinta costante e graduale alla crescita, ciò che lo porterà poco per volta ad essere un bambino capace di apprendere la realtà e di far ascoltare a tutti la propria opinione su ciò da cui è circondato. Sua madre comunque non avrà mai alcun rimpianto, nessun ripensamento, alcun dubbio, e tutti i propri sforzi da ora in avanti saranno soltanto e semplicemente dedicati a suo figlio. Renato oramai è distante, nessuno le ha più parlato di lui, e lei non ha chiesto notizie. La sua governante ha detto di fretta che forse c’era da provare ancora un po’ di timore per quel Nesti, supponendo il suo inaspettato ritorno a farsi vivo, ma a Monica queste le sono parse soltanto delle sciocchezze di cui non tenere alcun conto.

Poi è arrivato Sergio, il coinquilino di Renato, a portarle un piccolo pensierino personale per l’evento, e a farle i suoi complimenti per quel bel bambino. Le ha parlato del Nesti, del suo tracollo psicologico, del ricovero urgente in una clinica psichiatrica, ma Monica si è mostrata fredda, quasi indifferente, ed anche se non gli ha detto espressamente che non era interessata a quell’argomento, ugualmente non ha posto alcuna domanda, nessuna curiosità, niente di niente, lasciando quindi cadere quel tema pur senza osteggiarlo, e sicuramente senza dare ai fatti alcun minimo sostegno.

 

Bruno Magnolfi  

martedì 13 maggio 2025

Piena serenità.


            <<Abbiamo dovuto farlo ricoverare in una clinica adeguata>>, dice il padre di Renato al telefono cercando di informare Sergio su quanto è accaduto negli ultimi giorni a suo figlio. <<La sua profonda depressione ormai, a detta proprio dei medici esperti, sembra possa essere curata soltanto con dei farmaci specifici e delle attenzioni particolari ad ogni dettaglio della sua giornata, soprattutto creandogli attorno un clima che non gli sia mai ostile, organizzando quindi nel proseguo anche le persone che si troverà a frequentare. Per questo motivo, nel momento in cui sarà dimesso dall’ospedale, cosa che avverrà non prima di qualche settimana, io e mia moglie abbiamo pensato fosse meglio farlo tornare almeno momentaneamente nella sua casa di famiglia, insomma con noi, dove potrà trovare tutte quelle accortezze e quelle cure di cui nostro figlio avrà necessità>>. Sergio in silenzio annuisce, riflette su quanto va ascoltando, poi risponde più espressamente che trova quelle misure sicuramente necessarie per Renato, e che in considerazione di tutto quanto lui si troverà costretto, se le cose come sembra andranno per le lunghe, ad affittare ad altra persona quella stanza fino adesso destinata al loro figlio. <<Ma certo>>, dice subito il padre che non ha mai visto di buon occhio quella scelta di coabitazione. <<Lei si senta libero sin da adesso di trovare altre soluzioni. Dopo quel momento, tra non meno di qualche mese, comunque, e nel caso tutto tornasse alla piena normalità, io e mia moglie la informeremo senz’altro>>. Poi si salutano e riagganciano.

            Sergio adesso si sente come svuotato. In fondo Renato per tutto il tempo che ha abitato insieme a lui si è dimostrato sempre disponibile ad occuparsi della casa, delle faccende domestiche, della cucina, e tutto ciò ha sicuramente alleggerito e di parecchio i propri personali impicci quotidiani. Poi però riflette sul momento attuale di Renato, e gli dispiace che sia caduto improvvisamente dentro a questa assurda spirale depressiva, anche se non ricorda alcun suo comportamento particolarmente differente dal solito negli ultimi tempi, se si eccettua il crollo finale improvviso. Riflettendoci meglio gli pare che tutto possa essere facilmente collegato alla chiusura del rapporto con quella Monica, anche se quando Renato gli aveva parlato di questo fatto, non si era mostrato particolarmente abbattuto; dispiaciuto si, considerato che lui indubbiamente credeva molto nella possibilità di crearsi addirittura una famiglia con lei, anche se adesso Sergio si trova a ricordare che già dalle prime volte che loro due avevano iniziato a frequentarsi erano subito sorti tra loro dei problemi comunicativi e di relazione. Certo, in seguito, quando lei gli aveva confessato di essere uscita con un’altra persona che le piaceva, e di essere addirittura rimasta incinta di quella, il colpo doveva essere stato piuttosto forte per lui, anche se a quel punto Renato aveva già considerata assolutamente chiusa e sigillata la propria avventura con la sua ex-collega di lavoro.

            Sarebbe stato difficile per chiunque, comunque, dare dei consigli di comportamento al Nesti, anche se qualche volta Sergio aveva provato con sincerità a spiegargli quale sarebbe stato a suo personale parere l’atteggiamento migliore da adottare con una donna come quella Monica, nonostante non abbia mai avuto alcun riscontro sul fatto che lui abbia davvero messo in pratica qualcuno dei suoi suggerimenti, mostrando sempre, al contrario, di andare avanti con la sua abituale condotta. Quella era una storia che non avrebbe mai avuto un futuro, si vedeva benissimo, riflette Sergio; troppi diversi i caratteri dei due, troppo distanti i loro punti vista, troppo differenti le prospettive di vita per ognuno. In ogni caso, il fatto di aver dato un taglio netto a quella loro pseudo-amicizia, tramite l’evenienza da parte di lei di aspettare un bambino da un altro, ad un certo punto non aveva dato in assoluto a Renato alcuna possibilità per recuperare almeno qualcosa di quella loro breve relazione. Niente di strano, pensa adesso Sergio: fin dall’inizio c’erano già i presupposti per un epilogo del genere; Renato non poteva mostrarsi troppo sorpreso, e neppure era suo preciso appannaggio decidere che era venuta a mancare un’intesa che lui tanto desiderava. Quell’intesa, di fatto, non c’era mai stata, era evidente, forse soltanto lui non era stato capace di rendersene conto.

            Dopo cose del genere l’unica maniera per superare bene la situazione è quella di voltare una volta per tutte quella pagina triste ed iniziare ad occuparsi di tutt’altre faccende, anche se quel Renato Nesti, per certi versi troppo spalleggiato e sostenuto dai suoi genitori, non è certo il tipo di persona che riesce facilmente a cambiare con rapidità i propri atteggiamenti. Sergio prosegue a camminare avanti e indietro nel suo appartamento, cercando qualche soluzione: a questo punto vorrebbe soltanto conoscere quali saranno le decisioni di Monica una volta portata a termine la sua gravidanza, e quali le sue scelte, anche in funzione del fatto di chiudere al meglio il passato alle proprie spalle, ed affrontare così la nascita del suo bambino in piena serenità.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 11 maggio 2025

Privo di seguito.


La governante di Monica, nella sala d’attesa d’ospedale, naturalmente mette subito al corrente Caterina di quanto è accaduto poco prima con il signor Nesti, e lei, giunta fuori dalla sala parto in trepidazione per l’impellente lieto evento dell’amica, praticamente rimane di sasso nel rendersi conto di come in poco tempo le cose tra loro due si siano degradate ad un punto tale da portare Renato a compiere un atto così vigliacco come le stanno spiegando. L’infermiera, quando era arrivata la puerpera, aveva subito chiesto a Monica che cosa le fosse accaduto a quella mano fasciata così malamente fino a lasciare affiorare sulla garza una larga chiazza di sangue raggrumato, ma lei aveva risposto che durante le prime doglie, nella confusione del momento, aveva semplicemente sbattuto l’arto nella maniglia d'una porta di casa sua. La gravidanza adesso sembra comunque che proceda bene e in fretta, e Monica viene fatta sistemare da lì a poco sul lettino della sala parto, in quanto oramai manca davvero poco. <<Non riesco neppure a credere che cosa sia passato per la testa a quel Renato nel momento in cui ha colpito Monica, una donna spossata per la lunga gravidanza, immersa e confusa nel suo stato di gestante, e poi una persona così fragile come lei, indifesa, che non può aver mai fatto niente di male a nessuno, tantomeno ad uno come a quel Nesti che a me, per essere sinceri, non è mai piaciuto. Probabilmente è impazzito, o forse il suo egoismo lo ha portato per assurdo ad infierire quasi casualmente su chi gli aveva spiegato da tempo che la loro storia non aveva alcun futuro>>, dice Caterina. La governante annuisce, anche lei non sa cosa pensare di quel comportamento, peraltro così improvviso e inaspettato.

Caterina poi telefona immediatamente a suo marito per spiegargli quello che sta succedendo: <<Forse dovrà essere denunciato alle autorità, quel Renato>>, gli dice lei senza mezzi termini. <<Ci sono tutti gli estremi e le aggravanti per riuscire a fargli avere una bella lezione dalla giustizia>>. Il ragioniere però taglia corto, e dice che adesso chiuderà immediatamente lo studio per precipitarsi anche lui in quel reparto maternità dove lei si trova. Trascorre un po’ di tempo senza che giungano nuove notizie, ma alla fine esce l’ostetrica dalla sala parto e dice con un gran sorriso che adesso il bambino è nato, e che è andato tutto bene. Caterina piange, probabilmente le pare una notizia meravigliosa pur in mezzo a tanti sentimenti confusi, e in quel momento giunge suo marito ad abbracciarla e a sostenerla, quasi fosse nato un loro figlio. <<Ogni decisione spetta a Monica>>, dice lui dopo qualche minuto. <<Noi, come semplici amici, possiamo soltanto darle dei moderati consigli, o meglio riflettere a fondo sui fatti accaduti, e poi cercare assieme a Monica quale sia la soluzione migliore per ottenere la piena tranquillità delle cose. Nient’altro; le relazioni con le persone che ha attorno sono un suo appannaggio, e quindi anche le decisioni da prendere o meno in funzione di quanto è accaduto, soltanto una sua prerogativa indiscutibile>>.   

Caterina si ricorda ad un certo punto di avvertire anche gli zii di Monica, e anche loro si mostrano felici del lieto evento e dicono subito che verranno il prima possibile in ospedale. Giungono poi altre persone raggiunte chissà come dalla notizia, con qualche mazzo di fiori e soprattutto l’emozione di felicitarsi per il nuovo nato, anche se Monica ed il suo bambino vengono trasferiti in una camera a cui momentaneamente non è possibile avere accesso, e dove staranno per un paio di giorni a riposare e a trovare la misura del loro primo approccio. Giunge la sera, e tutto viene rimandato alla giornata seguente, quando forse sarà possibile finalmente vedere il bambino, e così tutti con calma e con aria allegra e senza pensieri lasciano il reparto, sicuri che qualcosa di bello è avvenuto ancora, indipendentemente dalle cattiverie spesso gratuite del mondo. 

Il giorno seguente ci sono tutti quanti nella cameretta di Monica a far festa, e lei si mostra felice, raggiante, anche se il bambino deve stare per ora nella sua culla insieme agli altri nuovi nati. Questa immagine comunque allontana dalla testa di ognuno qualsiasi problema o preoccupazione: c’è un futuro per quelle piccole manine, c’è un mondo nuovo davanti a quei piedini che sembrano finti per quanto appaiono minuscoli, e quegli occhietti che sembrano per il momento non accorgersi di niente chissà quante cose vedranno che nessuno oggi neppure immagina. Monica poi si alza dal suo letto, ringrazia ogni persona che è venuta a rallegrarsi, sorride, si lascia abbracciare, spiega a tutti quali sono stati i momenti più difficili e quali quelli più intensi. La sua piccola ferita sopra la mano ormai è superata, soltanto una sciocchezza, niente di cui fare neanche menzione, un incidente stupido che non ha proprio avuto e non avrà alcun seguito.

 

Bruno Magnolfi

martedì 6 maggio 2025

Carica emotiva.


            Sergio rientra a casa e trova Renato piuttosto stravolto, che sull’immediato si rifiuta persino di parlare, e dopo un attimo poi va ad infilarsi nella propria stanza chiudendo a chiave la porta dietro di sé. L’altro lo lascia stare almeno per un po’, fa le sue cose, si occupa della cena e anche di altre faccende, e quando torna a chiedergli qualcosa, giusto per capire che cosa stia capitando, e poi anche se è possibile sbloccare quella situazione, Renato oltre quell’uscio non dà alcun segno, neppure un minimo tentativo per spiegare qualcosa del suo comportamento. Così tutto va avanti per parecchio tempo, senza alcuna variazione, tanto che Sergio sempre più preoccupato telefona ai genitori di Renato spiegando con parole semplici il modo di fare del loro figlio. Non passa molto tempo, giungono direttamente il padre e la madre, e Sergio naturalmente li fa subito entrare in modo che adesso siano loro a cercare di farsi aprire la porta da Renato e a farsi dire che cosa stia accadendo, ma purtroppo senza risultati, considerato che lui ormai risponde a tutti soltanto urlando: <<andate via!>>, <<lasciatemi stare!>>, ed altre cose di questo genere. Il padre decide di interpellare il medico che lo ha preso in cura poco tempo prima, il quale decide di andare sul posto di persona.

            Infine, Renato apre la porta, esce dalla sua stanza, va a sedersi su una poltrona del salottino conservando un’espressione a dir poco distrutta, una faccia impresentabile, lo sguardo perso, le mani che gli tremano. Il dottore decide di dargli un calmante, e lui si lascia curare anche se non dice niente, non risponde alle domande, non spiega nulla del suo comportamento, e continua a ripetere solamente che vuole restare solo. Dopo un’ora trascorsa senza grandi risultati, il calmante agisce, così sua madre e suo padre lo fanno coricare sul suo letto e subito lui chiude gli occhi spossato, incapace di far altro che non sia riposarsi e riprendere le forze. I suoi genitori se ne vanno, assicurano il medico, e soprattutto Sergio, che torneranno domani mattina per vedere come procedono le cose, e se a quel punto Renato sarà in condizioni di spiegare qualcosa di sé, di ciò che gli è accaduto, del rivolgimento che gli è capitato. La chiave della porta della sua camera naturalmente viene fatta subito sparire, e Sergio si rende disponibile a controllare la situazione e a chiamarli ancora nel caso se ne ravvedesse la necessità. Il giorno seguente torna suo padre per spiegare che devono subito andare in una certa clinica dove hanno stabilito di sottoporre per Renato alcune analisi, così lui remissivo si lava e si veste con cura, mentre suo padre appronta una borsa con gli indumenti che possono servire.

            Nella clinica spiegano in fretta che lo terranno in osservazione per due settimane, poi lo sistemano in una stanzetta disadorna, e quindi, a fine mattinata, viene ricevuto da un medico psichiatrico che gli pone una serie di quesiti ma senza troppe insistenze. Ormai Renato è perfettamente consapevole di aver combinato qualcosa di assurdo, ed appare ancora più arrendevole, senza alcuna volontà di ribellione, lasciando a chiunque si trovi attorno la possibilità di decidere tutto ciò che vuole su di lui. Dalla sua mente, probabilmente, ha quasi rimosso il suo gesto crudele nei confronti di Monica, e tutto quanto gli appare adesso solo come lo sfondo annebbiato di una vicenda semplicemente sognata qualche tempo addietro. Lentamente si lascia sprofondare in un’altra realtà che ugualmente non conosce e non riconosce, e della quale in fondo appare molto disinteressato, quasi che le prossime giornate farcite di tranquillanti e altre cure di quel genere, fossero dedicate ad un diverso paziente, e non a lui. Non gli interessa neppure venire a conoscenza del risultato di quella gravidanza che ha sfiorato il giorno avanti, non gli importa sapere come stiano le persone coinvolte nelle sue stranezze, prosegue a rinchiudersi poco per volta dentro sé stesso, quasi che il suo mondo ormai fosse sempre più staccato da quello di tutti gli altri.

            <<Renato>>, gli dice il padre prima di andarsene e lasciarlo in mano ai medici; <<Cerca di riprenderti, non proseguire ancora con questa depressione che non ti porterà mai a niente di buono. Reagisci, guardati attorno, hai davanti tante cose che ancora puoi fare e a cui puoi dedicarti, non devi fermare i tuoi pensieri su una sola persona, oppure su un solo periodo tra tutti quelli che hai vissuto fino adesso. Io e tua madre siamo pronti a darti un aiuto generoso in tutto ciò che tu possa desiderare, ma il primo passo devi compierlo personalmente, e mostrare anche a noi che ci tieni davvero ad affrontare le tue giornate in piena coscienza ed in tutta sicurezza di te e delle tue capacità>>. Poi lo abbraccia, e Renato forse proverebbe adesso un momento di sincera commozione, così come in parte lo sta provando suo padre, ma resiste, desidera mostrarsi freddo verso certi gesti, non vuole più in nessun caso farsi trascinare in attimi troppo carichi di emotività.

 

            Bruno Magnolfi    

domenica 4 maggio 2025

Questo bambino.


            Mancano ormai pochi giorni, il medico ha ribadito di nuovo che nonostante l’età della prossima mamma, certamente un po’ avanzata, tutto procede bene, e che appena ci saranno i primi segnali Monica dovrà allertare immediatamente un’autoambulanza per andare a partorire nel reparto maternità dell’ospedale cittadino, dove verrà seguita al meglio possibile. Lei trascorre le ore seduta sulla solita comoda poltrona, limitandosi a leggere dei libri e fare ogni tanto qualche passo dentro il proprio appartamento, lasciando ogni piccolo impegno casalingo alla sua brava governante sempre molto disponibile. Poi qualcuno suona il campanello, qualcuno che sicuramente conosce sia il portiere del palazzo che il codice numerico per poter parlare al videocitofono. È già il tardo pomeriggio, e a quest’ora neppure Caterina generalmente viene a farle una visita. La governante chiede chi sia all’apparecchio, non riconoscendo la faccia dentro lo schermo, e la risposta netta è: <<Renato>>, senza altre parole. Monica dopo un attimo di perplessità dice di farlo salire, in fondo le fa persino piacere che lui abbia finalmente trovato il coraggio per farsi vivo, e probabilmente questa sarà l’ultima volta che riuscirà a vederla senza il suo bambino. Lui prende l’ascensore e sale rapido fino all’attico, poi varca la porta tenuta aperta dalla governante con una certa titubanza; quindi, raggiunge Monica nella sala luminosa dove lei soggiorna. Le porge un timido saluto, le chiede le solite cose di cui si parla in questi casi, e Monica con lui cerca di essere gentile, forse un po’ distaccata, come se non ci fosse mai stata quella piccola storia tra di loro. Renato stenta persino nel mettersi seduto, si vede che è nervoso, che sta facendo una cosa che probabilmente gli è costata molta fatica.

            L’osserva per un attimo, in silenzio, poi allontana subito lo sguardo da lei, e ripete questo comportamento più volte, come se avesse qualcosa da dire ma non si decidesse ad esprimersi. Alla fine, senza preavviso, tira fuori di tasca il suo temperino, e con gesto brusco affonda la punta di quel coltello nella mano di Monica, appoggiata sopra al bracciolo. Lei urla, il sangue zampilla, la cameriera corre, tutto sembra improvvisamente stonato, e Renato corre via, apre la porta dell’appartamento e si getta giù lungo le scale, saltando tra i gradini dopo aver rimesso il coltello dentro una tasca. La ferita di Monica sanguina, ma non è grave: viene tamponata in fretta e dopo poco mostra che si tratta solo di una coltellata leggera, che non ha fatto grossi danni alla mano, anche se lei prosegue ad urlare, e poi piange, si dispera, forse si rende conto all’improvviso di qualcosa che senz’altro aveva sottovalutato. Dopo poco il rivolo di sangue sgorgato smette di uscire quasi del tutto, la governante tenta una fasciatura ben stretta, ma proprio in quel momento, forse per lo spavento provato, Monica sente che il suo bambino si muove dentro di lei, che vuole uscire, che è giunta l’ora.

            Viene chiamata l’autoambulanza, intanto lei si distende sopra al divano, la governante prende rapidamente tutte le cose che potranno servirle per il parto, e alla fine giungono gli infermieri e il medico con una barella, pronti a portarla con loro e a rassicurarla. Monica però prosegue a piangere, non si sarebbe mai aspettata qualcosa del genere, indubbiamente si sente ferita, oltre che nella propria mano, che comunque continua a farle male, anche nell’orgoglio, come se Renato con un solo gesto fosse stato capace di violare la sacralità del momento che l’attende. In sala parto le cose procedono piuttosto bene e spedite, tutti si prodigano per far nascere Giacomo, e lui con tutta l’energia di un bambino che desidera venire alla luce, non si fa certo attendere, piccolo e meraviglioso come solo i neonati possono essere. Caterina giunge in ospedale trafelata, avvertita dalla cameriera di Monica, però resta fuori dalla stanza dove è stata portata la puerpera con il suo bambino per riposare, e allora lei piange, è felice, non sa neppure in quale maniera manifestare tutta la sua gioia. Poi inizia a telefonare a tutti coloro che conoscono Monica, naturalmente anche a sua zia, e anche all’Anselmi di cui aveva annotato il numero, e tutti si rallegrano, hanno dolci parole di felicitazioni. Forse, pensa Caterina che non sa ancora niente di quanto accaduto, sarebbe il caso di avvertire perfino Renato, anche se poi lascia a Monica questa incombenza, magari nei giorni a seguire.

            Infine, nel corridoio del reparto maternità, si fa vedere anche la governante di Monica, rimasta indietro a sistemare la casa, saluta Caterina con slancio e poi la mette subito al corrente di quanto accaduto nel loro appartamento. <<Da non credere>>, dice lei. <<Forse Renato è impazzito. Forse dovremmo denunciare il suo gesto alle autorità competenti. Forse ci sarà persino da preoccuparsi per i giorni in cui Monica e Giacomo torneranno a casa propria. Però adesso dobbiamo sorvolare su tutto questo. Perché adesso questo momento è tutto e soltanto di questo bambino>>.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 1 maggio 2025

Veri sentimenti.


            <<Non so neppure spiegare per quale motivo preciso io mi stia prendendo così a cuore la nascita di questo bambino>>, dico io ad una conoscente, una vicina di casa con la quale certe volte mi fermo a parlare superficialmente del più e del meno. <<Mi sono talmente impersonata nella mia amica, che mi sembra adesso di sentir muovere anche dentro di me la vita che si prepara a nascere>>. L’altra mi guarda senza trovare sull’immediato niente da ribattere, ma forse immagino vorrebbe dirmi che è proprio la mia mancanza di figli che mi ha portato diritta verso queste sensazioni; cioè, il fatto di desiderare fortemente qualcosa senza riuscire mai ad ottenerla, in certi casi fa in modo, secondo il suo evidente parere, che la nostra sensibilità e i nostri sensi possono acuirsi e in seguito amplificarsi semplicemente alla sola vicinanza di quel qualcosa, mostrando tutti i possibili sentimenti che possiamo nutrire verso ciò che purtroppo ci è stato negato. <<Ma non sto male, non provo invidia verso di lei oppure rabbia nei confronti della natura che mi ha tolto questa possibilità>>, le spiego alla signora subito dopo. Poi lei inizia a raccontarmi una piccola vicenda piuttosto affine a quanto le ho appena detto, e tutto quanto tramite le sue parole semplici sembra spianarsi e giustificare le sensazioni descritte e persino tutti i comportamenti, tanto da divenire in un attimo una cosa qualsiasi, una semplice combinazione sul percorso lineare degli anni di ciascuno.

            Infine, senza più ribattere niente, la saluto; non credo dovrei parlare troppo in giro di faccende di questo genere: spesso si viene fraintesi, oppure chi ci ascolta cerca di rendere ordinaria una cosa che a noi non appare affatto tale, provando sensazioni difficilmente comunicabili con delle semplici parole. Mi sto controllando, mi sto addirittura frenando: se dessi retta del tutto a ciò che provo dentro di me sarei continuamente a casa di Monica per osservarla, per scambiare con lei ogni possibile parere sul suo stato, e poi verificare giorno dopo giorno i piccoli cambiamenti che stanno avvenendo nel suo corpo, e misurare ogni dettaglio che lei è capace di mostrare nella sua continua attesa. La data del parto ormai è vicina, ed io provo dentro di me la voglia di dilatare al massimo questo tempo, come se tutto l’essenziale del periodo stesse in questa intensa attesa, con un epilogo che sembra quasi spostarsi ogni giorno un po’ più avanti, almeno all’interno dei miei desideri. Credo di essere ormai sopraffatta da quanto sta avvenendo addirittura sotto ai miei occhi, e penso che la mia incapacità a parlarne persino con la stessa Monica, stia mostrando un limite enorme della comunicazione.   

            <<Caterina>>, mi dice ogni volta che vado da lei. <<Ho qui tutto quello che mi serve; la prima persona a cui telefonerei, nel caso ci fosse qualche novità, sei proprio tu, per cui non stare a scomodarti quasi ogni giorno per venire a farmi visita, a me evidentemente fa sempre un gran piacere, ma davvero non lo trovo necessario, e poi vedo che ti stanchi, che prendi estremamente a cuore ogni minimo segnale che non sia quello che vorresti>>. Allora io la osservo per un lungo momento, con serietà, con profonda accortezza, e poi non so resistere e così infine scoppio a piangere, non so neppure io per quale motivo. Monica sull’immediato non mi dice niente, lascia che io sfoghi tutta la carica emotiva che forse ho accumulato negli ultimi tempi, ed io mi asciugo gli occhi, mi riprendo alla svelta, le sorrido, le chiedo scusa, ma in lei trovo subito un debole moto di rigidità, come se avessi fatto qualcosa che a lei non piace troppo. Torno a sedermi, la guardo, dico: <<Mi emoziona starti accanto, vedere come procedono le cose, i piccoli cambiamenti che avvengono giorno dopo giorno, avvertire questo bambino che sta crescendo in te>>.

            <<Comprendo perfettamente tutto questo>>, spiega adesso Monica. <<Ma non vorrei in nessun caso essere influenzata da qualcuno attorno a me. Ho deciso di avere un figlio da sola, ma non per egoismo, o per un’estrema possessività, quanto perché credo di poter rispondere nella mia solitudine a tutte le necessità che questo comporta, e vorrei tentare di portare avanti in questo modo la mia idea. Non vorrei in nessun modo escluderti da questa fase, ma non ritengo utile né a me e neppure a te che qualcuno si intrometta troppo in questo processo delicato>>. Resto in silenzio. Credo abbia ragione, e forse era proprio necessario che mi ricordasse il ruolo di ciascuno. Allora cerco di scusarmi, non era certo mia intenzione apparire sotto una luce addirittura negativa, così le faccio presente che per lei vorrei soltanto essere un’amica che le dà una mano, se e quando serve. Infine, ci abbracciamo: <<Sono contenta>>, le dico, <<che tu abbia rimesso in fila le cose. Forse mi sono lasciata prendere dall’emozione di questi momenti, e alla fine non sono stata neppure in grado di comunicarti i miei più veri sentimenti>>.   

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 28 aprile 2025

Migliore di prima.


            Penso spesso che per qualsiasi progetto una persona si metta in mente di realizzare, se i suoi sforzi risultano del tutto privi di sostegno da parte almeno di qualcun altro, difficilmente l’entusiasmo di partenza di quella persona potrà mantenersi a lungo. E senza l’entusiasmo credo che niente vada avanti per conto proprio. Il mio intento iniziale sta mostrando da qualche tempo un certo affaticamento, lo stesso che leggo anche negli occhi di chi mi è rimasto vicino fino ad ora, per cui cerco di lottare quotidianamente contro quel senso di appagamento che danno le cose realizzate con impegno, accantonando addirittura poco per volta quelle che ancora hanno da trovare una propria strada. Nessuno sembra disposto a darmi credito se io per primo non mostro di essere disposto a tutto per concretizzare le fertili idee condivise, questo è evidente, e sembra proprio che nemmeno a chi mi conosce e conosce i miei propositi neppure venga in mente di seguire i miei pensieri e di alleggerirli di quelle piccole difficoltà che invariabilmente si possono incontrare. Forse le mie iniziative sono solo frutto di un carattere debole, di un’incapacità di fondo della quale non ho coscienza nel dare continuità a tutto ciò che mi passa per la mente, però quando tento di illustrare a qualcuno le mie risoluzioni, quasi tutti poi sembrano apprezzare le mie qualità.

            Ho fondato questa associazione di volontariato perché mi pareva di poter dare una mano ed una piccola prospettiva alle persone fragili, agli anziani, ai disabili, a coloro che generalmente sono tagliati fuori da certi circuiti culturali, ma con l’andare del tempo mi pare sempre più che anche chi ha desiderato inizialmente darmi un aiuto, poco per volta si sia arreso, disinteressandosi della missione che ci guida. <<Mauro>>, dice adesso qualcuno di loro che ancora mi chiama per telefono o che si fa vivo alle riunioni sociali sempre più deserte; <<Forse si è esaurita un po’ la spinta iniziale, ma non devi farne una malattia, è normale che accada, magari potrà riprendere quota tra qualche tempo>>. Però io non ci credo, non credo almeno che le cose avvengano per propria natura, e che senza un impegno profondo da parte almeno di qualcuno, ed una buona dose di decisione e grande volontà di tutti, non possa esserci alcun risultato. Poi mi torna in mente Monica Moroni, una dei nostri ultimi associati, una persona di carattere, intelligente, con la lodevole capacità di mostrarsi molto determinata, almeno in certe cose, ed anche con la dote altrettanto apprezzabile di dire sempre con sincerità ciò che non le pare del tutto attuabile, ed allora, in considerazione del suo stato di gravidanza che l’ha tenuta ultimamente lontana dalla nostra associazione, che non vuol dire affatto essersene disinteressata, provo così improvvisamente la voglia di parlarle e di chiedere a lei un parere leale. Le telefono, mi accordo per farle una visita il giorno seguente, poi cerco di pensare a cosa dirle, e soprattutto a come dire le cose più spinose che mi stanno logorando.

            Mi riceve la sua governante, dopo che ho preso l’ascensore di un palazzo molto elegante, e mentre mi fa passare attraverso un appartamento vasto ed arredato con molta cura, mi accenna al fatto che oggi la signora si sente stanca, e che forse è meglio non affaticarla troppo. <<Buongiorno Monica>>, le dico evitando di farla spostare dalla postazione che lei si è ricavata tra i cuscini nel salone zeppo di poltrone e di divani. <<Credo che non manchi molto>>, mi dice subito tenendosi il pancione con la mano; <<ormai avverto quasi continuamente il mio bambino che si sta muovendo, come avesse la voglia di farsi vedere finalmente da tutti quanti. Sono contenta di tutto questo, non c’è dubbio, però adesso sono anche stufa di essere quasi costretta all’immobilità>>. Sorrido, mi fa piacere di essere passato da lei appena pochi giorni prima della sua gravidanza, trovo che questo sia un momento fantastico per una donna, e la preparazione psicologica che avviene prima del parto sia una vera spinta alla vita, un approntamento sia fisico che mentale di natura complessiva, qualcosa di impensabile ed allo stesso tempo necessario. <<Sei bellissima>>, le dico; <<si vede che hai già fatto un grande lavoro dentro di te per affrontare al meglio questo momento>>.

            Mentre la cameriera con gentilezza prepara una tazza di tè da servirmi insieme a qualche pasticcino, io faccio un accenno a Monica sulle ultime vicissitudini dell’associazione “Oltretutto”, e vedo che lei ascolta con interesse, anche se tralascio molti discorsi sulle difficoltà. <<Credo molto nelle prospettive del volontariato>>, mi dice lei alla fine; <<e penso che sia rimasta quasi l’unica forma di resistenza all’individualismo sfrenato che sta imperando. Io credo ci sia qualcosa di importante dietro queste attività, qualcosa che giustifica qualsiasi sacrificio>>. Torno a sorridere, sorseggio la mia bevanda, penso che queste parole siano esattamente ciò che ci vuole per combattere l’abbattimento e la sfiducia. Quando mi alzo, saluto Monica con gioia e con trasporto, augurandole naturalmente le migliori cose, e infine mi avvio per tornare a salire sul comodo ascensore, e sento all’improvviso di essere piuttosto sollevato, quasi migliore rispetto a poco fa.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 26 aprile 2025

Meschinità.


Sergio aveva ripensato qualche volta alla vicenda del suo coinquilino, con quella donna piuttosto interessante ma sicuramente poco adatta per stare assieme ad uno come lui. Ricordava adesso di averla incontrata appena un paio di volte, per combinazione, ma anche così a prima vista ne era rimasto colpito piuttosto favorevolmente, al punto che, ricordandosi, dopo parecchi mesi, di avere annotato da qualche parte il suo numero di telefono, e di essere anche a conoscenza del suo stato avanzato di gravidanza, aveva deciso tutt’a un tratto di chiamarla, non foss’altro che per sapere come le andassero le cose, e naturalmente porgerle gli auguri, in assoluto senza assolutamente far trapelare niente di tutto ciò a Renato, che da molto tempo, oltre ad avere sicuramente sofferto per la brusca interruzione del loro rapporto, in sua presenza non era più nemmeno stato in grado di nominarla. <<Sono Sergio, un amico, vorrei parlare con Monica Moroni, per favore>>, aveva subito dichiarato all’apparecchio dopo la risposta impersonale della cameriera, ma accortosi della titubanza con cui quella gli si stava rispondendo, aveva proposto, se proprio in quel momento non fosse stato il caso di disturbarla, di telefonare magari in un giorno diverso. <<Sergio; un amico di Renato>>, aveva ripetuto a voce alta come per ricordare bene quei nomi a lei sconosciuti la governante di Monica, che in quell’attimo si trovava seduta sul divano poco lontana dall’apparecchio, e quindi in grado di comprendere perfettamente il caso in questione. Difatti, dopo appena un istante, aveva fatto cenno di passarle la chiamata, e così l’altra le aveva portato il ricevitore. <<Buonasera>>, si erano detti quasi all’unisono ricordando di non avere tra loro troppa familiarità. <<Sto bene>>, diceva adesso Monica con calma, così come diceva a tutti coloro che le chiedevano notizie del suo stato. <<Soltanto leggermente preoccupata, visto che oramai manca davvero poco al parto>>.

Sergio riusciva in certi casi a mostrarsi molto affabile e cortese, anche grazie all’esperienza lavorativa che portava avanti da diversi anni, e così anche in questo caso, nel parlare con la donna, riusciva senza alcuno sforzo ad essere piacevole, a dire cose garbate, e a non porre delle domande poco adatte a quel frangente. Monica sorrideva delle cose carine che ascoltava, e le pareva che tutto fosse al meglio possibile. Poi si salutavano, evitando quasi obbligatoriamente di parlare di Renato, anche se alla Moroni forse avrebbe fatto piacere ascoltare qualche notizia su di lui. Riagganciavano i telefoni dopo gli auguri di rito, ma dopo qualche minuto l’apparecchio di Monica tornava già a squillare. <<Sono ancora io>>, riprendeva Sergio mostrandosi dispiaciuto per l’inconveniente e usando però lo stesso tono esatto di pochi istanti prima. <<Mi è venuto a mente di chiederti il permesso, nel caso io incrociassi Renato già stasera, oppure anche domani, di riferirgli il succo di questa telefonata, e magari dirgli come tutto proceda, come ti senti, come stai preparandoti alla nascita>>. Monica allora lasciava scorrere qualche attimo, quindi diceva con fermezza: <<Ma certo, in fondo non ci siamo mica bisticciati. L’interruzione del nostro frequentarci è derivata da alcune differenze di carattere tra noi che anche lui stesso in qualche maniera ad un certo punto ha dovuto riconoscere. Perciò, sentiti assolutamente libero di informarlo di tutto ciò che credi, magari così puoi anche fare qualcosa di apprezzabile nei suoi confronti>>. Quindi loro due chiudevano definitivamente la comunicazione, e Monica tornava a sedersi con maggiore comodità tra tutti i cuscini del divano.

Sergio invece, immobilizzato davanti al tavolo di casa, restava qualche attimo a riflettere, e dopo essere tornato nella sua stanza ed aver acceso l’elaboratore sopra al piccolo scrittoio, si concentrava al massimo sulle pratiche necessarie per il giorno seguente nel mandare avanti il suo lavoro. Rientrava Renato con un paio di buste della spesa, si fermava in cucina per sistemare la roba in silenzio e con gesti ormai metodici, e quindi si fermava un momento per comprendere il motivo per cui la voce del suo coinquilino non fosse ancora giunta, come suo solito, per salutare il suo rientro. Sergio con lentezza, alle sue spalle, si appoggiava leggermente alla porta, osservava i suoi gesti sopra al tavolo e nel frigorifero, poi diceva soltanto: <<Ho sentito Monica>>, come se questa a tutti gli effetti, fosse la notizia più importante di tutta la giornata. Renato si voltava, forse sorpreso, senza commentare le parole ascoltate, e l’altro proseguiva: <<Sta bene, tra qualche settimana partorirà, le cose procedono in modo regolare, al telefono mi è sembrata persino felice di quanto le sta accadendo>>. Poi si muoveva nella stanza, Sergio, fino a giungere al fianco di Renato, giusto per osservare meglio la sua espressione: <<Non ha fatto cenno a te, ha detto soltanto che tra voi due non c’era compatibilità, e ha ribadito che la fine della frequentazione tutto sommato è stata un bene per ognuno, considerato che le cose non potrebbero mai essersi aperte al punto di prospettare un vero futuro assieme>>. Renato allora si bloccava, tra i pensieri, e quindi diceva: <<Il suo tradimento però non poteva essere più meschino di così>>, e poi più nulla.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 24 aprile 2025

Soltanto questo.


            Mancando appena un mese al parto, nonostante la governante abbia accettato adesso di restare sia di giorno che di notte a casa di Monica, sua zia passa molto spesso a farle delle visite, e certe volte si incrocia anche con Caterina, che non manca mai di farsi trovare lì, almeno da quando sembra aver trovato il suo scopo principale nel tornare ad osservare, e poi a ridisporre con attenzione dentro gli armadi e nei cassetti, i corredini, i giocattoli, le tutine, e tutto quanto occorrerà al bambino una volta venuto alla luce. Poi, una volta da sola con Monica, la zia senza alcun preambolo le chiede nuovamente e d’improvviso, abbassando la voce come per la rivelazione di un segreto, delle notizie sul padre del nascituro, e sua nipote le sorride, piega il capo, poi le risponde semplicemente: <<Non c’è, ci sono solo io per questo piccolo. Perché è la mamma che ha importanza, solo lei, ed io farò in modo che il mio bambino fin dai primi giorni della sua vita non provi mai alcuna mancanza>>.  Poi parlano d’altro, in fondo sua zia è contenta della scelta di Monica, le pare quasi che questa ostinazione nell’ignorare il padre del bambino, sia come una riscossa da parte di tutte le donne della loro famiglia. Lei stessa, per non parlare dei genitori e dei nonni, non ha avuto una vita facile con suo marito, e neppure ha avuto un grosso aiuto nel tirare su giorno per giorno quel figlio che adesso ormai è grande e residente all’estero, tanto da essersi ritrovata spesso da sola con quel bambino in braccio, tanti anni prima. È il destino di ogni maternità quello di trovare prima o dopo attorno a sé una solitudine profonda, spesso data dall’incapacità maschile a misurarsi seriamente con quel forte cambiamento di qualsiasi precedente modello quotidiano, e spesso confortata solamente dalla dolcezza quasi indifesa di un neonato improvvisamente reale e meraviglioso nella sua semplicità.

            Scatta spesso, dietro questi aspetti, la solita solidarietà femminile, ed è proprio anche su tutto questo che conta adesso Monica, preparandosi mentalmente al parto, ben sapendo che i mesi che verranno da ora in avanti non si presenteranno certo tra i più semplici. La zia le parla della sua esperienza, di quello che lei stessa si è trovata ad affrontare, e di quel briciolo di sensazione negativa che può dare quel sentirsi soli ad affrontare dei momenti così delicati, ma poi comprende che nella testa di Monica regna adesso una consapevolezza ed una volontà che lei ai suoi tempi forse non aveva, e sulle quali non poteva quindi fare alcun affidamento, e che probabilmente ora calcano con determinazione una forte diversità tra le loro singole esperienze. Monica in ogni caso cerca di non mostrarsi mai troppo sicura di sé, nonostante il positivo aspetto economico su cui può contare, grazie naturalmente a quella serie di investimenti redditizi lasciati in eredità dai suoi genitori, che in questo momento si mostrano come un enorme supporto alla propria situazione. Però sa perfettamente, se desidera avere dalla sua parte le persone che la stanno sostenendo, che non deve mai mostrarsi ai loro occhi troppo decisa e anche sicura di sé, proprio per non perdere quella solidarietà su cui può fare leva, anche soltanto per gli aspetti della sua condizione psicologica e del proprio umore generale.

            Certe volte lei si trova a considerare il proprio atteggiamento un po’ troppo egoistico, e soprattutto privo di attenzione verso gli altri, però sa perfettamente che il suo stato di gravidanza avanzato non può permetterle un comportamento molto differente. Il suo scopo principale è quello di ottenere dentro sé stessa, ed anche attorno a sé, quella serenità che probabilmente le è mancata in altri periodi della propria vita, e per raggiungere e conservare questo importante stato, adesso si sente assolutamente pronta a tutto. La sua governante ultimamente la circonda di attenzioni, gestendo addirittura anche le telefonate che giungono spesso nella casa di Monica, fornendo con gentilezza le informazioni che vengono richieste da amici e da conoscenti della famiglia Moroni e anche suoi personali, evitando di disturbarla e di passarle direttamente le chiamate, anche se a lei, una volta informata, fanno sempre piacere quelle dimostrazioni di affetto e di vicinanza. Il momento è radioso, non ci possono essere altri aggettivi per definirlo, e Monica non riesce più neanche ad immaginarsi qualcosa che in questo periodo possa davvero mancarle, o che manifesti la propria assenza appena questo bambino avrà aperto i suoi piccoli occhi.   

            <<Sono felice, zia>>, dice all’improvviso. <<Senza rendermene neppure conto, tutto quanto delle mie giornate sta subendo un’attrazione irresistibile verso il prossimo futuro. Non so pensare ad altro, non riesco neppure ad immaginare qualcosa di diverso da questo semplice generare una vita nuova, della quale con desiderio riesco a proiettare già nella mia fantasia i prossimi anni, tutti i piccoli periodi che caratterizzeranno la sua crescita. Non chiedo altro, adesso; soltanto questo>>.

 

            Bruno Magnolfi